venerdì , Luglio 30 2021

Comune di Campofranco

Dai baroni Del Campo ai principi Lucchesi Palli
Logo CampofrancoPiccolo casale fondato nel 1573 dal barone Giovanni Del Campo su licenza regia, Campofranco diviene in breve tempo un fiorente borgo, passato poi ai Lucchesi Palli che lo elevarono a principato

La storia di Campofranco comincia nei 1549, quando la famiglia Dei Campo perde la baronia di Mussomeli per una serie di disavventure legate al nome di Cesare Lanza. Al barone Dei Campo rimase il possesso solo di quattro feudi, Lo Zubbio, Castelmauro, San Biagio e Fontana di Rose.

I Dei Campo si ritirarono allora a vita privata, sino a quando Giovanni, il più giovane della famiglia, non decise di risollevare le sorti della casata, popolando uno dei suoi feudi. Il 10 febbraio 1573 Filippo Il di Spagna, figlio di Carlo V, sotto la cui dominazione ricadeva la Sicilia, invia lettere regali con la licenza di edificare un casale e chiamarlo Campofranco. Per la verità, un piccolo casale esisteva già nel feudo Fontana di Rose, dove erano sode capanne e case di pastori e contadini, magazzini per la conservazione dei cereali, un locale per la sacrestia; tutto il complesso era difeso da una torre, con soprastanti e campieri.
Dopo alcuni mesi, a settembre, il barone stipulava <<A capitoli della baronia>> con alcuni cittadini di Sutera, fissando le condizioni per un buon rapporto di convivenza fra signori e vassalli. Vi venivano concordate gabelle, franchigie, agevolazioni, censi, privilegi, diritti e doveri. La vita dei paese cominciò a svolgersi, dunque, simile a quella di tanti altri comuni. Presto, attratti da regalie e privilegi, accorsero dalle terre vicine contadini e artigiani, e il nuovo minuscolo borgo andò ampliandosi con beverature, chiese, forni, mulino e altre infrastrutture essenziali per la crescita dei comune. Il Governatore don Giovanni Lo Burgio, per rendere più accogliente il nuovo borgo, spianò il terreno davanti ai castello , destinandolo a piazza grande, mentre di fronte, in leggero pendio, sorgeva la Chiesa Madre, dedicata a San Giovanni Evangelista (Giovanni era il nome dei feudatario). Come a cingere la vasta piazza a corona, si tracciarono le prime vie, strette e tortuose, con cortili ariosi e ampi, dove carrettieri, artigiani, soprastanti, cittadini andavano costruendo le case, solitamente a un piano.
Una struttura architettonica che condizionò le costruzioni dei paese negli anni a venire. Nella piazza, poi detta della Matrice, furono subito date le licenze (di pertinenza del barone) per aprire il macello (o bocceria), il fondaco, il forno, le botteghe, mentre l’acqua zampillava e riempiva le vasche della beveratura, che serviva uomini e animali. Le prime strade furono via dell’Itria, via della Matrice, via delle Fosse, via delle Pile (dove erano stati costruiti un abbeveratoio e un lavatoio), via dell’Ebreo, via dei Sarto… Via dei Mercato (poi via Lunga e infine via Umberto) era ancora fino a poco tempo fa il corso principale, che iniziava dalla piazza e quasi in un unico tratto, angusto e sinuoso, raggiungeva la chiesa e il convento di San Francesco.
Qui si sviluppò un altro quartiere, con la via Lume (per la presenza di una chiesetta dedicata alla Madonna dei Lume) che conduceva a una trazzera che saliva a Sutera.
L’amenità dei luogo e la bellezza dei paesaggio contribuirono al progressivo espandersi della popolazione: nel 1583 il primo censimento della popolazione registrava 117 fuochi cioè famiglie, e 462 anime; poco più di dieci anni dopo, nel 1595, erano salite a 910. I Campo ressero il paese sino al 1622, con le solite liti familiari, quando l’ultima baronessina, donna Eleonora, sposò giovanissima don Fabrizio Lucchesi Palli, della famiglia di Sciacca e Naro, che nel 1625 ottenne da Filippo IV il titolo di principe di Campofranco. I Lucchesi discendevano da un nobile rampollo toscano, Andrea, barone dei castello di Trepalli, nei pressi di Lucca, che venne in Sicilia al seguito di Ruggero il Normanno.
Dopo la conquista normanna raccolse onori e favori a Sciacca, Naro e Palermo. I Lucchesi divennero tra i più ricchi baroni di Sicilia e la loro potenza si accrebbe ancora nel ‘700 e nell’800, culminando con il potere civile, religioso e culturale di Antonio, che promosse l’Accademia della Galante Conversazione (1760); con Andrea, che divenne vescovo di Girgenti (1755) e istituì la Biblioteca Lucchesiana; Giuseppe, che si coprì di gloria sui campi di battaglia (1756); e un altro Antonio, uno dei protagonisti della vita politica dei Regno delle Due Sicilie, per due volte Luogotenente dei Regno.
La numerosa discendenza dei principi Lucchesi, tuttavia, non portò miglioramenti determinanti alla crescita del paese, ricordato nei documenti per le scarse contribuzioni e i legati destinati dai feudatari per le chiese, gli altari, le feste e per i poveri. Nel corso dei secoli, il feudalesimo, con le sue angherie e soprusi, produsse qualche caso di rivolta, stroncato con la forca, il cui’ emblema si ergeva alle porte dei paese; vi furono carestie, banditi (il famoso Peppe Termini), la peste e il colera (che nel 1887 ebbe in Edmondo de Amicis un cronista d’eccezione).
In epoca moderna, con lo stabilimento dei sali potassici della Montecatini, con la miniera di zolfo Cozzo Disi (oggi entrambi chiusi) e con altre piccole attività industriali, Campofranco ha conosciuto un periodo di benessere.
