giovedì , Maggio 6 2021

Antologia siciliana del ‘900 by Beatrice Vacirca

LIBORIO
Dopo la guerra del diciotto
la fame mi portò a fare il delinquente:
rubavo, saccheggiavo e vivevo in latitanza.
Tutto il ricavato finiva nelle mani di un fratello
che, da prestanome, acquistava alcuni beni,
neanche a dirlo, solo per suo conto.
Quando stavo per essere arrestato,
ci fu qualcuno che venne per “salvarmi”
e prima che arrivassero gli sbirri
mi facilitò si, la fuga, ma verso l’altro mondo.
Niente di me si seppe dopo
e nemmeno io spiegarvelo potrei.
Dopo, da questa tomba buia ho visto chiaro
e, guarda caso, ho il sospetto che c’avete voi:
quello, cioè, che il mandante,
sia stato proprio il caro fratellino
che salvarmi volle, così per dire,
dai guai che la legge avrebbe inflitto.
Piuttosto che restituire a me il bottino
pensò che togliermi di mezzo
sarebbe stato assai più facile
ma soprattutto assai più sbrigativo.

MARIANO
Per la malavita di mio fratello
io rimasi un poco sistemato.
Prima che lo arrestassero sparì
e molti pensano, ancora oggi, che fu opera mia.
Ora sappiate che se non spariva lui,
sarei potuto sparire io o, ancora più probabile,
si sarebbe aperta la galera per entrambi.
Perché finire come lui che era delinquente
io che avevo eseguito solo i suoi consigli?
Se fossi stato io, in ogni caso,
avrei portato bene a tutte e due:
uno tranquillo se l’è goduta,
e l’altro ha saldato il conto con la legge,
in una sola volta ma valido per tutte.

FRANCA
Dolce, saggia e ubbidiente
ero il gioiello della mia famiglia.
Assecondata e accudita oltre ogni dire
quando mi portavano a passeggio
con deferenza tutti mi guardavano.
Poi mi sposai con un poliziotto,
anche se nullatenente,
che la divisa barattava
con chi più roba aveva.
Lasciò la bella fidanzata
perché a conti fatti
di più gli convenivo
in quanto figlia unica perciò unica erede.
Con quella divisa si pensava,
fosse adatto per avermi cara,
invece mi sposò soltanto per la roba,
e per quella, tutti i giorni, batteva sul mortaio.
Presto incappai nella lenza depressiva
che sempre più vita e sorriso mi negava.
Allora un giorno in cui si dice
che una goccia fa un vaso traboccare
pensai che un bel salto dal balcone
mi avrebbe per sempre liberata
da ciò che la vita era divenuta.
Ora, ma questo non è detto,
capirà cosa aveva tra le mani,
uno che indossava la divisa
non per l’intrinseco valore
ma come spesso accade,
per dar valore a quelli come lui
che di valore neppure un briciolo ne hanno.

LUIGIA
Che in gioventù io abbia avuto qualche amore
non lo escludo, mentre escludo con fermezza,
che ne sia rimasta traccia dentro al cuore e nella testa.
Durante la guerra tanti padri di famiglia,
non avendo neanche un chiodo per togliersi la fame,
al “passo” si mettevano,
mentre altri vendevano al mercato nero.
Alcuni rubavano, taluni si arrangiavano,
soverchiati da soprusi e vessazioni,
come succedeva in quei tempi disperati.
Io, essendo donna, per creanza,
dovevo aspettare che un marito
mi prendesse, santa e giusta,
prima per sfamarmi e dopo comandarmi.
Poco la cosa mi piaceva a dire il vero
e così, impaziente di vera autonomia
un bel dì pensai che sarebbe stata cosa onesta
assecondare i miei istinti
che ritenevo sacrosanti.
Una mattina all’alba indossai i pantaloni,
misi un tasco sulla testa e presi un treno per Catania.
Mi convinsi che, aspettando il miglior tempo,
potevo partecipare di tanto in tanto a quella fiera
vendendo un po’ di grano, di farina
e un po’ di tutto quanto capitava.
Trafficavo indossando i pantaloni
che agli occhi della gente mi faceva mascolina,
e perlomeno non portavo in tentazione
tutti i veri maschi che incontravo.
Di giorno rimettevo la mia gonna
e, come niente, vivevo indisturbata
quella “doppia vita” in volgare definita.
Ma un giorno il maresciallo
mi fece convocare nell’ufficio,
dicendomi di scegliere per sempre
se tenere la mia gonna o passare ai pantaloni.
Non mi vergogno proprio niente,
a dirvi che mi fece un gran favore
perché da quel momento “uomo” diventai
senza bisturi e senza operazione.
Anche sguardo e atteggiamento dovetti ritoccare
per sembrare uomo come, e forse più, di tanti altri.
Ma il paese, si sa, non perdona
chi trascende dal canonico costume
e perciò un giorno si e l’altro anche,
lottavo con chi provava gusto a beffeggiarmi.
Sapevo come fare con chiunque mi insultasse,
e mi difendevo, per fortuna senza alcuna soggezione,
con pugni e calci quando a parole non riuscivo.
Avevo un asinello, una vigna, e tutti i ferri del lavoro;
se qualche ubriacone voleva molestarmi
niente paura, tiravo fuori il mio coltello
e la paura piuttosto finiva addosso a lui.
Perciò, sparsa la voce,
chi si presentava avanti a me
doveva farlo ad armi pari: da uomo a uomo.
Un giusto vanto mi devo riconoscere:
essere stata la prima donna al mondo
a rivendicare, e ottenere, la parità dei sessi
sconfessando la finta debolezza femminile,
e non certo per quell’insulsa cosa detta moda.

