domenica , Aprile 18 2021

Comune di Caltanissetta

Logo CaltanissettaL’origine di Caltanissetta è antica, ma imprecisata. Come tutto il territorio di quest’area siciliana subì l’influsso di Gela e di Agrigento, di recente infatti vi sono stati rinvenuti resti di capanne preistoriche, nonché tratti di mura greche e tracce di fondazioni di un preesistente abitato.
Interessanti reperti archeologici delle vicine località, come quella di Sabucina, testimoniano l’origine sicana della città.
Nella zona della Montagna felice Gebel Habib è stata rinvenuta un’epigrafe pregreca che accenna all’antica Nissa, villaggio dal cui nome derivò quello di Caltanissetta: dall’arabo Qalat-an-Nisa, cioè “Il castello delle donne”.Secondo quanto testimoniato dal geografo arabo Idrisi, sul Monte Gibil Gabel, ( 615 metri), è stato localizzato un vasto agglomerato urbano originato da Nissa, antico villaggio sicano; riferendosi alle donne di Nissa, da qui il temine “Qalat-an-Nisa”, cioè “Il castello delle donne” della quale è derivata l’odierna denominazione di Caltanissetta.
Dopo gli arabi, i normanni, che occuparono Nissa nel 1087, vi consacrarono la bella chiesa romanica di Santo Spirito. Nel 1087 divenne possedimento di Ruggero I di Sicilia normanno, che la trasformò in feudo per vari membri della sua famiglia. Condivise le sorti della Sicilia e particolarmente nel periodo spagnolo durante il quale soffrì spesso la carestia. Nel 1407 passò ai Moncada di Paternò e ad essi rimase fino alla soppressione della feudalità in Sicilia, nel 1812
Quando, tre secoli dopo, Guglielmo Peralta diviene signore di Caltanixetta, inizia in Sicilia il cosiddetto “Governo dei quattro Vicari”.
Il dominio dei Peralta è testimoniato dalle rovine del castello di Pietrarossa, (ancora visibili nei pressi della città anche dopo il terremoto del 1567) dove si riunirono, nel 1358, i quattro più potenti signori della Sicilia (Alagona, Ventimiglia, Peralta, Chiaramente), per decidere le sorti dell’Isola sotto il nuovo governo.
Per favorire l’esportazione dello zolfo, i Moncada (1553) fecero costruire, sul fiume Salso, il ponte di Capodarso, la cui possente arcata è oggi ancora visibile insieme al grandioso ma incompiuto palazzo Moncada. Tra il 1500 e il 1700 molti comuni nisseni si trasformarono, da borghi rurali quali erano, in vere e proprie città a testimonianza della crescente feudalità. All’indomani del feudalesimo (1818 circa) iniziò a prendere forma l’entità territoriale della provincia di Caltanissetta che oggi conosciamo..
Durante il dominio borbonico (1735-1860), Caltanissetta divenne capoluogo di provincia; questo fatto allontanò i nisseni dalle mire separatistiche di Palermo, le cui bande armate, indotte dal principe San Cataldo ed avide di sangue e di bottino, diedero alle fiamme il quartiere della Grazia.
Nel 1849 una delegazione di palermitani offrì, proprio a Caltanissetta, la capitolazione della Sicilia ai borboni al termine della rivoluzione federale guidata da Ruggero Settimo.
Fanno parte della storia più recente di questa città, le sciagure minerarie che hanno provocato la morte di centinaia di uomini: sono tristemente ricordate le miniere di Trabonella, Gessolungo e Deliella.
E’ situata a 568 metri sul livello del mare su un’altura che culmina a Nord nel monte S. Giuliano e che domina da destra la valle del fiume Salso.
Caltanissetta lega il suo passato all’attività delle solfatare. Quest’ultima ha reso la città il fulcro minerario in Sicilia sino ai primi decenni del secolo scorso, quando i minatori, scrive Vuillier, “maledicevano la vita e invidiavano i maiali che a fine anno erano certi di morire” ed ecco ricordare la denuncia spietata di Zola che dà, a chi legge Germinale, “un brivido di terrore“.
Caltanissetta è la seconda città per numero di abitanti, dopo Gela, dell’omonima provincia, di cui ne detiene il titolo di capoluogo.
(Comune di 415,94 km2 con 61.319 abitanti, detti nisseni)
Una passeggiata a Caltanissetta
Il centro di Caltanissetta è costituito dalla piazza Garibaldi su cui prospetta la Cattedrale dedicata a S. Maria la Nova e a S. Michele, fu costruita tra il 1570 e il 1622 successivamente subi’ rifacimenti che riconfigurarono la facciata, la zona delle absidi, il transetto e la cupola. L’interno, a croce latina, ha tre navate marcatamente longitudinali e cupola all’incrocio dei bracci; la navata centrale è ornata di stucchi; la volta fu affrescata da Guglielmo Borremans nel 1720; nella parte anteriore, gli affreschi sono stati rifatti per riparare aidanni subiti dalla chiesa nella seconda guerra mondiale. Sempre nella navata centrale, si trova un bell’organo secentesco e, sull’altare maggiore, una pregevole pala del Borremans citato; raffigurante l’Immacolata. Nelle cappelle si conservano buone opere scultoree: l’Immacolata in legno, del 1760, panneggiata con lamina d’argento, nella seconda cappella a destra; un’ altra statua lignea policroma di Stefano Li Volsi, raffigurante l’ Arcangelo Michele, e due statue in marmo, gli Arcangeli Gabriele e Raffaele, 1753, di Vincenzo Vitaliano, nella cappella a destra del presbiterio. Un bell’ostensorio in argento del Quattrocento si conserva nel tesoro.
Sempre sulla piazza Garibaldi, di fronte al Duomo, è la chiesa di San Sebastiano, edificata nel XVI sec. La facciata è un rifacimento ottocentesco. All’interno si conserva una statua lignea del sec. XVII, raffigurante San Sebastiano. Davanti alla chiesa è la fontana del Tritone, 1956, opera di Gaetano Averna su calchi di Michele Tripisciano.
Nella parte settentrionale del corso Umberto I, si erge la chiesa del Collegio o di Sant’Agata, edificata nel 1605 in forme tardo rinascimentali. La facciata, opera di Natale Masuccio, è elegantemente abbellita da membrature su paramento chiaro; il portale ha timpano spezzato e fastosa decorazione. L’interno, a croce greca, è ricco di esuberanti decorazioni a marmi mischi, e di affreschi di Luigi Borremans, sec. XVIII. Sull’altare maggiore, una tela del 1654 di Agostino Scilla, raffigurante il Martirio di Sant’Agata, è contenuta in una splendida cornice di marmo nero con putti, opera di Ignazio Marabitti. A questo stesso scultore, si deve pure la grande pala marmorea raffigurante Sant’Ignazio in gloria, posta nel fastoso altare a sinistra del transetto.