Il Museo di Storia locale
museo CampofrancoÈ stato don Antinoro, che con intelligenza e lungimiranza, mettendo a disposizioni i locali parrocchiali, ha incoraggiato la realizzazione del Museo, ideato e curato dal prof. Vincenzo Nicastro. Il Museo è costituito da un ampio salone dal quale si accede alla Chiesa dell’ Itria, la prima del paese, costruita nel 1573 dal barone Giovanni del Campo ed in seguito restaurata ed arricchita di alcune opere artistiche dai Lucchese/i Palli, principi di Campofranco. L’ultimo restauro, curato dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta, risale al 2001. Interessante è stato il rifacimento dell’intero pavimento e del Blasone dei Principi del 1836, riportato sulle piastrelle. Il Museo è sorto per ricordare ai posteri il dinamico e zelante sacerdote don Salvatore Nazzareno Falletta (Campofranco, 1.4.1910-29.8.1998), di umili origini, che proprio nel salone ora trasformato in museo iniziò il suo apostolato sacerdotale. Qui riuniva la gioventù del paese e la formava con entusiasmo e passione alla fede e agli insegnamenti cristiani, quale assistente dei giovani di Azione Cattolica. Padre Nazareno è stato parroco della Chiesa Sacra Famiglia del Villaggio Faina (1963); primo rettore della Chiesa di Santa Rita (1953), che fece ricostruire, ingrandire ed abbellire all’interno ed all’esterno; fondatore del giornale La Voce di Campofranco (1961) e promotore di varie ed innumerevoli attività pastorali, sportive e creative, sempre mirate all’educazione cristiana della comunità intera. I documenti contenuti nelle vetrine attualmente sono oltre 500 e si arricchiscono periodicamente attraverso le donazioni. Di essi, nel periodo tra luglio 2004 e febbraio 2005, è stata effettuata una prima catalogazione da Filippo Salvatore Oliveri, da Giuseppina Ballacchino e Raimondo Curto, collaboratori dell’architetto Giovanni Crisostomo Nucera (responsabile del Servizio storico, artistico ed etno-antropologico), coordinati dalla dottoressa Rosalba Panvini, soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta. Il lavoro era stato iniziato dalla precedente responsabile del Servizio dottoressa Emanuela Palmisano. I documenti esposti, tutti originale, si suddividono principalmente in: 1. pergamene, incisioni, litografie e xilografie, con soggetti religiosi, storici e geografici, datate dal secolo XV al XX. Documentano l’espressione della migliore arte di stampa italiana ed europea e sono tutte in originale; 2. documenti, fotografie, argenti sacri, oggetti vari del luogo e del circondario; 3. libri e pubblicazioni d’interesse locale, dal secolo XVII ad oggi. La raccolta del 1° gruppo proviene dalla collezione privata del N. H. Dottor Francesco Paolo Lucchese Provenzano, medico e mecenate in Bologna (Alcamo 1914-Bologna 2000), ed è stata concessa alla Direzione del Museo dagli eredi, i figli Vincenzo e Daniele Lucchese Salati, per onorare e ricordare ai posteri l’illustre genitore. Quelle del 2° e del 3° gruppo sono state donate da Istituzioni pubbliche e da cittadini che condividono la finalità del Museo o che amano Campofranco.
Orario d’apertura da LUNEDì a SABATO – ore 9.00 – 13.00
Verdi colline e antiche tradizioni
Circondata dal verde, in un territorio ricco di acque e di giacimenti minerari, Campofranco da quattro secoli celebra le sue feste più importanti: la Pasqua, rappresentata teatralmente, e il festino di S. Calogero “ricco”, patrono della città
Sul versante sud del monte S. Paolino, un pò più giù dell’antichissima Sutera e a soli tre chilometri dal bivio che si diparte dalla strada a scorrimento veloce Palermo-Agrigento, su un poggio arieggiato e ameno, sorge Campofranco, ridente comune collinare nella Valle dei Platani, in provincia di Caltanissetta, dalla quale dista 75 chilometri circa. Il suo territorio confina con Sutera, Milena, Casteltermini, Grotte e Aragona.
A circa tre chilometri dal paese, in contrada Auricella, una vecchia trazzera conduce direttamente, con un percorso accidentato ma in una zona panoramica e suggestiva, al Gallo d’Oro, un torrente che sgorga da varie sorgenti delle alture di Mussomeli e Montedoro, riceve le acque dei torrente Salito e va a gettarsi nel fiume Platani. Quasi al termine della trazzera, a valle, in un punto in cui le due rive si restringono, oggi si possono osservare i due tronconi di un grande ponte, il cosiddetto “ponte romano”, crollato alla fine dei luglio 1980. Il ponte era parte dell’Itinerario diAntonino Augusto, importante nodo stradale dell’epoca romana, che portava ad Agrigento. Nelle vicinanze vi era una statio, la Comiciana, cioè una stazione di passaggio (una soda di odierno motel) con case, magazzini e stalle, dei quali sono state ritrovate delle tracce. Sicuramente più volte danneggiato e ricostruito, dopo l’ultimo crollo nel 1700 la Deputazione dei Regno di Sicilia aveva dato incarico di costruirne uno nuovo. Nel 1815 Antonino Lucchesi Palli lo aveva fatto restaurare. Altri interventi lo avevano interessato nel 1931 nel 1940. Nel 1977 sono comparsi lesioni e squarci tra i massi della parte centrale dell’arco, poi il crollo. Le zone collinari dei territorio di Campofranco si prestano all’allevamenti di mandrie e greggi, mentre la parte pianeggiante e in lieve pendio offre ( dizioni favorevoli alla coltivazione de cereali, della vite, dell’ulivo, dei man lo e degli alberi da frutto.
