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Comune di San Cataldo

Logo San CataldoSan Cataldo è un comune italiano di 23.603 abitanti della provincia di Caltanissetta in Sicilia.
San Cataldo sorge in una zona collinare interna, posta a 625 metri s.l.m., che si estende a nord del centro abitato, tra i comuni di Serradifalco, Mussomeli, Caltanissetta, collocato all’interno del comprensorio dell’altopiano Solfifero Siciliano, un’antica area mineraria. Dista 63 km. da Agrigento, 9 km. da Caltanissetta, 50 km. da Enna, 150 km. da Ragusa. È attraversato da un solo fiume, il “Salito”, il quale è formato da diverse sorgenti che nascono dalle falde del M. Schiavo presso il paese di Santa Caterina Villarmosa. L’abitato si estende nell’altopiano tra Portella del Tauro e Babbaurra, ricco di pozzi d’acqua parzialmente potabili.
All’interno del territorio, nei pressi di Vassallaggi, vi sono testimonianze di insediamenti umani risalenti al VI-V secolo a.C..
L’attuale centro abitato ha origini relativamente recenti. Fu una baronia, poi comune, fondata dal principe Nicolò Galletti nel 1607, richiedendone il 18 luglio la licenza dal Re di Sicilia Filippo III (licenza vox populandi). La licenza consentiva di edificare e popolare l’antico casale Calironi (in siciliano Caliruni e in greco Kalyroon), sito all’interno della baronia di Fiumesalato. I motivi che spinsero il principe alla richiesta furono di natura politica, in quanto si ottenevano titoli e privilegi e si acquistava il diritto di sedere nel “braccio” militare del Parlamento siciliano. Anche l’aspetto economico certamente rivestì un ruolo non marginale.
Il borgo fu popolato con l’immigrazione dai paesi vicini, come Sutera, Mussomeli, Petralia, e anche da quelli più distanti, come Gangi, Castrogiovanni e Caltanissetta. Così si iniziò a formare il paese. Il borgo prese il nome da san Cataldo, già venerato nella baronia di Gagliano Castelferrato (nell’attuale provincia di Enna), posseduta in passato dalla famiglia Galletti. È possibile che inoltre il principe desiderasse ingraziarsi il re, il quale era devoto al santo, o che desiderasse ricordare il passaggio del santo per quelle terre.
Nel 1623 il paese contava 722 abitanti; nel 1651 erano circa 1.607. Nel 1669, diciotto anni dopo, fonti ecclesiastici riportano una popolazione di 2.490 abitanti. Nel 1699 si arrivò a 3.066 abitanti. Nel 1921 si contavano 23.486 abitanti.
Nel corso degli anni San Cataldo ha subito parecchi rimaneggiamenti dal punto di vista urbanistico, al punto che oggi appare come una città nuova, nella quale prevalgono costruzioni recenti e pochissime costruzioni possono vantare una discreta valenza storica. Ormai uniche testimonianze culturali del passato sono alcuni edifici di culto, come la chiesa madre e costruzioni signorili nel centro storico.
Gli Stemmi
SCataldo1SCataldo2SCataldo3SCataldo4L’attuale stemma del Comune è in vigore dal 1948, dopo il referendum della scelta tra la Monarchia e la Repubblica. Lo stemma del Comune è rappresentato da “Troncato nel I di verde, all’insegna della croce greca d’oro; nel II di verde a cinque spighe crociate al naturale”. Lo stemma sopra descritto è sormontato dalla corona della Città (art. 15 reg. 13.04.1905 n. 234) nonché dal manto (consistente in un drappo di velluto porpora soppannato di ermellino) movente dalla corona e accollato allo scudo, annodato ai lati in alto con cordoni d’oro.

Cenni storici
La terra di San Cataldo era anticamente chiamata Casale Chaliruni (termine greco che significa “Scorro bellamente” per la presenza del vicino fiume Salito che l’attraversava).
Fin da tempo antichissimo questo territorio rientrava nella comarca di Calascibetta. successivamente aggregato alla provincia e alla diocesi di Girgenti.
Dopo che i normanni cacciarono gli arabi il feudo divenne proprietà dei Barresi.
Nell’anno 1300, in seguito alla ribellione di Giovanni Barresi. questo casale fu devoluto alla corte e da Federico III re di Trinacria, con R.D. emesso in Castrogiovanni il 9 agosto 1300 fu concesso a Bernardo de Siniscalco.
In seguito, il casale assunse la denominazione di Baronia di Fiume salato dal fiume omonimo. baronia che venne suddivisa in nove feudi (Pirato. Barboraso, Marcato Vallone. Mustigarufi. Palo. Ciuccafa, Caliruni oggi Quartaruni, Dragaito. Mandra di Mezzo) e nove terre comuni (Liquatri, Beata. Achille Caruso, Morillo, Sirocco, Vassallaggi, Santuzza. Mariggi, Antonino Pignato).
Essa subì diversi passaggi e, alla fine. ne fu investito, il 5 luglio 1496, Antonio Salomone il quale la donò alla figlia Violanta de Jaen e Salomone che la portò in dote al marito Nicolò Lancellotto Galletti per atto del 24 aprile 1549.