Accanto alla chiesa è l’ ex collegio gesuitico, a cui la chiesa apparteneva. Scendendo dal corso Umberto e volgendo per via Matteotti, s’incontra il palazzo Moncada, edificato nel 1635 da Guglielmo Moncada, conte di Caltanissetta. Ha un aspetto maestoso e imponente, con belle mensole figurate nei balconi del piano nobile. Il palazzo Moncada, denominato anche Bauffremont dal nome degli ultimi proprietari, situato nel centro storico di Caltanissetta, costituisce uno dei monumenti più rappresentativi della città. Costruito nella seconda metà del seicento per volontà del Principe Moncada, venne edificato per rendere testimonianza della potenza e del prestigio della famiglia Moncada.Questo imponente palazzo, reggia nel cuore della Sicilia, non fu mai completato in quanto il Principe Guglielmo fu chiamato in Spagna a ricoprire la carica di Viceré di Valenza. Il Palazzo rimase proprietà dei Moncada anche nei secoli successivi e nel 1915 la principessa Maria Giovanna di Bauffremont, consentì la costruzione, nel cortile del palazzo, di un grande Salone in stile “liberty” con sovrastante galleria.Tale spazio fu adibito alla rappresentazione di spettacoli teatrali e, in seguito, cinematografici. Nel 1938 il Palazzo Moncada venne ceduto interamente alla famiglia Trigona della Floresta. Quest’ultima, dopo un lungo periodo, trasferì la proprietà dell’intero piano terra dell’edificio e di alcuni locali, al signor Mandalà Michele al quale successe, nel 1985 il figlio Francesco Paolo. Alla fine degli anni ottanta, la struttura venne denominata “Cine Teatro Bauffremont”, in onore della principessa Maria Giovanna di Bauffremont, che acconsentì alla realizzazione dello spazio.
Ritornati di nuovo a piazza Garibaldi, si continua verso la parte orientale del corso Vittorio Emanuele: al tèrmine, è la chiesa di Santa Croce, edificata nel Seicento e in seguito rimaneggiata.
Da qui, scendendo per la via San Domenico fondata nel XIV secolo e ricostruita nel XVIII, che conserva una tela di F. Paladino del 1614 e una di G. Borremans del 1722.
E attraversando il quartiere di San Francesco, caratterizzato da un intreccio di viuzze medievali, si giunge alla chiesa di San Domenico, edificata nel Quattrocento e annessa all’omonimo convento. La facciata, convessa, fu realizzata nel XVIII sec. All’interno sono di notevole interesse una tela di Guglielmo Borremans, raffigurante San Vincenzo Ferreri, 1722, e un’altra tela, la Madonna del Rosano, 1614, di Filippo Paladini, sull’altare maggiore. La Madonna del Carmelo, 1604, altra opera pittorica del Paladini, che era un tempo in questa chiesa, si trova oggi nel Duomo.
Tornati indietro, percorrendo il corso Umberto e il viale Regina Margherita, si giunge al Palazzo Vescovile che, nel Museo d’arte sacra, conserva una tela della Madonna del Rosario, di Gian Battista Corradini, 1614, e una copia cinquecentesca dello Spasimo di Sicilia di Raffaello.
Si può notare anche il Palazzo Provinciale di Caltanisetta fu edificato durante la seconda metà dell’Ottocento, seguendo il progetto dell’architetto Giuseppe di Bartolo e costituisce uno degli edifici più maestosi della città. Il progetto originario prevedeva che il palazzo ospitasse, oltre agli uffici della Provincia e della Prefettura, anche quelli comunali e statali, ma si dimostrò troppo ardito e fu necessario ridimensionarlo. I lavori di costruzione terminarono solo alla fine del secolo, fatta eccezione per alcune decorazioni e rifiniture. Tra i materiali usati, fu fatto largo uso di roccia proveniente dalla cava di Santa Lucia, mentre gran parte del rivestimento e i fregi, furono realizzati usando la pietra da taglio delle cave di Comiso e di Sabucina. Il Palazzo è disposto su tre piani e racchiude al suo interno un’elegante corte, circondata da un portico a colonne. Numerose sono le sale di rappresentanza, riccamente addobbate e decorate, tanto da rappresentare uno dei massimi esempi di architettura civile della Sicilia. Tra gli affreschi, che si trovano sia negli uffici della Provincia che della Prefettura, sono da menzionare quelli realizzati da Salvatore Frangiamore e Giuseppe Cavallaro: molto interessante è il dipinto che raffigura Cicerone in Sicilia, al centro del soffitto. Il Palazzo custodisce anche diverse sculture, tra cui quelle realizzate dagli scultori Michele Tripisciano e Vincenzo Biangardi, oltre che da autori moderni.
Sul viale della Regione, n.73, è l’ Istituto tecnico industriale Sebastiano Mottura, che ha un interessantissimo Museo mineralogico, paleontologico e della zolfara. Anche interessante è il Museo archeologico regionale, già Museo civico, in via Colajanni n. 3. Nella stessa via Colajanni, presso la chiesa di San Pio X, è il Museo del folklor È in questo Museo che sono conservate le quindici vare che vengono portate in processione il Giovedi’ santo.
A metà della via del Redentore, s’incontra la via San Giovanni Bosco che, salendo, porta fuori dall’abitato: a circa 2 km, giunti sul monte San Giuliano, m 727, si apre alla vista il bel panorama della città.
Nella parte opposta, a oriente dell’ abitato, si trovano la chiesa di Santa Maria degli Angeli e i resti del castello di Pietrarossa. Era, quest’ultimo, uno dei più possenti edifici fortificati della Sicilia, anche in virtù della sua felice posizione strategica. Edificato in età musulmana, il castello fu ristrutturato dai Normanni e successivamente occupato da Federico II d’ Aragona. Ne sussistono pochi ruderi. Vicina è la chiesa di Santa Maria degli Angeli, fondata nel sec. XIII; il portale principale, in stile chiaromontano, è di un secolo dopo, come il portaletto sul fianco sinistro.
Quartiere arabo San Domenico
caltanissetta quartiere3La visita al Quartiere arabo di Caltanissetta è un interessante salto nel passato della città, alla riscoperta di radici storiche e culturali della città.
