martedì , Novembre 30 2021

Comune di Delia

Logo DeliaDelia è una cittadina situata a 447 mt sul livello del mare, nel cuore della Sicilia. Il territorio comunale misura una superficie di 12,5 kmq ed è situato immediatamente a sud del territorio di Caltanissetta, sua provincia e diocesi, dalla quale dista circa 20 km. Confina, partendo da Nord e procedendo in senso orario, con il territorio del comune di Caltanissetta e con i territori dei comuni di Naro e Canicattì appartenenti, questi ultimi, alla provincia di Agrigento. Delia è una delle “città nuove” di Sicilia fondata nel 1597 dal barone Gaspare Lucchese. Sorge sul pendio del colle Monserrato che guarda Libeccio e tende ad estendersi verso oriente in una zona pianeggiante sottostante a due colli, denominati Monte Croce e Monte Comune. Per chi guarda da Monte Croce, Delia appare come un grande anfiteatro con una quinta scenografica che da destra inizia con le alture rocciose delle Madonie, continua nella zona centrale con Canicattì che sembra fare capolino dietro il castello, e Naro la cui antica fortezza si staglia all’orizzonte nei suoi pittoreschi contorni, e termina a sinistra con i colli antistanti Campobello di Licata, quelli che sovrastano la piana di Gela e quelli che scendono gradatamente verso Delia1il Salso. Anagraficamente, oggi, Delia conta una popolazione di 4.550 abitanti avendo raggiunto il suo massimo storico negli anni ’50 con più di 7.000 abitanti che da allora hanno subito un’inarrestabile calo a causa dell’emigrazione prima nei paesi dell’America Latina (Venuezuela ed Argentina) poi in Canada e Francia e, nell’ultimo ventennio, in Germania.
Dal 1998 è gemellata con patto d’amicizia con la città di Vaughan (sobborgo di Toronto) per la presenza in loco di una ricca colonia di emigrati deliani, circa 5.000. Nel 2008 è stato celebrato il decennale del patto sia a Delia che a Vaughan. Delia è un paese che ha fatto dell’accoglienza e della solidarietà un suo fiore all’occhiello. Da qualche decennio, infatti, il paese ha accolto numerose famiglie provenienti quasi tutte dal Marocco e da diversi anni ha aperto le sue porte a tantissimi immigrati romeni che si sono inseriti ed integrati molto bene nella vita economica e comunitaria dei deliani la cui apertura trae l’origine nelle radici storiche del popolo siciliano.
Col suo “gruzzolo” di case addossate l’una all’altra, abbracciate ai loro cinque campanili, non molto distante dal Mediterraneo simbolo di fertilità, Delia è circondata da un territorio ubertoso ricco di acque che offre al visitatore uno spettacolo di lussureggianti vigneti, uliveti e frutteti.

La Preistoria
Delia2
La storia del territorio di Delia è indissolubilmente legata alle sue risorse naturali e profondamente dipende dalle sue caratteristiche strategico-difensive.
Tali caratteristiche favorirono l’afflusso migratorio di popolazioni alla ricerca di un retroterra fertile, ricco di cacciagione e bene adatto al controllo delle zone interne. I Sicani della prima età del bronzo, abitatori dei monti, che si stabilirono sicuramente in zone non lontane dal territorio deliano, è molto probabile che abbiano creato degli insediamenti anche nelle vicinanze del nostro paese.
La contrada sicuramente più ricca di reperti archeologici (materiali litici, frammenti fittili e vasellame) e sede di insediamenti abitativi che vanno dal periodo paleolitico medio fino alla protostoria è quella di Afflitto (Fritto) zona molto fertile e ricca d’acqua.
Contrada Cappellano è un’altra zona sede di insediamenti umani dell’antica età del bronzo: ne sono testimonianza alcune tombe a forno, di cui una a doppio forno, in ottimo stato di conservazione, situate nel versante della collinetta rocciosa che guarda occidente lungo la S.S. 190 che collega Delia a Caltanissetta. Ricchissime di tombe a forno sono le diverse alture rocciose di contrada Castellazzo e Gebbia Rossa anch’essa sede di insediamenti umani dell’età del bronzo e ricca di vasellame riconducibile al periodo Castellucciano. Anche monte Comune e contrada Grasta sono sicuramente aree di interesse archeologico. Inoltre, il vasellame finemente decorato che i nostri contadini spesso trovano nei campi fa ritenere che il territorio di Delia, essendo sicuramente un’interessante e ricco serbatoio di documenti archeologici, possa rappresentare un importante laboratorio per lo studio non solo della ellenizzazione della zona ma, prima ancora, della sua protostoria.

Il Castello di Sabuci (Lu Castiddrazzu)

Periodo arabo
Sulla S.S. 190 ad un km. circa dall’abitato si staglia da una collina rocciosa “lu castiddrazzu” un poderoso castello, baluardo per la difesa delle coste meridionali dell’isola e dell’alta valle del Gibbesi (affluente di destra del Salso).
Il 18 giugno dell’anno 827, i Musulmani sbarcano a Mazara per iniziare quella lunga conquista della Sicilia durata settant’anni. Dal 827 fino al 1091, data della definitiva conquista dei Normanni, la Sicilia farà parte dell’Occidente arabo-islamico e subirà per circa 250 anni quel processo di “acculturazione araba” che ha inciso profondamente sulla formazione dell’identità siciliana. Gli arabi sbarcarono a Mazara del Vallo e con due eserciti puntarono, uno su Palermo e l’altro su Mineo, e come dice lo storico arabo An Nuwayru: “marciarono, prendendo lungo il loro cammino delle Rocche (grosse fortificazioni) e facendo scorrerie, finché arrivarono a Mineo”. In considerazione che il territorio dove sorgerà Delia si trova lungo la traiettoria che va da Mazara a Mineo e molto probabile che il suo “Castellaccio”, una roccaforte bizantina, fu espugnato proprio in questo periodo dell’avanzata araba.
Lo storico e geografo Al Idrisi di origine marocchina autore della celebre opera geografica voluta da Re Ruggero II nota come “Libro di Ruggero” così scrive: “…da Naro a Canicattì vi sono, in direzione nord, 10 miglia e fino a Sabuci ne corrono 10 in direzione est. Uguale distanza tra Canicattì e Sabuci, questa posta a levante di quella; al-Minshar dista invece da Sabuci 11 miglia in direzione sud est. Sabuci è castello elevato, prospero e popoloso; alla ricchezza delle sue terre si devono le doviziose derrate una vera benedizione di Dio e le infinite distese delle colture”. Le coordinate che ci dà Al Idrisi per localizzare il castello di Sabuci corrispondono con estrema precisione e senza alcuna ombra di dubbio a quelle che potremmo usare per localizzare il castello di Delia il cosiddetto “Castellaccio”. Ad avvalorare poi, la tesi che il “Castellaccio” di Delia era il famoso castello di Sabuci sono stati gli scavi archeologici condotti nel decennio scorso dalla Sovrintendenza alle Belle Arti di Caltanissetta, i cui risultati sono stati illustrati dai loro esperti nel convegno sul castello durante i festeggiamenti per la ricorrenza del 400° anniversario della fondazione di Delia. Alla luce di questi dati storici ed archeologici si può pertanto, ritenere completamente priva di fondamento la tesi dello storico C. Genovese che ha collocato Sabuci tra la contrada Grottarossa e Pizzo Candela nel territorio di Serradifalco dove a parte qualche toponimo (Savuco, Sabucia) non vi è alcuna traccia o resti di un castello così famoso e teatro di battaglie e di guerre sia del periodo arabo sia di quello normanno, svevo e aragonese. Diversamente, nelle vicinanze del nostro “Castellazzo” esiste nella zona sud-orientale della Comarca di Naro la contrada Sabuci che Giuseppe Candura nella sua “ Storia di Sicilia: Naro il Santo – La Comarca” a pagina 183 dice di essere uno dei centri di produzione della “cannamele”. Inoltre esiste anche nelle vicinanze del castello la contrada Sciabani. Quindi gli arabi dopo la conquista sicuramente fortificarono quello che un tempo era una rocca bizantina e diedero vita ad un casale ai piedi del castello che come testimonia Al Idrisi divenne prospero e popoloso grazie alle ricchezze delle sue terre e lo chiamarono Sabuci che in arabo “As Sabuqac” significa olivo selvatico per la presenza di numerose piante d’ulivo che ancora oggi ornano il solitario e maestoso maniero di Delia. Queste note storiche sono avvalorate anche dalla tradizione orale che vuole gli arabi possessori del castello di Sabuci: la leggenda plutonica arabo-deliana.
In Sicilia vi sono una innumerevole quantità di leggende sui tesori nascosti, le cosiddette “Truvaturi”. Tali leggende vengono chiamate “plutoniche” dal dio Plutone, fratello di Giove e re del mondo sotterraneo. Il fondamento storico di tali leggende sta nel fatto che i siciliani all’arrivo dei mussulmani nascosero i loro risparmi sotto terra ma anche gli arabi nascosero i loro tesori all’arrivo dei normanni. Questo dato storico contornato dalla magica fantasia orientale ha dato origine a tante leggende sicule-arabe. Anche Delia, come tantissime altre località della nostra Isola, vanta un tesoro nascosto: “lu tesoru di lu castiddrazzu”. Questa leggenda è riportata alle pagine 147-148 del testo “Folklore di Delia” del prof. Luigi LaVerde. Nel racconto si legge che il tesoro è custodito da “un rignanti saracinu ccu nna mazza ‘mmanu e cruna ‘ntesta”. Quindi nella nostra leggenda sono gli arabi che nascondono il loro tesoro per l’arrivo dei conquistatori normanni e lo nascondono proprio in un sotterraneo del “castellaccio”. Questa nostra tradizione orale vuole, quindi, che gli arabi vissero nel nostro territorio, avevano conquistato il “castellaccio” (roccaforte bizantina), l’avevano fortificato e fatto diventare un vero e proprio castello ai piedi del quale avevano dato vita al casale di Sabuci.

