domenica , Settembre 26 2021

Mito. Demetra/Cerere e (K)Core/Proserpina

Enna: tremila anni sulla rupe
Enna sorge a quasi mille metri sul livello del mare. Per l’ubicazione al centro della Sicilia, per l’altitudine, per la posizione strategica, le fu attribuito l’appellativo di Urbs inexpugnabilis, ‘città inespugnabile’. Secondo i ritrovamenti archeologici il popolamento del sito risale almeno al Neolitico. Per la tradizione antica, i primi abitanti furono i Sicani, a cui seguirono i Siculi, che intorno al XII-XI sec. a.C. invasero la Sicilia. Con l’arrivo dei Greci (Vili sec. a.C.) Enna fu presto colonizzata, entrando nella sfera d’influenza di Siracusa. Fino al III sec. a.C. fu una città prospera, anche perché divenne il centro del culto di Demetra e Core. Quando Roma conquistò l’isola, subito dopo la vittoria su Cartagine alle isole Egadi (241 a.C.), il primo presidio romano si stanziò nella città al comando del console Lucio Pinario.
Una strage di ennesi
Resta famoso l’episodio, narrato da Tifo Livio (libro XXIV), della strage degli ennesi che non volevano accettare l’imposizione del giogo romano, consumata nel teatro della città. Altro avvenimento di spicco fu nel 135 a.C. la rivolta degli schiavi guidata da Euno, un siro della città di Apamea, che si proclamò re di Sicilia, facendo di Henna il centro delle sue operazioni. Assediati dalle truppe romane, Euno e i ribelli furono costretti alla resa.
Dopo i Romani: ancora una storia prestigiosa.
Dopo la caduta dell’impero romano, nel 476 d.C., e con la riconquista di Giustiniano, imperatore d’Oriente, Enna rimase sempre roccaforte di difesa. Con l’arrivo degli Arabi, nel IX secolo, conobbe un periodo di benessere e fu chiamata Casrjani, storpiato poi in “Castrogiovanni”. La conquisto normanno-sveva, specialmente sotto l’illuminata guida di Federico II, portò la Sicilia al massimo splendore. Alla morte dell’imperatore svevo (1250), seguì un periodo di confusione, e soltanto con Federico III d’Aragona, incoronato nel 1296, Enna ritornò un centro importante. La conquista spagnola nel XVI secolo non contribuì al miglioramento dell’isola. Il secolo XVII fu per Castrogiovanni un periodo di rinascita. In seguito la città seguì le sorti di tutta l’isola che rimase sotto il dominio borbonico fino all’Unità d’Italia. Il 6 dicembre del 1926, Castrogiovanni fu elevata a capoluogo di provincia; il 27 ottobre 1927, con regio decreto, le venne conferito l’antico nome di Enna. (A.C.)

Demetra e Core/Persefone -Il successo di un mito
di Serena Raffiotta

Nella mitologia greca, Demetra è la dea della terra coltivata e delle messi, identificata a Roma con la divinità agricola Cerere. Figlia di Crono e Rea, dalla sua unione con Zeus nacque Core/Persefone (la Proserpina dei Romani).
Il mito e il culto di Demetra sono strettamente legati a quelli della figlia Persefone; le due dee, protagoniste dei Misteri Eleusini, sono infatti note come “la coppia divina”.
Secondo il mito, la giovane Persefone raccoglieva fiori insieme alle Oceanine (sulle sponde del lago di Pergusa, vicino a Enna o, secondo una diversa tradizione, sul campo niseo, presso il monte Nisa) quando venne rapita da Ade (Plutone per i Latini), signore degli inferi, che la trascinò con sé nell’oltre-tomba.
Lo straziante grido di Persefone giunse fino a Demetra che, addolorata, corse a cercare la giovane figlia, errando invano nove giorni e nove notti per tutta la Grecia con due fiaccole accese. Conosciuta dal dio Elio la sorte della figlia, la dea venne colta da un più acuto dolore e decise, finché non avesse riavuto Core, di abbandonare le sue funzioni divine, rifugiandosi ad Eleusi, dove ricevette una calorosa ospitalità.
Preoccupato per le sorti dell’umanità a causa della terribile sterilità della terra provocata dall’ira di Demetra, Zeus ordinò ad Ade che liberasse Persefone, restituendola alla madre.
Ade acconsentì, ma il suo permesso non sarebbe servito a tanto: la giovane sposa, ignara delle conseguenze, aveva infatti mangiato un chicco di melograno, legandosi per sempre al regno dei morti. Non rimaneva altro che raggiungere un compromesso: per intercessione di Zeus ed Kermes, si concordò con Demetra che Persefone avrebbe insieme a lei trascorso una parte dell’anno sulla terra e il resto con lo sposo negli inferi.
La dea si impegnava da parte sua a far nuovamente germogliare i campi.
Fu da allora che Core visse eternamente fra terra e inferi, scendendo nel regno dei morti all’inizio dell’autunno, momento della semina, e risalendone alla fine dell’inverno, nel momento della rinascita della natura.
In riconoscenza dell’ospitalità ricevuta, Demetra decise di omaggiare Eleusi insegnando ai suoi abitanti la cerealicoltura e fondando nella città il suo culto.