Il comprensorio è ricco di giacimenti minerali e di sorgenti fresche; limpide acque, spesso amare, sgorgano nelle campagne (la Iuntana di li rosi”, la Iavara”…). Vi fioriscono piccole aziende agricole, giardini di agrumeti, frutta e vigneti. Scomparsi i grandi colossi industria degli anni Sessanta, fra i quali lo stabilimento di sali potassici della Montec; (poi ltalkali), forse uno dei più grandi d’Europa, e chiusa la miniera di Cozi Disi, la vocazione di Campofranco & bra possa essere oggi quella turistica. Certamente, così come gli altri centri vicini (Milena, Sutera, Acquaviva, Mussomeli) con i quali si intende creare un comprensorio unico, visto il comi patrimonio storico e tradizionale, Campofranco dovrà mettere in atto n piani di sviluppo socio-economico, aziende agricole, anche piccole, con allevamenti più razionali e associazie interpoderali.
Le feste
CampofrancoLe tradizioni religiose e folkloristiche Campofranco vantano quattro secoli vita, da quando, nel 1573, a popolare nuovo borgo si mosse un gruppo di diciannove suteresi, con mogli, figli, parenti, attratto dalle agevolazioni ec( nomiche offerte a chi si fosse stabilifi nel nuovo casale. I nuovi abitanti portarono con sé le loro abitudini e tradizioni, ormai consolidate, e le prime chiese sorsero per iniziativa di un frate dei c vento di S. Francesco di Sutera, sotto l’autorità dei vescovo di Girgenti, don Pietro De Michele. Accanto alle chiese sorsero numerose confraternite quella dei SS. Salvatore, dei SS. Sacramento, della Carità e altre ancora, che avevano l’incarico di organizzare le festività più importanti: la celebrazione della Pasqua, innanzi tuffo, e col tempo quella dell’Immacolata, dell’Ascensione e le altre. Nacque anche, così, la festa più importante soffio il patrocinio dei Campo, quella di S. Maria Odiglitria, o dell’Itria, la terza domenica di agosto, poi spostata il martedì di Pentecoste, con la processione del gruppo artistico dell Madonna con il Bambino e i due Calorij di L’Itria, opera di maestranze palermitane. la festa è scomparsa a metà dell’Ottocento.
Ancora oggi il sacro si lega al profano, grazie a uno spirito religioso che attesta, come scrive Cocchiara, che ” le tradizioni dei popolo sono parte integrante della nostra storia, della nostra civiltà, della nostra umanità“, tramandandosi come atti di fede di padre in figlio. Le stesse pratiche agricole della semina e dei raccolto venivano viste in dipendenza diretta della benevolenza divina, e vi venivano invocati i nomi di Gesù, di Maria e di molti tra i santi più importanti. La Domenica delle Palme i contadini lavorano i rami di palme e di ulivo, e i ragazzi, legate le campane delle chiese, vanno in giro a far rumore con speciali strumenti di legno: “raganelle o trucculu”. Il Giovedì santo vi è l’addobbo dei sepolcri con speciali piante a lunghi steli di grano, germogliati “a lu scuru” in una ciotola o in un piatto, legati con nastri e deposti a terra davanti l’altare dei S. Sepolcro. Fino a pochi anni fa, tuffo si concentrava, oltre che sulle cerimonie che si svolgevano in chiesa, sulla “cena” dei Governatori delle Confraternite. Dodici Apostoli e il Signore sedevano davanti a un gran mensa imbandita con l’agnello arrostito, nel salone dell’Oratorio. La sera, dopo la cena, la statua del l’Ecce Homo peregrinava con una gran folla di fedeli silenziosi dalla Matrice alla chiesa dell’Itria. Il Venerdì santo si svolge ancora oggi nella sua integrità la Giunta, cui segue la Crocifissione e la Scinnenza. E un rito antico, con i simulacri portati ancora a spalla dai devoti, secondo una più recente organizzazione della fine dell’800 dovuta all’arciprete don Vito Modica. Egli fece rinnovare tulti i personaggi della Pasqua, affidandone l’incarico allo scultore don Michele Caltagirone, detto il Quarantino, della vicina Casteltermini.
La Madonna, S. Giovanni e Gesù, con la croce sulle spalle, si ritrovano alle ore 14 tra una gran folla di fedeli sotto il Calvario, per l’incontro in un profondo silenzio rotto soltanto dalle note gravi e solenni della banda musicale lì massimo della commozione si raggiunge quando Gesù bacia la mano dell’Addolorata, quindi i tre gruppi salgono ai luogo vicino dove Gesù è messo in croce. A sera l’urna con Gesù modo fa i I giro dei paese e la processione diventa più suggestiva, mentre il giorno va scemando e la fiamma dei ceri incartocciati comincia a tingere i volti di una pallida luce. La “lamintanza” di qualche vecchio diventa sempre più ossessionante, un lamento di dolore e di spasimo. E così avanti e indietro sino alla piazza principale e al silenzio assoluto dopo la fine della processione. Nel pomeriggio della Domenica chiude le manifestazioni pasquali una processione coi simulacro del Sacro Cuore di Gesù. L’ultima domenica di luglio, almeno una volta nella vita, i campofranchesi compiono a piedi scalzi il viaggio dalla propria dimora alla chiesa di S. Francesco, per i festino di S. Calogero ricco. Da quasi tre secoli, da quel fatìdìco Il gennaio 1693, giorno di uno dei più tremendi terremoti dell’Isola, Campofranco ringrazia Calogero, santo taumaturgo famoso nella diocesi di Agrigento, per averlo preservato dalla rovina dei terremoto, ed impetra il suo aiuto per essere liberato da ogni male anche spirituale. L’intero mese di luglio è dedicato ai santo; per trenta giorni, ogni sera, una folla di devoti assiste alla messa nella chiesa dell’antico convento francescano, recita il vespro e canta «Fedeli a Calogero, correte fidenti, mentr’Egli sa compiere sublimi portenti».