Delia4Periodo Normanno-Svevo-Aragonese
Dopo la dominazione araba il poderoso castello di Sabuci fu espugnato dai Normanni ed ulteriormente ampliato e fortificato.
Sabuci, prospero e popoloso come c’é lo aveva descritto Idrisi, alla fine del 1100, subito dopo la morte di Guglielmo II il Buono, decadde a semplici casale per la sanguinosa guerra civile che si scatenò contro i mussulmani che vennero uccisi in massa dopo il 1189.
Pertanto il castello di Sabuci e il suo casale arabo ormai svuotato, che fino ad allora erano appartenuti ai vari sovrani normanni ed erano stati pertanto proprietà demaniale, nel 1200 come ci dice Vito Amico nel suo Lexicon il castello e il casale arabo di Sabuci furono concessi alla chiesa di Palermo(concessione confermata nel 1211) durante il regno dell’allora piccolo Federico II incoronato re di Sicilia a soli 4 anni nel 1198.
Nel 1296 Corrado Lancia riceve da Federico III i proventi del casale di Sabuci e di Delia. Sicuramente gli aragonesi in quel periodo acerrimi nemici del papa tolsero alla chiesa palermitana i proventi sul casale e il castello di Sabuci per concederli ai loro fedelissimi.
Nel 1299 Pietro Lancia nipote di Corrado Lancia risulta concessionario dei proventi della città di Delia e del casale di Sabuci(il castello di Delia resta a Blasco Alagona).
Nel 1362 Eleonora d’Aragona figlia di Cesaria Lancia e del duca Giovanni di Durazzo, sposa Guglielmo Peralta portandole in dote Sabuci, la città ed il castello di Caltanissetta.
Nel 1362 finita la guerra civile re Federico il Semplice ordina la distruzione del castello di Sabuci che poteva servire come covo per nuove ribellioni.
Nel 1436/37 Guglielmo Raimondo Moncada ottiene la licenza regia per costruire il castello di Sabuci distrutto durante la guerra civile del 1361/62.
Dopo la fondazione di Delia è probabile che il castello non essendo più frequentato cadde in abbandono e alla fine del XVI secolo era già semidistrutto.
Nel 1878 il castello fu inserito tra i monumenti del Regno e usufruì del primo restauro.
Da allora per circa cento anni quei solitari elementi costruttivi del maniero: le mura merlate incollate nella roccia scavata da grotte e percorsa da sotterranei, le volte ogivali, le finestre sgretolate dall’abbandono secolare hanno atteso l’intervento restauratore della mano dell’uomo che sembrava avere dimenticato secoli di storia.

Delia5Gli Scavi archeologici (1981 e 1987)
In due campagne di scavi gli esperti archeologi hanno potuto appurare che il sito in cui insiste il Castellazzo è stato popolato già nel terzo millennio a. C. I più antichi manufatti recuperati documentano una fase castellucciana. Una fase successiva è testimoniata da frammenti di ceramica indigene, ceramica corinzia, di vasi a vernice nera, di anfore greco italiche e altri manufatti riferibili all’età arcaico-classica ed ellenistica. Per quanto attiene tutta l’epoca romana non è emerso alcun ritrovamento, mentre per l’epoca medievale i rinvenimenti testimoniano, tra la seconda metà del X e la prima metà del XII secolo, una presenza islamica con un tenore di vita medio alto. Questa prima fase di vita si concluse con una distruzione ed un incendio legato evidentemente alla cacciata degli arabi da parte dei normanni dopo la metà del XII secolo. Dopo questa prima fase, gli esperti hanno evidenziato una nuova fase di recupero e di ripresa della vita castellana nel XIII secolo. Dopo questo periodo si ha di nuovo un’altra distruzione del castello, quella ordinata da re Federico, nel 1362, per paura che il castello potesse servire da covo per i ribelli. Nel 1436 Guglielmo Raimondo Moncada ne chiede la ricostruzione. Con il rifacimento e l’ampliamento si apre una nuova fase che quella di massima abitazione e di maggiore splendore del castello. Questo periodo non dovette durare però a lungo perché nel XVI secolo non c’è più traccia di abitazione. Alla fine del XV secolo, infatti, le numerose cisterne e i profondi pozzi furono riempiti con materiali abitativi circostanti. Nel castello di Sabuci si riscontrano consistenti e sicure tracce normanne. I cocci di vasellame ritrovati negli ultimi scavi ne danno un’ulteriore conferma ma é soprattutto la ghiera in pietra lumachella esposta sotto il portico a destra subito dopo l’ingresso, vera e propria firma della mano normanna, che c’é ne da la completa sicurezza.
La ricostruzione del castello nel 1436 da parte del Moncada servì ad ampliarlo nella sua parte occidentale con la piazza d’armi e nella zona ad oriente con una nuova entrata coperta dal tetto a volta e la rampa di scale che porta al 2° livello del castello.
Negli scavi dell’ultimo intervento di restauro sono emersi quattro livelli, Il primo, più basso a nord-est, sale verso l’ingresso coperto con una volta a botte archiacuta tramite una rampa dove si sono ritrovate consistenti tracce della vecchia costruzione che testimoniano un’abitazione del castello antecedente la ricostruzione del Moncada. In particolare è emersa l’esistenza di un pendio molto ripido e scosceso che testimonia che in origine il castello dovette essere una costruzione quasi a nido d’aquila e di conseguenza perfettamente inaccessibile se non in qualche punto di più facile passaggio che poteva essere facilmente controllato e difeso dalle milizie della guarnigione. Nel piazzale d’armi (recinto alberato) a ponente del castello sempre nel primo livello sono emersi diversi ambienti abitativi del periodo del restauro ed ampliamento del castello del 1436 che è quello che è arrivato fino a noi. Il secondo livello corrisponde all’estradosso della volta d’ingresso. Nel terzo livello, a settentrione, è stato recuperato l’unico ambiente interno del castello coperto con una volta fortemente archiacuta e nel quale si aprono cinque feritoie: due ad occidente e tre ad oriente. Da qui una scaletta sale al quarto livello caratterizzato, sul lato meridionale, da un camminamento merlato che conduce ad una struttura absidata che fa pensare alla cappella dei feudatari. Sul lato settentrione sempre del quarto livello sono presenti i resti della torre nord con un ambiente destinato alla residenza del castellano con quattro magnifiche finestre sulla parete occidentale.
I ritrovamenti venuti fuori dagli ultimi scavi archeologici consistono in manufatti dell’ XI e inizio del XII secolo che sono di natura più che normanna quasi sicuramente del periodo arabo del castello. Sono invetriate piombifere che confrontate con altri ritrovamenti nella zona di Agrigento sono da collegare ad una produzione di ceramiche a boli gialli proveniente dalla Sicilia centrale. L’enorme quantità di ceramiche ritrovate nel castellazzo databili tra il XII e il XVI secolo sono la dimostrazione che esso durante i secoli fu adibito, più che come centro abitativo e residenziale, come luogo dove venivano concentrate le riserve idriche e soprattutto quelle alimentari da servire alle truppe militari di passaggio o ad altri castelli più abitati.