Il nostro viaggio nel quartiere parte dal n ° 22 di Via Medaglie d’oro, la via d’ingresso ad uno dei cortili diorigine araba meglio conservati di tutto il quartiere San Domenico. Sembra quasi una piccola città nella città, grazie all’atmosfera quasi irreale e grazie alla presenza di molti elementi tipici dell’urbanistica araba. Innanzitutto la forma triangolare – “ad albero” – del cortile a cui si accede attraverso strade molto strette, le casette basse unifamiliari con una sola apertura, la strada lastricata e scoscesa. Una struttura di questo tipo evidenzia i tratti caratteriali tipici, lasciate in eredità agli insediamenti locali dalle dominazioni arabe e cioè la stretta cura per la riservatezza e la privacy. Proseguendo per la via Lepre, l’antica strada lungo la quale i lebbrosi venivano scacciati dalla città, si giunge alla vista panoramica dei resti del Castello di Pietrarossa,  antica fortezza araba legata  alla leggenda della nascita del cannolo, dolce siciliano famoso in tutto il Mondo. Dopo un breve sosta contemplativa del castello che si staglia nella natura selvaggia della Valle dell’Imera, si continua l’itinerario risalendo per la via San Domenico. caltanissetta quartiere2Durante il percorso si osservano i tanti “Dammusi”cioè le tipiche abitazioni arabe che hanno una conformazione quasi a grotta, a volte scavate proprio nella roccia, a 2 o 3 piani e con all’ultimo piano una sorta di soppalco ante litteram nel quale, a mezzo di una piccola scala in legno, gli abitanti si recavano a dormire, al piano sottostante dimoravano le bestie e gli attrezzi per il lavoro nei campi. Risalendo per i vicoli si giunge alla Via San Domenico che è una strada insolita rispetto all’assetto stradale del quartiere, larga e livellata in quanto costruita sulle fondamenta delle antiche mura del borgo. Il quartiere è fortemente legato alla storia della città, testimoniando la veloce trasformazione che ha condotto il piccolo borgo rurale arabo “Kalat anNisà” a divenire un importante centro strategico economico e militare. E con la veloce trasformazione di Caltanissetta, la Via San Domenico, grazie anche alla costruzione della Chiesa San Domenico per volere della Famiglia catalana dei Moncada, divenne la strada principale del Quartiere, estensione del Quartiere Angeli cresciuto all’ombra del Castello di Pietrarossa.
caltanissetta san_domenicoLa Chiesa di San Domenico è la prima chiesa eretta nel quartiere e risalente al 1400. La costruzione della quale si intreccia con la storia della città e della famiglia Moncada. Infatti, Antonio Moncada, nel 1458 per ereditare il suo titolo, dovette rinunciare all’abito talare e, pertanto, come “risarcimento” all’ordine domenicano, cui apparteneva, commissionò la costruzione della parrocchia con annesso convento. Molto interessante dal punto di vista architettonico, presenta un prospetto convesso nella parte centrale e concavo lateralmente, costruito secondo la moda del  Seicento. Allo stesso periodo risale la preziosa tela, custodita all’interno della chiesa, del pittore toscano Filippo Paladini, dipinto che ritrae la Madonna del Rosario. Questa tela ha un’importante valenza storica, oltre che artistica, in quanto vi sono ritratti i figli del Conte Francesco Moncada.
caltanissetta San-GiovanniDalla piazza antistante la chiesa di San Domenico, imboccando uno dei vicoli prospicienti si raggiunge la chiesa di San Giovanni, fondata intorno al 1100 venne completamente distrutta durante la seconda guerra mondiale, e ricostruita immediatamente alla fine del conflitto. Presenta una sola navata nella quale trovano posto tre scomparti laterali con annessi altari, Il prospetto è realizzato in pietra arenaria, dal quale spicca un asse determinato dalla sovrapposizione degli elementi portale-edicola-finestrone. L’interno della chiesa, invece, è decorato con gli affreschi del famoso Pollaci ed ospita al suo interno alcune opere presenti tra le quali: l’Immacolata, piccola statua opera del Biangardi; il San Giuseppe in legno realizzato nel XVIII secolo e un dipinto di San Giuseppe realizzato dallo stesso Pollaci, oltre che il più antico fonte battesimale della città.
La visita al quartiere prosegue scendendo verso il Cimitero Monumentale della città e verso la Chiesa Santa Maria degli Angeli. Questa chiesa è detta la Vetere e sorge a ridosso del Castello di Pietrarossa, seconda parrocchia della città, dopo l’Abbazia di Santo Spirito. Il periodo al quale risale è quello normanno ed era l’antica chiesa madre del borgo, prima che fosse edificata l’attuale cattedrale S. Maria La Nova. Nei secoli la chiesa ha subito molti ammodernamenti e restauri, fino al 1873, quando venne chiusa al culto, divenendo una caserma e un magazzino militare. Al momento non accessibile, perché in fase di restauro, la chiesa tornerà presto all’antico splendore, grazie al quale si potranno ammirare: il tipico impianto planimetrico normanno a singola navata, la parte esterna nella quale sono presenti preziosi elementi decorativi, oltre che la porta maggiore occidentale, costruita in pietra arenaria e che presenta un archivolto a sesto acuto in tre livelli, sostenuto da quattro colonnine cilindriche e dotate di capitelli. caltanissetta castelloQuasi a sovrastare la chiesa S. M. degli Angeli, spiccano le due uniche torri del Castello di Pietrarossa, fortezza divenuta simbolo della città. Le origini del castello non sono certe, alcuni storici ne datano la costruzione nel IX secolo, mentre altri sostengono che fu eretto dai bizantini tra il 750 e l’800, altri ancora la attribuiscono a: sicani, romani, saraceni, ecc . Certa, invece, è l’origine del nome che si riferisce al colore dei mattoni con i quali fu eretta la fortezza, ancora parzialmente visibili. Durante il Medioevo fu un importante centro strategico militare, grazie alla posizione di dominio di tutta la Valle dell’Imera, teatro di vari avvenimenti sotto il dominio angioino, ma ancor di più durante il periodo di dominazione aragonese, tanto da essere negli anni 1295, 1361 e 1378 sede di ben tre Parlamenti generali di Sicilia, l’ultimo dei quali vide l’assemblea dei baroni siciliani riuniti per nominare i quattro vicari che dovevano governare la Sicilia (Governo dei Quattro Vicàri). Intorno alla fine del XI secolo vi fu collocata la tomba della regina Adelasia, nipote del re Ruggero il Normanno e nel 1567 una forte scossa di terremoto provocò il crollo del castello di cui rimangono i resti visibili oggi. Ai piedi dei ruderi del Castello di Pietrarossa scende giù per la valle  il cimitero monumentale degli Angeli dove è possibile ammirare splendide cappelle gentilizia appartenenti alle antiche famiglie nobiliari della città e non solo, e dove riposano le spoglie dello scrittore nisseno Rosso di San Secondo.
Riprendendo la via San Domenico è possibile terminare la visita nel quartiere più antico di Caltanissetta, facendo una breve visita ad un paio di piccole botteghe storiche, come il laboratorio del calzolaio o la piccola bottega del barbiere che ancora oggi animano le vie del quartiere San Domenico. Inoltre, durante l’anno è possibile godere delle molte manifestazioni culturali e di svago che vengono organizzati dagli abitanti, e che oramai sono degli eventi molto attesi dagli abitanti come dai molti turisti, come il Presepe Vivente allestito tra le viuzze suggestive, l’Infiorata che si tiene nella prima decade del mese di maggio, e molti spettacoli musicali durane la stagione estiva.
