giovedì , Agosto 11 2022

Arrigo Boldrini: “senza le donne non ci sarebbe stata la resistenza”. “Le donne e la resistenza” by Maria Grasso

Quella delle donne è stata sempre una Resistenza “taciuta”, per il 25 aprile sento il dovere come donna e come italiana di scrivere di loro e voglio farlo innanzitutto riportandoVi delle cifre: le donne combattenti furono 35 mila e 70 mila di loro fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 vennero fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 nel dopoguerra vennero decorate di medaglia d’oro al valor militare (dati ANPI).

A loro la memoria non ha riservato molti posti d’onore, offrendone una rappresentazione parziale, un copione troppo al maschile. Ricordare queste donne domani mette fine ad un indebito privilegio che non ha più senso nei libri e nemmeno nella realtà.
Vorrei, insieme a voi, rendere omaggio alle partigiane che hanno fatto la storia di questo Paese, esistenze a noi sconosciute ma che hanno guadagnato la tribuna della Storia di questa Nazione. Donne che hanno saputo vivere le loro passioni difendendo i loro ideali, inseguendo il sogno della libertà anche a costo della loro stessa vita.
Mi piace pensare, scrivendo di loro, che non si sentissero donne fuori dal comune mentre affermavano idee rischiando la loro stessa vita, che non si sentissero eroine mentre portavano dispacci ai loro compagni in mezzo alle montagne.

Le loro armi spesso erano solo la determinazione, il coraggio e la forza con cui si si opponevano alla tirannide fascista.
Recenti studi storici hanno saputo conferire il dovuto risalto a quello che impropriamente viene definito “ruolo”, “contributo”, “partecipazione femminile” nella Resistenza Italiana.
L’impegno femminile, durante la guerra di liberazione, disconosciuto e poco noto si orientò verso due direzioni: l’una dettata dalla necessità fu quella di resistere e di dare assistenza ai partigiani attraverso molteplici attività materiali, dalla cura ai feriti, al trasporto di armi, munizioni e cibo, anche nelle zone più impervie, nei nascondigli dei partigiani, in mezzo ai monti, l’altra andava nella direzione dell’impegno politico.

Numerosissime donne di ogni estrazione sociale, operaie, studentesse, casalinghe, insegnanti, in città così come in campagna, organizzarono veri e propri corsi di preparazione politica e tecnica, di specializzazione per l’assistenza sanitaria, per la stampa dei giornali e dei fogli del Comitato di Liberazione Nazionale e per la divulgazione di stampa e volantini di propaganda a favore della lotta partigiana.
A rafforzare l’impegno politico femminile, durante la Resistenza c’è la testimonianza della costituzione di un organismo creato nel novembre del 1943 a Milano, da alcune donne appartenenti ai partiti del CLN (Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi e Rina Picolato, comuniste; Laura Conti e Lina Merlin, socialiste; Elena Drehr e Ada Gobetti, azioniste). Il gruppo che prese il nome di “Gruppo di difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà” a guerra finita contava al suo interno circa 59.000 donne.

Nel libro “Volontarie della libertà” di Mirella Alloisio e Giuliana Beltrami, emerge chiaramente l’impegno che attraverso i Gruppi Difesa Donna, le partigiane, iniziarono a manifestare. Il loro compito, in primo luogo, consisteva nell’allargare la rete delle aderenti cercando di avvicinare le donne e di spiegare loro quale importanza strategica poteva derivare dal loro coinvolgimento nella guerra di liberazione. Non possiamo certo affermare che sia stata l’incoscienza o l’ignoranza ad animare moltissime donne a far correre loro dei rischi inenarrabili pur di portare a compimento un’azione , la consegna di un messaggio in zone dove si nascondevano i partigiani spesso nascondigli pressochè irragiungibili.
Deve invece essere chiaro che le donne vivevano la consapevolezza di combattere per una causa giusta e che in numero considerevole parteciparono alla formazione dell’opposizione antifascista che fu il fulcro della guerra di liberazione.

A tutte loro va il mio grazie e la mia immensa gratitudine
Maria Grasso ANPI Enna


Le storie di due straordinarie partigiane  medaglie d’oro al valor militare che pagarono con la loro vita il loro impegno nella lotta contro il nazifascismo:


IRMA BANDIERA. Nata a Bologna l’8 aprile 1915, fucilata al Meloncello di Bologna il 14 agosto 1944, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Fu staffetta nella 7a G.A.P. dove divenne presto un’audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta.
L’ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: “Lì ci sono i tuoi – le dissero – non li vedrai più, se non parli”, ma Irma non parlò. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e poi la trasportarono ai piedi della collina di San Luca, dove le scaricarono addosso i loro mitra.
Il corpo di quella che, nella motivazione della massima onorificenza militare italiana, è indicata come “Prima fra le donne bolognesi ad impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà… “, fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via.

GABRIELLA DEGLI ESPOSTI. Nata a Calcara di Crespellano (Bologna) il 1° agosto 1912, fucilata a San Cesario sul Panaro (Modena) il 17 dicembre 1944, coordinatrice partigiana della Quarta Zona con il nome di battaglia di “Balella”, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.
Originaria di una famiglia contadina di idee socialiste, dopo l’8 settembre del 1943 Gabriella – assieme al marito Bruno Reverberi, aveva trasformato la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. La giovane donna aveva anche partecipato ad azioni di sabotaggio e, soprattutto, si era molto impegnata (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell’organizzazione dei primi “Gruppi di Difesa della Donna”. Fu proprio grazie all’opera di convincimento dei GDD che, nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. Nel primo pomeriggio del 13 dicembre, Gabriella Degli Esposti è catturata, nella sua stessa casa, da un gruppo di SS comandato dall’ufficiale Schiffmann e il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di martirio sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e uccisi. Prima di essere fucilata, Gabriella è seviziata orrendamente. Il suo cadavere viene ritrovato privo degli occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Il supplizio di Gabriella, che è stata proclamata Eroina della Resistenza, induce molte donne della zona a raggiungere i partigiani. È così che si costituisce il distaccamento femminile “Gabriella Degli Esposti“, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

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