STEFANO
La mia figura distinta,
il portamento di una classe nel paese raro,
e lo sguardo perso in dolenti pensieri,
facevano di me una persona senza uguali.
Avrei potuto fare stragi tra il fior fiore
dei cuori femminili senza mendicare,
se nel mio animo non fosse albergato
l’inferno del contrasto proibito.
Nella carica politica che ho avuto
ho lasciato come incisa tra le pieghe,
un’impronta nella storia del paese
che ancora oggi viene rievocata.
Ho combattuto rivali e malviventi
dimostrando un diniego naturale
per corruzione, accordi e compromessi.
Non guardavo dall’alto mai nessuno,
e del mio saluto fin le pietre si pregiavano:
spinto da una sensibilità che mi differenziava
trovavo che, molto spesso,
l’operaio vale più di un proprietario.
Il mio nome, ieri come oggi,
resta sinonimo di impegno scrupoloso
che, usato come esempio son convinto,
darebbe al mio paese l’agognato beneficio.
Anche se una violenta morte mi ha rapito,
mai la mia giovane esistenza sarà scordata
e grazie a voi, tra le viscere di questa nuda terra,
ci sarà sempre il calore di una luce che mi conforterà:
quella del vostro imperituro affetto.

SARO
Ero membro dell’omertosa società del malaffare
e nell’intrigo dovevo compiere dei delitti.
Ma il diavolo forse non fu dalla mia parte
e la “missione”, ancora in bozza, fu svelata.
Ora toccava ai miei “compagni”
ricambiare la bella cortesia,
mettendomi bersaglio nel mirino
della loro imboscata stabilita.
La paura nel pieno della giovinezza
è sempre più forte della semplice ragione,
così prima di cadere nella trappola sicura
caricai il fucile e per prima ammazzai Carmela.
Era la mia bella (forse non solamente mia)
lussureggiante come un campo di spighe al sole,
con lunghi capelli assai corvini
e la bocca di fragola e papavero.
Con i killer che mi davano la caccia,
non restava che puntarmi addosso la doppietta,
pensando di raggiungere Carmela,
in quel pianeta…come dire… più benigno.
La mia morte fece eco e non sorpresa,
perché tanti si aspettavano quel finale
sapendo che, prima o poi,
non potevo non chiudere che in quel modo.

CARMELA
Ero sposata, esuberante, separata e venivo da fuori.
Con questi “particolari segni”
è facile intuire, nel ’50,
con che titolo mi si classificava.
Attiravo l’attenzione
per i miei capelli neri
per la bocca di papavero
e un sorriso predisposto.
Lavoravo nella masseria
e più per protezione che per amore,
la favorita di Saro,
senza moglie e senza zita, diventai.
Condivideva con me
ogni brutto e bel segreto
e proprio in quei giorni,
inquieto e travagliato,
mi raccontava come bello sarebbe stato
ammazzare tutti, ma proprio tutti,
i suoi “compagni di merende”.
Io conoscevo qualche nome e certe mosse
e, visto la relazione mai celata,
per proteggermi da probabili pressioni,
ha preferito farmi fuori e buona notte.