Delia6La Statio Petiliana
Nel primo secolo dell’era cristiana tutta la Sicilia fu interessata da un notevole sviluppo delle attività agro-pastorali. La maggior parte delle terre erano di proprietà di ricchi romani che stavano quasi sempre nella capitale. Questi facoltosi romani avevano a loro servizio gli “actores”, gli amministratori, che gestivano i loro grandi fondi che venivano chiamati dai latini “praedia” e portavano il nome del loro proprietario.
I latifondi o “praedia” di cui facevano parte i territori di Delia, Caltanissetta, San Cataldo e Serradifalco erano di proprietà di tale nobile romano Petilio, e quindi venivano chiamati in latino “Praedia Petiliana”. Nell’Itinerario di Antonino Caracalla, la stazione lungo la strada Catania- Agrigento che fu costruita nel latifondo del suddetto Petilio, veniva chiamata “Petiliana”. La stazione (Statio) era un luogo di sosta e di soggiorno degli antichi romani per il cambio dei cavalli dopo una giornata di marcia lungo le strade che venivano costruite nei territori conquistati per motivi commerciali e per controllare meglio le popolazioni sottomesse.
Dopo accurati studi condotti sulle ricerche fatte da eruditi e geografi, che fin dal XVI secolo cercarono di identificare i luoghi indicati nell’ “Itinerarium Antonini” con località moderne, si può affermare sicuramente che sul posto in cui si trova Delia sorgeva una volta l’antica Statio Petiliana.
Lo studioso Pietro Carrera (1571-1647) constatò coi suoi occhi che su una locanda di Delia, paese nato da qualche anno, vi era scritto: “Hospitatoria Taberna Petiliana”, pertanto potè identificare con assoluta sicurezza il nostro paese con l’antica Petiliana.
Nel suo “Lexicon Topographicum Siculum” Vito Maria Amico nel 1759 così scriveva: “Delia….si crede sia la località denominata Petiliana, che nell’Itinerario Romano distava da filosofiana 28 miglia, da ciò posso stabilire essere questo il luogo (Petiliana); e che, dice la gente, sia stata ornata da un tempio della Dea Delia Diana, donde prese il nome”.
La Statio Petiliana a Delia, con molta probabilità sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Con precisione l’isolato delimitato dalla Piazzetta Castello, dal Vicolo Castello, dalla Via Municipio e dal muro a sud dell’ex cinema “Dante” potrebbe essere stato il luogo dove sorgeva la “Statio”. Pertanto si può affermare che già nel 2° secolo d.C. Delia, sede della Stazio Petiliana, era abitata e piena di vita in quanto luogo di passaggio e di sosta delle pattuglie romane che verosimilmente, stante la testimonianza di Vito Amico, veneravano Delia, Dea della caccia, in un piccolo tempio non distante dalla Statio Petiliana proprio nel posto in cui, oggi, sorge la Chiesa Madre; del resto con l’avvento del cristianesimo tanti templi pagani, in quei tempi, furono trasformati in chiese.

Il Casale ed il Castello Medievale
La storia ufficiale di Delia inizia nel 1271. In quell’anno il nome di Delia spunta per la prima volta in un documento storico nel quale veniva scritto che il re francese Carlo D’Angiò stacca dal demanio il casale di Delia per concederlo a Raimondo de Pluja. Il casale di Delia resterà al De Pluja fino al 1282 quando con la guerra del vespro i francesi o vengono uccisi o cacciati dall’Isola. Il casale ed il castello sorgevano nell’attuale Piazza Castello, luogo che i deliani ha sempre chiamato “Castieddru” che per gli antichi romani aveva il significato di insediamento abitativo (castrum). Si deve, pertanto, ritenere che in questo luogo vi sia stato fin dal periodo romano un qualche insediamento abitativo che nel periodo dell’alto medioevo si ingrandì divenendo casale e vi si costruì il castello proprio là dove sorgeva l’antica Statio Petiliana.
Il casale di Delia resterà al De Pluja fino al 1282 quando con la guerra del vespro i francesi o vengono uccisi o cacciati dall’Isola. I Francesi angioini dominarono la Sicilia per 14 anni, dal 1268 al 1282. Per tutti i siciliani furono gli anni più disastrosi dall’anno 1000 in poi. I francesi vedevano tutti i siciliani come ribelli da sfruttare al massimo e introdussero un nuovo tipo di feudalesimo violento, altezzoso ed esoso.
Quindi allo scoppio della guerra del vespro anche il popolo deliano, ben motivato perché stanco dei soprusi e delle angherie del re Carlo, si rivoltò contro la guarnigione francese che sicuramente presidiava il castello del loro signore Raimondo de Pluja. I siciliani per paura della sicura invasione del Re francese Carlo d’Angiò, preferirono offrire il trono di Sicilia al re spagnolo Pietro III d’Aragona. In una lettera di re Pietro III del 26/01/1283 si chiedono 26 cavalieri e 40 arcieri a Naro, nessun cavaliere e 30 arcieri a Caltanissetta, nessun cavaliere e 6 arcieri a Delia, nessun cavaliere e 2 arcieri a Milocca.
Da questo documento si evince che nel 1283 la città più grande ed importante della zona era Naro che per questo diventerà sede di comarca, mentre Caltanissetta, Delia e Milocca erano considerati dei semplici “casalium” ma, a differenza di altri casali forse più piccoli, furono presi in considerazione dal re che chiese loro arcieri per la sua guerra contro gli angioini.
Delia pertanto partecipò attivamente agli avvenimenti della guerra del vespro che durò dal 31 marzo 1282 al 1302, anno della pace di Caltabellotta.
Nelle alterne vicende di questa lunga guerra tanti castelli passarono nelle mani ora degli spagnoli ora dei francesi. Anche il castello di Delia nel giugno del 1300 subì tale sorte. Il castello che era occupato dalle milizie di re Federico, per il tradimento di Giobbe e Roberto Martorana, passò nelle mani dei francesi, ma per poco tempo poiché Berengario D’Entenza un guerriero di re Federico lo riconquistò punendo i traditori.
Agli Angioini francesi succederanno gli spagnoli Aragonesi che domineranno l’Isola per più di quattro secoli fino al 1713( trattato di Utrech).
Dopo Raimondo de Pluya con alterne vicende il casale e il castello di Delia passarono nelle mani di numerosi nobili feudatari:
1283: Alaimo da Lentini
1287: Corrado Lancia
1294: Raimondo Alemanno de Cervellon
1296: Pietro Lancia
1297: Artale Alagona
1366: Matteo Chiaramonte
1374: Andrea Chiaramonte
1392: Guglielmo Raimondo Moncada Peralta
1392: Pietro Mazza
1399: Andrea Ortolano
1581: Gaspare Lucchese che fonda il paese di Delia nel 1597.

