venerdì , Maggio 7 2021

Surama e le altre

Esiste un filo d’acciaio che lega donne come Surama ad altre donne del pianeta e le “cuce” ai loro territori realizzando un prezioso ricamo di genere.
Surama è nata a Cuba e da qualche anno gestisce con allegria e sapienza una “casa particular” a L’Avana, un’ attività assimilabile ai nostri B&B.
È un medico militare che ha lasciato il suo lavoro per restaurare il terzo piano di un palazzo liberty situato nei pressi di Plaza Vieja, ereditato da un padre molto amato e perduto anzitempo.
Una storia semplice che si presta a svariate letture: impulso nostalgico contro il rischio di dispersione della storia della propria famiglia, scommessa imprenditoriale, desiderio di un riscatto per il proprio paese, ansia di rinnovamento, pura vocazione? La ragnatela si espande: cosa spinge nella nostra terra donne come Pinella a mantenere l’azienda agricola di famiglia e a salvare l’arancio “zuccherino”, cultivar prelibata della zona di Grammichele? O Gabriella ed Elena a recuperare cultivar ortive ormai sparite nei nostri mercati? O Carla a Villarosa a svolgere un’attività salvifica di sementi e leguminose autoctone? O Silvia e le sue sorelle impegnate nella coltivazione della “timilia” grano autoctono dell’ennese? Imprenditrici, commercianti, professioniste, artiste, lavoratrici d’ogni genere, un esercito di donne che si muove e affronta quotidianamente il male oscuro delle dissoluzioni nazionali e le relative metastasi con la determinazione di chi vuole opporvi anticorpi immunitari.
Le donne come i poeti possono sopportare qualunque cosa pur di volare un po’ più in alto.
Il giudizio di chi le circonda è unanime: accanimento, fissazione nel perseguire anche l’impossibile, a volte follia. Perché è necessaria una buona dose di follia per affrontare la nuova misoginia che dilaga persino nei movimenti che si professano rivoluzionari e vincono le elezioni! Ma la vocazione non ha tempo per le considerazioni, per gli abbandoni o per le debolezze, il genio potrebbe anche non esserci perché siamo di fronte a una passione pura che persiste e resiste, che non conosce l’esaudimento dei desideri, ma i desideri stessi nella loro essenza.
Il discorso su donne e lavoro, binomio da sempre stentato e complesso, si riapre sui media ogni anno in prossimità della celebrazione dell’usurata “festa” con dovizia di percentuali, previsioni, stime, soluzioni possibili, per richiudersi l’indomani con rinnovata, energica indifferenza!
La dolorosa novità di quest’anno è la rilevazione di una percentuale correlata alla violenza sulle donne: nella maggior parte dei casi ( 59%) si tratta di donne coniugate disoccupate, il nesso “disoccupazione- violenza” dovrebbe condurre a provvedimenti di massima urgenza.
Inoltre, l’allineamento dell’occupazione delle donne italiane, oggi bloccato sul 52%, alla media degli altri paesi europei(65%) farebbe aumentare la capacità di spesa e registrare un aumento pari al +1% annuo del PIL pro-capite.
Tutte le proposte cadono nel vuoto in un paese in cui il lavoro è di per sé svalutato, ininfluente, in cui l’asse dell’economia è sbilanciato sulla finanza, sul gioco in Borsa, sulla speculazione e sulle vincite al gratta e vinci o al Superenalotto, in cui è prevalente l’idea che solo il denaro produce denaro. La nostra democrazia ha raggiunto il suo massimo degrado, si è accartocciata dinanzi alla corruzione, ha accettato supinamente la fine del prestigio sociale e morale legato al lavoro.
Questa dittatura del materialismo sta inquinando trasversalmente il pianeta rendendo impossibile una riflessione etica sulla contemporaneità, un ripensamento che permetta di rimettere al centro delle culture l’autenticità della natura umana legata indissolubilmente al valore del lavoro.
Le nostre donne hanno difficoltà ad accettare il fallimento della centralità del lavoro sancita con forza dalla nostra Costituzione e non intendono ricusare l’etica delle responsabilità individuali e collettive.Più audaci, più disciplinate, più coerenti, più preparate alla imprevedibilità degli eventi, sentono di far parte di un’avventura collettiva, di una spedizione che, superate le aggressività di genere, le renderà finalmente sorelle, compagne nella più faticosa delle missioni.
Bisognerebbe iniziare dalla costruzione di altari alla “Consapevolezza”, la dea mancante nella cultura femminile e assumere, come strumento di crescita, l’imperativo categorico kantiano “Sii autonomo” per superare sia l’atavico complesso di inadeguatezza che accompagna le nostre vite, sia la convinzione di essere cadute in un diverticolo, in una sacca cieca della realtà dove tutto accade a prescindere dalla nostra volontà.
Auguri!

Nietta Bruno

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