Quartiere Santa Croce – La Badia
caltanissetta Corso-Vittorio-EmanueleAlla destra della fontana del tritone in Piazza Garibaldi si trova Corso Vittorio Emanuele, uno dei più corsi della città, che insieme a corso Umberto I°, delimita i confini dei quattro quartieri storici di Caltanissetta. Il corso era anticamente una strada molto angusta e stretta, essendo non poco distante dalle mura di confine della città, che terminava dove ora sorge la Chiesa Santa Croce. Deve attendere l’Ottocento per assumere l’aspetto contemporaneo e per veder sorgere i molti i palazzi nobiliari che vi si affacciano. Come il Palazzo della Camera di Commercio che rappresenta un punto di riferimento molto importante per la vita economica della città e di tutta la provincia nissena che al tempo della sua istituzione, 1862 era viva e in continua espansione.
A pochi passi si trovano il Palazzo Barile e la casa Barile ed è possibile ammirare l’unica torre rimasta delle quattro che identificavano la casa del Magistrato. Sempre sul Corso Vittorio Emanuele sorge il Teatro Regina Margherita nato per volere popolare grazie ad una petizione che volle fortemente la costruzione di una sede adeguata per le attività culturali e le rappresentazioni teatrali, che fino all’inizio dell’Ottocento erano tenute in un piccolo teatro in legno. Nel 1873 viene così battezzato con il nome Teatro Principessa Margherita  e qualche anno dopo viene inaugurato con il “Macbeth” di Giuseppe Verdi.
caltanissetta Piazza-Tripisciano-anticaContinuando la passeggiata si può fare una breve sosta nella piazzetta intitolata a Michele Tripisciano, nato a pochi passi e nella quale sorge un busto in marmo dell’artista nisseno nato nel 1860 ed apprezzato scultore dell’epoca sia a livello nazionale che internazionale. All’epoca delle miniere di zolfo la piazzetta Trispisciano era il punto di raccolta per le tante carrozze che conducevano i minatori delle miniere percorrendo la Via Xiboli, che era allora una strada extra urbana,  lasciando mogli e madri ad aspettare il ritorno, non sempre certo, degli uomini a fine giornata. Lo slargo offre una vista molto suggestiva del corso che termina con l’antica chiesa di Santa Croce meglio nota ai locali come chiesa della Badia, costeggiata dal monastero fondato nel  1531 da  Don Antonio Moncada e chiamato all’epoca Monastero del Salvatore. Il convento ospitava le monache dell’ordine benedettino e venne ribattezzato Santa Croce dopo che la Contessa Luisa De Luna Moncada donò una Santa reliquia. Ma le suore del convento hanno lasciato in eredità dei  prelibati dolci la cui ricetta è gelosamente custodita e che vengono realizzati solo in alcuni periodi dell’anno. Nel corso degli anni il monastero viene adibito a scuola e durante la Prima Guerra Mondiale, cambia nuovamente destinazione quando viene requisito dal governo.  La Chiesa Santa Croce ospita ancora oggi  un particolare crocifisso chiamato “Il Crocifisso della pietra”, rinvenuto nel 1660 raffigurante un’immagine del Crocifisso nota per la particolare  venatura del masso. Nel piazzale antistante nel 1958 viene realizzato il monumento alla Madonna di Lourdes e a Santa Bernadette con annessa fontana.
caltanissetta santacroce1A pochi passi dalla Chiesa Santa Croce si raggiunge la Via Re d’Italia, denominata in dialetto “ ‘A strata de Santi”  (la strada dei Santi) per via delle molte processioni che durante l’anno la precorrono. Sulla via nascono molti palazzi storici e botteghe artigiane, ma soprattutto conduce ad altri quartieri storici di Caltanissetta: la Saccara e Santa Venera ora chiamato Santa Flavia. Il primo deve il nome alla caratteristica presenza nelle case del rione di recipienti interrati atti alla raccolta dell’acqua piovana, posti nella corte interno tipico delle case arabe. I viottoli stretti e riparati tradiscono l’antica origine medioevale del quartiere, che a Caltanissetta significa denominazione araba e dunque case vicinissime tra loro: per offrire ombra d’estate e proteggere dal freddo pungente d’inverno, oltre che garantire il riserbo degli abitanti ed in particolare delle molte donne, molto spesso sole a causa dell’assenza degli uomini che andavano nei campi a lavorare. La zona offre un interessantissimo itinerario che mostra le tante anime della città storica, infatti percorrendo nuovamente la Via Re d’Italia si giunge a uno dei palazzi più belli della città, Palazzo Moncada. Sorto nel 1650 per volere di Don Luigi Guglielmo Moncada Conte di Caltanissetta per ospitare la sede del feudatario, ma destinato a divenire la grande opera incompiuta della città, dopo che Don Luigi Guglielmo Moncada venne richiamato in Spagna. L’opera, ad ogni modo, presenta numerosi elementi caratteristici come le figure zoomorfe e antropomorfe delle mensole progettate per abbellire e sorreggere i balconi, in realtà mai realizzati. Il palazzo progettato su tre elevazioni è interrotta al piano nobile e si sviluppa con un corpo allungato, visibile dal largo Barile e dalle vie laterali Salita Matteotti e Via Palazzo Paternò dalle quali è possibile ammirare la bellezza della pietra intagliata per le molte decorazioni, ricca di un’arenaria molto compatta, proveniente dalla molte cavi del territorio circostante. Il Palazzo Moncada è divenuto sede di mostre ed eventi culturali, oltre che ospitare, nell’area che nel progetto originario era il cortile interno, il Teatro/Cinema Bauffremont, dal nome della famiglia nobiliare che dopo molte vicissitudini e destinazioni, lo ha acquistato.
Il Palazzo Moncada
caltanissetta palazzom moncada logoIl Palazzo Moncada venne costruito nella metà del XVII secolo per volontà di Luigi Guglielmo Moncada, divenuto conte di Caltanissetta ( ma anche duca di Montalto, principe di Paternò, barone di Melilli,  ecc.) nel 1627 a soli 13 anni. Il  padre Antonio si era ritirato dalla vita pubblica per divenire gesuita e gli aveva lasciato vasti possedimenti feudali di cui Caltanissetta, grazie alla sua grande produzione cerealicola, era non solo il baricentro geografico, ma anche economico.
Luigi Guglielmo dal 1635 al 1638 era stato presidente del Regno di Sicilia, e nel 1647 Vicerè di Sardegna. Nel 1650 decise di far costruire a Caltanissetta un grande palazzo degno del suo nome.