Delia8Il nome di Delia
Sull’origine del nome “Delia” allo stato attuale esistono quattro ipotesi.
L’ipotesi più accreditata è quella che fa derivare il nome Delia dall’arabo “Daliyah” che significa vigna. Il casale di Delia di cui si hanno notizie storiche soltanto nel 1271sicuramente esisteva anche durante il periodo della dominazione araba come un piccolo aggregato umano autoctono di origine bizantina che viveva attorno a quella che un tempo era stata la Statio Petiliana, nell’attuale Piazza Castello. Gli arabi che si erano stanziati ai piedi del castello di Sabuci, l’attuale “castiddrazzu”, è probabile che chiamavano quel piccolo villaggio Daliyah-Vigna per la presenza di vigneti nei suoi dintorni e particolarmente in quella zona dove si formerà l’odierna Via Vignazza.
La seconda suggestiva ipotesi sull’origine del nome di Delia è quella che lo collega all’antico culto preistorico dei “Delli” o “Delloi”.
Il culto praticato nel nostro territorio dai nostri antichi progenitori, i Sicani, era quello delle “Sorgenti Calde”. Delia e le sue campagne sono ricchissime di acqua sulfurea che comunemente viene chiamata “acqua mintina”. Sappiamo che moltissime zolfare hanno bucato le terre delle nostre contrade Grasta, Grastiddra, Pascibue, Gebbiarossa, Ramilia e Deliella, con gallerie, cunicoli, pozzi e calcheroni. Era quindi più che naturale che anche nel territorio deliano nascesse e si sviluppasse il culto per una potenza sotterranea associata a un fenomeno naturale: le sorgenti di acque caldi.
Nel territorio di Caltagirone era diffuso, ad esempio, il culto dei “Fratelli Palìci” così infatti erano chiamate i due sfiatatoi principali del gas della sorgente. Nel territorio di Butera più vicino al nostro erano venerati, invece, i “Delli oppure Delloi”. Di quest’ultime divinità parla lo scrittore latino Polemone che dice che questi crateri, i Delli, erano così profondi che potevano ingoiare interi buoi. Lo storico Navarra afferma, con acute e dotte argomentazioni, che il culto dei “Delli o Delloi” si praticava presso Butera nella contrada Deliella che da queste divinità derivò il nome.
E’ probabile pertanto che anche Delia e la sua contrada Deliella abbiano questa stessa origine.
La terza ipotesi è quella di Vito Amico il quale nel suo “Lexicon topographicum Siculum” si esprime così: “Si crede che Delia sia Petiliana, luogo che nell’Itinerario Romano distava 28 miglia da Filosofiana e 18 miglia da Agrigento, come riferirò a suo posto, e si dice comunemente che fosse ornato d’un tempio della dea Diana Delia, donde prese il nome”. Se consideriamo che gli antichi templi pagani nell’era cristiana venivano trasformati in chiese, che l’odierna chiesa Madre esisteva già nel 1300 e che si trova molto vicino alla Piazza Castello dove si ritiene sorgeva la Statio Petiliana, l’ipotesi di Vito Amico che a primo acchito sembra abbastanza fantasiosa deve fare riflettere gli studiosi.
La quarta ipotesi dello storico Biagio Pace, richiamandosi all’antica Statio Petiliana, fa derivare il nome Delia da Petilia o Petelia da cui per la caduta del Pe iniziale è venuto fuori prima Telia e poi Delia. Nella tradizione orale, infatti, Delia è detta Petilia o Petelia che è stato anche il nome della via principale del paese prima che fosse rinominata Corso Umberto.

Delia9La Fondazione
Le città nuove di Sicilia sorte tra il XVI e il XVII secolo servirono a contenere la esuberante crescita delle popolazioni nelle grosse città demaniali e nello stesso tempo furono molto utili ai contadini che erano senz’altro più vicini al loro posto di lavoro: la terra. I baroni feudatari fondarono nuovi paesi non certo per sensibilità a fronteggiare la disoccupazione, ma per volontà di guadagno speculando sul lavoro a basso prezzo degli affamati contadini e sia per i vantaggi politici che ne traevano in quanto non solo acquisivano il diritto di entrare nel parlamento siciliano ma aumentavano il loro prestigio e l’autorità in sede locale. Pertanto la pressione demografica e soprattutto la lontananza delle nuove terre vergini messe a coltura fecero esplodere, fin dagli inizi del 1600, la necessità impellente di creare nuovi centri abitati. Così in quegli anni sorsero circa 150 nuovi comuni in tutta la Sicilia. Delia fu una di queste “città nuove”.
Nel 1581 il feudo e il castello di Delia passarono dalla famiglia Ortolano alla famiglia Lucchese e precisamente se ne investì Gaspare Lucchese figlio di Giuseppe e di Francischella Ortolano. Il feudo era spopolato e le terre migliori venivano coltivate da abitanti di Naro, Enna e Caltanissetta. Per tutto quanto detto sopra, anche il barone Gaspare Lucchese nel 1596 presenta domanda al Viceré per ottenere lo “ius populandi” su Delia e cioè il diritto di potere costruire un nuovo paese nel suo feudo. Il Viceré allora chiese informazioni sulla baronia ai Secreti e ai Giurati delle città demaniali vicine di Agrigento, Naro e Licata. Quelle autorità risposero che la baronia di Delia era disabitata e che le uniche costruzioni esistenti erano un castello e nei suoi pressi una chiesa con attorno ruderi di case antiche. Nel Febbraio del 1597 il Viceré concesse la licenza con riserva di conferma regia di Filippo II di Spagna che la confermò il 24 Dicembre 1597.
Tutte le città nuove di Sicilia, sorte nel 1600 con licentia populandi rilasciata dai re spagnoli, presentano interessanti analogie con i nuovi centri abitati delle Americhe costruiti dagli spagnoli e per i quali Filippo II emanò un’apposita legge urbanistica nel 1573. Delia, come tutte le altre “città nuove” di Sicilia non ruota attorno al suo castello che rimane ormai decentrato ma, secondo le nuove direttive urbanistiche, il centro propulsore del paese diventa la Chiesa, la Piazza, il Palazzo baronale. Da questo centro direzionale si dipartono le strade con le abitazioni dei contadini e degli artigiani. Il tutto è a pianta ortogonale e le strade dritte come canne si intersecano ad angolo retto formando isolati di diversi dimensioni, accoglienti un numero vario di abitazioni e accessibili all’interno attraverso aree comuni non edificate: i cortili.
Questa tipologia di impianto urbanistico ormai è poco riconoscibile, infatti, è rimasto soltanto l’impianto ortogonale del centro storico.

