venerdì , Maggio 7 2021

Sud Web Expo: il futuro dell’informazione. Appuntamento con i dubbi

Si è da poco conclusa Sud Web Expo, l’importante appuntamento che in Expobit, il Salone internazionale dell’innovazione tecnologica, è stato organizzato dalla realtà editoriale del mensile Il Sud e di BlogSicilia alle Ciminiere di Catania. Appuntamento cui anche la nostra redazione non ha voluto mancare. “Dalla carta al digitale, dal blog ai social network: come cambia l’informazione”, questo il delicato quanto affascinante argomento della mattinata. Il futuro della comunicazione, il fulcro dell’incontro, ha registrato ieri una vivace partecipazione di operatori dell’informazione,   chiamati ad interrogarsi sui possibili scenari imposti dalla velocità di sviluppo tecnologica e – ancora più urgente – dai mutati panorami socio economici. A moderare l’incontro, la competenza di Francesco Lamiani, direttore di BlogSicilia e – per l’occasione – punto di raccordo tra gli approcci delle diverse fonti. Un parterre di relatori degno di nota, quello che si è alternato negli interventi, che da posizioni diverse è giunto a una conclusione: la carta stampata non morirà. Forse versa in stato comatoso, ma se rivalutata rispetto ai new media e rinnovata nei contenuti avrà modo di salvarsi, con una nuova ragion d’essere. L’esperienza di Paolo Madron, direttore del quotidiano on line Lettera 43, è stata piena espressione di sintesi tra il buon giornalismo e le potenzialità democratiche del web, che ha consentito la nascita di “nuove figure professionali, come il social media editor: un surfatore capace di cogliere l’onda di interesse principale sui social network e viralizzare in rete i contenuti che il nostro giornale pubblica, consentendoci dei picchi di accessi notevoli”. Luca De Biase, esperto di new media, ha dato un valido suggerimento: concentrarsi sul pubblico.

Quanto state leggendo non si prefigge il nobile obiettivo di fare cronaca, ma di sollevare qualche (opportuna) riflessione che riguarda voi, in qualità di lettori, e noi, gli “addetti ai lavori”. Nel “mare magnum” delle notizie provenienti da più fronti grazie alla rete, lo spirito critico è d’obbligo. Voi, cari lettori, siete il punto di partenza e “approdo” finale. Voi dettate l’agenda delle priorità, nella pressante scarsità di tempo, di attenzione e rilevanza da attribuire ai contenuti. Questo, inesorabilmente, cambia il modo di “fare notizia”.

“La carta stampata deve recepire la concorrenza on line come stimolo” queste le parole di Andrea Lodato, inviato del quotidiano La Sicilia, che ha evidenziato la natura “libertaria” della rete. Basta una connessione flat, uno smartphone et voilà: da cittadino qualunque a spettatore della notizia o, meglio, a comunicatore. Dunque benedetto sia il mare internettiano, che secondo Lodato “liberalizza una professione”. In questa intersezione tra carta stampata e web, quest’ultimo diviene inoltre un prezioso veicolo di promozione avvalendosi dei principali social network, la nuova “agorà”.

D’accordo, il citizen journalism è senz’altro affascinante e, perché no, un valido strumento di supporto alla nostra attività (per questo non smetteremo mai di invitarvi a comunicare, sempre e comunque. Siate compartecipi!). Siamo però così certi che il problema sia la “liberalizzazione della professione”? e gli standard qualitativi che fine fanno? Senza voler offendere o danneggiare le velleità di quanti assistono a un evento e vogliono raccontarlo, una volta ci insegnavano che la verifica delle fonti è alla base dell’intero processo di newsmaking. Di fronte a un aumento esponenziale di contenuti possiamo diventare un’opinione pubblica più consapevole, o forse no. Potremmo, paradossalmente, credere agli asini che volano se non facciamo una scrematura delle notizie che riceviamo. E poi i blogger, oggi i blog sono un canale diretto. Mi chiedo: tutta ma proprio tutta la popolazione della blogosfera sa cosa sia la tutela della reputazione? E la Carta di Treviso (il protocollo che disciplina i rapporti tra informazione e infanzia) dove va a finire? Tutti, ma davvero tutti quelli che hanno qualcosa da dire attraverso un blog hanno un comportamento etico e responsabile? Ancora Lodato: “un blogger paga tanto quanto un direttore di un giornale”. La differenza, però, sta nella consapevolezza e nella cognizione di causa. Ѐ più opportuno parlare di web democracy, nella quale siamo sì comunicatori, ma teniamo ben distinta la comunicazione dall’informazione in senso stretto. I dubbi finora esposti hanno trovato nelle parole di Salvatore Carrubba, direttore del mensile Il Sud delle risposte: la qualità dell’informazione resta il fulcro. Certo, i new media hanno una diffusione capillare, ma l’assenza di flitri ne compromette la qualità. Aggiungo io: se la velocità di pubblicazione di una notizia diventa l’unico criterio vi fidate? “Attraverso la condivisione in rete le notizie non sono verificate e l’elevato quantitativo corrisponde a un’abbuffata, una bulimia alimentare che non fa bene”, una risposta – quella di Carrubba – che di certo non si “ingessa” nel conservatorismo o nella nostalgia della carta stampata. Anzi, un “restyling” sarebbe la tappa obbligata affinché i giornali – che creano “senso di appartenenza nelle comunità” – godano di nuovo lustro. “Meno generalista, più specifico” e magari complementare al web, a cui fornisce approfondimenti, chiavi interpretative. Dello stesso avviso si è mostrata Michela Giuffrida, direttore di Antenna Sicilia: “per la stampa la soluzione è proporre analisi, approfondimento”, una degna appendice utile alla velocità con cui il flusso informativo viene trasmesso. Mediazione dunque, ma da intendere come sinonimo di sinergia tra strumenti da “citizen journalism” e competenze giornalistiche: “facebook e twitter sono degli importanti veicolatori di notizie, ma sono i giornalisti che le analizzano”. Nel caso specifico dell’editoria televisiva, la crisi causata dal crollo degli investimenti pubblicitari, unita al digitale terrestre – che ha radicalmente modificato la fruizione da parte del telespettatore –, assume dimensioni apocalittiche: “quindici milioni di passivo per le piccole emittenti locali”. In uno scenario simile, ben vengano strumentazioni che a costi contenuti garantiscono un risultato ottimale: “ormai gli Ipad girano in HD”, ha concluso la Giuffrida. La crisi, dopotutto, se recepita nella sua etimologia greca, significa anche “scelta”: di farcela nonostante tutto, di reinventarsi per non soccombere. I romantici, gli amanti della carta stampata stiano pur certi: non ci saranno “aut aut”, ma un solo “et et” fatto di obiettivi condivisi e sinergie che consentano un giornalismo dinamico, in perfetta simbiosi con le nuove frontiere della comunicazione.

 

Alessandra Maria

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