Sulle rovine dell’antico Casale di Caliruni sorse il Comune di San Cataldo all’inizio del sec. XVII. Il 18 luglio 1607 Nicolò Galletti chiese a Filippo Il. re di Sicilia, il “Jus populandi et aedificandi dictam Baroniam olim nominatam Casale Caliruni, in quo sunt et apparent fabricatae multe domus et in eis habitationem habere…”. Il permesso fu accordato “sub conditione” dal viceré cap. generale Marquez. il quale si impegnava di fare ottenere, entro due anni, ai Galletti il consenso del Re che, però. non giunse entro il termine fissato, giacché la conferma la ottenne, dopo ulteriore richiesta il figlio di Nicolò. Vincenzo, nel 1621 da Filippo III.
Nella “licentia aedificandi Baroniam fluminis Salsi in personam Nicolai Galletti” viene tra l’altro espressamente dichiarato: “quam volumus appellare Santo Cataldo. Il sovrano nel disporre l’assegnazione del nome “Santo Cataldo” al nascente comune dovette tener presente il suggerimento del vescovo di Agrigento. Noi aggiungiamo che occorre tener presente due dati che non furono sufficientemente approfonditi dai due storiografi locali avv. Giuseppe Amico-Medico e prof. Cataldo Urso non per pigrizia, ma per la caotica situazione degli archivi istituzionali:
A- dalla fondazione del Comune sino al 1817 San Cataldo fece parte della provincia di Girgenti; b) dalla fondazione del Comune sino al 1844/45 la locale comunità ecclesiastica dipendeva dalla diocesi di Girgenti e ciò in seguito alla istituzione avvenuta nel 1093 di detta diocesi per diploma del Gran Conte Ruggero il quale nominò vescovo San Gerlando e la dotò delle decime di un vasto territorio che si estendeva sino al fiume Salsa e della proprietà di un terreno citato nel predetto diploma col nome di “Cathal” che sorgeva in località “citra Salsum>_; da ciò nasce l’ipotesi tutt’ altro che infondata che il nome di San Cataldo si riferisca alla proprietà della diocesi pervenuta attraverso vari passaggi agli stessi Barresi.
Tale nome fu dato al paese in onore del santo vescovo di Taranto di origine irlandese, come di origine irlandese era Santa Fara. È sintomatica il fatto che ove esiste il culto di San Cataldo si pratica il culto di Santa Fara, prima superiora di un’abazia fondata da San Colombano, compagno di San Gallo, irlandesi anch’essi.
Ottenuta la conferma di popolare la baronia (1621), Vincenzo Galletti, con l’atto del 28 giugno 1621, confermato in data 6 settembre dello stesso anno, comperava da “potere della Regia Corte”, per 600 onze, il “mero e misto impero” nella baronia di Fiume salato e sulla terra di San Cataldo e, in seguito, per concessione del 6 ottobre 1627, otteneva il titolo di Marchese di San Cataldo.
Più tardi il nipote, anche lui di nome Vincenzo, veniva insignito del titolo di “Principe di Fiume salato” nel 1672.
Con l’inizio del secolo XIX e precisamente con la caduta del feudalesimo il Comune entra in un periodo di transizione che finisce con l’emanciparsi quasi completamente dal sistema feudale (Costituzione 1812).
Nel 1818, per legge dell’anno precedente, il Comune di San Cataldo prese a far parte della Provincia e Distretto di Caltanissetta. Successivamente venne assegnato alla Diocesi qui eretta (1844/45) Con la caduta di Napoleone. Ferdinando di Borbone potè riavere Napoli, togliendo alla Sicilia le istituzioni liberali che aveva accordato con la Costituzione del 1812, rendendola schiava di Napoli.
I siciliani mal sopportavano questa fusione dei due regni di Napoli e Sicilia. sanzionata con legge del Regno delle due Sicilie l’8 dicembre 1816. Il 2 luglio 1820 i Carbonari napoletani insorsero, costringendo il Re a ripristinare la Costituzione.
La rivoluzione di Napoli incitò alla rivolta il popolo di Palermo al quale si unì quello di San Cataldo stanco di sopportare i soprusi e le angherie da parte delle autorità borboniche. Gli abitanti di Caltanissetta invece, per dimostrazione di fedeltà ai Borboni e per non perdere i privilegi ottenuti, non aderirono ai moti popolari. La Giunta rivoluzionaria di Palermo istitui sette guerriglie dirette ai capoluoghi delle provincie per ottenere la loro adesione ai moti popolari. A capo della guerriglia composta da 800 uomini di estrazione sociale eterogenea. reclutati a Bagheria. Villalba e pochi a San Cataldo e destinata a Caltanissetta, fu nominato il principe Salvatore Galletti. il quale pose il suo quartiere generale a San Cataldo, presso il convento dei Cappuccini. Giunto a San Cataldo, il Galletti. con lettera del 2 agosto 1820. invitò il Gallego, intendente di Caltanissetta, ad aderire alla rivoluzione e a declinare ogni impresa contraria al governo provvisorio della libertà nazionale, impegnandosi a mantenere integro il capoluogo di provincia. Ma ogni sforzo risultò vano, perché il Galletti fu considerato come nemico e, invece di venire a trattative con lui, gli si dichiararono ostili. Il principe, in seguito a ciò, intimò la resa formale alla città, alla quale i nisseni risposero con le armi, occupando monte Babaurra e tentando di uccidere il principe per portarne in trionfo la testa. Non riuscendo nel loro intento, uccisero proditoriamente un cittadino (tale Cipolla, gonfaloniere del Principe) e incendiarono il palazzo Galletti.