Delia10Delia dal 1600 ad oggi
Il paese si sviluppò molto celermente e già, dopo circa dieci anni dalla licenza di fondazione il nuovo centro urbano contava 250 fuochi e cioè circa 1000 abitanti, aveva quattro chiese ed un convento. Il barone Gaspare Lucchese perse il padre, don Giuseppe, nel 1606 e dopo due anni fece atto di donazione del feudo e della terra di Delia al figlio Giuseppe di appena 12 anni. Morì nel 1612 all’età di 41 anni e fu sepolto a Palermo nella tomba della moglie Vincenza Spatafora, baronessa di San Fratello che nel 1638, dopo avere rinunciato a tutti i suoi averi si fece monaca. Giuseppe Lucchese nel 1623 ricevette da Madrid il titolo di Marchese. La famiglia Lucchese tenne il marchesato fino al 1698 quando ne ottennero il possesso i Gravina, Principi di Palagonia a seguito del matrimonio tra Anna Maria Lucchese con Ferdinando Francesco Gravina. Ferdinando Francesco Gravina, costruì a Palermo il sontuoso palazzo alla Gancia e a Bagheria, intorno al 1715, iniziò la famosa “villa dei mostri” che fu continuata da don Ignazio Sebastiano e abbellita dal nipote Ferdinando Francesco che la popolò con circa duecento grottesche e bizzarre statue di mostri. Ultimo marchese di Delia fu don Francesco Paolo Gravina il quale morì nel 1854 senza figli e lasciò tutti i suoi averi ai poveri del ricovero Malaspina di Palermo.
Il 1800 fu un secolo di grandi sconvolgimenti sociali e anche la nobiltà già fin dal settecento era piombata in una crisi economica profonda. Nel 1812 il re decretò l’abolizione della feudalità. Delia faceva parte del territorio di Naro, una delle 42 comarche in cui era divisa la Sicilia. A seguito dell’attuazione della nuova circoscrizione territoriale della Sicilia voluta da re Ferdinando I di Borbone nel 1819, Caltanissetta fu elevata a capoluogo di provincia e anche Delia fu staccata da Agrigento per far parte della nuova circoscrizione nissena. Secondo le indicazioni del Concordato del 1818 tra il papa Pio VII e re Ferdinando I, non si tardò tanto a fondare nuove circoscrizioni di diocesi che potessero rispondere più da vicino ai bisogni spirituali e religiosi dei fedeli, ormai cresciuti molto di numero. Pertanto, Caltanissetta divenne sede vescovile con la bolla di Gregorio XVII del 25 Maggio 1844 e Delia assieme ad altri quindici paesi dell’omonima provincia fecero parte della nuova diocesi.
Dal punto di vista amministrativo il comune di Delia fin dal 1820 e fino agli inizi del Novecento fu nelle mani del ceto della grossa borghesia terriera, senza dubbio, la principale protagonista della storia dell’ottocento deliano. La classe dirigente politica dei borghesi galantuomini guidò i deliani nei moti separatisti risorgimentali del 1848 nell’intento di conseguire l’indipendenza dal governo borbonico del Regno di Napoli. Come ci racconta lo storico del tempo G. Mulè Bertolo, dopo qualche settimana dall’insurrezione di Palermo e il giorno dopo quella di Caltanissetta anche i deliani il 30 Gennaio 1848 innalzarono la bandiera tricolore al grido unanime di “viva la Costituzione, viva la Federazione Italiana, viva Palermo, viva Ruggero Settimo”. I deliani, pertanto, animati da spirito patriottico, parteciparono attivamente alle lotte risorgimentali e concorsero con 533,10 onze (6.800 lire) al prestito forzoso deliberato il 27 Dicembre 1848 dal Parlamento Siciliano. Delia fece parte della 48° associazione intercomunale per l’elezione dei deputati al Parlamento Siciliano. Ma i moti rivoluzionari furono subito repressi e i borbonici, ritornati al trono di Sicilia, restaurano il vecchio ordine. Il patriottismo dei deliani fu così sopito ma rimase l’anelito per la libertà e per un cambiamento delle degradanti condizioni socio-economiche anche se le aspirazioni separatiste e di indipendenza lasciarono nel tempo il posto alla tesi di un’Italia unita sotto la monarchia dei Savoia.
Lo sbarco dei mille suscitò tra i deliani un grande entusiasmo ed un nutrito gruppo di giovani si unì all’impresa di Giuseppe Garibaldi per la cacciata dei borbonici dalla Sicilia. Intanto, il 7 Giugno, Garibaldi aveva decretato che i comuni delle province di Palermo, Caltanissetta e Agrigento versassero dei contributi obbligatori in muli, cavalli e tela. Nel Giornale Officiale di Sicilia del 1860 al numero 91 si legge: “Il Comune di Delia con prontezza degna di encomio ha versato la somma di ducati 178 equivalenti al prezzo della tela e degli animali dovuti pel contingente dell’esercito nazionale”.
Dopo l’unità d’Italia la storia di Delia si uniformò a quella siciliana e alla vita della Nazione. Anche Delia partecipò alla guerra d’Africa con undici dei sui figli dei quali uno vi lasciò la vita. Lo scoppio della prima guerra mondiale del 1915-18 costò alla comunità 52 caduti e 37 tra mutilati ed invalidi. Nel periodo fascista Delia pagò il suo contributo di sangue con tre caduti nella guerra contro l’Abissinia e 34 vittime nella seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra a causa della chiusura delle miniere e la crisi del settore agricolo la comunità subì un massiccio esodo migratorio verso le Americhe ed il nord Europa.

