sabato , Agosto 20 2022

Le città lontane

Non ce le scrolliamo di dosso le nostre città, le portiamo in spalla con omerica compassione, agognando nuovi approdi.
Quale città vorremmo abitare, considerato che la nostra ci appare informe e troppo simile ad altre che non ci sono mai piaciute?
Siamo disorientati di fronte alla constatazione che i fondamenti della res publica sono stati manomessi e che le comunità ed i loro spazi sono stati devastati.
Non esistono più i luoghi stabili del confronto, spazi vivaci che costituivano veri e propri cantieri dell’alternativa e della sperimentazione di nuove forme di democrazia.
I quartieri, i mercati, le piazze, i cortili sono da sempre i contenitori della formazione del pensiero e delle emozioni civiche, i cittadini si definiscono culturalmente anche attraverso le mediazioni di questi collettivi sociali.
Le nostre città sono rimaste sole, senza voce, sempre più lontane dai governi  nazionale e regionali, immiserite da tagli progressivi sui bilanci della cultura e delle politiche sociali, impossibilitate a riqualificare la spesa, impacciate dinanzi a cicli complessi quali l’energia, l’ambiente, lo smaltimento dei rifiuti, i servizi idrici per i quali, oltre ad ingenti risorse, si richiedono livelli di competenza e di attenzione elevatissimi. I medesimi bilanci, per assurdo, contenevano fino a tempi non remoti, enormi possibilità di spesa per consulenze esterne, per fantomatici corsi di formazione e per eventi ludici.
Non immaginavamo di certo che saremmo tornati a sognare il soddisfacimento dei bisogni primari e dei servizi essenziali per le collettività!
Interessante la proposta di istituire in Parlamento commissioni d’inchiesta costituite da 50 Sindaci delle prime città italiane e, a rotazione, da 50 Sindaci estratti a sorte tra tutte le città al di sopra di quindicimila abitanti.
L’approvazione di tale proposta segnerebbe un primo passo verso un reale riavvicinamento delle città al Governo centrale.
Non ci sono ricette per sciogliere i nodi dello sviluppo delle città, esiste solo una prescrizione: bisogna disseppellire il” senso della comunità” e contrapporsi alla disgregazione sociale dichiarando la propria disponibilità a condividere il mondo con altri individui.
Tale prescrizione non è frutto di una pulsione nostalgica, ma si fonda, al contrario, su analisi economico-sociali fortemente contemporanee.
Il bisogno di comunità e’ un’esigenza insopprimibile dei singoli soprattutto nei momenti bui dell’ umanità, è la necessità emotiva ed esistenziale di un legame sano, non strumentale, ma gratuito e dotato di senso.
Se è ancora vero che il diritto alla cittadinanza è irrinunciabile e prioritario, è necessario riscrivere la grande narrazione civica, sanando le patologie delle relazioni umane e lo sfaldamento delle ragioni del vivere insieme.
L’inizio della cura della comunità parte dalla conoscenza dei bisogni locali, dal superamento dell’apatia ormai diffusa nei confronti della dimensione politica, soprattutto tra i giovani.
Un’altra Italia esiste ed un’altra politica è possibile. I segnali ci sono e sono forti: i plebisciti di Milano e Napoli per il pacifico Pisapia e per l’austero De Magistris, interpreti entrambi di un nuovo sguardo sul potere, portatori di equilibrio, intelligenza e coraggio, sanciscono un principio: chi governa le città deve essere migliore di noi, deve saperne di più, deve essere lungimirante e, soprattutto, deve restituire onore alla politica.
Altro segnale di rinascita della comunità: al nord , nei paesi distrutti dalle alluvioni, i cittadini di fronte a Sindaci che hanno dovuto allargare le braccia, si sono uniti in mega-collette per noleggiare le ruspe. C’e’ un popolo in cammino che in piena catastrofe economica si ribella ed opera, respingendo il ruolo di soldatino del consenso degli ultimi anni.
Le comunità che riusciranno ad affrancarsi dalla imperante cultura egocentrica e cinica saranno, di certo, più facili da amministrare.
La non belligeranza in una realtà come la nostra in cui il conflitto sociale è latente, deve diventare regola e non più eccezione, va garantita la sopravvivenza del legame affinchè i cittadini ridivengano attori ed interlocutori nella reciprocità, dissimili ma legati in un unico destino.
Lunghissima la strada, complessa la purificazione dalle scorie in una nazione annientata dalla congiuntura, ma si sente nell’aria la speranza di una nuova stagione.
Dovremmo riflettere su un motto di Confucio: “Invece di maledire l’oscurità perchè non accendi una piccola candela?” ed interiorizzarlo.
Ed infine, per concludere, tutti noi siamo a credito con la Storia: la barbarie non può continuare ancora!

Nietta Bruno

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