L’indomani. 11 agosto, i cittadini di San Cataldo e la guerriglia attaccarono monte Babaurra e riuscirono, dopo una lotta accanita e disperata, a riconquistare la posizione costringendo i nisseni alla fuga. Questi, abbandonati dal Gallego che era fuggito con i soldati napoletani del presidio, prevedendo le conseguenze di una grave sconfitta, mandarono a San Cataldo, la mattina del 13 agosto, il frate domenicano Anzalone, quale ambasciatore di pace. Mentre le trattative erano in corso, un nucleo di 400 nisseni assali l’avanguardia del monte Babaurra. Il Galletti inviò le sue truppe agli ordini del maggiore Palmieri e del tenente colonnello Orlando i quali, dopo aver ripreso la posizione perduta, marciarono su Caltanissetta occupando le alture del monte San Giuliano, della collina di S. Flavia e del monte Tre Croci.
Alle ore 22 si iniziò il bombardamento della città.
Non trovando alcuna resistenza, le guerriglie, inferocite per il tradimento, commisero azioni violente. disonorando cosi il merito della vittoria. Una tradizione molto attendibile, ci riferisce che il popolo di San Cataldo non partecipò a quegli eccessi ma, appena fu presa la città dalle truppe, si ritirò nel proprio paese, soddisfatto di una cosa sola, di aver cioè imposto la volontà del governo rivoluzionario ad una città che si mostrava ribelle alla causa nazionale.
Le rappresaglie nissene però, non tardarono: per cinque sabati consecutivi (rimasti nel ricordo dei sancataldesi come i sabati dell’irruenza), protette dalla compiacente inazione dell’intendente borbonico reinsediatosi nel capoluogo, orde facinorose e vandaliche calavano nella nostra città e si abbandonavano ad ogni eccesso di violenza e di atrocità, sfogando sui miti sancataldesi i gravi torti subiti da parte di quel nucleo di criminali che avevano fatto parte della guerriglia del Galletti. Dopo queste cinque incursioni, le autorità civili di Caltanissetta e di San Cataldo, in un incontro avvenuto presso il convento dei Cappuccini. posero fine alle ostilità, ripristinando i rapporti tradizionali di cordialità che per secoli erano esistiti fra le due Comunità.
Il 29 gennaio 1848 il Comitato comunale di liberazione di San Cataldo inviò al Comitato Nazionale di Palermo un entusiastico indirizzo di adesione alla rivoluzione scoppiata il 12 gennaio 1848. Più tardi, anche il comitato centrale di difesa per la valle di Caltanissetta, aderì al movimento di riscossa nazionale dichiarando, tra l’altro, testualmente: “Tardava alla popolazione di Caltanissetta l’occasione di poter lavare una macchia che, 28 anni or sono, procurò stampare sul suo nome onorato la sola volontà degli impiegati del governo, numerosi ed importati allora dalla recente organizzazione provinciale. Essa la coglie nel 1848 e si pronunzia caldamente come già nel 1812 per la Patria, per la Libertà, per la Santa Causa Siciliana”. Verso la metà del 1860 tredici sancataldesi guidati dall’eroico capitano Francesco Lunetta andarono ad ingrossare le file dei picciotti garibaldini che avevano già risposto all’appello dell’eroe. L’8 agosto 1862 Garibaldi insieme a Fra’ Pantaleo e Alessandro Dumas (padre) furono ospitati dal barone Alù nel suo palazzo sito in via Garibaldi, oggi di proprietà della Compagnia di S. Angela Merici.
Con il R.D. 18 settembre 1865 il Comune di San Cataldo venne elevato al rango di Città in riconoscimento delle sue benemerenze contro l’oppressione borbonica.
Il 28 luglio 1914 l’Austria dichiara guerra alla Serbia per l’assassinio dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando avvenuto il 28 giugno 1914, per mano di un terrorista serbo. Questo atto mise in movimento il tragico meccanismo delle alleanze militari: accanto all’Austria entrarono in campo la Germania, la Bulgaria e la Turchia; mentre con la Serbia si schierarono la Russia, la Francia, l’Inghilterra, Montenegro, il Belgio e il Giappone. Più tardi (24-5-1915) l’Italia si schiera a favore di quest’ultima alleanza.
San Cataldo rispose generosamente all’appello del Governo Nazionale. Accorsero entusiasticamente i giovani di prima leva e i richiamati per i servizi ausiliari.
Era convinzione generale che il conflitto si sarebbe risolto entro il Natale di quell’anno, ma purtroppo esso si estese con l’intervento di altre potenze (America e Romania) e divenne un vero massacro perché si combatteva da due opposte trincee distanti talvolta pochi metri l’una dall’altra e, quando il Comando impartiva l’ordine dell’assalto, si combatteva selvaggiamente corpo a corpo.
In quei 41 mesi di guerra i nostri con cittadini si comportarono da autentici patrioti. I caduti furono 280. numerosi i feriti molti dei quali rimasero invalidi. Il monumento eretto nel 1925. inaugurato alla presenza del Duca di Pistoia e di molti Parlamentari e di autorità civili e religiose, era un doveroso omaggio non solo ai caduti della grande guerra mondiale, ma anche ai caduti di tutte le guerre anteriori e a quelle che fatalmente si verificarono nel secondo venticinquennio del secolo; fra queste ricordiamo la guerra di Spagna (1938). quella per la conquista dell’Albania (194t)) e il secondo conflitto mondiale che scoppiò il 3 settembre 1939 e che per l’Italia meridionale si concluse con l’armistizio dell’8 settembre 1943. mentre nel resto dell’Italia continuò fino al 1945.