Delia11La Chiesa Madre
Ufficialmente le origini della Chiesa Madrice di Delia risalgono attorno al 1300. Infatti tra le decime degli anni 1308-1310 versate alla diocesi agrigentina viene menzionate quelle di una chiesa che serviva il casale di Delia. Questa chiesa era dedicata a San Nicola di Mira ed era officiata da un cappellano di rito ortodosso. Il paese di Delia venne fondato dal barone Gaspare Lacchese nel 1597. Nel 1608, nella visita pastorale del vescovo di Agrigento mons. Bonincontro troviamo la chiesa madre dedicata non più a San Nicola ma a Santa Maria di Loreto e viene inoltre documentata la presenza di alcuni sacerdoti e numerose confraternite. Nel 1622 la chiesa madre fu elevata a Parrocchia e fu nominato primo arciprete-parroco Gerolamo Bianco Russo da Cammarata. Da allora si sono succeduti 17 parroci-arcipreti alla guida della parrocchia e sono stati nel complesso guide spirituali sicure e punti di riferimento molto importanti sia per i bisogni materiali e sia anche per la crescita umana e culturale del popolo.
Dopo il terremoto che alla fine del 1600 colpì gran parte della Sicilia tutte le chiese di Delia seriamente danneggiate furono pian piano ricostruite nel secolo successivo. La chiesa madre venne ricostruita quasi fin dalle fondamenta nel 1712 per assumere quella struttura che in parte ritroviamo oggi; nel 1795 con enormi sacrifici del popolo, che si impose una tassa volontaria sul pane (il panizzo), fu ampliata con il transetto e la cupola; nel 1813 venne istallato l’orologio nel campanile. Don Calogero Franco rifece il pavimento fatiscente della chiesa nel 1939 e nel 1943 la completò con le due navate laterali.
La chiesa Madre presenta la facciata di stile neoclassico con portale e campanile di stile tardo barocco. Il rosone centrale arricchito da una vetrata artistica raffigurante il logo del Giubileo 2000, riportato anche in un epitaffio posto all’entrata principale.
Oggi si presenta a tre navate a croce latina e sono da segnalare nel suo interno gli affreschi raffiguranti i quattro evangelisti nelle vele della cupola e quelli rappresentativi episodi della vita della Madonna nella volta a botte della navata centrale. Si possono, inoltre, ammirare sei pregevoli altari di legno scolpito e dorato che rimasti in buono stato di conservazione, oggi, sapientemente restaurati, sono stati riportati al loro antico splendore. Gli altari e l’urna del Cristo della “Scinneza” che risentono fortemente dell’influenza barocca, sono autentici gioielli d’arte e rappresentano la più genuina espressione della scultura del legno dell’ottocento siciliano, di quell’arte povera del legno delle maestranze artigiane locali ormai quasi completamente scomparsa dovunque ma che si può ancora ammirare nelle chiese della Madrice e di Sant’Antonio.
La statua più antica della chiesa è senza dubbio quella del Crocifisso. Il primo documento che ne parla è del 1669. Venne portato per quattro secoli nel venerdì santo per farvi la “scinneza”. La mano destra che benedice secondo il rito greco fa ritenere che sia antecedente al 1500 e probabilmente si trovava nell’antica chiesa di rito bizantino di San Nicola.
Degna di menzione è la cornice barocca scolpita in legno di noce nella quale si alternano tra volute e putti le tre virtù teologali e nella parte alta la “Concezione” che fa ritenere contenesse la tela raffigurante l’Immacolata. La tradizione vuole che sia stata scolpita per volere della nobil donna Luisa De Luna e Vega Moncada da un frate gesuita nella Villa Cappellano il quale, secondo la tradizione, v’impiegò dieci anni.
Tra le statue sono da menzionare la Madonna delle Grazie del Bagnasco di stile settecentesco scolpita dal Bagnasco e finemente ritoccata dal Biancardi che scolpì nel 1900 per la chiesa madre il gruppo dell’Annunziata con l’Arcangelo Gabriele, la Madonna dei Peccatori del Genovese scolpita nel 1860, la statua di San Giuseppe venerata fin verso il 1860 nell’omonima chiesa poi distrutta. Le altre statue presenti nella Madrice sono: l’Addolorata e San Giovanni evangelista posti lateralmente al Crocifisso, il Cuore di Gesù, San Giovanni Bosco, la Madonna Assunta, Santa Maria Goretti, Santa Rosalia, patrona di Delia, e lo splendido moderno tabernacolo di bronzo del Tesei.
Di pregevole fattura sono la tela di Santa Rosalia di Pietro d’Asaro da Racalmuto detto il Monocolo, quella delle Anime del Purgatorio e il quadro della Madonna del Lume del 1728.
La Madrice custodisce un prezioso reliquario di maestri argentieri siciliani con un resto sacro di Santa Rosalia portato a Delia dalla famiglia dei Lucchese suoi fondatori.