Il mito di Cerere e Proserpina (Demetra e Kore)
di Cettina Fontanazza

In Sicilia, ed in particolare in Enna, il culto della Dea Madre indigena assimilata poi alle divinità greco/romane di Demetra/Cerere e di Kore/Proserpina, come testimoniano Diodoro, Cicerone, Livio, Callimaco, Claudiano, Ovidio e lo stesso Aristotele, è il filo conduttore attraverso il quale si sgrana la grandezza e la ricchezza della nostra civiltà, come dimostrano la magnificenza dei nostri siti archeologici e delle nostre tradizioni culturali.
Nei secoli che precedono la colonizzazione greca, nella facies culturale sicana preesistente a quella sicula, è presente il culto della dea madre, divinità collegata alla terra ed all’esistenza di una produzione spontanea di grano selvatico, successivamente tale mito si fonderà col culto di Demetra/Cerere la quale insegnerà a tutti gli uomini la coltivazione dei cereali sottraendoli così alle barbarie e facendoli partecipi di una civiltà fondata sul lavoro.
Demetra/Cerere rimane collegata ad un’altra figura femminile per eccellenza Kore/Proserpina, sua figlia.
Kore/Proserpina, intenta a raccogliere fiori sulle rive del lago di Pergusa, viene rapita da Ade/Plutone; Cerere disperata ottiene da Zeus/Giove che il dio degli inferi restituisca Kore/Proserpina ogni anno tra primavera ed autunno.
Persefone tesserà così i destini degli uomini e di tutte le cose viventi scandendo i cicli delle stagioni.
In Sicilia, come in tante parti dell’area mediterranea, Demetra fu onorata con siti religiosi tra i quali Enna era uno dei più importanti e famosi in tutto il mondo classico. In questi siti venivano eretti templi, si effettuavano pellegrinaggi, si elargivano donazioni e venivano annualmente celebrate le feste antesforie, anacalutterie e tesmoforie di tipo misterico di indubbia orgine eleusina.
Questi culti celebrati con grande solennità in Sicila, in particolare ad Enna ed in tutta l’area mediterranea in epoca greco romana, si sono tramandati e trasfusi nelle attuali feste religiose in particolare in onore della Madonna sotto le sue varie attribuzioni quale dispensatrice di grazie e di benessere.

Tale patrimonio, incarnando l’archetipo della Madre assoluta, riteniamo appartenga sicuramente a tutta l’area mediterranea e non solo. Pertanto siamo convinti che la valorizzazione e l’approfondimento di tale mito dal punto di vista: mitologico, storico, archeologico, scientifico possa non solo accentuare i legami culturali esistenti tra diversi paesi del Mediterraneo ma anche dare maggiore consapevolezza al nostro futuro.

Demetra e Core – Un mito per la Sicilia
di Bent Parodi di Belsito

La più antica denominazione è quella che ritroviamo in Omero, nel VI libro dell’Odissea: Thrinakìe. Da questo termine, per evoluzione linguistica, discenderà l’altro, più familiare di Trinacria. A chiunque l’osservi sulla carta l’isola appare come un triangolo rovesciato, figurazione geometrica che nel pensiero esoterico universale attiene sempre alla dimensione spirituale, profonda. Altre definizioni affini e altrettanto note: “triscele”, alla greca; “triquetra”, alla latina. Si tratta di denominazioni che alludono e rinviano a un simbolismo della rotazione, l’eterno moto circolare del divenire (del sole, secondo il punto di vista d’una minoranza di studiosi). Ai livelli più arcaici di cultura, come altrove nel Mediterraneo, l’isola è certo caratterizzata dal matriarcato: il ruolo delle donne è più incisivo e determinante rispetto a quello maschile. La religiosità più diffusa e prevalente, come già a Creta, è quella della Grande Madre, espressione teologica dell’archètipo dell’eterno femminino, protagonista dell’evento unico della generazione e della cultura agraria, delle coltivazioni. Nella pietra del monte si manifesta la divinità. Le due principali roccaforti del culto riservato alla Dea in Sicilia furono Enna, santuario iniziatico fin dal Neolitico, ed Erice. Entrambe, in principio, espressero la propria sacralità in forma diretta, immediata, per il loro stesso essere montagne. La prima epifania della Grande Madre in verità fu la pietra stessa: la rocca detta ancora oggi “di Cerere” nel caso di Enna, una cratofania o, se si preferisce, una ierofania litica, cioè il sacro che si manifesta in forma di pietra. La roccia, per la sua intrinseca robustezza e durevolezza, ben si presta a garantire le idee dell’eternità, del sacro, dell’intangibilità (il tabù). D’altronde i miti più arcaici raccontano di un’età acronica, fuori del tempo, in cui Terra e Cielo erano indivisi, in cui uomini e dèi vivevano solidali la vita di ogni giorno. Poi, per un accidente variamente definito, intervenne un distacco traumatico. Da allora, l’umanità nostalgica ha tentato di ripristinare l’originario collegamento fra i tre piani, cielo, terra e mondo infero, con montagne artificiali (le piramidi o le ziqurat babilonesi, le cosiddette “torri di Babele”) in cui fossero possibili forme di reintegrazione rituali, o i monti, le rocche, che costituiscono naturali assi di collegamento fra il piano terrestre e quello celeste. Così in Sicilia, isola per lo più caratterizzata da rilievi, la Grande Madre fu soprattutto Dea Montagna. Quasi tutti i rilievi ebbero, già in epoca preistorica, il crisma d’una sacralità naturale, quanto meno la presenza, il predominio, d’una ninfa delle acque: a Palermo, prima di santa Rosalia, il monte Pellegrino (l’Ercta dell’antichità) fu l’habitat di varie manifestazioni successive in senso storico della Dea (Astarte,Tanit…); a Cefalù, una ninfa delle acque dominava la rocca (Castello Diana); a Tindari, la Madre nera è nozione immemoriale. In epoca storica emergono i santuari di Enna ed Erice. E vicino a Enna, nell'”ombelico della Sicilia”, il mito fisserà il luogo del ratto di Proserpina, sequestrata da Ade nel giardino posto ai margini del magico lago di Pergusa.