Archeologia
A 4 Km. a Nord di San Cataldo, in contrada Vassallaggi. sono i resti di un’antica città. Posta sulla grande via che univa Agrigento a Enna, essa sorse in età protostorica quale centro indigeno.
I primi abitanti di Vassallaggi sono da ritenersi Sicani della prima età del bronzo caratterizzata dalla ceramica rossa a motivi geometrici e dalle tombe “a forno”.
Con l’arrivo dei Siculi, popolo di origine indoeuropea, le colline di Vassallaggi furono abbandonate. Tracce di vita si ritrovano ancora nell’età del ferro: sono stati rinvenuti infatti strati con ceramica dipinta “a flabelli” e un modellino di capanna in terracotta di quel periodo.
Nei secoli VI e V a. C. avvenne l’ellenizzazione di gran parte della Sicilia. compreso il territorio di Vassallaggi. Ebbe notevole sviluppo edilizio nella seconda metà del sec. V a. C. quando rinnovò la sua cerchia muraria e trasformò totalmente l’assetto urbanistico. È questo regolare. con vie ortogonali e con abitazioni di tipo greco comprese tra “insulae”.
A questo periodo risale la ricca necropoli con tombe a fosse di tipo greco corredate da crateri a figure rosse, strigili di bronzo, coltelli chirurgici, lance di ferro e boccettine di profumo in un solo caso di pasta vitrea, ora custodite nella sala dedicata a Vassallaggi nel Museo di Agrigento e di Gela.
Da riportare a questo periodo è pure un bel sarcofago in ceramica bianca con pareti sottili, sagomature al labbro e al piede, delle dimensioni di m. 2.102 di lunghezza, m. 0,68 di larghezza e m. 0,63 di altezza.
Il coperchio a pioventi è munito agli angoli e ai vertici di acroteri.
Le sagome molto sobrie erano ravvivate da decorazioni a tempera. Sulla cornice del timpano si vedono palmette rosse con gambi azzurri.
Si tratta di un monumento nuovo, non per la forma ma per le decorazioni.
Questo bel sarcofago è stato rinvenuto dai fratelli Salomone e acquistato dal Museo di Siracusa. Intorno al 320 a. C. le colline di Vassallaggi furono nuovamente abbandonate per essere ripopolate soltanto nel V sec. d. C. da una comunità cristiana. Di quest’ultimo periodo sono infatti le tombe ricavate nelle grotte preistoriche.

Tra i personaggi, che diedero lustro al paese, ricordiamo:
Giuseppe Alessi (1905- 2009) studiò a Caltanissetta e a Palermo dove si laureò in Giurisprudenza col massimo dei voti. Su consiglio di Aldisio, si dedicò alla libera professione. È un avvocato di chiara fama nazionale e un ottimo oratore. Fondò e diresse nel 1943 il foglio “L’Unità”. Nell’aprile del 1947 fu eletto deputato all’ Assemblea Regionale Siciliana e presidente del gruppo dei deputati regionali della DC. Nel maggio dello stesso anno fu chiamato alla Presidenza della Regione, carica da cui si dimise il 10 gennaio 1949. Fu in seguito senatore della Repubblica. È autore di numerose monografie sui problemi sociali e su argomenti di attualità. Ha ricoperto la carica di presidente dell’istituto della Enciclopedia Italiana fondata da G. Treccani.
Giuseppe Amico Medico (1806-Caltanissetta 1886). Compiuti gli studi a Girgenti, si recò a Palermo dove si laureò in legge. Vice presidente del Comitato di difesa e di sicurezza pubblica. studioso di diritto e di filosofia, rappresentò il Comune al Parlamento siciliano nell’1848. Fece parte del Consiglio provinciale di Caltanissetta che più volte presiedette, occupò uno dei posti più importanti del Foro nisseno e diresse il Consiglio dell’Ordine. Scrisse pregevoli monografie. Pubblicò nel 1860 una storia di San Cataldo con il titolo: “La Comune di San Cataldo”, più volte ristampata.
Egidio Amico Roxas (1880-1947).Giovanissimo frequentò l’istituto di Belle Arti di Palermo e quello di Roma. Di animo piuttosto mite fu aperto alla contemplazione del bello. Dipinse l’aspetto sereno della natura. Ricevette numerosi riconoscimenti. Nella Biblioteca Comunale sono custodite, in una bacheca fatta costruire appositamente, tre ritratti, due diplomi e una medaglia d’oro del nostro pittore.
Marianna Amico Roxas (1883-1947), figlia di un ricco proprietario terriero, si distinse per la sua umiltà e bontà d’animo. Nel 1912 fu chiamata a guidare la Compagnia di S. Orsola delle figlie di S. Angela Merici della diocesi di Caltanissetta. In seguito fondò e diresse quella dell’Arcidiocesi di Catania. Si spense in odore di santità.
Salvatore Arcarese (1895-1968) uomo di cultura. ancora studente liceale. fu attratto dall’idealismo crociano e dalla filosofia gentiliana e quando, tra i due grandi pensatori si deteriorarono i rapporti per le differenti posizioni filosofiche, seguì l’idealismo del Gentile. Di animo generoso e franco si dedicò alla sua professione di avvocato con passione e molto impegno cercando di aiutare i meno abbienti patrocinandone le cause anche gratuitamente. Dopo un paziente lavoro di ricerca, scrisse una storia del nostro paese che fu pubblicata postuma con il titolo di “San Cataldo e Sancataldesi” per i tipi della Editrice Nocera.
