domenica , Settembre 26 2021

Pasqua 2013. Riflessioni quaresimali

Due temi di riflessione, per questo periodo di Quaresima: la straordinaria, umilissima decisione di Benedetto XVI, e la Giornata Mondiale del Malato  recentemente celebrata, l’ 11 Febbraio scorso. La correlazione tra i due argomenti  è evidente riprendendo le motivazioni stesse che hanno condotto il  Santo Padre alla sofferta decisione: la estrema difficoltà dell’essere anziani e/o malati nella nostra società,  improntata a efficientismo, rapidità, produttività e capacità di adeguamento alla tecnologia, vietata a chi non sa produrre ricchezza e denaro, per di più fortemente condizionata da una ristrettezza economica globale, evidente frutto dei distorti valori –meglio sarebbe definirli “pseudo valori”- appena elencati, che colpisce particolarmente chi non rientra pienamente nella “società che produce ricchezza”.

Giusto un anno fa il Papa, in occasione della Quaresima, evidenziò la carità, valore cristiano assoluto che ispira in particolare il periodo che precede la Pasqua, citando un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24)..  evidenziandone l’ attualità in un aspetto importante della vita cristiana: l’attenzione all’altro e  la reciprocità.

Il “fare attenzione” nella lingua originale della “Lettera” significa prendere atto della realtà, stare attenti, capire il perché delle cose, accorgersi di ciò che sta avvenendo. È un palese, forte richiamo a guardare l’altro, il fratello, il nostro PROSSIMO, il Gesù che è presente in ognuno dei nostri fratelli meno fortunati. È un invito ad “accorgersi” del fatto che spesso prevale il contrario: disinteresse, indifferenza, egoismo oppure valutazioni distorte, che portano a privilegiare valori più appaganti della Solidarietà e della Carità. “fare attenzione” è un invito, per  esempio, a prendere concretamente atto di quanto si sia trascurato l’aspetto sanitario della nostra società a favore di altri obbiettivi politici, con ospedali non efficienti, lontani dalla gente, non rispondenti ai reali bisogni dei cittadini ed alle loro possibilità di essere assistiti e curati. Dice il Santo Padre: “Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità”.

Noi Cristiani  siamo  certi che lo spirito della Comunità e della Chiesa di Cristo sia il momento in cui si esplica l’ amore per gli altri, in cui tutti possiamo sentirci uno con il nostro Dio, in particolare attraverso l’Eucaristia, sacramento unificante che vuole renderci tutti un solo corpo ed una sola anima con Gesù, quindi con il Padre Nostro.

Poi, però, vengono i momenti della prova. Viene l’occasione in cui il gallo canta tre volte come per Pietro, viene il tempo in cui occorre testimoniare, e ci accorgiamo di aver tradito in primo luogo noi stessi e le cose di cui credevamo di essere più sicuri e convinti: scopriamo allora che la politica spesso non persegue il bene della società, che la Sanità non soddisfa le necessità dei cittadini, che gli Stati moderni e più potenti non mirano allo sviluppo ed al progresso di quelli più arretrati, che le banche fanno i loro interessi e non quelli dei risparmiatori, che le famiglie trascurano i loro anziani, che NOI non badiamo più al fratello povero, disoccupato, malato o anziano. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi, le proprie priorità e le proprie preoccupazioni: non abbiamo tempo, siamo troppo impegnati a guadagnare, a vivere bene, talora anche nella errata convinzione di fare bene.

La Sacra Scrittura ci avverte del pericolo di avere il cuore accecato da una sorta di «anestesia spirituale» (così la chiama il Santo Padre), che rende insensibili alle sofferenze altrui: l’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa cecità che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti, e in quella del ricco epulone, uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta. In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione.

Occorre quindi riflettere e chiederci chi sia mai , oggi, il nostro prossimo. Occorre chiederci cosa significhi per noi comunità eucaristica..

La parabola del buon Samaritano costituisce , in particolare, un’attualissima fotografia del nostro modo di essere cristiani e contemporaneamente cittadini, al punto che parrebbe “inventata” oggi:  a fronte di bisogni gravissimi, di esigenze primarie non soddisfatte come la salute ed il lavoro, la risposta della Società è spesso “non ho tempo”, “non è compito mio”, “non posso farci niente” o, peggio, “ho già fatto la mia buona azione” e “mi occupo di altri aspetti del sociale”: proprio come fecero il Levita ed il Sacerdote di fronte a colui che era stato ridotto in fin di vita dai ladroni; loro si occupavano del loro spirito, non dell’ UOMO.

Come uno Stato che pensa ad acquistare decine di aerei da combattimento – macchine per uccidere- e lascia inascoltate le grida di aiuto che vengono da ospedali, da case di riposo, da strutture sanitarie ridotte a condizioni di terzo mondo per mancanza di risorse o per malversazione di chi le gestisce perseguendo altri obbiettivi che non sono il bene dei cittadini.

Non esistono scopi “superiori”, non esistono verità che giustifichino il trascurare le esigenze dei nostri fratelli, del nostro prossimo. E non esistono politiche giuste che non siano orientate all’ UOMO, che siano contro l’UOMO, che dividano l’UOMO dall’UOMO. Il Samaritano ci riporta concetti  fondamentali: nessuno è troppo piccolo per poter fare il bene, nessuno è così lontano da noi da NON ESSERE NOSTRO PROSSIMO, ma anche che nessuno è chiamato a compiti così alti da poter dimenticare di essere un uomo come gli altri e da poterne dimenticare le esigenze primarie. Coltivando con devozione e convinzione questo sguardo di fraternità, anche la solidarietà, anche la giustizia, guideranno il nostro agire, il nostro essere cristiani veri, attuali, nel nostro tempo.

don Salvatore Minuto

Parroco di Assoro

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