Il mito di un mondo nato per pategenogenesi
In età greca l’antica dea verrà identificata con Demetra. Diodoro Siculo, nel I sec.a.C., parlando delle assemblee dei contadini, del lutto e della ritrovata gioia di Cerere per il ritorno, seppure periodico, di Core (Persefone) dagli inferi, ci consegna la descrizione di un grande mito di partenogenesi simbolo del cosmo. Il riso-sorriso della Dea (ò ghélos gynaikòs…) ricreò la spiga, e –dunque- il mondo, per l’equivalenza fra la parte e il Tutto così sentita dagli antichi ancor prima che nascessero l’ermetismo e l’alchimia. E ciò senza alcun concorso maschile. Il che costruisce un indubbio unicum, nella storia delle religioni, paragonabile solo a un altro mitologema, quello della nipponica Amaterasu, divinità solare patrona della famiglia imperiale del Tenno, considerato suo discendente.
La Sicilia ebbe per prima il dono del grano
Per sottolineare l’importanza della diffusione del culto di Demetra e Core, vengono in aiuto le testimonianze classiche, in particolare di Diodoro Siculo e Cicerone. Diodoro Siculo dopo il ratto di Gore, Demetra, poiché non riusciva a trovare la figlia, accese le fiaccole dai crateri dell’Etna, si recò in molti luoghi della terra abitata e beneficò gli uomini che le offrirono la migliore ospitalità, dando loro in cambio il frutto del grano. Gli Ateniesi accolsero la dea con grandissima cortesia, e a loro per primi, dopo i Sicelioti, Demetra donò il frutto del grano. In cambio di ciò il popolo di Atene onorò la dea molto più degli altri con famosissimi sacrifìci e con i misteri eleusini, i quali superiori per antichità e sacralità, divennero famosi presso tutti gli uomini. Gli abitanti della Sicilia, avendo ricevuto per primi la scoperta del grano per la loro vicinanza con Demetra e Gore, istituirono in onore di ciascuna delle dee sacrifìci e feste cui dettero il nome di quelle e la cui data di celebrazione indicava chiaramente i doni ricevuti. Fissarono infatti il ritorno di Gore sulla terra nel momento in cui il frutto del grano si trova ad essere perfettamente maturo. Scelsero per il sacrifìcio in onore di Demetra il periodo in cui si incomincia a seminare il grano. Celebrano per dieci giorni la festa che prende il nome dalla dea, una festa splendida per la magnificenza dell’allestimento, durante la cui celebrazione si attengono all’antico modo di vita. In questi giorni hanno l’abitudine di rivolgersi frasi oscene durante i colloqui, poiché la dea, addolorata per il ratto di Core, scoppiò a ridere a causa di una frase oscena.
Un culto antica e ben radicato nell’isola
Diodoro Siculo, nativo di Agyrion (l’attuale Agira, in provincia di Enna), rimarca il fatto che Demetra donò il frutto del grano alla Sicilia in tempi remoti, concetto ribadito anche da Cicerone, ponendo l’accento sull’arcaicità del culto. Si può ipotizzare la presenza di originarie divinità femminili ctonie, legate alla fertilità della terra e alla simbologia della morte-rinascita, presenti in Sicilia prima della colonizzazione greca (iniziata nellVlII sec. a. C.). Diodoro elenca una serie di cerimonie che si celebravano in onore delle dee. Queste erano le Thesmophoria, dedicate a Demetra, l’Anagoghé, che ricordava il ritorno di Core sulla terra, la Katagoghé, invece la discesa agli Inferi, e l’Anakalypteria, in ricordo delle nozze tra Core e Fiutone (Ade). Dalla voce autorevole di Cicerone, sebbene i pa-si siano enfatizzati dalla requisitoria contro Verre (In Verrem), risulta chiaro come i riferimenti siano inconfutabili e rispondenti al vero, sia per l’antichità dei culti, che per l’importanza che essi conservarono fino a epoca romana e oltre. La maggiore diffusione si ebbe specialmente sotto i Dinomenidi, fra VI e V sec. a. C. Anche all’epoca di Timoleonte, quando, in seguito alla vittoria del generale greco sui tradizionali nemici Cartaginesi al fiume Cremiso (341 a.C.) nel territorio di Leontinoi (l’attuale Lentini – Sr), e abbattuta la tirannide a Siracusa, si attua symmachia, ‘l’alleanza’, sulle monete coniate in quest’epoca appare la testa di Core, assieme alle fiaccole e alla spiga. Tutto questo è emblematico, perché testimonia la grande importanza in Sicilia del culto di Demetra e Core, di cui Enna rappresentò sicuramente un fondamentale centro di irradiazione e tale rimase fino al tardo periodo imperiale romano.

A riprova di quanto fosse radicata la religiosità nei confronti delle due dee, giova ricordare le parole dello stesso Cicerone (in Verrem IV, 49, 50): “Mi vengono in mente i templi, i luoghi di quel culto […] in quel famoso giorno in cui essendo venuto a Enna, mi vennero incontro i sacerdoti di Cerere […]. Gli Ennesi credono che Cerere abiti presso di loro, tanto che mi sembravano non cittadini di quella città, ma tutti sacerdoti, tutti abi-tanti e ministri della Dea”.

Enna e i misteri di Eleusi – Il culto di Destra e Core trovò un terreno fertile nel cuore della Sicilia
di Anna Maria Corradini

Enna, centro del culto di Demetra/Cerere e della figlia Core/Persefone, divinità della terra legate alla fertilità e all’attività agraria, dalle fonti classiche, da Diodoro Siculo a Cicerone, da Ovidio a Claudiano, per citare solo le più famose, era definita il luogo mitico per eccellenza, dove avvenne il ratto di Gore, da parte di Plutone. Durante il periodo in cui Core si trova accanto alla madre, la natura ritorna rigogliosa e fertile; in sua assenza, tutto diventa brullo e sterile. Questa alternanza ciclica, con conseguente fecondità e infertilità della terra, coincide anche sul piano misterico-religioso, con le fasi morte-rinascita. Partendo da questo enigma esistenziale, si erano affermati in tutto il mondo greco i famosi Misteri Eleusini, originatisi appunto ad Eleusi, in Attica, e dedicati alle divinità Demetra e Core. Secondo la tradizione, l’istituzione dei misteri è narrata ne! famoso inno omerico A Demetra.

