domenica , Settembre 19 2021

Giuseppe D’Angelo il democristiano che sfidò la mafia, le mafie e l’Antimafia

Per Goethe si ama quello che si conosce. Altri ammonisce che i popoli che non conoscono la propria storia sono condannati a ripeterne gli errori.
La storia dell’Autonomia siciliana è poco conosciuta e perciò poco amata. Su essa fanno aggio alcuni fenomeni e vicende personali negativi che prevalgono su un percorso cinquantennale di partiti ed uomini politici che, pur tra luci e ombre, hanno assicurato alla Sicilia un salto di qualità civile e sociale quale non si era avuto in tre millenni di storia servile e in un ottantennio di storia unitaria.
Nel quadro dell’impegno per diffondere la conoscenza della storia dell’Autonomia e prospettarne i contenuti autentici, l’autore tratta di uno dei momenti cruciali della Regione in cui tra contrasti insanabili all’interno dei partiti, innaturali misture ideologiche, tentazioni separatistiche, ribaltoni, l’Assemblea cade in mano a gruppi di interessi esterni che ne degradano la vita e la mafia assume un ruolo anche nella formazione dei governi regionali. La Regione balza così negativamente all’attenzione nazionale e internazionale.
In questo passaggio cruciale della vicenda autonomistica, sale alla ribalta Giuseppe D’Angelo, nato a Calascibetta, che da segretario regionale della Democrazia cristiana stacca dal Partito comunista e porta al governo i socialisti del Psi e da l’avvio all’esperimento di centro sinistra. L’alleanza tra cattolici e socialisti consente di ripristinare il metabolismo democratico nella vita della Regione e suscita una fase di tensione morale in cui le istituzioni autonomistiche attraverso i propri rappresentanti testimoniano concretamente con il fattivo impegno politico e legislativo il loro fervore nella lotta alla mafia, ai gruppi di affari, al malcostume amministrativo e al disordine ideologico, riuscendo a riaccreditare nell’opinione pubblica generale il senso ed il valore dell’autogoverno.
Pilota questo importante processo da presidente della Regione lo stesso D’Angelo. Egli infatti mette costantemente in gioco la sua carica pur di mandare avanti il suo progetto politico e cristiano – che è quello di estirpare la mala pianta della mafia che frena lo sviluppo economico e civile della società siciliana – con la richiesta della commissione Antimafia nazionale, cui peraltro non risparmia critiche più severe man mano che il suo impegno si affievolisce e diventa sempre meno efficace. Contrasta gli esattori privati delle imposte e la Società finanziaria siciliana quando tralignano in gruppi di pressione che pretendono, riuscendovi ripetutamente, di condizionare la vita della Regione. Sottopone ad indagine amministrativa senza remore di parte i capoluoghi ed altri enti territoriali dell’Isola per verificarne la correttezza amministrativa e l’eventuale grado di compenetrazione con ambienti mafiosi. Da luogo al contempo ad un’opera di moralizzazione della spesa pubblica regionale, convogliandola in un progetto di sviluppo complessivo dell’Isola, e ad una legislazione economica e sociale di cui beneficiano tutte le categorie economiche e sociali, ed in particolare i ceti più deboli.
D’Angelo è condannato a «morte politica» dai gruppi di interesse che contrasta, e nel 1967 non viene rieletto deputato. Ai primi del 1970 è condannato a morte anche dalla mafia, che poi decide di non dare corso alla «sentenza». Fuori dall’Assemblea D’Angelo ripropone e sviluppa con coraggio e costanza la sua linea.
L’autore, Franco Nicastro, ne segue il percorso pubblico e umano fino al 1990, anno della sua morte.
L’opera si sofferma in particolare sugli eventi politici dal 1958 al 1967. Testimone diretto e partecipe di queste vicende, che tratta con spirito laico e linguaggio moderno, l’autore mette a fuoco uno dei periodi più interessanti della vicenda autonomistica, ne disvela aspetti utili per comprenderla meglio in quanto ne riequilibra la valutazione fin qui deformata dalla storiografia di parte.
Infine, illumina la figura di un originale protagonista della vita regionale, che, «rispettoso dei doveri delle proprie funzioni, incapace di intaccare i principi di fondo della sua laicità cristiana, ha fatto dell’etica della responsabilità la sua ragion d’essere politica ed ha scritto una delle più belle pagine dei cattolici siciliani alla guida delle istituzioni autonomistiche».
A.R.

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