sabato , Agosto 20 2022

PARTITI: USQUE TANDEM?

Come spesso accade un’inesattezza (involontaria o fraudolenta) se ripetuta a iosa e da più persone diventa realtà. E’ quello che accade da che si é scoperto (meglio tardi che mai) che la legge (Dicembre 1993) sul contributo spese elettorali ai partiti – vergognoso surrogato della precedente legge sul finanziamento pubblico cancellato (Aprile 1993) da un referendum!- ha prodotto – e continua – una delle più vergognose situazioni. Non solo ruberie – ve ne sono ovunque – ma anche costituzione di tesoretti dovuto al fatto che sono state rimborsate somme mai spese e tali da non potere essere spese facilmente! Su Più di 500 milioni di euro “rimborsati” ai partiti, questi ne hanno utilizzato solo 1/5 mettendosi in cassaforte il rimanente ad “usum delphini”.
L’inesattezza che porta illustri commentatori ad affermare che i partiti sono “indispensabili” è data dalla affermazione che è la Costituzione che ha voluto i partiti e dunque “noli me tangere”.
Non vero! Perché la Carta Costituzionale all’art.48 da solo “diritto a tutti i cittadini di associarsi liberamente in partiti”. Si ricordi che i partiti erano stato sciolti nel 1926 dal fascismo e che il PNF era stato sciolto da Badoglio il 2 agosto 1943 e dunque necessità di affermare che tornata la “libertà” chi voleva si poteva fare un partito (ne vennero fuori subito 15!) su misura ideologica. E che il costituente non avesse ovviamente previsto ex legge alcunché perché i partiti vivessero lo dimostra il fatto che mentre ai sindacati fu dato “riconoscimento giuridico”, si guardò bene dal fare la stessa cosa con in partiti. Essi rientrano come tutte le associazioni non cassate per legge, nelle libere associazioni previste ma non elencate, consentite e non imposte, ricadenti nello art.18 della Carta così come era stato fino al 1892 quando sorse il primo partito, quello socialista.
Dunque nessuna indispensabilità. Peraltro non esiste al mondo uno statuto o carta costituzionale di uno stato sovrano e libero che preveda i partiti politici e relativo sovvenzionamento.
Tanto de iure: non contenda!
Moralmente: ovunque cittadini che amino una ideologia od un programma socio politico mettono mani al portafoglio e finanziano ciò che amano, vogliono, sperano di pubblicizzare: legge del mercato sociale. E nei paesi a democrazia compiuta i cittadini di cui sopra sono orgogliosi di contribuire alle spese di un qualcosa che loro vogliono si realizzi. E naturalmente danno perché la loro parte ne usufruisca e non tutte la parti concorrenti: non sono stupidi al punto da finanziare il “nemico”. Ed in quei paesi il donato viene sottratto dalle tasse che ognuno ha da pagare e questo facilita e rende più piacevole la donazione.
Parabola: è indubbio che per molti di noi cittadini italici l’essere parte di un partito politico sia cosa desiderata, così come essere soci del golf o del tennis club o altre entità con specificazioni più serie; e per aver tanto paghiamo: perché ci conviene e lo riteniamo giusto.
E’ quanto deve essere sancito da noi se non vogliamo che continui un’emerita “porcata” politico finanziaria iniziata ante litteram e strutturata con la legge del 1974.
I cittadini donino pure ciò che vogliono al proprio partito ed il fisco riconosca l’alto valore sociale della donazione detraendoglielo dalle imposte. I partiti si facciano i loro bilanci, come tutte le associazioni private: agiscano bene o male è roba loro. La costituzione non dice che debbono concorrere a determinare la politica dello stato. Art.48 dà questo compito ai cittadini e non ai partiti, e disquisire su questo è frutto di partigianeria per accreditare come fattori dello stato segreterie di associazioni che addirittura vengono sentite dal Quirinale nei casi di crisi e che non rappresentano altro se non i loro inscritti (pochi) e non gli elettori (molti) che hanno i loro missi domini, rappresentanti, nei deputati e senatori.
Fino a quando si continuerà ad utilizzare un falso interpretativo che sta quasi portando ad una riforma costituzionale con legge consequenziale da non potersi più scrollare d’addosso?
Se lo sarebbe chiesto anche Cicerone.

Pino Grimaldi

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