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“Storia di un brigante“ by Nino Savarese

Michele Galardo è il protagonista di “Storia di un brigante“ un racconto di Nino Savarese pubblicato nel 1931 dalla Casa Editrice Ceschina e ripubblicato nel 1985 nelle edizioni Vallecchi. La storia è ambientata in una terra povera del sud, il lettore vi potrà riconoscere facilmente il paesaggio dell’entroterra siciliano e vi sono descritte le diverse anime della società nella metà del 1800, la classe operaia degli zolfatari, i contadini, i campieri a guardia del latifondo, i baroni e i vari notabili di paese ed i briganti che scorazzavano nelle campagne e terrorizzavano i ricchi del tempo.

Il brigante Michele Galardo è un brigante suo malgrado, non tanto per scelleratezza d’animo, ma perchè vittima dell’avidità dei parenti e soprattutto per via del carattere chiuso e scontroso che mal si adattava alle convenzioni sociali e bramava una libertà intuita, cercata e mai trovata se non nei momenti di conforto con la natura e nella vita nei campi. Una ricerca amara, triste che approda inevitabilmente alla sua tragica conclusione. A pagina 188 del libro si legge: “Negli ultimi momenti non staccò mai gli occhi dalla macchia di sambuco, che dal punto in cui era seduto, gli si scopriva intera e vicina. Che cosa vedevano i suoi occhi, vicini a spegnersi, in quella cavità di foglie che addensava in quel punto dell’orto un’ombra nera e profonda?”.



Nino Savarese. Nato ad Enna, allora Castrogiovanni, l’11 settembre 1882, Nino Savarese narratore e saggista fu influenzato da un clima culturale che mirava a rinnovare la cultura italiana, reagendo al positivismo in filosofia e al dannunzianesimo in letteratura.
Visse la sua fanciullezza tra il podere di San Benedetto e la città di Enna Tra il 1905 e il 1908 si trasferì a Palermo e scrisse il suo primo dramma in dialetto siciliano “Massaru riccu”,
Nel 1909 decise di trasferirsi a Roma assecondando la sua sete di cultura, il riacutizzarsi delle sua ambizioni di scrittore ed il bisogno sempre più pressante di vivere lontano dalla famiglia da cui non si era mai sentito compreso.
Tra il 1909 e il 1915 Savarese visse la sua prima esperienza romana, interrotta da continui ritorni ad Enna, dovuti a problemi finanziari.

Durante uno di questi viaggi incontra Maria Savoca, discendente da una delle famiglie più ricche della borghesia commerciale siciliana sua futura moglie.
Nel 1927 fonda il periodico “Lunario Siciliano” a cui collaborarono autorevoli firme dell’epoca quali Aurelio Navarria, Arcangelo Blandini, Emilio Cecchi, Telesio Interlandi.

Nonostante l’ottimo avvio la sede del periodico venne trasferita a Roma nel 1928 e vide la collaborazione dei più grandi nomi della letteratura italiana dell’epoca, quali quelli di Giuseppe Ungaretti, Vitaliano Brancati, Elio Vittorini, Silvio D’Amico.

Il suo contributo al cinema risale al 1940.
Egli intendeva realizzare un film sull’opera di frazionamento del latifondo, l’appoderamento e la creazione di borghi o centri rurali di servizi pubblici che il regime aveva avviato in tutta l’isola.

Il testo intitolato “Motivi per un film sulla Sicilia di ieri e di oggi” costituisce la testimonianza del lavoro svolto da Savarese in cui sono evidenti i primi segni della sua posizione nettamente antifascista, che si evince dalla descrizione della povertà e del dramma sociale dei contadini siciliani e della loro diffidenza innata nei confronti dello stato.

Il soggetto “Giornate di Lavoro” trovò la disapprovazione dei dirigenti fascisti, rimasti delusi nelle loro aspettative di leggere nel testo una sorta di propaganda del regime.

Le sue migliori sperimentazioni in ambito teatrale risalgono al 1943, spicca tra tutti “Il Figlio della Pace”, dove espresse il suo amore per la campagna, qui insito nel suo rimpianto di una vita sana di un mondo naturale, semplice, di una comunione ideale tra uomo, terra, animale e cielo in cui al valore del ritorno alla natura e di un distacco dalla vita di città e dalla scienza, si coniuga la rappresentazione idealistica di una società senza servitù né povertà e che sconosce parole quali «avarizia, invidia o furto» .
Morì a Roma l’8 Gennaio del 1945 a soli 63 anni.

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