Nicolò Asaro (1920-1973) laureatosi a Palermo in Matematica e Fisica, fu per anni professore ordinario di scuola media e per qualche tempo anche preside incaricato, fino a quando nel 1963 fu eletto senatore della Repubblica nelle liste del Partito Socialista Italiano.
Arcangelo Baglio (1853-1904) fu una singolare figura di gentiluomo e diplomatico. Si laureò in legge a soli 18 anni: dopo tre anni si recò a Vienna come segretario di legazione. Fu buon conoscitore di scienza, filosofia, fisica, meccanica, medicina. Parlava correttamente il tedesco, il francese, lo spagnolo, il greco. l’arabo, il turco e il sanscrito. Fece subito carriera. Da Vienna, dove dimorò per circa due anni, si recò a Madrid (si era sposato da poco). poi a Costantinopoli e infine a Copenaghen. Al suo ritorno, vinto dal dolore per la morte di tre dei suoi figli, si ritirò a vita privata e dedicò la sua esistenza alla beneficenza e soprattutto alle colonie alpine per fanciulli gracili.
Peppino Bellomo (1884- Paterson 1958), fin da bambino, interrotti gli studi, aiutò il padre nel mestiere di calzolaio. Nel 1908 si recò in America a Paterson dove trovò lavoro come disegnatore presso lo studio del cugino. Studiò architettura presso una scuola serale di Paterson e si laureò nel 1918. Nel 1919 si sposò con la cugina Grazia De Rosa. Insigne architetto, eseguì parecchi progetti tra cui ricordiamo:
l’istituto Maria Ausiliatrice di Haledon, la chiesa di San Michele Arcangelo di Paterson. Scrisse anche delle poesie che pubblicò con lo pseudonimo di Pippo Bello.
Arcangelo Cammarata (1901-1977) iniziò giovanissimo la sua militanza cattolica. Si laureò in legge nel 1924 all’Università di Palermo, con una tesi su “Sindacalismo e Stato”. Ebbe rapporti anche con mons. G. B. Montini, il futuro Paolo VI, con il quale fu, nel 1927, tra i primi sottoscrittori dell’Editrice Studium. Allo sbarco degli alleati nel 1943, fu nominato prefetto di Caltanissetta su indicazione del vescovo Jacono. Tenne l’incarico per qualche mese, ed ebbe poi la nomina a commissario all’alimentazione in Sicilia. Aderì alla seconda democrazia cristiana e nel 1946 fu il primo sindaco democristiano di S. Cataldo. Godette della stima e della fiducia del vescovo Jacono. Anche dopo la morte di quest ultimo, continuò ad avere rapporti di piena fiducia con i successori. Fino alla morte fu delegato del vescovo per l’amministrazione dell’ Ospedale “M. Raimondi” di S. Cataldo, carica che mantenne fino alla morte.
Nicolò Casale (1776-1820) fu lettore di teologia dogmatica nel seminario di Agrigento, eccellente oratore e ottimo medico. Nei suoi scritti si ammira un sentimento di particolare attaccamento alla libertà del popolo siciliano. Pubblicò nel 1814 le “Lettere di un Giudeo ad un Neofita Cristiano”. Ferdinando Il Re di Sicilia lo aveva destinato ad alti uffici, quando ne apprese l’immatura scomparsa.
Augusto Ferdinando Falzone (1886-1965), dopo aver compiuto gli studi classici, fu insegnante di lingua italiana. A 19 anni pubblicò un libro di poesie dai titolo “Primizie”. Nei 1918 lavorò quale corrispondente di lingue estere presso una ditta importatrice ed esportatrice. Nel 1928 fu interprete per l’italiano, il francese, lo spagnolo, l’inglese e il portoghese presso la Corte Generale di New York.
Luigi Fascianella (1864-?), uomo dotato di notevole ingegno e di vasta cultura, si interessò sin da giovane dei complessi problemi dell’agricoltura. Fu il primo ad introdurre nelle nostre campagne l’uso di fertilizzanti vincendo la preconcetta diffidenza dei proprietari terrieri contro ogni innovazione, organizzò leghe agricole tra i mezzadri, i braccianti e i piccoli coltivatori diretti per il miglioramento dei loro redditi di lavoro e di produzione degli operatori in agricoltura. Lasciò l’intera proprietà immobiliare alla Curia Vescovile di Caltanissetta con la precisa destinazione di fondare un Ente che promuovesse l’istituzione di un orfanotrofio destinato agli orfani degli agricoltori da avviare, mediante una speciale scuola tecnica di agricoltura, alla sperimentazione pratica della conduzione dei poderi e degli allevamenti zootecnici utilizzati nell’agricoltura.
Mons. Pietro Galletti (1667-1757). dopo aver rinunciato al principato di Fiumesalato e al marchesato di San Cataldo, si dedicò al sacro ministero. Fu nominato parroco di S. Antonio a Palermo, in seguito unico e supremo inquisitore per la Sicilia. Fu vescovo di Patti e arcivescovo di Catania. Ritornò a San Cataldo per consacrare la chiesa dei Cappuccini (1738), la Chiesa Madre (1739) e la chiesa di S. Giuseppe. Morì a Catania e fu sepolto nel transetto est della Cattedrale.
Mons. Luigi Giamporcaro (1789-1854) fu chiamato da mons. D’Agostino in Seminario come lettore di Sacra Scrittura e direttore spirituale dei seminaristi. Fu eletto vescovo di Lacedonia da Ferdinando Il. In seguito, per i suoi grandi meriti, fu trasferito nella diocesi di Monopoli, dove morì.