Il “viaggio” a piedi scalzi. con il rosario in mano, fino ad alcuni anni fa si completava nella chiesa con la “lingua a strascinuni” dall’entrata fino all’altare maggiore, Oggi restano gli abitini bianchi con i bottoni neri per i bambini, la raccolta delle offerte per una “missa cugliuta”, le grandi forme di pane, anche a decine di chili, che riproducono gambe, braccia o altre pani dei corpo guarite per intercessione dei santo.
Da un paio d’anni la Pro Loco organizza una sagra dei pupi, con quintali di pane che viene distribuito a tuffi. E tutti si segnano con la croce, e anche i più sceltici mangiano il pane come cosa sacra; perché S. Calogero, come raccontano in tanti, è capace di venirti a trovare di notte e di prenderti a bastonate: la bellissima statua, rappresenta un monaco con un viso doicissimo, la veste candida e il mantello nero, ma con un bel bastone d’argento (regalo dei principi’ Lucchesi nell’800). Molto sentita è anche la festa dell’Immacolata Concezione, L’8 dicembre, che si tramanda dal 1624, anno della peste a Palermo. Il sostegno a questo culto trovò il suo centro dì ìrradiamento nelle chiese francescane e in quel tempo sorsero cappelle, simulacri, confraternite in ogni pane di Sicilia. Campotranco non fu da meno: i frati francescani iniziarono la processione della Madonna tra la chiesa di S. Francesco e la Matrice, che dura tutt’oggi. Nel 1714 i( sacerdote Antonino Infante faceva scolpire a sue spese una statua molto bella dell’immacolata; nei 1760 veniva istituita la Contratenita della Madre di Dio e alcune manifestazione folkloristiche, come quella delle cotaccalle. La processione porta le due statue dell’Immacolata e dì S. Lucia dalla chiesa di S. Francesco alla Matrice e, dopo una settimana, si svolge una processione di ritorno. Di sera, vampe e fuochi nelle piazze e nelle campagne circostanti. Sino a pochi anni fa il 19 marzo si svolgeva la “tavulata di li vicchiareddri“, banchetto con grande profusione di cibi, per sciogliere voti o beneficiare i poveri. Venivano scelti tre santi (o sei, o nove, o dodici), Gesù, Maria e Giuseppe. Il prete benediceva le pietanze e il pranzo veniva spesso rallegrato da musiche. La tradizione, riproposta qualche anno fa dalla Pro loco, è stata di nuovo abbandonata. Per S. Rita, infine, il 22 maggio, si svolge una originale benedizione di automobili e motociclette, un tempo patrocinata dagli operai della Montecatini.
Capolavori nascosti
Chiese di CampofrancoNelle chiese di Campofranco, tutte coeve alla fondazione cinquecentesca della città, si conservano notevoli opere d’arte, fra le quali una splendida Decollazione del battista, all’interno della chiesa Madre, e una andata al Calvario, nella chiesa di S. Francesco.
 Sul piccolo centro feudale di Campofranco una delle più antiche testimonianze è quella dei Pirri (1630 ca.), posteriore di pochi decenni alla sua fondazione, a opera del barone Giovanni Dei Campo (1573): “Campus francus oppidolum…ab anno 1625 13 Junii cun Principatus titulo, juris est Antonii Luchisii. Aedis majoris Paroc. D. Joanni ante Portam Latina… Franciscani Conventum an. 1580… ob loci paupertatem ab oppido recesserunt: hoc anno redierunt fratres 3“. Poco più di un secolo dopo (1757 ca.), Vito Amico ci dà un’ulteriore descrizione delle fabbriche del principato: “E’ decorato di una chiesa maggiore sacra a S. Giovanni sotto un parroco Arciprete, e di altre tre minori Chiese. non che va bello dei convento dei Minori Conventuali, dei titolo di S. Francesco… ;e del palazzo del Principe elegantemente costruito… Ne è S. Anna madre di Maria la special patrona“. Tre sono oggi le chiese antiche, tutte coeve alla fondazione dell’antico insediamento ed edificate, come questo, dai baroni Dei Campo.
Oltre alla Matrice e alla chiesa di S. Francesco, si annovera pure la chiesa dell’Itria, già cappella annessa al palazzo baronale e oggi, sebbene rimaneggiata, unica superstite dell’antico complesso, riedificato nella prima metà del XX secolo. Una caratteristica sembra essere comune alle chiese di Campofranco: nel Novecento totalmente ricostruite “in stile” negli esterni, esse conservano all’interno tracce dei nuclei originari, degli ampliamenti e delle decorazioni susseguitesi nelle epoche successive. Esse contengono inoltre opere d’arte significative per la tradizione religiosa o per la storia locale, attestandosi talora come doni dei potenti signori dei luogo che, dai primi decenni dei Seicento (1622), diventano, per ramificazioni familiari, i principi Lucchesi Palli. La Chiesa Madre, fondata nel 1575 da Giovanni Dei Campo, il cui nucleo originale quello che attualmente funge da transetto della croce latina, aggiuntavi nel XIX secolo, reca testimonianze degli illustri fondatori nel loro blasone scolpito in pietra, posto sulla facciata (1575), e nella lapide, oggi inserita su una parete dell’ala destra dei transetto (1580), mentre l’acquasantiera con lo stemma della famiglia (1575) è stata oggi asportata. La chiesa possiede un notevole dipinto, rappresentante dei periodo manieristico-barocco isolano, la Decollazione del Battista.