La progettazione si deve a Carlo d’Aprile, famoso architetto del senato palermitano, ma i lavori furono seguiti da un cappuccino, fra Pietro da Genova. La prima pietra venne posta nella primavera del 1651. Il progetto prevedeva l’abbattimento della precedente residenza nobiliare e di un intero isolato di casette al posto del quale venne edificato il lato posteriore del palazzo nuovo. Solo dopo aver finito questa prima parte dei lavori sarebbe stata costruita la parte anteriore, con un largo fronte sulla Strada Grande. In tutta l’ala edificata vennero effettuati i lavori di intaglio: furono scolpiti i mensoloni in pietra che dovevano sorreggere la lunghissima balconata che circondava il piano nobile, con figure antropomorfe e zoomorfe, e tutte le cornici delle finestre e delle porte esterne ed interne.
caltanissetta palazzo-moncadaIn quegli stessi anni, sull’onda delle rivolte di Masaniello a Napoli, un gruppo di intellettuali siciliani cominciò ad accarezzare  l’idea di ribellarsi alla dominazione spagnola per eleggere un nuovo re per una Sicilia indipendente. La scelta cadde proprio sul potente Luigi Guglielmo Moncada, ma la congiura venne scoperta, i congiurati uccisi o banditi e il principe venne chiamato alla corte di Madrid a ricoprire cariche onorifiche, lontano dalla sua terra e dai suoi sostenitori.
Le vicende che portarono all’allontanamento del principe Luigi Guglielmo dalla Sicilia provocarono un rallentamento dei lavori ed in seguito alla loro interruzione: la grande residenza di Caltanissetta, che con la sua pianta quadrangolare occupa un intero isolato, rimase incompleta, metafora di un sogno di indipendenza e di potere rimasto incompiuto.
Divenuto in seguito sede dei tribunali, le sue stanze sono state stravolte, abbassate, divise, tamponate. Dopo un lungo e accurato lavoro di restauro il Palazzo Moncada ha finalmente riacquistato il suo aspetto originario.
Il Museo Archeologico
caltanissetta Museo ArcheologicoIl Museo Archeologico di Caltanissetta, lasciata la sua storica localizzazione nel centro cittadino, è stato riaperto al pubblico nel 2006 –  rinnovato nei percorsi, nella didattica e nei contenuti –  in vicinanza dell’Abbazia normanna di Santo Spirito.
Il nuovo edificio, nascosto tra gli olivi ed i mandorli della campagna nissena, condivide con il “Paolo Orsi” di Siracusa il progettista (lo scomparso architetto Franco Minissi) e, sia pure in piccolo, la scelta, anche in questo caso, della pianta poligonale e di materiali edilizi quali cemento, porfido, legni chiari, vetro, metallo in un insieme che finisce per esaltare, senza sovrapporvisi, l’antichità del contenuto.
Il Museo illustra la storia degli antichi insediamenti del territorio urbano ed extraurbano di Caltanissetta e di altri centri del territorio  provinciale, dalla preistoria all’età tardo antica. Si segnalano i siti indigeni di Gibil Gabib e Sabucina, posti su alture a controllo del fiume Salso, una delle principali vie di penetrazione commerciale e militare dell’antichità, centri che furono ellenizzati da Gela per poi ricadere entrambi sotto il dominio di Agrigento. A quest’ultima, sub colonia di Gela fondata nel 580 a.C., è legata anche l’ellenizzazione del sito indigeno di Vassallaggi, in vicinanza dell’odierna San Cataldo.
Nel settore nord della provincia si ricorda Polizzello presso Mussomeli, con i resti del grande santuario e della necropoli (IX – VII sec. a. C.); mentre nel territorio meridionale e nell’entroterra di Gela emerge Dessueri, posto tra Mazzarino e Butera, con i resti di un complesso abitativo risalente all’età del bronzo recente e finale (XI – X sec. a. C.) e con la sua necropoli, costituita da oltre 3000 tombe a grotticella scavate nella montagna, seconda per vastità ed importanza solo a quella di Pantalica (nel siracusano).
Le collezioni
Nucleo storico dell’esposizione sono i reperti recuperati sul finire degli anni’50 dall’Associazione Archeologica Nissena e provenienti, per la maggior parte, dai siti di Pietrarossa, San Giuliano, Palmintelli, Gibil Gabib, Vassallaggi e Sabucina. Al primo consistente lotto si sono man mano aggiunti i materiali archeologici acquisiti nel corso degli scavi condotti per iniziativa della Soprintendenza negli altri centri del territorio.
caltanissetta museo tempiettoOggi la struttura museale si qualifica come una delle più importanti dell’Isola sotto il profilo scientifico, nello specifico settore archeologico, in virtù delle pregiate collezioni ospitate; si segnalano infatti i reperti bronzei, ma soprattutto quelli ceramici, provenienti dagli insediamenti di Sabucina e Dessueri. Ed ancora i reperti provenienti dal sito di Polizzello, fondamentali per la conoscenza delle culture indigene dell’età del ferro, la cui produzione artistica fu fortemente influenzata dalla tradizione egeo-micenea mediata dai nuclei di genti transmarine venute in contatto con l’isola già nel XV- XIV sec. a. C.. e poi stanziatisi sulla costa meridionale fra il XIII e il XII sec. a. C.
Il Museo espone anche parte delle collezioni archeologiche di Capodarso, un sito che pur ricadendo nella provincia di Enna, è geograficamente e storicamente legato a questa parte del territorio della Sicilia poiché insieme a Sabucina controllava la valle del fiume Salso (Imera meridionale).
L’ordinamento
Adeguandosi alla struttura poligonale del piano espositivo, il percorso si snoda in cinque settori, integrato dai nuovi supporti didattici che illustrano la storia dei siti da cui provengono gli importanti manufatti esposti; ai predetti apparati, in lingua italiana e inglese, si aggiungono anche gli strumenti telematici interattivi che facilitano la visita delle collezioni, nonché un percorso destinato a fruitori non vedenti e ipovedenti.
Settore 1: Il percorso muove dai quartieri cittadini e dalle aree periurbane di Caltanissetta (Pietrarossa, San Giuliano, Palmintelli, Santa Lucia, Sant’Anna, Xiboli, Torretta), con le testimonianze preistoriche databili dalla tarda età del Rame (fine III millennio a.C.) al Bronzo antico (II millennio a.C.) e all’avanzata età del Ferro (VIII – VII sec. a.C.) –
Parallelamente si sviluppa l’esposizione relativa a Sabucina con la ricca ed articolata evidenza proveniente da capanne, mura, cisterne, edifici, aree sacre dell’abitato protostorico e classico.