Mons. Salvatore Luzio (1870-Roma 1959), modello di virtù sacerdotali, si distinse per la sua profonda conoscenza del diritto canonico. Fu insegnante a Dublino di diritto ecclesiastico. Dopo parecchi anni si recò a Roma dove insegnò diritto canonico. Nel 1906 fu nominato cameriere segreto del Papa. il pontefice Benedetto XV gli affidò una missione estremamente delicata mirante a conciliare il conflitto tra l’irredentismo irlandese e l’intransigenza del governo inglese. Mons. Luzio prese contatto con il capo degli irredentisti, De Valera, inducendolo a trattare con spirito conciliante il gravissimo problema ed ottenendo assicurazione che si sarebbe comportato con elevato senso di responsabilità.
Francesco Pignatone (1923-vivente) studiò a Caltanissetta e poi a Palermo dove si laureò in lettere con una tesi sulle tradizioni popolari di San Cataldo. Intrapresa la carriera di insegnante l’abbandonò quasi subito. Cattolico fervente, fu presidente diocesano della Gioventù Italiana dell’Azione Cattolica. Eletto tra i primi alla Camera nelle liste della DC., fu il più giovane deputato di San Cataldo (aveva soltanto 25 anni).
Ernesto Vassallo (1875-Roma 1940) si laureò in legge all’Università di Roma e si dedicò con successo alla professione di avvocato, ma praticò anche il giornalismo, specializzandosi in politica estera e coloniale. Quale inviato speciale partecipò alla campagna libica. assistette alla guerra balcanica inviando corrispondenze di apprezzato valore. Durante la grande guerra prestò servizio come ufficiale. Deputato per tre legislature, fu sottosegretario agli esteri nel primo governo Mussolini. Fece anche parte della Giunta Generale del Bilancio, della quale fu vicepresidente. il primo marzo 1934 fu nominato senatore.
San Cataldo può vantarsi di avere ospitato il Delegato apostolico mons. Angelo Giuseppe Roncalli divenuto poi papa Giovanni XXIII.
È sancataldese la più brava d’Italia. Gabriella Sardo, figlia di un imprenditore sancataldese (è nata il 4-1-1973 a Chivasso, in provincia di Torino, dove il padre si era trasferito per lavoro), ma da bambina residente sempre a San Cataldo. Ha frequentato le scuole medie ottenendo ottimi risultati. Nel 1992 si è diplomata presso il Liceo Classico di Caltanissetta con il massimo dei voti. Segnalata dalla preside del suo istituto, nello stesso anno le è stato Luigi Scalfaro, il titolo di “Alfiere del Lavoro” assieme ad altri ventiquattro studenti segnalati in tutta l’Italia. Gabriella Sardo ha ricevuto, sempre in quell’occasione, anche il premio “Angiola Maria Migliavacca Domenico Garavoglia”. Laureatasi con 110 e lode in Lettere Classiche. presso l’Università di Palermo, insegna ora lingua e letteratura italiana e latina nelle scuole superiori.
L’economia del comune di San Cataldo si basa essenzialmente sull’agricoltura, estesa alla zootecnia e all’avicoltura, a cui fanno capo iniziative che aprono la via ad altre attività, come la produzione di diversi tipi di mangime. l’assistenza tecnico-sanitaria degli allevamenti, i trasporti organizzati, la trasformazione dei prodotti. la produzione di attrezzature agricole e su un artigianato in forte espansione.
Negli ultimi quarant’anni a San Cataldo sono state prese iniziative economiche da gruppi che producono manufatti in cemento amianto e cloruro polivinile rigido. Negli ultimi venti anni è storta la Editrice Nocera, il cui apporto fondamentale è stato quello di stimolare ricerche e interessi culturali, distinguendosi per le sue interessanti pubblicazioni. Opera a livello regionale e nazionale. Un impulso vitale ha avuto in questi ultimi anni il settore del commercio, anche se agli inizi di questo secolo non mancarono iniziative promozionali di industrializzazione dei prodotti del suolo. Infatti, nel 1912, sorsero due stabilimenti industriali:
“La Grazia” che produceva semola e “La Mercede” che produceva pasta.

Museo etno-antropologico
Il Museo Etno-Antropologico, è un museo con delle cose antiche delle popolazioni, che erano contadini che sono conservati dei costumi folcloristici e dei materiali agricoli. La sede è sopra l’ex Scuola Media “Paolo Balsamo”, oggi ridenominato in Scuola Secondaria di primo grado – Balsamo – Carducci.

La Chiesa dei Cappuccini
SCataldo5La chiesa dei Cappuccini venne fondata nel 1724 per volere del principe Giuseppe Galletti. Fu consacrata il 09/07/1738, come attesta la lapide posta sul muro di destra della chiesa. Dall’anno della consacrazione, vi venne trasferita, insieme con il quadro della Madonna, la festa di Maria SS. Assunta, che si celebrava nella Chiesa Madre.Il convento conservava una biblioteca, ricchissima di volumi e di pregevoli opere teologiche, filosofiche, storiche, scientifiche, nonché di molti manoscritti.Nella chiesa dei Cappuccini si possono ammirare: l’altare maggiore, vero e proprio gioiello in legno con colonnine e capitelli pregevolmente rifiniti, scolpiti da un monaco del convento e il tabernacolo, che ha sulla cupoletta una statuina del buon Pastore e i quattro altari laterali.