Delia12La Chiesa della Madonna del Carmelo
Sulla collina di Monserrato tra alberi di carrubi e pistacchio e siepi di fichi d’india ed agavi, dopo alcuni anni dalla fondazione di Delia, venne eretta nel 1601, per volontà del barone Gaspare Lucchese, una chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo con annesso un monastero di Carmelitani. I monaci Carmelitani venuti a Delia, seguendo il proprio stile di vita, vollero abitare in questo luogo isolato, immerso nel verde della natura, per vivere da eremiti.L
a bolla di fondazione del monastero di Delia porta la data del 24 febbraio del 1601 e doveva ospitare dodici frati. Il Carmelo di Delia fu uno dei tanti conventi sorti nella provincia di S. Angelo, ma non ebbe una lunga vita, durò circa sessant’ anni perché la S. Sede nel 1652 ordinò che fossero soppressi i piccoli conventi che avevano scarse rendite.
Il convento di Delia, pertanto, essendo molto piccolo e sempre con pochi frati, fu abolito seguendo la sorte di ben altri 22 piccoli conventi carmelitani della provincia di S. Angelo.
Rimase, però, a testimonianza del passaggio, dell’esperienza mistica e della spiritualità di quei pochi monaci carmelitani la bella chiesa del Carmelo.
La chiesa, originariamente, come tutte le chiese carmelitane, fu dedicata alla Madonna Annunziata. Venne ricostruita interamente nel 1725 e le fu riconosciuto, tra tutte le chiese di Delia, il primo posto dopo la Madrice. Probabilmente dopo la ricostruzione la chiesa venne dedicata alla madonna del Carmelo, la nuova immagine che, dopo il Concilio di Trento, i carmelitani scelsero per la loro congregazione.
La fabbrica della chiesa, essendo posta su una collina sabbiosa, più volte fu soggetta a lesioni e crolli parziali. Pertanto nel 1870 fu rifatto il prospetto con fondazioni adeguate all’altezza della facciata. I lavori furono resi molto difficoltosi dalla presenza di un’abbondante vena d’acqua; da qui forse nacque la leggenda che sotto il pavimento della chiesa vi fosse “una lingua di mare”.
Nel 1932 fu costruito il campanile ad opera di Luigi Vilardo e di Giuseppe Riccobene con l’aiuto di tutto il popolino, donne e uomini che con enormi sacrifici portarono in un luogo così alto, le prime, l’acqua per l’impasto della calce e i secondi le pietre rosse con i loro carretti.
La festa della Madonna del Carmelo si svolge con la tradizionale processione l’ultima Domenica di Luglio. Negli ultimi anni la festa si è caratterizzata con manifestazioni culturali-religiose e ricreative che si svolgono nella settimana che precede la festività.
Delia13La facciata della chiesa con la sua tipica architettura rurale del ‘700, molto semplice, sobria e dignitosa fa emergere in maniera imponente il superbo portale in pietra calcarea bianca locale, sormontato da una nicchia che ospita una coeva statua marmorea della Madonna che campeggia sulla piazza come nelle antiche chiese medievali del ‘400. Maria in alto nella facciata è la porta del cielo, è la madre di Dio che porta al cielo.
Sopra la nicchia una grande finestra centrale delimitata da una fila di pietre dello stesso materiale del portale arricchisce la facciata.
Il campanile altissimo ed elegante ha uno stile composito che ricorda ad un tempo la maestosità del neoclassico e la mistica elevazione del gotico.Delia14
Come tutte le chiese dei carmelitani anche il Carmelo di Delia fin dalla sua fondazione fu dedicata alla Madonna. Ma questa chiesa oltre ad essere dedicata alla Madre di Dio, fu concepita come un luogo sacro che doveva parlare di Maria, della sua vita, della sua missione. Per questo gli affreschi del coro, dell’abside e del catino autentiche opere d’arte che caratterizzano questo tempio di Dio e ne costituiscono, assieme agli stucchi, l’elemento più antico sono di carattere mariano e raccontano le vicende più importanti della vita della Madonna.
L’autore degli affreschi, degli stucchi e delle tele della Madonne della Mercede e di San Pasquale Baylon è Antonio Capizzi da Racalmuto(1731).
Nel coro a destra è rappresentata con toni molto realistici la nascita della Madonna, una scena ormai di altri tempi, quando la donna partoriva a casa assistita da amici e parenti che preparavano chi l’acqua, chi il fuoco, chi i panni. Di fronte a sinistra sono raffigurati S. Gioacchino e S. Anna che contemplano Maria bambina posta su un fiore che affonda le sue radici nei cuori dei due genitori. Questa immagine di Maria bambina, molto inconsueta e non facilmente riscontrabile nell’iconografia mariana, rappresenta, sicuramente, la scena più bella, più espressiva e senz’altro la più significativa della chiesa. Maria, fasciata secondo l’uso del tempo, che sboccia dal fiore ha un grande significato teologico. Maria è il fiore del Carmelo. Infatti, il monte Carmelo nella Bibbia è chiamato “flos”, il monte dei fiori. Maria è il fiore della Chiesa, della cristianità, è il fiore che ha partorito per gli uomini il fiore dei fiori: Gesù Cristo. Nel catino in alto si trovano al centro l’Incoronazione di Maria, a destra la Presentazione di Maria Bambina al Tempio e a sinistra la Visitazione a S. Elisabetta. Nell’abside a destra c’è la scena della Purificazione e a sinistra quella dell’Annunciazione.
Sopra l’altare troneggia la statua lignea di pregevole fattezza della Madonna del Carmelo alta due metri. Fu benedetta ed esposta al culto il 16 Luglio del 1865. L’autore è sconosciuto. La corona che cince il suo capo apparteneva alla vecchia statua oggi scomparsa. L’immagine post tridentina della Madonna è quella che i Carmelitani crearono per il proprio ordine religioso: la Madonna con Gesù Bambino in braccio nell’atto di dare l’abitino o scapolare ai loro devoti.
La chiesa è ornata inoltre da quattro splendide tele. Senz’altro la più importante e significativa è quella di S. Anna sulla destra entrando. Questo quadro fa parte di quelle opere d’arte pittoriche che si diffusero nel ‘600 e ‘700 e che vennero intitolate “ Sacra Conversazione”. Sono rappresentati un gruppo di santi: campeggia in alto la Madonna con il Bambino, poi c’è S. Anna con San Gioacchino, il profeta Elia con la vedova di Serepta, S. Giuseppe, S. Giovanni Battista bambino e S. Teresa d’Avila. La tela con tutti questi santi sistemati quasi a grappolo, fa parte di una tipologia di quadri prodotti nei secoli successivi al Concilio di Trento. E’rappresentato un piccolo paradiso dove tutti i santi conversano amorevolmente ed in piena comunione tra di loro. Elemento molto importante e significativo del quadro è la presenza di S. Teresa d’Avila, la riformatrice del Carmelo e la cui spiritualità pervadeva tutto l’ordine carmelitano. La Tela è arricchita da una maestosa e pregevolissima cornice in legno scolpito e dorato nella cui parte alta è incastonato centralmente lo stemma dei principi di Palagonia, ultimi signori di Delia.
La tela della Pietà, entrando sulla sinistra, copia di un quadro di Domenico Provenzano, è stato dipinto da Francesco Guadagnino da Canicattì. Anche questa bella deposizione è post tridentina. Se si osservano altre immagini della Madonna sotto la croce, prima del concilio di Trento, Maria non è mai straziata, pare che non sia presa dal grande dramma della morte del Figlio, è serena ed assume un atteggiamento quasi regale. Dopo il concilio di Trento, l’immagine dell’Addolorata attraverso l’ordine dei Servi di Maria che la portarono come loro vessillo, fu quella di una madre straziata dal dolore. Si vede, infatti, in questa tela, Maria impietrita dal dolore ricurva sul figlio che giace morto.
Il terzo quadro rappresenta “L’Estasi di San Pasquale di Bajlon” che adora il Sacramento circondato dagli angeli Michele, Gabriele e Raffaele.
La quarta tela è quella della Madonna della Mercede. Dopo il Concilio di Trento anche i frati della Mercede ebbero la loro Madonna: Maria che salva gli schiavi prigionieri dei turchi. Nella parte in basso del quadro si nota il corteo di schiavi salvati, in alto c’è la Madonna con i santi della Mercede, S. Pietro Nolasco e S. Raimondo Nonnato con i fregi di cardinale.
Pregevole e molto antico è il quadro della Madonna di Monserrato che si nota entrando subito sulla destra. Si trovava nella piccola chiesa di Monserrato che agli inizi del secolo scorso dopo essere andata in rovina fu sconsacrata.
Gli stucchi settecenteschi, alla maniera del Serpotta, sono di pregevole fattura. Lateralmente emergono quattro stupendi medaglioni sorretti dagli angeli con le figure di S. Angelo di Licata e S. Giovanni Evangelista a destra e l’arcangelo Michele e S. Luca a sinistra. All’ingresso le immagini di S. Pietro e S. Paolo.
Pregevole è anche l’acquasantiera di pietra sorretta da una mano, probabilmente, più antica della stessa chiesa.
La chiesa della Madonna del Carmelo di Delia è un meraviglioso scrigno pieno di inestimabili gioielli d’arte.

Delia15La Chiesa dell’Itria
La Chiesa della Madonna d’Odigitria, il cui culto è il più antico e diffuso della Sicilia, fu edificata fuori dal centro abitato prima del 1602, anno in cui venne fondata e le fu dedicata la più antica delle confraternite di Delia. Nel 1657 si fece la prima processione con l’immagine della Madonna, probabilmente quella statua lignea posta oggi sull’altare maggiore e portata a spalla da due monaci basiliani ”li calojari” come li chiama il popolino. Intorno al 1745 venne ricostruita e riaprì le sue porte al culto nel 1769. Nel 1872 la chiesa venne temporaneamente chiusa al culto perchè si temeva il crollo del pavimento nella sottostante cripta; la riaprì al culto, dopo averne riparato il pavimento, un padre francescano, P. Samuele, al secolo Alfonso Averna, da tutti chiamato “il padre guardiano”. La vita austera e penitente che conduceva questo cappuccino, gli procurò presso il popolo la fama di santo e quella di operare guarigioni. Più tardi nel 1885 la chiesa dell’Itria fu al centro di disordini e di agitazioni della popolazione deliana per un’ennesima ondata di epidemia colerica che colpì il paese. Per arginare la diffusione di quella malattia si pensò di utilizzare la chiesa dell’Itria come locale di isolamento che fu chiamato “lazzaretto”. A quanto pare i deliani mal sopportarono quelle misure di sicurezza e di cautela poiché ritenevano che i malati potevano ricevere le cure più adeguate soltanto a casa propria.
Nel 1967 diventò la parrocchia della nuova zona di espansione del paese e fu dotata di ampia canonica; nel 1988 è stato costruito il campanile progettato dall’architetto G. Riccobene.
La chiesa custodisce nel suo interno opere di notevole valore: l’antichissima statua lignea della Madonna d’Itria, la statua del Salvatore scolpita intorno al 1755 dal Bagnasco che viene usata nell’ “Incontro” della Domenica di Pasqua, quella di Santa Lucia del 1700, la statua di San Francesco d’Assisi, quella di Sant’Antonio di Padova e un quadro della Madonna della Rocca del 1756. Durante l’anno la chiesa vive i suoi momenti più belli nelle feste di Sant’Antonio di Padova a Giugno, di San Francesco d’Assisi ad Ottobre e di Santa Lucia a Dicembre.