Difficile ricostruire i riti d’inizazione
Sia Diodoro Siculo sia Cicerone affermano che in Sicilia, e in particolare a Enna, erano presenti rituali misterici legati al culto di Demetra e Persefone. L’aspetto esoterico-iniziatico era riservato a pochi, i così detti mystai, gli ‘iniziati’. Tutte le fonti tacciono sui riti d’iniziazione, perché era vietato rivelare come si svolgessero. Tuttavia è possibile ricostruire in parte tali cerimoniali anche se solo per grandi linee. Il percorso spirituale era simbolicamente riferito ai vari momenti che lo caratterizzavano. Bisognava ritualmente morire e intraprendere un viaggio verso gli inferi, che poteva svolgersi all’interno di un antro buio, con un percorso irto di difficoltà e prove, attraverso un sotterraneo, sostenendo anche un atto finale di purificazione, dove forse l’acqua entrava a far parte del rito. Infine il segreto della conoscenza, consistente nello svelamento della spiga, simbolo di mor-te e rinascita, dell’eterno ritorno, era una cerimonia a cui solo coloro che avevano raggiunto un certo grado di conoscenza, potevano accedere, proprio gli adepti. Il sacerdote (ierofante) era colui che si occupava di tutta la celebrazione.
Pozione a base d’orzo
Gli iniziati bevevano anche sacre bevande: nell’inno omerico A Demetra, la regina Metanira offre alla dea il ciceone, una pozione a base di orzo mista ad altre sostanze: «La donna preparò il ciceone e lo diede alla dea, secondo il suo comando; lo prese Demetra, augusta signora, e instaurò il rito». Si può anche supporre che tale bevanda contenesse degli allucinogeni per consentire uno stato di trance mistica dell’iniziato. Si potrebbe pensare al papavero, presente nella tradizione iconografica di Demetra, o ad altri prodotti facilmente reperibili in natura.
Un luogo ideale

Enna si presta molto bene alla celebrazione dei misteri. È un luogo alto, scosceso, in tempi antichi ricco di boschi e vegetazione, pieno di grotte scavate nella roccia, dalle acque perenni, con la presenza di un’enorme area rocciosa, la famosa Rocca di Cerere, oggi deputata al ricordo del culto demefrico, in un contesto archeologico, naturalistico e paesaggistico non estraneo a forti suggestioni di carattere sacro.

La città di Demetra e Core – Enna conserva evidenti retaggi di spiritualità antica
di Rocco Lombardo

Per attenuare gli effetti traumatici di un drastico cambiamento di divinità, la nascente chiesa di Cristo riadattò riti e miti radicati da secoli. Fu un’opera lenta, che per quanto riguarda la figura della Vergine si rivelò particolarmente lunga e complessa, perché nella corredentrice Madre di Dio si potevano condensare funzioni e prerogative che in precedenza erano state appannaggio di diverse deità pagane. L’accostamento con Cerere, ovvero Demetra, fu il più spontaneo e immediato. Ma se altrove la Maria del Vangelo poteva sostituirsi alla Cerere del mito con facile tempestività, a Enna, celebrata da poeti e scrittori quale culla e dimora della benefica Dea, la trasposizione dalle cerimonie pagane alle liturgie cristiane si rivelò più problematica. Il fatto che Demetra e Maria fossero accomunate dall’identico angoscioso dolore materno, provato dall’una per il rapimento di Proserpina (nome latino di Persefone/Core) e dall’altra per la crocifissione di Gesù; la stessa amorosa benevolenza dimostrata al genere umano; il naturale paragone tra il grano, sostentamento per la vita terrena, e Cristo, cibo per l’eternità, paradossalmente favorirono negli ennesi il proseguimento spontaneo del culto tributato da secoli alla “loro” Cerere.

Allle soglie del Quattrocento c’era ancora chi continuava a venerare una statua lignea di Cerere, che Re Martino non esitò a bruciare, convinto di distruggere gli anacronistici e ormai blasfemi riti dedicati all’indigeno nume. Ma la soppressione auspicata dal sovrano aragonese non fu ne totale ne definitiva, perché alcuni aspetti delle cerimonie pagane rimasero latenti e “frammentati” nella pratica cristiana. Alla statua bruciata da Re Martino gli ennesi sostituirono quella della Madonna della Visitazione, comprata a Venezia nel 1412, che presto adornarono di una fulgida corona di pietre preziose, oro e smalti multicolori, e awolsero in un manto trapuntato di sfolgoranti gioielli. Con questi sfarzosi addobbi, nel giorno della sua festa la Madonna della Visitazione è portata tutt’oggi in processione lungo un itinerario che secondo la tradizione venne suggerito un tempo dal volo di bianche colombe. Per tutto l’anno il simulacro della Vergine è conservato nel duomo di Enna, in una nicchia occultata allo sguardo del pubblico, così come in antico era celato alla vista dei non adepti quello della Dea, conservato nell’adyton, cioè nel sacrario impenetrabile del tempio.
La Madonna della Visitazione è condotta da portatori, detti “Nudi” (in realtà vestiti di bianche tuniche come gli antichi sacerdoti di Cerere Fino a pochi decenni fa la “Nave d’oro” era agghindata con fasci di spighe, papaveri e altri fiori di campo, offerti da fanciulle in età da marito, ignare emule di Core/Persefone che, mentre era intenta a raccogliere crochi, narcisi, giacinti nei circostanti prati ennesi perennemente fioriti, fu rapita da Ade/Plutone, inconsapevole precursore del tipico rito nuziale siciliano della “fuitina”. Addirittura, fino al tardo Ottocento la “vara” era illuminata nel suo percorso da grandi torce, indiscutibile ricordo delle fiaccole usate dalla dea nella sua tormentosa ricerca della figlia ghermita dal signore degli inferi. Evidenti appaiono i legami col mondo pagano: la “vara” ricorda il currus navalis di Iside, la dea egizia assimilata ora a Proserpina ora a Cerere quando, agli albori dell’impero romano, il suo culto si diffuse anche in Sicilia; l’aurea corona rimanda al diadema di spighe con cui la Dea era raffigurata anche nella monetazione; i monili sono retaggio degli antichi doni votivi; i fasci di spighe, i mazzi di papaveri, le torce alludono al grano e al celebre rapimento. In questi riferimenti possiamo includere perfino il Bambino, che la Madonna sorregge nel braccio sinistro e la cui presenza nel contesto festivo ennese appare per lo meno inopportuna, visto che, stando all’evangelista Luca, Gesù all’epoca della Visitazione di Maria a Elisabetta era ancora nel grembo materno. Il Bambino Gesù sostituisce probabilmente il piccolo simulacro della Vittoria che era posto in mano a Cerere, nella scultura che ispirò a Verre sacrileghi desideri di rapina, come ci tramanda Cicerone quando nella sua violenta arringa (In Verrem, IV, 112) gli rinfaccia l’atto scellerato: «E tu da Enna osavi sottrarre la statua di Cerere, da Enna hai tentato di strappare la Vittoria dalla mano di Cerere e di portar via una dea all’altra dea?».