Esso, tradizionalmente attribuito a Pietro D’Asaro, appare più verosimilmente opera di uno di quei pittori fiamminghi operanti in Sicilia, e a Palermo in particolare, nella prima metà del Seicento, che venendo a contatto con la cultura locale ne furono inevitabilmente influenzati. L’opera, tratta da un’incisione di Paulus Pontius di soggetto differente Tomiri fa immergere la testa di Ciro in un bacile colmo di sangue – ricavata nel 1630 da un originale di Rubens, oggi a Boston, e “adattata” al nuovo tema iconografico, rivela, infatti, la mano di un pittore volto alla illustrazione dei costume e dei dettagli ornamentali, che persegue con elegante tratteggio, tramite un colorismo acceso e brillante. Con una capacità, in particolare, di rendere la sericità dei drappi inusitata a questa data presso i pittori dell’isola, oltre ad adoperare talora tipi femminili e fogge di abbigliamento prettamente nordici. Altri dipinti minori vi sono nella chiesa, superstiti di un patrimonio ben più ricco (Testa). Una Lapidazione di S. Stefano è i nteressante opera seicentesca piena di vigoria espressiva, dalla pregnante vena dialettale; un’Estasi di S. Francesco, dal tratto calligrafico, ma dalle armoniose linee, rievoca uno schema controriformato, ma con una nuova attenzione al particolare realistico, nello scorcio dei tavolo con le stoviglie dei santo. li XVIII secolo è rappresentato da un buon dipinto di forma ovale, raffigurante Tobiolo e l’angelo, che coniuga lo stile barocco dei panneggi dalle smaglianti tonalità, con la piacevolezza dei genere, e da un discreto ciclo pittorico della Via Crucis, che reinterpreta le sacre storie con una genuina vena popolareggiante. In sacrestia un S. Francesco Saverio, opera di un pittore barocco d’inizi Settecento, che molta cura riserva ai dettagli ornamentali – si veda il merletto della cotta e la stola in tipico tessuto “bizarre” – ne attesta una committenza da parte della famiglia Rau, di cui reca lo stemma gentilizio. Lo stile neoclassico trova dignitosa espressione nell’altare centrale, con tabernacolo dall’elegante linea, realizzato in legno dipinto a imitazione dei marmo, con decorazioni dorate a rosoncini e festoni e, sulla porta dei SS., l’Agnello dei sette sigilli. Al centro dell’abside, un vivace gruppo scultoreo dell’agrigentino Giuseppe Cardella (1872), raff igurante La Vergine del Rosario con S. Domenico, ripete gli stilemi convenzionali, con compostezza di linee e un cromatismo vivace. Altre statue, generalmente in legno o cartapesta, databili al secolo I o XVI I I – co me i I S. Biagio e i I S. Vincenzo de’Paoli – al secondo Ottocento (Quattrocchi) e al Novecento (Michele Caltagirone), sono poste negli altari laterali della chiesa, eseguite con buona maestria, ma anche quelle di anonimi hanno una loro dignità espressiva, come il. S. Antonio Abate e la bella Addolorata in cera, adattata al gruppo ligneo del Cristo e dei San Giovanni.
Altra chiesa, importante punto di riferimento per la comunità iocale, è quella di S. Francesco, popolarmente detta di S. Calogero, fondata da Francesco Dei Campo nel 1573. L’interno, a unica navata con volta a botte, profilata da due logge balconate, che si continuano nella zona absidale – caratteristica che si riscontra nell’Isola in chiese d’inizi Settecento – ha, lungo le pareti laterali, tre nicchie sormontate da arcate, che contengono altrettanti altari, e reca buone decorazioni in stucco di stile neoclassico. Pezzo forte della chiesa, e sinora rimasta ignorata dagli studi specialistici, è la tela seicentesca con Landala al Calvario, posta nel catino absidale. Essa si attesta come opera non siciliana, inseribile in quel ricco contesto culturale creatosi a Napoli nel secondo Seicento che, dal patetico naturalismo dei caravaggeschi locali, attraverso le esperienze luministiche e neo-venete di Mattia Preti, si congiunge agli esperimenti luministico-barocchi del Giordano e del Solimena giovane. La sua presenza nella chiesa di Campofranco, considerandone anche il formato “a maddalena”, e la successiva piegatura della cornice, effettuata per adattarla alla parete ricurva dell’abside, si spiega verosimilmente con l’ipotesi di un dono dei principe Lucchesi Palli e quindi di una provenienza dalla sua ricca quadreria palermitana. la chiesa contiene alcune buone sculture lignee. La statua della Vergine Immacolata, eseguita nel 1714 (Testa), quasi dei tutto ridipinta, ci introduce, con il suo avvitante movimento serpentinato, alle grazie dei nascen ‘ te stile rococò, d’influenza napoletana. Alla fine dei secolo XVIII-inizi de XIX, ci trasporta poi il pezzo più significativo – per l’incidenza devozionale che esercita su tutta la comunità campofranchese – della chiesa, la statua di S Calogero. Austera e solenne, esempiata su aulici modelli romani classicistici del Seicento, l’opera rivela una buona perizia realizzativa e un fare accademico, che la avvicina, come è stato fatto, alla vasta produzione dello scultore gangitano Filippo Quattrocchi (1734~1818).
Un’altra rilevante presenza nella chiesa francescana, con un balzo di almeno mezzo secolo, è quella dei pittore palermitano Giuseppe Di Giovanni (1817-1898), più noto come incisore e pittore di soggetti storici e mitologici, che non per la limitata produzione a carattere sacro, considerata più fredda e convenzionale rispetto alla prima (Barbera). Le tele di Campofranco, citate dal Marino Mazzara (1936), collocabili al ritorno dai viaggi d’istruzione dell’artista a Roma e a Napoli (1855), e a Roma, Napoli e Firenze (1856-60), essendo influenzate dalle nuove sperimentazioni luministico-tonali sulla “macchia”, riscattano talora le iconografie convenzionali con più originali notazioni di tono romantico-borghese.