ANTONIO
Andai in America per “farmi” quattro soldi,
lasciando la mia bella mogliettina,
scoperta come una fogliolina al vento.
Ma il possidente prepotente,
come tutti concordavano,
dopo averle messo addosso gli occhi,
senza ostacolo, per la logica che da cosa nasce cosa,
di lì a poco le mise addosso anche le mani.
Io, avendo ricevuto la soffiata,
tornai per rivendicare il mio diritto.
Ma prima che al progetto dessi il via,
vi fu chi mi volle anticipare,
aspettandomi in un agguato congeniato
per almeno due pallottole farmi dono.
Una vera fortuna per la bella mogliettina,
divenuta vedova proprio quando lo aspirava.
Io non so chi mi abbia eliminato
e forse non lo sa la bella Margherita,
ma il possidente, senza tanto dubitare,
lo sa meglio di me, di lei,
di voi e chiunque altro, certamente!

MARGHERITA
Rimasi sola e indifesa come foglia al vento
quando un uomo benestante si invaghì di me.
Subito mi sentii in mortal peccato
e pronta mi sentivo per la penitenza.
La fortuna la devo indubbiamente
alla mia bellezza accompagnata,
come tanti davano riscontro,
anche alla saggezza che gentile mi rendeva.
Poi il destino che sempre ne fa tante
quando mio marito tornò dagli U.S.A.
per riprendermi con sé,
fu preceduto da una misteriosa morte.
Così divenni la moglie
rispettata del ricco proprietario,
al quale diedi figli benedetti
e per la vita gli rimasi accanto.
Non posso certo lamentarmi
se faccio il paragone con faccende simili
finiti, come tutti sanno, in ben diversi modi.

TANUZZA
In casa mia bisogno di bisogni non ce n’era,
poiché il bisogno era proprio quello
che mai da noi si allontanava:
bisogno di pane, vestimenti, medicine
(senza andare nel superfluo)
e di tutto ciò che occorre per lo sbarco del lunario.
Perciò a far la serva fui mandata
quand’ero ancora adolescente
e “come fu come non fu, fatto sta…”
di solito si dice,
mi ritrovai senza la mia verginità.
Sapete anche che in paese
persa quella perdi tutto
e un possibile marito specialmente.
Continuando il mio lavoro di servizio,
alla fine uno che mi volle maritare lo trovai,
a patto che accettassi senza fare tante storie,
la sua anzichenò, età avanzata.
Ancora una volta “come fu, come non fu, fatto sta…”
(stavolta per libera scelta e non solo per disgrazia)
anche un amante riuscii a reclutare
che di un po’ di gioia mi beneficiava
o, almeno a me così pareva.
Per far sentire a lui la mia riconoscenza
giunsi fino a regalargli un’auto
per sollevarlo dalla fatica nell’incedere
dato, poveretto, ch’era un po’ claudicante.
Ma l’infame (per essere educata e non voler dire altro)
avuto il bel regalo, come “a zita di traina” mi lasciò
forse a causa proprio di quell’auto,
che un tocco d’importanza in più gli offriva.
Ora con schiettezza dico che
non mi misi a rovistare nella testa
per cercare un’esemplare punizione
(si, proprio quella che la legge spesso ignora),
e quando lo vedevo sulla (mia) macchina scorazzare
mentre avevo ancor le rate da pagare,
fu una sola la soluzione che mi sembrò adeguata:
freddarlo, meglio oggi che domani,
per spedirlo là, dove scontar poteva i suoi peccati,
e facendomi il favore già che c’era
di scontare anche tutti quelli miei.
Così finii dentro nei vent’anni successivi
in completa assenza di cordoglio o pentimento;
stando al fresco potevo quantomeno,
e senza doverlo guadagnare,
mangiare, bere, e persino riposare.
Uscita che ne fui ripresi il mio servizio,
presso le famiglie che fiducia ancora avevano,
dando, di nuovo e sempre ai più maligni,
l’impressione di tornare a elargire
quei “certi” miei favori ai richiedenti.
Adesso ch’è finita, voi cosa ne pensate:
un po’ di alibi me la concedete?

DIEGO
Facevo parte di un’integerrima famiglia
e per educazione avevo i modi signorili.
Quando vidi LEI (la forestiera),
aggirarsi nei pressi a me d’intorno,
la tenni d’occhio finché scoprii, senti senti,
che alla categoria di “quelle” apparteneva.
Come tale cominciai a frequentarla
senza mai capire che corpo e anima,
non avvezzi a certe violazioni,
senza scampo vi restassero impigliati.
Non per molto resistetti a quella fatta,
per le mie notti impregnati di tormento,
perciò la sera che raggiunto avevo il colmo,
come impazzito afferrai la calibro vent’otto.
Mi appostai nell’angolo propizio,
presi la mira e feci fuoco senza indugio,
uccidendo la donna che amavo tanto,
e con lei tutto ciò che di me era padrona.
Al processo ebbi le attenuanti
per restare dentro soltanto pochi anni
ma in paese mai più volli tornare
per rifarmi una vita in continente.
L’onta del passato, tuttavia,
come la stizzana percia a petra,
giorno dopo giorno il viso mi scavava,
impedendomi per sempre
di mostrare i denti in un sorriso.