La liturgia della Madonna della Visitazione già dal XIII secolo fu fissata dalla Chiesa al 2 luglio, cioè proprio nel periodo della mietitura, quando la riconoscenza alla dea delle messi si manifestava con più sentite pratiche e, pertanto, costituiva un momento molto delicato da sottoporre a una “rivisitazione” cristiana. E se da un lato si seguita a distribuire mustazzola e, in altri contesti festivi, cuddureddi e cuccia, dolci votivi ricordo dei mustacea, dei milli e, pare, del ci’ceon consumati in onore di Cerere, da un altro gli ennesi esclamano ancora nei più diversi frangenti della vita quotidiana «Cori! Cori!», dedicando la spontanea invocazione, ora accorata ora gioiosa, non si sa più se all’antica Core, la mitica Proserpina, considerata la vergine per antonomasia tra le pagane deità (kore in greco significa ‘giovinetta’), o alla nuova Core, l’evangelica Maria Madre di Cristo, glorificata “vergine prima, durante e dopo il divin parto” e acclamata da secoli su queste balze montuose con immutabile fiduciosa venerazione.

Sulla rocca di Cerere
di Enrico Giannitrapani

Quel santuario descritto da Cicerone.

L’estremità nordorientale del rilievo dove sorge Enna, un acrocoro a 931 metri sul livello del mare (Enna è il più al-to capoluogo italiano), è caratterizzata da due emergenze rocciose che dominano la città. Su tali rilievi insistono sia la Rocca di Cerere che il Castello di Lombardia (il principale della Sicilia fra XIII e XIV secolo, così chiamato dalla colonia di Lombardi che, nel XII e XIII secolo, in età normanna, occupava il quartiere vicino), separati da un’ampia insenatura che degrada verso il basso per circa sessanta metri, denominata Contrada Santa Ninfa. La presenza dei due principali monumenti storici della città, colloca quest’area tra quelle che sicuramente rivestirono un’importante funzione nelle vicende dell’antica Henna, dalle sue origini indigene all’epoca grecoromana, fino al Medioevo. Nel I sec. a.C. Cicerone, nelle Verrine, descrisse con minuzia di particolari il grandioso santuario di Demetra che sorgeva appunto sulla rocca, terminale di un lungo percorso sacro scandito da sacelli rupestri, statue di divinità colossali e santuari satelliti. Queste testimonianze suscitarono il vivo interesse dei viaggiatori del Grand Tour, come D’Orville, Drunet de Fresie, Jean Houel, che fra Sette e Ottocento attestarono la presenza sulla Rocca di Cerere di un altare al centro della sommità, a cui si accedeva da una rampa intagliata nella roccia, oggi scomparsa.
Preistoria sulla rupe
Nei primi del Novecento l’area fu indagata da Paolo Orsi, che eseguì alcuni saggi di scavo nella valletto e nei pressi della rocca, rinvenendo una tomba a fossa di età ellenistica (III sec. a.C.) che insisteva su uno strato archeologico datato all’antica età del Bron-zo (2300-1600 a.C.). Intorno agli anni Ottanta, indagini condotte dalla allora Soprintendenza di Agrigento portarono alla conferma della frequentazione dell’area in epoca preistorica, facendo pensare a un nucleo di capanne risalente all’epoca della cultura di Castelluccio ipotesi confermata dalla presenza, nel parte centrale del costone roccioso che chiude l’area verso est, di alcune tombe a grotticella. Nella parte centrale e sommitale di Contrada S. Ninfa sono presenti delle cave utilizzate nel corso del XIX e del XX secolo, mentre la recente sistemazione dell’area intorno alla rocca ha provocato l’abbassamento del piano originario. Per cui l’antica morfologia dei luoghi risulta oggi del tutto sconvolta. Sul versante occidentale della rocca si segnalano alcuni ambienti rupestri; nei pressi dei quali si conservano i resti di due torri, parte del sistema di fortificazione di età medievale: collegato al castello. Sul versante meridionale della Rocca si trovano poi vari ipogei scavati nella roccia con i resti di una cisterna a campana di età greca (V- IV sec. a.C.) e, in un altro, di deposizioni funerarie di età tardoantica (111-V sec. d.C.).
Resti dell’antica fortificazione

Nella parte più bassa di Contrada S. Ninfa si conservano tracce di fortificazioni probabilmente di età greca (Vl-111 sec. a.C.), sia sul versante meridionale, con un muro costituito da blocchi regolarmente squadrati di grandi dimensioni, che su quello settentrionale. dove il muro è costruito con pietre arrotondate più piccole. Sullo stesso versante si conservano anche i resti di una torre semicircolare costruita con la stessa tecnica del muro di fortificazione. La presenza di tali strutture fa quindi ipotizzare una via di accesso alla città antica di età greco-romana difesa da una cortina muraria.