La base dell’altare è abbellita da quattro statue raffiguranti i quattro evangelisti, sormontati dalle tre virtù teologali: fede, speranza, carità; e di seguito, San Paolo e Mosè. Si vedono quindi i tre arcangeli: Gabriele, Michele e Raffaele; più in alto spiccano le statuette di San Pietro, San Paolo, San Giuseppe e San Giovanni Battista; al centro il Padre Eterno.A destra, entrando nella chiesa si trovano, oltre alle lapide in marmo con iscrizione in latino, l’altare di Maria SS. Assunta con la statua della Madonna che sta per spiccare il volo, e l’altare del SS. Crocifisso, dove fa una meravigliosa mostra di se un crocifisso in legno e a grandezza naturale, opera dello stesso monaco che scolpì l’altare maggiore. A sinistra si trovano due altari; tra l’uno e l’altro c’era un pulpito in legno, al quale si accedeva dal corridoio d’ingresso nel convento. Lo sfondo dell’altare maggiore, anch’esso in legno pregiato, conserva sotto cristalli molte reliquie di santi nascoste da un quadro a sali-scendi, raffigurante la Madonna e Gesù bambino con ai lati San Michele, San Giuseppe, San Francesco, Santa Chiara e San Cataldo. Sulle reliquie, al centro dell’altare, spicca un medaglione in legno intarsiato con la scritta: ”Ite ad Joseph-Gennaio 1538’’e ai due lati due statuette raffiguranti una coppia regale: probabilmente il re Ludovico e la regina Elisabetta di Ungheria, terziari francescani.
La Chiesa di S. Anna
SCataldo6E’ situata a Pizzo Carano, un quartiere alla periferia di San Cataldo, molto vasto, per cui si è sentita la necessità di costruire una chiesa. Essa nel 1980 viene fondata da Padre Milazzo, il quale, in onore di un gruppo di suore devote a S. Anna, ha voluto dedicarla a questa santa. Rientra nel territorio di S. Stefano. La prima sede fu una chiesetta prefabbricata, che successivamente diventò un locale per la dottrina cattolica; la seconda un garage.
La Chiesa di S. Domenico Savio
È una struttura prefabbricata, dove nel 1987 si è spostata la parrocchia, a due anni e mezzo dall’affitto del garage in cui è nata. È stata donata a Padre Michele Ambra da un sacerdote di Montevago, che, regalandogli il prefabbricato dove abitava, (avendo avuto in assegnazione una casa in muratura) ha risolto tanti problemi, da che il proprietario del garage non voleva più rinnovare l’affitto. In quella occasione, i parrocchiani hanno dimostrato grande spirito di collaborazione recandosi con padre Ambra a Montevago per smontare e caricare sui camion la struttura che hanno rimontato gratuitamente a San Cataldo.A questa nel 1999 se ne è aggiunta un’altra, acquistata a S. Margherita Belice, ed utilizzata per il catechismo, come salone teatrale o per organizzare delle riunioni. La chiesa è dedicata a San Domenico Savio. Sull’altre si trovano le reliquie del corpo del Santo (un pezzo di osso) e sui lati due grandi quadri: sul lato destro, una pittura ad olio, donata da un benefattore, raffigurante San Domenico; sul lato sinistro, un dipinto di un pittore sancataldese, B. Foresta, raffigura la Madonna Della Salute.
La Chiesa di S. Antonio Abate
Nel sito dove attualmente esiste la detta Chiesa, esisteva anticamente, una cappella attaccata ai molini, detti volgarmente “Gentimoli”, della famiglia Amico. In questa cappella era venerata l’effige di Sant’Antonio Abate, per cui quel quartiere, in contrada Morillo, fu chiamato “quartiere S. Antonio” e, in lingua volgare “Sant’Antuni”, come si chiama tutt’ora. Verso l’anno 1850 il sig. Luigi Amico “di Gaetano”, uno dei proprietari dei detti molini, promosse la costruzione di una piccola chiesuola, che fu eretta, in gran parte a proprie spese, dove prima era stata la cappella di Sant’Antonio Abate. Alla costruzione di questa chiesuola concorse pure il popolo del quartiere con offerte e più col lavoro trasportando “a gara” pietre, acqua e altro materiale che serviva alla costruzione. Luigi Amico costituì rendite per il culto della predetta chiesuola che, benedetta dalla competente autorità ecclesiastica, fu dedicata a Maria Ss.ma Addolorata. Le modeste rendite furono destinate parte per i bisogni della Chiesa, parte per la celebrazione di sante Messe nei giorni domenicali e festivi. Il sig. Amico ed in seguito i suoi eredi, amministrarono le dette rendite fino al 1898. Vari sacerdoti vi funsero da cappellani per la celebrazione della santa Messa durante l’amministrazione della famiglia Amico, l’ultimo di questi cappellani fu il Sac. Can. Cataldo Pagano che si dimise da quest’ufficio nel 1898. In questo anno fu affidata la detta chiesuola dal Vescovo di Caltanissetta S.E. Mons. Ignazio Zuccaro alle cure del Sac. Benef. Cataldo Mistretta, il quale, nominato Rettore, succedette alla famiglia Amico nell’amministrazione dei canoni e rendite della Chiesa. Il Sac. Benef. Mistretta con zelo instancabile si propose e portò a fine l’ampliamento della detta Chiesa. Nel 1900 suscitò l’entusiasmo nella popolazione del