MARIANNA
Io ero tra le belle dette “quelle”
con in più il mistero della provenienza.
In paese ero tra le più “quotate”
da uomini che cercavano la primizia.
Non che guadagnassi una fortuna,
visto i tempi che affogavano di indigenza,
ma certo da vivere me lo guadagnavo
pur selezionando uno ad uno i miei clienti.
Diego era quello che brillava in gentilezze,
che si distingueva in comportamento e,
unico tra tanti, tutto il mio bene avrebbe meritato.
Ma non potevo diventare proprietà privata
di un uomo troppo onesto che andava sempre a messa,
che alla sua famiglia doveva dare conto
di ogni passo, di ogni mossa
e di ogni decisione dritta o storta.
Già mi ero liberata della mia
che felicemente avevo abbandonato
per diventare, finché c’era giovinezza,
libera donna e donna emancipata.
Diego voleva scappare dal paese
sognando insieme a me un nuovo mondo,
ed io che prendere sul serio non ambivo,
per quell’illusione lo deridevo quasi.
Sotto sotto col rifiuto aiutare lo volevo
a salvaguardare la sua reputazione
sapendo bene a cosa andava incontro
con una come me dallo stile a lui avulso.
Quando capì che non ero redimibile,
dopo un litigio seguito da un ultimatum
una sera senza preavviso
con un messaggio fulminante mi raggiunse:
una pallottola calibro 28,
al centro del mio petto dritta al cuore,
che mutò la mia “divertente” vita
in quella cosa brutta che è la morte.

FILIPPA
Vedova con quattro figli,
per sfuggire alla sua e alla nostra fame,
mia madre si risposò.
La mia salute delicata, però,
la convinse a mettermi all’orfanotrofio
per avere garantito almeno il pane.
Già a sei anni ero un’abile ricamatrice
e le “pie” suore, ricavandone buon introito
mettevano i cuscini sulla sedia
per farmi giungere al telaio orizzontale.
Con esso ho fatto coppia fissa indivisibile
al punto da essere rimasta con il corpo di bambina,
deformato nell’incastro, da una costante posizione.
Non conobbi giochi, né gioie, né amore:
vivevo in casa con le allieve
interi giorni china sul telaio.
Al di là della mia porta ignoravo l’esistenza
di ogni voce, immagine e stagione.
Con le manine fragili e sapienti,
ricamai per ricchi e benestanti
e maestra fui di tante signorine
che di madre in figlia allestivano i corredi.
Maneggiai lini e sete di gran pregio
e nemmeno di uno scampolo fui mai padrona.
Nei cassetti avevo solo rude tela
e ho dormito sempre nel ruvido cotone.

ANGELINA
Ricamavo con finezza
e cantavo con voce appassionata
l’amore che nutrivo per Umberto.
Anche l’anima traboccava di passione
e volevo fosse sua o di nessuno.
Ma quando un mio fratello
gli chiese “che intenzioni hai?”
lui non passò più sotto la finestra
e non lo vidi più nella mia strada.
Così cominciai a languire
consumando sogni e giovinezza
nelle lunghe e bianche notti solitarie.
Il colpo di grazia in più lo devo alla “spagnola”
che impietosa mi trasformò il viso
facendomi ogni volta inorridire
quando lo specchio me lo rifletteva.
Si spense così la mia esile speranza,
che mi tolse le forze e l’appetito
aprendo la porta a quel calvario
che in modo irreversibile segnò la fine .
A soli ventisei anni,
con dolorosa lucidità e coscienza,
abbandonai la luce della superficie
per inoltrarmi nel buio di questo sottosuolo.

UMBERTO
Angelina mi amava con purezza,
ma io ero ebbro di conquiste.
Mentre la corteggiavo seducevo una minorenne
che in prigione mi portò per breve tempo.
Subii anche un attentato
da una sedotta e abbandonata
che però non riuscì a fare centro
e con un medicata ne uscii alleggerito.
Malgrado tutto, essendo affascinante,
non fu difficile sposare la raffinata Gina
che il meglio delle aspirazioni figurava.
Finita la mia vita, mia moglie snobbò il paese
per portare le mie figlie,
dotate di vivace intelligenza,
nella città di mare a vivere e studiare.
Castigo per le avventure mie?
Così insinuò qualcuno.
Le mie figlie in tal città si son smarrite
e Gina ne è morta di dolore.