Settore 2: Contiene le testimonianze riferibili alle tre necropoli di Sabucina databili tra l’età arcaica e classica ed i resti pertinenti all’età romana medio-imperiale (II sec. d.C.), fra cui si segnalano il busto marmoreo dell’imperatore Geta e i modesti corredi provenienti dalle tombe a fossa di contrada Lannari ai piedi del colle di Sabucina;
Settore 3: In questo settore trovano posto i reperti che raccontano, a partire dall’età del Ferro e fino all’età ellenistica, la storia più antica di Capodarso e quella di Vassallaggi in territorio di San Cataldo. E’ soprattutto di provenienza funeraria la bella selezione di reperti da Vassallaggi, in cui spiccano ceramiche di fabbricazione indigena, già certamente influenzate da prodotti coloniali, monili vari ed utensili in metallo, unguentari in alabastro e prestigiose ceramiche a figure rosse importate dalle migliori officine operanti ad Atene tra il 430 e il 420 a. C.;
Settore 4: Della notevole prosperità dell’antico centro di Gibil Gabib per tutto il IV secolo a.C. e fino agli inizi del III fanno fede i ricchi corredi della necropoli di Nord-Est con le belle ceramiche figurate prodotte da fabbriche siceliote,  o a raffinati decori floreali sovradipinti in bianco e giallo nello stile di Gnathia. Accanto a Gibil Gabib sono documentati vari importanti centri del territorio della provincia, quali Cozzo Scavo (non lontano da Santa Caterina Villarmosa) con interessanti evidenze relative all’abitato di V e IV sec. a.C. e soprattutto a quello che è stato interpretato come un complesso santuariale impiantato sul fianco dell’altura; e ancora Mimiani, con i modesti corredi riferibili alla necropoli paleocristiana, da cui pure provengono, però, gli splendidi orecchini aurei riferiti a officine costantinopolitane, attive tra i secoli VI e VII d.C..
Da Monte Raffe, poco distante da Sutera, sono stati esposti, con alcune integrazioni tratte dagli scavi più recenti, soprattutto reperti riferibili all’abitato di V e IV sec. a.C.. Ampio spazio è stato dedicato alla documentazione archeologica proveniente da Polizzello, importante centro eponimo della cultura dell’età del Ferro (IX – VI sec. a.C.) posto a breve distanza da Mussomeli. Il ripostiglio di bronzi, i corredi della necropoli, la multiforme varietà delle offerte deposte nell’area sacra dell’acropoli coi suoi molti edifici, in cui elmi, lance e statuette si affiancano alla preziosità dell’ambra e dell’avorio, si offrono all’attenzione dei visitatori.
Settore 5: Accoglie la documentazione riferibile alla porzione meridionale del territorio provinciale, in cui fanno spicco siti d’interesse preistorico, come il piccolo abitato di Garrasia, databile all’età del Bronzo antico e quello ben più complesso di Dessueri con cospicue testimonianze provenienti sia dalle necropoli (ceramiche e bronzi) che dall’abitato a struttura palaziale sul Monte Maio, rifereribili all’età del Bronzo recente-finale (secoli XIII – XI a. C.).
Chiude l’esposizione di quest’ultimo settore il centro indigeno ellenizzato di Monte Bubbonia (forse l’antica Maktorion), in territorio di Mazzarino, con i bei corredi della necropoli di età arcaica e classica in cui accanto ad anfore e oinochoai a decori geometrici fanno la loro comparsa monili e manufatti in argento nonché pregevoli importazioni da officine corinzie e successivamente attiche, sia a figure nere che a figure rosse.
A completamento del percorso, tra le novità introdotte nell’allestimento museale del 2006, si evidenzia – oltre alla vetrina che raccoglie ed espone le donazioni effettuate da notabili famiglie nissene nella seconda metà del secolo appena concluso – anche la costituzione di un piccolo monetiere cioè di una sezione numismatica monografica che raccoglie ed illustra i più significativi rinvenimenti di monete antiche effettuati nei territori di Sabucina, Vassallaggi, Gibil Gabib, Cozzo Scavo ed anche Butera.
Si segnala infine la recente acquisizione a cura dell’Amministrazione Regionale di una piccola statua di Kore (fanciulla) in pietra con ghirlanda tra le mani, della fine del VI sec. a.C..
Il Museo mineralogico e paleontologico della Zolfara
caltanissetta Museo MineralogicoIl Museo mineralogico e paleontologico della Zolfara di Caltanissetta, unico nel suo genere nel meridione d’Italia, documenta l’attività mineraria delle antiche zolfare. 
In provincia di Caltanissetta si trovano ancora oggi diversi impianti di estrazione caduti in disuso, ma ben conservati. Oltre alla collezione di importanti minerali di tipo gessoso solfifero, di rocce e fossili rari, il museo conserva anche alcuni strumenti d’epoca utilizzati nella vita delle miniere, come i castelletti di estrazione, i vagoncini utilizzati per il trasporto dei minerali, i forni “Gill”.
Particolarmente interessante la ricostruzione in scala di uno spaccato di miniera, dove è possibile riconoscere le gallerie, il pozzo di estrazione e i forni. Il museo conserva inoltre una ricca serie di carte geologiche della Sicilia.
Il Teatro Regina Margherita
caltanissetta teatro margherita logoUna lapide collocata su una delle lesene alla sinistra di chi entra nel vestibolo del teatro comunale “Regina Margherita” di Caltanissetta, ricorda l’anno di inizio dei lavori di costruzione e il nome dei principali iniziatori di quell’avventura culturale e mondana che, partendo dalla belle-époque, percorre l’intera storia d’Italia fino ai nostri giorni.
Il teatro Magherita, venne ultimato nel 1873 ma già nel dicembre del 1859 il decurionato di Caltanissetta deliberava un indirizzo di ringraziamento a “Sua Maestà Sovrana” Francesco II per aver accordato la costruzione dell’edificio municipale con annesso teatro, e la contestuale supplica di potere apporre a questo il nome di “Teatro Santa Sofia” in onore della sua “augusta consorte” Maria Sofia Wittelsbach di Baviera.
L’ingegnere Barbera, nel 1873, completava l’edificazione del teatro al quale intanto, mutate le vicende politiche (nel 1860 la Sicilia era già passata al regno d’Italia), era stato dato il nome della principessa Margherita (non ancora regina; lo divenne nel 1878, alla morte di Vittorio Emanuele II), consorte di Umberto di Savoia.