Nel S. Francesco riceve le stimmate, un neo-venezianismo programmatico immerge l’evento sacro in un’atmosfera ovattata, giocata su una fredda, monocroma tonalità di grigio-azzurro, nel S. Antonio in adorazione del Bambino la tradizionale iconografia si rivitalizza grazie alla romantica ambientazione, in un interno di sacrestia arredato da un artistico leggio su cui sono un libro sacro e un’ icona, mentre dal tendaggio semiaperto si intravvede un rudere di antico edificio ­nell’Elemosina di S. Carlo, l’autore rivela nella scena affollata, prospetticamente inserita in un architettonico scalone, le sue doti di pacato narratore e di ritrattista borghese, oltre che di piacevole colorista. La chiesa di S. Maria dell’Itria, ad aula con catino absidale ricurvo, i scandita da lesene con capitelli compositi, conserva nella volta eleganti decorazioni in stucco di gusto neoclassico, mentre attualmente estirpato, in attesa di restauro, è il pavimento a piastrelle smaltate, col blasone dei Lucchesi Palli (1836). Nell’abside un caratteristico gruppo scultoreo cinquecentesco in legno, vistosamente ridipinto ‘ ma un tempo «addorato e toccato tuffo di mistura a vari colori» (Testa), ripropone la iconografia orientale della Madonna Odigitria, secondo stilemi rinascimentali locali di gusto popolareggiante. Più pregevole è la base che fa da piedistallo al gruppo, in legno intagliato a bassorilievo, con storiette sacre scandite da archetti a tuffo sesto, probabilmente di diversa provenienza. Due tele tardo barocche si trovano nella chiesina: un S. Michele Arcangelo siglato R11771 e una S. Fara, riproponenti schemi classicistico-barocchi a opera di pittori locali, mentre una buona scultura tardo seicentesca è rappresentata dal Crocifisso nero, oggetto di particolare devozione; infine dignitosa opera di artigianato locale sono il Cristo porta-croce dei prolifico scultore locale Michele Caltagirone, detto Quarantino, e a statua ottocentesca dei S. Luigi, nella stanzella adiacente. Le chiese anzidette posseggono un discreto patrimonio di argenterie sacre, reliquiari, aureole, calici, ostensori, ecc. – dei secoli XXVII-XIX – oggi custodite alla Matrice, che si attestano come prodotti delle rinomate officine palermitane, recando in molti casi il punzone dei Consolato degli argentieri di Palermo. Di gusto tipicamente barocco è il calice con marchio di Palermo, ornato da testine di cherubini e foglioline a sbalzo, e di linea molto elegante l’altro calice seicentesco a semplici baccellature, mentre opera dell’argentiere palermitano Giovanni Duro (sigla GD) è l’ostensorio datato al 1742, che stempera in una decorazione appiattita e rada il martellante decorativismo barocco dei secolo precedente.
Altri pezzi privi di marchi – un calice, una pisside e un ostensorio – rispecchiano i successivi stilemi dei barocchetto-rococò, caratterizzato da motivi titomorfi asimmetrici mossi da andamenti avvitanti. lo stile neoclassico è rappresentato da un appariscente ostensorio con pietre azzurre attorno alla teca, serti di spighe e pampini sulla raggiera, sorretta da un composto angelo che la raccorda al fusto, e dalla navetta dalla lineare decorazione, con sul bado l’iscrizione inerente a Maria SS. dell’Itria e la data 1830; infine un particolare interesse storico riveste il bastone in argento di S. Calogero con incisa l’iscrizione, che lo attesta come dono di Antonio Lucchesi Palli e della moglie Francesca Pignatelli, di cui vi sono i relativi stemmi incisi (1830 ca.). Il secolo XX registra a Campofranco una ceda attività costruttiva da cui nascono alcune realizzazioni architettoniche che, , lungi dal fare propri i nuovi innovativi stili d’inizi secolo, privilegiano, cedo in ossequio ai gusti tradizionali delle autorità preposte, la prassi dei rifacimento In stile”. Oltre ai rifacimenti delle facciate delle principali chiese, di cui si è parlato sopra, interamente novecentesca è la chiesa di S. Rita, sorta con interni e arredi di tipo tradizionale nei primi decenni dei secolo. Pure ricostruito, nello stesso periodo, con una destinazione sociale (prima Casa dei Fanciullo, poi Casa per gli anziani) è stato l’ex Palazzo baronale dei Campo (1573). Il palazzo-castello, costituito da una torre, una secrestia e alcuni magazzini, domina la piazza e l’intero casale. Fu abitato dai Lucchesi Palli fino al XVIII secolo. Di esso possiamo intuire l’eleganza delle linee, già notato dall’Amico e la razionalità degli interni da rare descrizioni di inizi secolo: <<E’ di elegante costruzione…fornito di ampie e numerose stanze, di uno spazioso cortile e di una villetta>> (Nicotra); o rilevarne il carattere severo e spoglio, quasi da fortilizio militare, degli esterni, da qualche sbiadita foto. Campofranco possiede infine alcune buone opere di scultura contemporanea in bronzo, eseguite da artisti siciliani, quali la Fontana della Rinascita, progettata da Vittorio Ziino e realizzata da Giovanni Rosone (1955), con intento storico-celebrativo, e l’aggraziato e dinamico gruppo delle Due Ragazze di Franco Montemaggiore (1970), collocato nel cortile della Scuola Media Pirandello.
La Riserva Naturale di Monte Conca
monteconcamapNel territorio della Riserva naturale di Monte Conca, oltre a numerose emergenze archeologiche, sono protette due importanti grotte, entrambe attraversate da un torrente sotterraneo: la Risorgenza e l’Inghiottitoio.