Delia16La Chiesa di S. Antonio
La Chiesa di Sant’Antonio Abate con la relativa confraternita esisteva già nei tempi della fondazione del paese. Il 17 gennaio, festa del santo patrono dei campi, delle sementi e degli animali, i contadini sfilavano con i loro muli e asini bardati a festa lungo un viottolo limitato da filari di fichidindia che costeggiava l’edificio sacro per andare a ricevere, davanti la porta della chiesa, la rituale benedizione solenne perché nel nuovo anno il raccolto fosse più copioso. Sorgeva extra terra nel quartiere vecchio detto degli “Ebrei”. Nello stesso posto della vecchia e pericolante chiesa venne elevata ad opera di Giovanni Garallo tra il 1740 e il 1763 la nuova costruzione in pietra intagliata ad una sola navata con abside a semicerchio. Nel 1922 fu costruita la cella campanaria dai fratelli Rosselli di Favara. Nel 1926 accanto alla chiesa fu edificato un istituto per l’ educazione dei fanciulli gestito tutt’oggi dalle suore francescane del “Signore della Città”. Oggi, non si festeggia più in maniera solenne Sant’Antonio Abate ma la chiesa diventa il cuore di Delia durante la Novena dell’Immacolata che richiama un tale numero di fedeli che spesso, non trovando posto, partecipano alle sacri funzioni dal sagrato della Chiesa.
La chiesa recentemente restaurata presenta al suo interno cinque cappelle barocche delle quali quattro ornate da colonne tortili sormontate da maestosi baldacchini. Tutti e cinque gli altari delle cappelle sono di legno intagliato e dorato che, come quelli della Chiesa Madrice, sono dei veri e propri preziosi tesori di quell’arte povera del legno isolana che ormai in pochissime chiese viene conservata e valorizzata. E’ stata riaperta la cripta e rifatto il pavimento usando una ceramica molto simile all’antico pavimento del 1700. Vi si conservano le statue di Sant’Antonio Abate, di San Francesco da Paola, di San Biagio e dell’Immacolata tutte del 1700, quella del Crocifisso è sicuramente molto più antica mentre le piccole statue di San Luigi Gonzaga e di Santa Elisabetta d’Ungheria sono del secolo scorso.

Delia17La Chiesa della Croce
La Chiesa della Croce, a differenza delle altre, ha origini non molto antiche ma già esisteva nel 1795. Era una piccola costruzione di pianta quadrata con il tetto a terrazzo sul quale vi era una grande croce che serviva per la “Scinnenza” che si incominciò a rappresentare dopo il 1760. Pericolante alla fine del 1800, fu interamente ricostruita nel 1925 ad opera del sac. Vincenzo Micelisopo che i deliani chiamavano “Patri Ciuzzu”. Vive il suo momento più importante il Venerdì Santo quando nel pomeriggio sul suo sacrato viene rappresentata la “Scinnenza” alla presenza di migliaia di spettatori. Nel suo interno si conservano le statue del Crocifisso e dell’Addolorata della scuola dell’Ortisei e una statua della Madonna di Fatima. La Chiesa è sede della festa del Crocifisso che si svolge in genere la domenica più vicina al giorno 14 Settembre festa dell’ Esaltazione della Croce.

Il Museo di Delia
delia museoIl progetto per la costruzione del museo di Delia è stato elaborato dall’architetto G. Riccobene di Delia. Il museo sorge su una superficie di mq.120 circa in Piazza Castello utilizzando lo spazio di una vecchia e fatiscente struttura comunale da tempo pericolante. L’opera museale ha rivalutato il centro storico del paese e nella forma ha voluto riprendere ed entrare in sintonia con la torre del vecchio castello medievale che insisteva nella stessa Piazza Castello e del quale esistono ancora le vestigia. Così infatti ne parlava il geografo Vito Maria Amico nel suo “Lexicon Topographicum Siculum” pubblicato nel 1759: “Sorgeva su una rupe scoscesa un castello, oggi rovinato, di cui rimangono solamente alcune volte e grotte e muraglie ad atrio appartenenti, e merli ed avanzi di torre rotonda, la quale sovrastava qual vedetta all’intero castello”. Il Museo che insiste su una piccola superficie si sviluppa tutto in altezza dando appunto l’idea di una torre. E’ costituito da diversi piani sfasati tra di loro uniti con un circuito visibile con scale. E’ munito di un ascensore a otto aperture capace di raggiungere tutti i livelli. Attualmente il museo strutturalmente già completo sia all’esterno che all’interno manca soltanto dell’arredamento per poterlo rendere fruibile ai visitatori. Il museo di Delia sarà un’istituzione permanente senza fini di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo e aperto al pubblico. In conformità alla sua vocazione turistico-culturale, il museo opererà per la tutela e la valorizzazione del proprio patrimonio storico, culturale, artistico con specifico riferimento a quegli elementi inscindibili e irrinunciabili connessi alla sua storia, alle sue tradizioni e alla vita della comunità deliana. Esso, infatti raccoglierà, conserverà, studierà promuoverà e divulgherà la “memoria” storico-archeologica ed etno-antropologica non soltanto del suo piccolo territorio ma anche di buona parte di quello nisseno, narese e canicattinese con i quali confina ma dove in realtà i deliani da secoli si sono insediati e ne sono venuti in possesso.
Pertanto il museo di Delia vuole inserirsi nella volontà di proporre l’immagine di museo che vada al di là della mera sede di visita a mostre o a reperti archeologici ed etnologici, ma che possa essere recepito come luogo di interscambio culturale, dinamico, attento alle nuove tendenze culturali. Un luogo di cultura e per fare cultura a 360°. In definitiva, il museo di Delia completato e reso fruibile al pubblico, rappresenterà, nel contesto di un maggiore e più organico sviluppo turistico e culturale della Provincia regionale di Caltanissetta, un importante punto nevralgico nel contesto di quegli itinerari che in questi anni si stanno organizzando sul territorio provinciale a servizio di un turismo tradizionale, di cultura e congressistico.

Delia18I Mulini
In contrada Rocchicelle. Alle spalle del Castello di Sabuci (lu castiddrazzu) si trovano i resti due antichissimi mulini ad acqua. Il Secreto di Agrigento così scriveva nel 1596: ”…dico esserci stato di presenza (nel feudo di Delia) et che si tiene le abbondanze delle acque, dui molini di acqua e beverature et in sofficienza tale che quasi in ogni parte si sono acque di bonissima qualità…”.
Tale don Calogero La Rizza ricostruì a partire dal 1788, per conto del principe di Palagonia, gli antichi quattro mulini di acqua che esistevano nel feudo: la Cottonera, Soprano, Sottano e Tigaro, che si trovavano sotto il castello, lungo il letto del fiume. Si legge in una decurionale del 1842: “…sopra i tre mulini di questo territorio: Soprano, Medio e Tigaro di cui questi amministratori godono il diritto di molire a preferenza dei forastieri e di molire in tutto l’anno….”.
Gli anziani ricordano che, fino agli inizi del secolo scorso uno di essi era ancora funzionante.
Oggi sono rimasti soltanto le imponenti rogge di due dei quattro mulini esistenti nel 1700 e soltanto uno dei tre pilastri a tronco di piramide che sorreggevano il camminamento in legno nel quale veniva incanalata l’acqua che prendendo la velocità adeguata nelle rogge faceva funzionare i quattro mulini.

Fonte: www.comune.delia.cl.it

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