Morgantina fu una capitale del culto. Gli abitanti dell’antica città sicula ellenizzata furono profondamente devoti a Demetra e Core
di Serena Raffiotta

Che Demetra e Persefone fossero protagoniste indiscusse della vita religiosa nell’antica Morgantina – città fondata tra XI e X sec. a.C. dal popolo italico dei Morgeti sulla sommità della collina della Cittadella (in territorio di Aidone) ed ellenizzata nel VI sec. a.C. da coloni provenienti dalle aree costiere della Sicilia – lo documentano senza dubbio i numerosi luoghi di culto e i ricchi depositi votivi venuti alla luce nel corso di un cinquantennio di ricerche sistematiche nel sito. In questo centro dell’entroterra isolano, che domina estese vallate rese fertili dal fiume Gornalunga, la produzione cerealicola rappresentò la principale fonte di ricchezza. Ne sono testimonianza la prima moneta coniata nel sito intorno al 460 a.C., sul cui rovescio compare una spiga di grano, e un imponente granaio di ben 93 metri di lunghezza, realizzato per l’immagazzinamento di abbondanti provvste da tributare alla Siracusa di Gerone II (circa 306-215 a.C.).

Santuari nell’impianto della città greca
Non è dunque casuale che a Demetra, dea della terra coltivata e del grano, e alla giovane figlia Persefone, regina degli inferi e insieme dea della fertilità, gli abitanti di Morgantina fossero fortemente devoti, offrendo loro feste e massimi onori. La ricerca archeologica ha restituito prove inconfutabili dell’ampia diffusione del culto nella città: diversi sono i santuari individuati, tutti riferibili al periodo successivo al congresso di Gela del 424 a.C., quando Morgantina venne ceduta da Siracusa a Camarina per siglare l’alleanza contro le città calcidesi sostenute da Atene. La certezza di questo terminus ante quem non si deduce dal perfetto inserimento dei santuari all’interno dell’impianto ortogonale che, tra fine IV e inizi Ili sec. a.C., venne a caratterizzare l’abitato portato alla luce sul pianoro di Serra Orlando. Qui, poco più a ovest della Cittadella, sorse – sviluppandosi secondo gli schemi tipici dell’urbanistica ellenistica – una vera e propria polis, dopo che l’abitato arcaico sulla collina era stato distrutto nel 459 a.C. nei corso degli eventi legati al movimento antiellenico guidato dal capo siculo Ducezio.
Offerte di doni in natura
Benché il più conosciuto tra i santuari dedicati alle due dee sia quello centrale o “delle divinità ctonie”, sito nell’ampio spazio scenografico dell’agorà, sembra che la sede principale del culto fosse il grande edificio sulla collina nord. Da quest’area sacra proviene infatti la gran parte dei busti fittili di divinità rinvenuti a Morgantina; è inoltre stato accertato che, insieme agli ex-voto, confluivano qui in abbondanza doni in natura, tra cui grano e olio. Alla coppia divina di Demetra e Core rimandano anche il santuario sud, nei pressi della cinta muraria, un altro di ridotte dimensioni sulla Cittadella e infine il santuario occidentale di Contrada Agnese, al quale è stato ricondotto un ricco deposito votivo rinvenuto nell’area di un complesso termale di età ellenistica (fine IV-inizi III sec. a.C.). Anche l’area sacra già di età arcaica annessa a una necropoli, portata alla luce in Contrada San Francesco Bisconti, avrebbe ospitato in età ellenistica il culto delle dee, come documenta il rinvenimento di un deposito di terrecotte in gran parte raffiguranti Persefone.
Al tempio di Timoleonte e Agatole
Tutti i santuari menzionati sono stati ricondotti al periodo che corre dalla presenza in Sicilia di Timoleonte all’ascesa al potere di Agatocle, ossia dalla metà del IV agli inizi del III sec. a.C., a riprova della tesi che attribuisce al culto di Demetra e Core nell’isola un ruolo politico-simbolico non indifferente: sia Timoleonte che Agatocle furono fortemente devoti alle due divinità, da cui – come alcuni prodigi narrati dalle fonti avrebbero confermato – si sentivano protetti. Alla luce di ciò si spiega l’inaudita violenza manifestata dai Romani nella distruzione dei santuari di Morgantina nel 211 a.C. durante la seconda guerra punica: appariva urgente ai loro occhi la necessità di annientare non solo una città ribelle ma soprattutto un culto, in cui tutti i Sicelioti si identificavano a tal punto da affidare a Demetra, nel difficile momento della “resistenza” antiromana, le loro estreme speranze, effigiandone la testa velata sulla serie monetale nota come “sikeliotan”.
Morgantina: una fine prococe
Identificata mezzo secolo fa. Ricordata da storici ed eruditi dell’antichità, Morgantina venne identificata con certezza intorno alla metà degli anni cinquanta, quando regolari campagne di scavo della missione archeologica americana dell’Università di Princefon portarono alla luce in territorio di Aidone (En) uno dei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.
La paura di Siracusa
Centro indigeno ellenizzato, Morgantina fu conquistata intorno al 490 a.C. dal tiranno Ippocrate nel faticoso tentativo di aprire alla dorica Gela uno sbocco sul Tirreno. Entrata in seguito nell’orbita siracusana, la città ottenne l’autonomia solo dopo il 466 a.C., quando anche a Siracusa venne instaurato un regime democratico. Il rifiuto da parte dei Morgeti di aderire alla causa antiellenica del capo siculo Ducezio determinò nel 459 a.C. una nuova distruzione e il conseguente trasferimento dell’abitato nell’altopiano di Serra Orlando. Artefice della sconfitta di Ducezio (450 a.C.), Siracusa riconquistò il predominio sulle comunità dell’isola, destando non pochi timori nelle città calcidesi, che invocarono l’aiuto di Atene. La cessione di Morganfina da Siracusa a Camarina nel 424 a.C. rappresentò la scelta di un’azione comune contro Atene e le città calcidesi. Approfittando delle vittorie cartaginesi sui più importanti centri greci dell’isola e del conseguente momento di apprensione vissuto da Siracusa, intorno al 405 a.C. Morgantina accolse mercenari punici. Fu Dionisio I, nel 396 a.C., a guidare la riconquista della città ribelle, che solo dopo la morte del tiranno (368 a.C.) riuscì, seppure temporaneamente, a ritrovare la libertà.
Pagò cara la ribellione