L’inaugurazione del teatro, avvenne il 16 marzo del 1875 con il Macbeth di Verdi, in una edizione, a quanto si legge sui giornali dell’epoca, molto modesta; ma non tanto quanto, al successivo 30 marzo, “Il Birraio di Preston” di uno sconosciuto musicista, Federico Ricci, un rossiniano, la cui rappresentazione venne imposta, a quanto pare, dal prefetto dell’epoca, il fiorentino cavalier Fortuzzi. Intorno a questo evento si registra la deposizione dinanzi alla Commissione d’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia, 1875-76, (non è quella sulla mafia, di Fracchetti e Sonnino) di Giovanni Mulè Bertolo, che accusa Fortuzzi, in modo inesatto, di avere imposto quest’opera addirittura per l’inaugurazione del teatro. Nell’equivoco viene trascinato anche Andrea Camilleri, scrittore, romano di adozione, ma siciliano di nascita (è di Porto Empedocle). che ne fa un gustosissimo racconto, proprio “Il Birraio di Preston”, edito da Sellerio, nel quale in una selva di intrecci fantastici e di singolari avvenimenti – c’è persino l’incendio del teatro e, prima ancora, l’intervento della polizia a cavallo all’interno del teatro stesso per sedare i tumulti provocati dallo scontento per quella schifezza di spettacolo che fu “Il Birraio” – si descrive la storia delle prepotenze del Fortuzzi.
caltanissetta teatro margheritaIncomincia quindi, dopo i primi spettacoli, e dopo interruzioni a volte molto prolungate, la serie delle concessioni a privati, con convenzioni che prevedevano di tutto: impegni per restauri parziali, per ammodernamenti (nel 1916 una società nissena offriva tra le altre cose la trasformazione ad energia elettrica dell’impianto dell’illuminazione del teatro, ancora a gas, in cambio della concessione per farne un cine-teatro), per impegni sulle qualità delle rappresentazioni ed altro.  Certo l’intervento dei privati riusciva a volte ad arricchire la città di qualche spettacolo colto e interessante. C’è ad esempio il periodo intorno agli Anni trenta, nel quale operò il nisseno maestro Ayala, sostituito da Gino Marinuzzi, il quale fu protagonista di varie stagioni liriche nel teatro Margherita: in quella del 1929 presentò la Turandot, opera postuma di Puccini, che veniva eseguita per la seconda volta in Sicilia dopo la prima rappresentazione al Massimo di Palermo. Ci fu molta commozione quando, dopo la scena del trasporto di Liù morta per amore, il maestro, come Arturo Toscanini alla prima dell’opera, nel 1926, al teatro alla Scala, ferma l’orchestra e, rivolto al pubblico, dice: “Qui finisce l’opera del compianto Puccini, chiedo un minuto di raccoglimento”. Quindi conclude con l’ultima scena elaborata da Franco Alfano.
Sono gli ultimi guizzi del Margherita, viene poi l’impiego massiccio nelle manifestazioni del regime, la prepotente ascesa del cinema sonoro come spettacolo di massa, la guerra, lo spezzonamento del tetto del palcoscenico, l’abbandono, l’ultima avventura con l’ultimo gestore che ne fa una scadente sala cinematografica, affitta l’atrio ad un bar, completa il degrado del locale fino a quando, il 3 marzo del 1970, la Commissione di vigilanza ne revoca l’agibilità.
Compito del restauro, iniziato coi fondi previsti dalla L.R. n. 48 del 28 novembre 1970, era quello di restituire il teatro alla sua normale utilizzazione, puntando per prima cosa, al riottenimento del permesso di agibilità. Bisognava dunque portarlo al rispetto delle norme dettate dalla circolare del Ministero dell’Interno n. 16 del 15 febbraio 1951 e successive modifiche ed integrazioni; questo comportava il totale abbandono delle strutture lignee di sostegno del vecchio teatro e la sostituzione di esse con strutture inerti al fuoco. Tutte le strutture portanti del Margherita sono state quindi rifatte con conglomerato cementiizio armato, sia nelle parti di sostegno verticali che in quelle orizzontali. Si rese inoltre necessario rifare di sana pianta tutti gli impianti elettrici, tecnologici e le attrezzature scenotecniche, utilizzando tutto ciò che intanto era diventato dominio delle nuove tecnologie teatrali. Gli impianti quindi non sono stati soltanto rifatti, ma anche ammodernati e computerizzati.
Il teatro Margherita, tenuto conto di tutte le attrezzature di cui è dotato, nasce dunque non come un teatro destinato soltanto alla recezione di spettacoli di giro o comunque di provenienza esterna, ma come un teatro in grado di produrre spettacoli, cioè una entità economica e produttiva.
Per quanto riguarda le decorazioni, in particolare tutti i rivestimenti della sala, i parapetti dei palchi, le colonnine di sostegno, le cornici, i capitelli, l’arco armonico, le paraste del proscenio, anch’esse interamente in legno, dunque non riproponibili per il rispetto dell’attuale normativa antincendio, esse sono state rifatte con stucco di gesso misto a lana di roccia, la cui risposta, ai fini acustici, è molto simile a quella del legno.
Oggi il teatro, grazie ad una sinergia tra pubblico e privato, si propone con sempre nuovi cartelloni che possano accontentare il variegato pubblico nisseno.
Riserva Naturale orientata Monte Capodarso e Valle dell’Imera
monte_capodarsoNel cuore della Sicilia, a cavallo tra le province di Enna e Caltanissetta e lungo il corso del fiume Imera meridionale, si estende uno dei maggiori polmoni verdi dell’isola, la Riserva Naturale Orientata di Monte Capodarso e Valle dell’Imera meridionale. Istituita nel 1999 e affidata in gestione all’Associazione Italia Nostra la riserva ricade nel territorio dei comuni di Pietraperzia, Caltanissetta ed Enna, tra le falde del Monte Capodarso e del Monte Sabucina, coprendo un territorio di ben 1.485,1 ettari. In un contesto archeologico e naturalistico di rara bellezza si fondono vari ecosistemi, miniere di zolfo, zone archeologiche e masserie. La prima cosa che colpisce chi arriva nella valle è lo stupendo paesaggio che ha come protagonista il fiume Imera che in alcuni tratti, è incassato tra pareti calcaree mentre in altri è circondato da colline che degradano dolcemente. Nel fiume confluiscono le acque di numerosi affluenti, fra i quali i fiumi Morello e Torcicoda. L’acqua, a volte, abbandona il suo letto creando dei meandri simili a stagni, dove nidificano molte specie animali. Qui è presente la tipica vegetazione degli ambienti rupestri con essenze tipiche della macchia mediterranea e quella degli habitat acquatici. Ad ovest del fiume si estende il territorio della provincia di Caltanissetta, mentre a est quello della provincia di Enna. Già negli anni ’70 si profilò la necessità di proteggere il corso centrale del fiume dalle speculazioni, dalle cave e dalle cementificazioni di ogni sorta ma nonostante tutto la vallata venne ugualmente deturpata dalla realizzazione dello scorrimento veloce Caltanissetta-Gela. I magnifici ambienti naturali sono caratterizzati da ampie gorene con meandri e pozze d’acqua fluviale salata, mentre l’altura di Capodarso, di roccia calcarenitica di colore ambrato, ospita cavità carsiche inesplorate delle quali è uno splendido esemplare la ‘Grotta delle meraviglie’.