La Riserva naturale integrale di Monte Conca è stata istituita nel 1995 dalla Regione Siciliana al fine di salvaguardare un territorio, ampio 245 ettari, in cui ricadono sia due importanti grotte, scavate nei millenni dall’azione solubilizzatrice dell’acqua nella roccia gessosa, sia fenomeni carsici superficiali di notevole interesse scientifico, inseriti in un paesaggio di eccezionale bellezza e valenza naturalistica.
La Riserva interessa il territorio dei Comune di Campofranco, ed è stata affidata in gestione ad una associazione ambientalista, il Club Alpino Italiano, che ne cura la sorveglianza, la fruizione, la valorizzazione e la conservazione dell’ambiente naturale. L’intera area della Riserva è attraversata dal fiume Gallo d’Oro, che dopo circa tre chilometri a valle della Riserva, confluisce nel fiume Platani. La presenza di ambienti sotterranei, di aree umide caratterizzate da acque dolci, salmastre e sulfuree, di pareti rocciose, contribuisce a valorizzare l’area sotto l’aspetto vegetazionale e faunistico. Il territorio in cui ricade la Riserva Naturale di Monte Conca è caratterizzato, dal punto di vista geologico, dall’affioramento di un particolare tipo di rocce denominate evaporiti. Queste rocce hanno avuto origine in un lasso di tempo intorno a 6 milioni di anni fa circa, quando, secondo le teorie più accreditate, il Mare Mediterraneo si prosciugò quasi completamente per interruzione dei collegamenti con l’Oceano Atlantico. In tale contesto ambientale, a causa della forte evaporazione .delle acque marine, sul fondo dei bacini in via di prosciugamento si depositarono considerevoli spessori di rocce evaporitiche, tra le quali le più comuni sono rappresentate da un particolare tipo di calcare, dal salgemma, dal gesso, dai sali potassici. Tutti gli affioramenti rocciosi che ricadono all’interno della Riserva sono costituiti da gesso. Nel gesso, a seguito della sua particolare solubilità in acqua, si verificano frequentemente rilevanti fenomeni carsici. li carsismo caratterizza l’assetto morfologico dei territorio, sia in superficie sia nel sottosuolo. Trattandosi di un fenomeno legato allo scorrimento delle acque, in superficie è facile osservare: a piccola scala, solchi scavati nel gesso denominati scannellature, a scala maggiore predominano le depressioni della superficie topografica quali le doline, conche sub circolari chiuse, e le valli cieche. Queste ultime mortologie, grazie alla presenza di substrati argillosi impermeabili, convogliano le acque piovane verso punti preferenziali di assorbimento, comunemente denominati Inghiottitoi Alcuni di essi si prestano ad essere percorsi dagli speleologi. Attraverso gli inghiottitoi le acque meteoriche abbandonano la superficie e, sciogliendo il gesso creano nel sottosuolo un reticolo di cunicoli gallerie, pozzi e saloni. Dopo percorsi anche molto lunghi all’interno delle montagne, le acque riemergono in superficie percorrendo grotte denominate risorgenze. L’area della riserva ospita numerose grotte formatesi anche a seguito della circolazione delle acque all’interno delle montagne. Due di queste grotte, scavate dall’acqua nelle viscere dei Monte Conca e denominate Inghiottitoio l’una e Risorgenza di Monte Conca l’altra, sono ancora oggi attraversate da un torrente sotterraneo, e rivestono un eccezionale interesse scientifico tale da costituire la zona di massima tutela del l’intera Riserva. L’inghiottitoio convoglia nel sottosuolo le acque meteoriche e sorgentizie raccolte in una vasta area, ampia circa 2,5 kmq, in cui affiorano in larga parte rocce impermeabili. Il suo ingresso si apre alla base dei versante meridionale dei Monte Conca. Le pareti dell’inghiottitoio si presentano levigate, con ondulazioni e mensole, testimonianza della presenza di livelli di roccia meno solubile e di variazioni, nel tempo, dei regime dei flusso idrico.
A circa 100 metri dall’ingresso, il pavimento della galleria sprofonda formando il primo pozzo verticale della grotta, profondo 9 metri cui seguono, intervallati da brevi tratti di gallerie, altri tre pozzi, profondi rispettivamente 12, 31 e 26 metri. Al fondo dei pozzi si rinvengono marmitte scavate dal violento impatto dell’acqua, che formano piccoli laghetti. Alla base dell’ultimo pozzo si diparte un’ampia galleria meandri-forme, lunga circa 400 metri. Nella parte terminale, a causa dei progressivo abbassamento della volta, l’acqua percorre un condotto non praticabile da parte degli speleologi, chiamato sifone, quindi, dopo un ignoto percorso, riappare all’interno della grotta denominata Risorgenza di Monte Conca. Lo sviluppo planimetrico dell’inghiottitoio di Monte Conca è di 520 metri, con una profondità di 108 metri.
Le acque che accedono all’interno della montagna mediante l’Inghiottitoio sgorgano nuovamente in superficie dalla Risorgenza, il cui ingresso è ubicato lungo le sponde dei Gallo d’Oro, alla base dei versante settentrionale dei Monte Conca.