L’arrivo di Timoleonfe in Sicilia nel 344 a.C. coinvolse direttamente Morgantina, dove venne stanziato un gruppo di coloni greci: la città visse allora il suo migliore momento. Ancora sottomessa a Siracusa all’epoca di Cerone II (276-215 a.C.), durante la seconda guerra punica la città si ribellò a Roma. Punita per questa ardita scelta con la distruzione (211 a.C.), Morgantina fu ceduta a soldati ispanici, andando incontro a un lento e progressivo declino. E questa la situazione che descrive Strabene all’inizio dell’età imperiale, parlandone come di una città che «una volta esisteva, ma ora non esiste».


“Era, infatti, così grande il prestigio e l’antichità di quel culto che, andando in quel luogo, sembrava che si recassero non al tempio di Cerere, ma da Cerere in persona.
….gli abitanti … danno l’impressione non di cittadini …ma di tanti sacerdoti, … coabitatori e supremi ministri di Cerere”.
(M. T. Cicerone, La seconda azione giudiziaria contro Gaio Verre, Libro IV)

Così parla M. T. Cicerone nel descrivere Enna, come fecero molti altri personaggi illustri, identificando la città con il mito.

Ma adesso di quei luoghi cosa è rimasto? Che cosa è ancora leggibile sul territorio di questa antica leggenda che tanto ha influito e caratterizzato questo luogo da persistere tuttora nella memoria e nei gesti di ogni giorno?


IL CULTO

Nella ricerca delle origini della città di Enna, importante è la collocazione di uno dei miti più poetici: l’amore materno identificato con il grande ciclo delle stagioni.

Quando l’uomo cercò di spiegare gli eventi straordinari, i misteri che accompagnavano le cose della natura e che hanno portato alla formazione del mondo, la fantasia intervenne e così Demetra/Cerere e Persefone/Proserpina spiegarono il mistero dell’avvicendarsi delle stagioni.
I Sicani videro nel monte Enna la sacra sede della loro divinità, matrice di vita e fecondatrice di messi, di armenti e di uomini, la dea Madre legata alla terra e alle attività dell’agricoltura ed è su questo culto che si innestò il culto misterico di Demetra.
E fu proprio da una grotta nei pressi di Enna, precisamente sulla collina di Cozzo Matrice vicino il mitico lago di Pergusa, che Ade/Plutone, il dio degli Inferi e della notte, incantato dalla bellezza primaverile della nipote Persefone la rapì.
La madre cercò invano per nove giorni, facendosi luce nella notte con fiaccole di abete accese nella bocca della vicina Etna, gridando “Kore – Kore”, e la terra, dalla dea ignorata, si inaridì al sole in un mondo senza più primavere.
Demetra chiese allora a Zeus di intervenire, così questi, per impedire che gli uomini morissero per le molte carestie che si abbatterono sulla terra, fece sì che Persefone passasse gran parte dell’anno in compagnia della madre. Ritornò così il ciclo delle stagioni.
Demetra/Cerere, dea delle messi, aveva presso l’omonima rocca ad Enna la sede di un gigantesco simulacro, un magnifico colosso di pietra, ed accanto ad esso, pure in pietra, vi era un secondo colosso raffigurante Trittolemo. Esso era il figlio del re Celeo, e fu l’unico che seppe indicare alla dea il posto in cui si trovava la figlia rapita. Demetra per ringraziarlo gli donò i semi di grano e un aratro di legno guidato da una coppia di draghi e gli insegnò l’arte dell’agricoltura mandandolo in ogni parte del mondo affinché lo insegnasse all’umanità.
Un istmo angusto di terra collegava la rocca con un’ampia spianata (al posto dell’attuale Castello) dove sorgeva maestoso e solenne il santuario vero e proprio, con il tempio dedicato alla dea.
Vicino al tempio c’erano sicuramente tutta una serie di spazi attrezzati per il buon funzionamento del santuario, c’erano le abitazioni delle sacerdotesse e gli inservienti, oltre ai locali per il deposito dei doni votivi, come le fosse campanate ritrovate all’interno dell’attuale Castello di Lombardia testimoniano e si pensa che servissero per la conservazione del grano donato.
La presenza di un così importante santuario testimonia la sacralità del suolo di Enna.
Il suo culto fu molto sentito dai greci e dai romani, che ne fecero una delle divinità più celebrate.
Le feste Elusine , infatti, durante il periodo greco, si celebravano a febbraio e alludevano al risveglio primaverile con il ritorno di Persefone sulla terra. Le grandi Elusine avvenivano nella seconda metà di settembre, quando Persefone tornava agli Inferi.
Queste feste duravano nove giorni (tanto quanto era durata la ricerca di Demetra). La processione era spettacolare e raggiungeva anche 30.000 presenze che entravano ad Eleusi (nell’Attica) di notte in silenzio con in mano tante fiaccole accese.
I romani celebravano Demetra, adesso chiamata Cerere, duranti i Cerealia, festa che si svolgeva con solenni cerimonie e giochi circensi dal 12 al 19 aprile.

In agosto poi le matrone romane festeggiavano Proserpina, con primizie di frutta e favi di miele, indossando abiti bianchi in ricordo della sua purezza virginea.