GINA
Volevo consacrare la vita intera al mio Signore
ma la salute il compito non mi facilitava,
con il dottore che ogni volta mi diceva:
“Una donna in carne e ossa ha bisogno
di stare con un uomo in carne e ossa”.
Sposai Umberto e i figli che arrivarono
li potei educare con i metodi a me più congeniali.
Rimasta vedova, reputai il paese poco adatto,
e nella città di mare li portai per averli ancor più dotti.
Ma il freno di quel padre che a mancare venne
innocentemente li fece scivolare
a poco consigliabili frequenze.
Quando mi sfuggì di mano tutta la faccenda
maledissi il giorno che
al “livello alto” li volli trascinare.
Con la consunzione della mia vita ho pagato
la morbosa ambizione su di loro riversata.

VINCENZA
Avevo un marito violento e malandrino,
malmenava me e, se capitava,
anche la sua bella mantenuta.
Per questo andazzo Rosetta,
mia figlia, a sedici anni
prima si ammalò e dopo ne morì.
La mestizia che mi prese
bloccava ogni sorriso
nel volto sempre chiuso
dentro il nero dello scialle.
Lui era una guardia giurata
al servizio della polizia,
ed essendo un fedele informatore,
si guadagnò anche il titolo di “spia”.
Finché una notte, per cose poco chiare,
o per vendetta, nella casa di campagna fu accerchiato
e appena si affacciò insospettito,
con un colpo e anche più, fu liquidato.
Chi fosse stato a fargli quel regalo
che lui, così si disse, ne era degno,
nessuno lo seppe mai e il caso, senza alcuna meraviglia,
venne prontamente archiviato.
Da allora, e voi mi scuserete,
nella testa una domanda balenò:
perché non ammazzarlo prima?
Senza di lui, invece che sotto terra insieme a me
la mia Rosetta sarebbe ancora viva tra di voi.
Ne sono certa.

ROSETTA
Che mai potevo fare se ero figlia di quel tipo
che poc’anzi mia madre ha “presentato”?
La mia adolescenza trascorreva
tra il pianto della mamma,
per la condotta di mio padre,
e la tirannia di mio padre
che su noi spadroneggiava.
Un amore, un fidanzato
era più che impossibile da avere
per i pregiudizi su certi genitori
che sempre sui figli ricadevano.
La salute, malgrado le attenzioni della mamma,
divenne tanto labile da non porre ostacolo
alla tisi che mi invase indisturbata,
conducendo per la mano la mia vita
verso la fatale, inesorabile scomparsa.

PINA
Lo splendore dei miei diciotto anni
fu adombrato dall’irruzione in casa mia
di un vecchio ubriacone
che tentò di abbracciarmi.
Nonostante le mie urla
facessero accorrere i vicini
e scappare lo screanzato,
la mia reputazione fatalmente si incrinò.
Grazie all’ambizione di riscatto,
rimediai sposando il ricco e vecchio zio senza figli,
per essere in futuro la padrona
salvando futuro nonché valutazione.
Strano come da ricca vedova,
si può trovar marito
più che da signorina con un seppur lieve “neo”.
Spesso la forza del denaro
simile ad un intervento estetico,
cancella rughe, segni e ogni macchia.
Il male, è cosa vera per fortuna,
non sempre viene solo per far male.



Beatrice Vacirca Arena è nata a Valguarnera nel 1943. Dopo il matrimonio è andata a vivere a Torino. Dieci anni dopo si è trasferita nella collina torinese, dove ancora risiede. Ha tre figli sposati e tre nipotine. La passione per i libri è stata viva sin dall’infanzia e con la lettura ha avuto un rapporto d’amicizia stretto, autentico, di quelli che non deludono mai.
Nel 1998 ha pubblicato presso la GET di Torino “CU NESCI RINESCI”, ristampato tre volte, premiato al concorso “Orso di Biella”, uscito, nel 2009, in seconda edizione, da Bonfirraro Editore.
Tutto ciò che esce dalla sua penna non è mai frutto di fantasia quando piuttosto di una attenta analisi della realtà nelle molteplici sfaccettature dei destini individuali.
In questa “Antologia” infatti, sulla falsariga di “ANTOLOGIA DI SPOON RIVER” di Masters, racconta sinteticamente personaggi che ha conosciuto di persona e non.

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