venerdì , Maggio 7 2021

Q- Borghese. U come Uranio

Lettera in redazione da parte di Arturo Giunta: vorrei porgerVi delle riflessioni a proposito di un’affermazione contenuta nell’ultima uscita della Vostra pregiatissima rubrica Q.
Lungi dal voler riaprire la propaganda referendaria dell’anno passato, o dall’offrire un ennesimo contributo alla “SEN” (Strategia Energetica Nazionale) la cui discussione è stata di recente lanciata dal Governo, il mio intento è quello di chiarire qualche aspetto della questione energetica che, per quanto ne sappia, è stato tralasciato dai media generalisti, permettendo così il periodico risorgere di argomentazioni pro-nucleare di dubbia verità.

Il passo in discussione tratto dall’articolo “Q – ITALIA CHIAMA ARGENTINA. Dalle 5 Stelle alle stalle del Cavaliere” è questo:

“… importiamo la metà dell’energia di cui abbiamo bisogno e non saremmo in grado prima di dieci anni di fare fronte alle nostre necessità (sempre se siamo disposti a costruire le centrali nucleari…)”.

Pare che in questo brano venga “ventilata” l’idea che la dipendenza energetica italiana sia destinata a finire qualora si usasse la tecnologia nucleare per la produzione di energia elettrica. Se è così, mi sembra una presa di posizione del tutto discutibile.
In primo luogo per il semplice fatto che l’Italia non è dotata di miniere di uranio. Quindi non cambierebbe niente: solo, al posto di importare petrolio si importerebbe uranio.
Inoltre, mi pare evidente che, una qualsiasi disponibilità di uranio – ai fini della citata indipendenza energetica nazionale – dovrebbe essere vincolata alla gestione pubblica. Altrimenti, legando l’estrazione ai pur legittimi interessi di un’azienda – magari straniera o addirittura extraeuropea – non si darebbe nessuna indipendenza.
In secondo luogo, occorre riflettere su una sostanziale differenza tra le centrali a petrolio (o a gas o carbone) e le centrali nucleari.
Se nelle prime viene bruciata una materia prima liberamente accessibile sul mercato, per il funzionamento delle seconde è necessario invece estrarre l’uranio dalle miniere e poi farlo passare per un processo detto di “arricchimento” (il medesimo procedimento che si utilizza per ottenere il materiale da impiegare nella costruzione delle bombe nucleari).

Pertanto se anche l’uranio fosse disponibile sul mercato, di sicuro non lo sono i macchinari che ne permettono l’arricchimento, sotto stretto controllo militare come ricordato dal prof. Zichichi. Valgano da esempio i tentativi dell’Iran di sviluppare una propria filiera nucleare, bloccati dalle reazioni negative della comunità internazionale che in realtà teme lo sviluppo bellico della repubblica islamica.
Si può affermare senza tema di smentita che tali tecnologie sono nella esclusiva disponibilità dei paesi vincitori della seconda guerra mondiale, o di quelli da loro autorizzati, dietro pagamento o altra contropartita, a detenerla. Tutti gli altri Stati sono, quindi, costretti a comprare l’uranio arricchito da questi.
Facciamo i conti della serva: i paesi produttori di petrolio sono poche decine, i paesi detentori delle tecnologie di arricchimento poche unità. Nel liberarsi dal giogo di pochi per sottostare a quello di pochissimi, quanta indipendenza energetica guadagneremmo? E inoltre, siamo sicuri di ottenere un prezzo migliore in un mercato fatto da un numero minore di fornitori?

Quanto detto mi pare sufficiente a respingere l’ipotesi del ricorso alla tecnologia nucleare. Se un giorno sarà necessario, a parità di equlibri politico-militari, non sarà né autonomo né indipendente ma, appunto, solo una necessità.

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news di riferimento:
Q – ITALIA CHIAMA ARGENTINA. Dalle 5 Stelle alle stalle del Cavaliere

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Non ho il piacere di conoscere Arturo Giunta, ma mi sembra giovane e certamente è una persona intelligente, perciò salterò i preamboli e andrò al sodo.
Non intendevo assolutamente promuovere il nucleare, anzi lo usavo come argomento deterrente a una soluzione autarchica, ritenendo comunque la scelta nucleare difficilmente praticabile (“sempre che…”).
L’indipendenza del nostro paese, sia essa energetica, economica o politica, non credo sia il primo risultato da propugnare in una visione europeista del futuro, che va nel verso contrario.
La mia affermazione va inserita in questo contesto volto ai rapporti con l’Europa, ai rapporti economici e politici (ed energetici) oggi in atto. Implicitamente parlavo del fatto che importiamo comunque energia dalla Francia (che è paese dell’Euro-zona) o dalla Svizzera (che è peggio dal punto di vista bancario) perché costa meno di quella che produciamo noi, etc… e scegliendo di uscire dal contesto comunitario eravamo con le spalle al muro per un bel po’ di anni!
Non intendevo perciò affrontare il tema energetico e, ancora peggio, trovare nel nucleare una soluzione.

Chiarito questo, si aprono altre riflessioni, di natura generale o particolare, estranee al mio articolo ma che servono a puntualizzare certe affermazioni del nostro interlocutore.
Lasciamo perdere il fatto che la Germania e il Giappone hanno perso la guerra ma non sembra che abbiano subito gravi contraccolpi politico-economici dal ricorso al nucleare; la Germania ha deciso di abbandonare il nucleare e, anche se non ha i nostri problemi economici, si è posto un primo traguardo al 2022 (i dieci anni di cui parlavo).
Parlavo di nucleare solo perché il rendimento è elevato e le tecnologie sono alla portata di qualsiasi università italiana. La Germania può fare ricorso al mare del Nord per gli impianti eolici off-shore che noi non possiamo permetterci per problemi logistici, paesaggistici e ambientali e per gli stessi motivi non credo che l’Italia possa permettersi un significativo incremento dell’eolico terrestre. Anche il fotovoltaico ha attualmente dei limiti nei problemi di desertificazione delle nostre campagne e nella scarsa efficienza delle attuali tecnologie. Le biomasse riscaldano e inquinano quanto e più del gas o del petrolio (emissioni inferiori solo al carbone, mi pare). Per i usare i rifiuti dovremmo avere una strategia chiara sul da farsi (discariche, inceneritori, riciclo) e non mi pare che ce l’abbiamo.

 

Se vogliamo affrontare il problema in maniera concreta e non ideologica, è invece nel campo dell’innovazione (stoccaggio dell’energia diurna, tecnologia e rendimento delle centrali soprattutto di quelle “rinnovabili”, risparmio energetico complessivo e sostenibile delle abitazioni, delle città e delle industrie) che si giocano le nostre vere alternative. E se fossimo un po’ più lungimiranti ci concentreremo nella ricerca in questi campi.
Perciò, sono d’accordo con Giunta: speriamo che non ci sia mai la necessità del nucleare.

Q – Giorgio L. Borghese
glborghese@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

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