ROCCA DI CERERE

Del grandioso tempio, che per secoli fu oggetto del culto di Cerere, quasi nulla rimane, resta solo il luogo su cui sorgeva l’altare sacrificale e le colossali statue di Cerere e Trittolemo.

Alla sommità della rocca si accedeva attraverso due scale:
– una a nord-ovest, larga 4,30 m. e della quale restano solo i quattro gradini superiori;
– l’altra a sud-ovest, meno larga e con dei gradini molto alti, riservata ai sacerdoti. Questa scala è ben conservata, i primi otto gradini sono di blocchi di pietra uniti senza malta, gli altri undici sono intagliati nella roccia e sono larghi 2,25 m. Resta questo tuttora l’unico collegamento per potere accedere alla rocca, ma secondo quando scritto da viaggiatori stranieri dell’800 esisteva una rampa che portava direttamente all’ara che sorgeva al centro della rupe.
Esaminando il luogo sul lato di mezzogiorno si nota una intaccatura nella roccia (di metri 3,90 x 3,20) adatta per istallare la base di una grande statua che poteva dominare tutto lo spazio circostante, e si pensa che questo era il luogo in cui era posto un enorme colosso di pietra raffigurante Cerere con una fiaccola in mano perennemente accesa che dominava l’intera vallata sottostante accogliendo le migliaia di pellegrini che accorrevano da tutto il mondo.
Verso tramontana invece, a sinistra della larga scala, nell’angolo nord-ovest, c’è un’altra intaccatura (di metri 3 x 2) dove forse era posta la statua di Trittolemo.
Di entrambe le statue ci rimangono solo alcune riproduzioni che si trovano su monete esposte nel museo civico della città, oltre naturalmente la descrizione fatta da Cicerone nelle sue Verrine.
Il tempio vero e proprio si trovava quasi sicuramente sulla spianata ove adesso sorge il Castello di Lombardia, e di esso rimangono alcune colonne di alabastro scannellate oggi visibili all’interno della chiesa di S. Biagio e all’interno del museo civico e due nodi di baccanti trasformati in acquasantiera all’interno del Duomo.
Attraverso scritti dell’epoca sappiamo anche che in questo luogo vi erano altre statue di Cerere e di Libera (Proserpina).
Possiamo solo immaginare come di fronte ad un così importante santuario una folla di fedeli osannanti, vi si recava in processione, ed alcune giovinette portavano ghirlande di spighe mature e operavano culti segreti e misteriosi.
All’approssimarsi delle feste in onore di Cerere era prescritto a tutti l’osservanza della più severa castità. Si celebravano i misteri Eleusini, così come era stato tramandato dall’Attica, e talmente erano osservate le sue caratteristiche originarie, che le sacerdotesse erano greche come greco era il formulario dei riti.

Solo la rocca di Cerere è rimasta silenziosa a testimoniare i fasti del passato, e nonostante nulla più è rimasto da allora, ancor oggi, quando in silenzio si ripercorrono quei sentieri e attraverso la scala si accede nella punta estrema della rupe, quando dall’alto di quei 1.100 metri si contempla l’Isola, quasi a volerla abbracciare tutta, scorgendo perfino il mare che la lambisce, ci si accorge veramente di essere ancora nella dimora di una Dea.

ANTRO DI ADE

In una zona circostante il lago di Pergusa, precisamente a Cozzo Matrice, sono stati fatti alcuni scavi archeologici che hanno portato alla luce un’area densamente abitata fin dalla preistoria.

Sono stati ritrovati corredi funerari appartenenti ad una necropoli greco – indigena del VI – V sec. a.C., riutilizzate poi anche in epoca medievale, resti di abitazioni, fortificazioni e templi.
Questo luogo che domina la valle di Dittaino (l’antico Crysas) e le vie di comunicazione verso l’Himera, è fondamentalmente conosciuto però per essere il luogo in cui avvenne il mitico ratto di Proserpina.
Q uesto era un luogo lussureggiante e di fresca bellezza, e come ci tramandò Diodoro Siculo, fu da una grotta qui presente, la quale è tuttora visibile, che fuoriuscì Ade/Plutone, dio degli Inferi sopra un carro di fuoco trainato da enormi cavalli neri, per rapire la nipote che in compagnia di altre fanciulle, nelle campagne la intorno passeggiava raccogliendo gigli e violette.

Giungendo in questo luogo in primavera si assiste ad un tripudio di gigli dal profondo colore viola che tuttora incantano così come dovettero incantare Proserpina allora e continuando a camminare si giunge in quella che viene ricordata come l’antro da cui fuoriuscì Ade e timorosi ci si avvicina temendo che possa all’improvviso squarciarsi la terra per far riemergere quel carro di fuoco.

VIA CERERE ARSA

All’interno di uno dei quartieri più antichi di Enna, laddove il turista raramente si addentra, c’è una piccola via detta Cerere Arsa. Questo luogo in passato era una vallata rigogliosa e profumata dalla moltitudine di fiori che vi crescevano, con il mormorio del torrente Torcicoda che precipitava a valle.

Il luogo era abitato dai “fullones”, operai che lavoravano il lino con le acque del torrente, e fu qui che giunse S. Pancrazio, il quale convertì gli abitanti del quartiere facendoli diventare la prima comunità cristiana della città.
Ma in questo luogo sorgeva un tempietto dedicato alla dea Cerere, il cui culto era vivo fino al 1400.
E proprio per dimostrare la superiorità della religione cristiana che si stava affermando all’interno di una comunità che era in prevalenza di religione pagana, araba ed ebrea, il santo fece bruciare il simulacro della dea, promettendo che i raccolti sarebbero stati lo stesso copiosi e fece erigere una cappella in onore della Madonna detta poi di Valverde.

Q uesta via, piccola e con poche case che la circondano, nulla conserva tranne nel nome, di quello che un tempo avvenne, si possono solo osservare due grotte preistoriche il cui utilizzo adesso e diventato improprio e di cui non conosciamo l’effettiva importanza.

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