Flora e Fauna – L’ambiente naturale e agricolo della valle presenta differenti ecosistemi che vanno dai boschi di pino ed eucalipto alle pareti rocciose coperte dai radi cespugli della macchia mediterranea, dall’alveo del fiume alle coltivazioni di pistacchi, olivi e mandorli. A secondo degli ambienti la flora cambia e si adatta. Vi sono ampie estensioni a vegetazione steppica ricche di euforbie, tagliamani (in dialetto ‘disa’), finocchio selvatico, assenzio, ferula e zone a macchia dove trovano il loro habitat ideale il leccio, l’oleastro, il lentisco, il terebinto. Nel periodo invernale fiorisce la barlia, lo spazzaforno, il giaggiolo, la bellavedova e il colchico mentre in primavera il paesaggio è un susseguirsi di colori con fiori di vario genere tra cui spiccano le orchidee spontanee.
Nelle zone disseccate del greto del fiume nidificano l’occhione e il corriere piccolo. I canneti, invece, ospitano la cannaiola, il cannareccione e il tarabusini e le rondini. Il fiume è il territorio di caccia del martin pescatore mentre sui monti Sabucina e Capodarso nidificano il culbianco e la monachella. Gli anfratti rocciosi e i vecchi casolari diroccati sono frequentati dal raro piviere tortolino, dal barbagianni, dall’allocco, dall’assiolo e dalla civetta. Presente nella zona la rarissima aquila del Bonelli insieme alla poiana, al gheppio, al nibbio reale, al lanario, al pellegrino e al grillaio. Nella zona sono presenti circa 150 specie di uccelli di cui almeno 60 nidificanti. L’Imera meridionale è un luogo di migrazione tanto che in primavera ed autunno è percorso da varie specie di uccelli migratori come gli aironi, le garzette, i falchi di palude, i limicoli, le gru, le albanelle, i falchi pecchiaioli e svariati passeriformi. Tra i mammiferi ricordiamo il raro gatto selvatico che si rifugia nelle aree boschive, l’istrice, il riccio, la donnola, il coniglio selvatico e la volpe. Nelle acque salate del fiume vive anche la testuggine palustre i cui esemplari, purtroppo, sono in forte diminuzione a causa dell’inquinamento e della presenza umana. Un rettile presente nella zona, anche se raro, è il colubro di Esculapio o saettone, un serpente innocuo che può raggiungere anche i due metri di lunghezza.
mulino_abbandonato_capodarsoArcheologia industriale: La riserva è abbastanza antropizzata e ospita numerose masserie, ricoveri temporanei e pagliai. Molte delle masserie hanno una tipologia a baglio o cortile aperto con gli ambienti a piano terra destinati a stalle e magazzini mentre i piani superiori ad abitazione. La Valle dell’Imera ospita inoltre, alcuni tra i maggiori siti della civiltà mineraria siciliana. Nelle due cime di Monte Capodarso ad est e Monte Sabucina a ovest si sono accumulati, nel corso dei millenni, i depositi dell’altipiano gessoso solfifero sino a favorire la formazione di miniere di zolfo su ambedue le rive. Tra le più note ricordiamo quelle di Trabonella, Giumentaro e Giumentarello che oggi rappresentano un prezioso esempio di archeologia industriale. Procedendo lungo la SS.122, dopo aver percorso una stradella che sottopassa ponte Capodarso, edificato nel 1553 sotto Carlo V da due ‘mastri’ veneziani, si arriva alla miniera Giumentaro, la più recente e meglio conservata della provincia dove è ancora visibile un pozzo di estrazione con il castelletto in ferro.
Area Archeologica di Monte Sabucina : Si inseriscono nel magnifico paesaggio di Monte Sabucina i resti di un villaggio sicano ellenizzato del XII secolo ove sono state rinvenute una necropoli con tombe a grotticella della prima età del bronzo ed una misteriosissima e scenografica scala che scende per alcuni gradini per poi proiettarsi nel vuoto della rocca. Nessuno ha ancora capito la sua funzione. Alcuni archeologi colgono un valore simbolico ritenendo che si tratti di un tragitto verso mondi sovrannaturali o un luogo di supplizi, altri pensano ad una via di fuga un tempo dotata di corde e scale a pioli.
www.riservaimera.it
Riserva Lago Sfondato
Lago sfondato1La Riserva Naturale Integrale “Lago Sfondato” è stata istituita dall’Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente nel settembre del 1997 per tutelare un ambiente di notevole interesse geologico e per studiare la morfologia e l’idrologia carsica del lago. Le motivazioni iniziali sono tuttavia riduttive rispetto alle valenze naturalistiche del territorio, che vanta una flora e una fauna di particolare interesse conservazionistico. L’area protetta, infatti,è stata classificata come Sito di Importanza Comunitaria per la presenza di un habitat inserito nella direttiva europea 92/43: “lago eutrofico naturale con vegetazione del tipo Magnopotamion o Hydrocharition”.
Lago sfondatoLa Riserva ricade nel territorio comunale di Caltanissetta, a pochi chilometri dal centro abitato di Marianopoli. Si trova ad una quota di circa 400 m s.l.m., ad oriente di Monte Mimiani e alle falde di Cozzo Pertichino. Il decreto istitutivo ha suddiviso il territorio della riserva, esteso complessivamente 33,7 ettari, in due distinte aree a differente destinazione d’uso, in funzione delle caratteristiche ambientali e dei diversi obiettivi gestionali:
• la zona A, con una superficie di 13,7 ettari, comprende lo specchio d’acqua, l’intera conca di sprofondamento nonché alcuni tratti del corso del torrente Stretto;
• la zona B di pre-riserva, con una superficie di circa 30 ettari, è caratterizzata prevalentemente da colture cerealicole e pascoli.
www.legambienteriserve.it
Mercato dell’antico quartiere Strata ‘a Foglia
caltanissetta stratafogliaMercato ultrasecolare della città, sito in Via Consultore Benintendi, destinato prevalentemente all’agroalimentare, dove i venditori di frutti e verdure espongono la loro merce in grande stile e la promuovono con un vociare caratteristico e attraente.
L’avvento di venditori di prodotti di vario tipo da parte di extracomunitari, che stava snaturando la vocazione della “Strata ‘a Foglia”, è stato arginato con una recente delibera, voluta dall’assessore Giarratana e approvata dalla Giunta Campisi, che ha imposto la vendita di soli prodotti agroalimentari.
Al Mercato Strata ‘a foglia si trova una vastissima scelta di prodotti che, con i loro colori ed i loro profumi, rendono ancora più caratteristico questo luogo importante del centro storico di Caltanissetta.
Al riparo dall’inquinamento del traffico cittadino, in un ambiente caratterizzato da colori, profumi e dalle voci dei venditori, ogni giorno al Mercato Strata ‘a Foglia, di buon mattino, arrivano il pesce e gli ortaggi più freschi, la carne e i formaggi più genuini, la frutta di stagione e tanti altri prodotti garantiti da operatori che, da diverse generazioni, tengono vivo questo luogo suggestivo, offrendo qualità, risparmio e assortimento.
Fonte: www.comune.caltanissetta.it

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