La grotta, ad esclusione della parte iniziale, si sviluppa su due livelli: quello superiore non più percorso dalle acque e quello inferiore totalmente invaso dalle acque. Dopo 252 metri di percorso si incontrano nuova mente le acque provenienti dall’inghiottitoio. Come già detto numerose sono le grotte presenti nell’intera area della Riserva, testimonianza della presenza di antichi corsi d’acqua, oggi scomparsi e di antichi movimenti delle montagne, scrigno di concrezioni e di testimonianze archeologiche legate al carattere antropico di alcune di queste grotte. La notevole varietà di ambienti che si riscontra all’interno della Riserva, favorisce la presenza di differenti tipologie fioristiche. Particolare interesse rivestono le aree umide e tra queste in particolare quella alimentata dalle acque della sorgente Fontana di Rose, nel cui impluvio è possibile rinvenire qualche esemplare di pioppo nero e di salice, essenze tipiche dei boschi ripariali dell’area mediterranea. Nelle depressioni con ristagno di acqua, si incontra la cannuccia di palude. Mentre nei valloni, specie in quelli in cui è presente una certa umidità, cresce la canna dei Reno, che svolge la funzione di rallentare o impedire l’azione di erosione dei suolo. Innanzi la Risorgenza di Monte Conca si estende un lussureggiante boschetto di olmi. Le sponde dei fiume Gallo d’Oro sono interessate dalla presenza di varie specie di tamerici. Infine, le porzioni di riserva non antropizzate o non coltivate da lungo tempo presentano un tipo di vegetazione arbustiva denominata gariga. La gariga all’interno della Riserva Naturale di Monte Conca è caratterizzata da specie quali il timo, l’euforbia e l’ampelodesma. In periodo primaverile è possibile osservare la fioritura di numerose specie di orchidee. La varietà di ambienti e di forme vegetazionali predispongono differenti habitat convenevoli a numerose specie faunistiche. L’imposizione dei divieto di caccia, conseguente all’istituzione della Riserva, ha permesso inoltre, dopo anni di progressivo depauperamento delle specie animali ad opera di cacciatori e bracconieri, un moderato miglioramento della situazione. Cosicché mammiferi quali la volpe, il riccio, l’istrice, la lepre, il coniglio e il gatto selvatico, di difficile avvistamento, sono tornati ad essere abituali abitatori dei territorio della Riserva.
Tra i volatili, oltre i passeriformi, vanno menzionate alcune specie di rapaci diurni come il gheppio, il falco pellegrino e la poiana. Numerose specie di insetti, farfalle e coleofferi, per citare i più conosciuti, popolano la Riserva. Le acque salmastre dei fiume sono abitate da anguille e gamberetti nonché da anfibi come rane e tartarughe. L’area della Riserva, a causa della propria posizione, posta al crocevia di importanti vie di comunicazione fluviali e terrestri, ha sempre rivestito una notevole importanza strategica come testimoniano molteplici emergenze storiche, archeologiche ed antropiche. Le prime tracce dell’Uomo nel territorio della Riserva risalgono all’epoca neolitica; villaggi a capanne, tombe a tholos, sono testimonianza dei suo antico insediamento. La cima dei Monte Conca in epoca bizantina venne fortificata mediante la costruzione di un castello e di alcune porzioni di cinta muraria; la fortificazione venne distrutta durante l’invasione araba. Fonti documentarie risalenti al 1200 circa, attestano come l’area della Riserva sia stata interessata da un notevole sistema viario le cui tracce oggi sono leggibili nelle imponenti rovine di un ponte sul fiume Gallo d’Oro e in alcuni tratti di strada lastricata. In epoche più recenti, miniere di zolfo, opere di presa e conduzione delle acque dolci che scaturiscono dalla risorgenza dei Monte Conca o dalla sorgente Fontana di Rose, cave di calcare in sotterraneo, testimoniano tutte un inalterato interesse dell’uomo per questo territorio. La fruizione eco compatibile di un territorio è uno degli elementi determinanti per l’istituzione di un’area protetta. L’Ente gestore organizza, dietro prenotazione, visite guidate sia nella parte di più facile accessibilità dell’Inghiottitoio di Monte Conca, sia nell’area esterna della Riserva. I percorsi escursionistici, appositamente predisposti, consentono al visitatore di conoscere ed apprezzare un territorio di notevole valore paesaggistico, naturalistico e scientifico. L’Ente gestore si fa inoltre carico di organizzare annualmente un intenso programma di attività didattiche (seminari, visite guidate, corsi di formazione e di aggiornamento) rivolte alle istituzioni scolastiche, che riscuote un sempre crescente successo presso i giovani e presso gli insegnanti.
Gastronomia
Piatti quotidiani della cucina campofranchese sono, come in altri comuni siciliani, la pasta con le favelle verdi condita con ricotta salata; lasagne con le melanzane in salsa di pomodoro fresco, anch’esse condite con ricotta salata; poi piene di uova e pane aromatizzate con mentuccia: agnello aggrassato al forno e stigliole alla brace. Ma le vere specialità sono le ‘mbriulate e cotaccalle. la ‘mbriulala è una sorta di pasta sfoglia ripiena di tritato di maiale, frittuli (determinanti per il gusto, si ottengono dal grasso di maiale sciolto sul fuoco), pezzetti di formaggio pecorino primosale, cipollina con pepe e sale. Si mangia, abitualmente, nel periodo invernale. Così pure le cotaccalle, panetti rotondi conditi con olio, sale, pepe e formaggio e legati alla festa dell’immacolata concezione l’8 dicembre, quando nella notte fra il 7 e l’8 dicembre i giovani fornai passano per le strade dei paese con la tradizionale cantilena: «Accattativi lì cotaccalli, cotte e calli… ».A Natale la fanno da padroni i “virciddrati”, biscotti di pasta frolla ripieni di fichi secchi, bucce di arancia e mandarini canditi, e cannella. Per S. Lucia un piatto tradizionale resta la cuccia, condita con zucchero o miele. Il periodo invernale è ancora caratterizzato dalle sfinci e dalle chiacchiere di carnevale, frittelle condite con zucchero a velo o miele, e dai panuzzi di S. Giuseppe. Poi, fruga di martorana e pupi di zucchero per i modi. Per la duplice festività di S. Calogero (11 gennaio e ultima domenica di luglio) si svolge la sagra dei pupi di pane, pane a grosse forme, da mangiare caldo con olio, pepe e formaggio fresco.
Fonte: www.comune.campofranco.cl.it

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