quartiere, raccolse elemosine e varie riprese, abbattè i muri della chiesuola, meno quello esposto a mezzogiorno, allargò molto (relativamente) l’area e costruì le nuove mura, considerevolmente più alte della prima e nello spazio di sei anni circa, con mirabile industria completò la nuova Chiesa nelle dimensioni nelle quali oggi si osserva. La popolazione del quartiere, corrispose mirabilmente agl’inviti del Sac. Mistretta, raccogliendo e trasportando dalle vicine campagne, pietre, acqua e altri materiali, ripetutamente, fino al compimento della nuova Chiesa. Completata questa e arredata dei suppellettili necessari al culto, desiderava il Sac. Mistretta dedicarla a Maria Ss.ma del Carmelo, in onore della quale esisteva l’omonima Congregazione, già fondata nella primitiva chiesuola dal suo predecessore il Sac. Can. Pagano per l’iscrizione allo Scapolare del Carmelo, ma osservato dalla superiore autorità ecclesiastica che in San Cataldo il titolo di Maria Ss.ma del Carmelo lo portava già la Chiesa del Collegio di Maria, fu stabilito che la nuova Chiesa edificata dal Sac. Mistretta fosse dedicata a Maria Ss.ma Addolorata e del Carmelo e sotto questo titolo fu solennemente benedetta nel 1906. In seguito poi, il Sac. Mistretta si cooperò alla costruzione della magnifica statua di Maria Ss.ma del Carmelo, opera del rinomato scultore Zanario di Roma, e ottenuto debitamente il permesso dalla competente autorità ecclesiastica, ne stabilì la festa e la relativa processione la domenica immediatamente successiva all’Assunzione di Maria Ss.ma. La prima processione fu fatta solennemente l’anno 1908 (23 agosto). Interdetta dal Vescovo la primitiva statua dell’Addolorata, perché deforme, il Sac. Mistretta ne commissionò un’altra di bella forma in cartapesta che fu opera del rinomato statuario Guacci da Lecce. Distrutta questa dall’umidità, il successore Sac. Giuseppe Guarneri nel 1925 fece costruire, identicamente a quella del Guacci, dallo statuario Giuseppe Emma da San Cataldo l’ultima statua dell’Addolorata che tutt’ora si venera in questa Chiesa. Per lo zelo del Sac. Mistretta fu fatta pure, nella fonderia di Udine, la campana grande della Chiesa del peso di circa tre quintali e mezzo, questa, benedetta, fu dedicata a Maria Ss.ma del Carmelo. Fu benedetta solennemente dal Vescovo di Caltanissetta S.E. Mons. Antonio Augusto Intreccialagli dell’Ordine Carmelitano. Durante il rettorato del Sac. Mistretta la Chiesa del Carmelo fu dotata di un legato di Ss. Messe e a vantaggio del culto, consistente in canoni enfitentici che furono comprati nel 1905 dai coniugi Salvatore Carletta e Grazia Maira con atto del 13 ottobre presso il Notaio Enrico Vassallo e con altro atto del 27 novembre 1908 presso in Notaio Vincenzo Vassallo. Il Sac. Mistretta con elemosine raccolte costituì nella Chiesa un legato perpetuo per la celebrazione di sante Messe e a tal fine comprò un canone enfitentico di £ 33,08 col suddetto atto del 27 novembre 1908 presso il Notaio Vincenzo Vassallo. Egli pure fu autore del legato della “fu Grazia Vizzini”.
Dimessosi il Sac. Mistretta nel novembre del 1919 gli successe nell’ufficio di Rettore il Sac. Giuseppe Guarneri fu Gaetano. Questi, nominato Rettore nei primi di dicembre del 1919 dal Prelato S.E. Mons. Intreccialagli già Vescovo di Caltanissetta, ma in quell’epoca Arcivescovo di Monreale e contemporaneamente Amministratore Apostolico di Caltanissetta, governò la Chiesa del Carmelo, (propriamente dedicata a Maria Ss. Addolorata e del Carmelo come si è detto) dal giorno 15 dicembre 1919 a tutto l’anno 1929. Durante il rettorato del Sac. Guarneri furono fatte nella Chiesa le seguenti opere: nel 1923 il paramento di legname che fu costruito dal falegname Arcangelo Gulino. Nel 1924 la campana piccola del peso di Kg 64. Questa fu costruita dal fonditore Luca Virgadamo da Bugio (provincia di Agrigento), fu benedetta solennemente da S.E. Mons. Alberto Vassallo di Torregrossa, Arcivescovo titolare di Emesa e Nunzio Apostolico in Baviera. La cerimonia fu fatta la prima domenica di agosto (3 agosto) del 1924 e la campana fu dedicata a Sant’Antonio Abate. I padrini furono i coniugi Salvatore Dellutri e Carmela Pignatone che in quell’occasione erogarono generosamente la somma di mille lire per coprire le spese dell’eseguita campana. Nel 1925, come sopra si è detto, fu fatta l’ultima statua dell’Addolorata. Nel 1928 fu riparato radicalmente il pavimento, dalla porta fino al coro, escluso, poiché il pavimento preesistente era tutto ributtato per difetto di costruzione. Fu scavato il suolo a trenta centimetri di profondità, quindi fatto il ciottolato in secco fu collocato il bitume e sopra questo i mattoni in cemento allo stesso livello del pavimento precedente. Nel 1929 fu riparato pure radicalmente il pavimento del coro ossia presbiterio che per difetto di costruzione si trovava nelle identiche condizioni del primo anzidetto e fu quindi necessario ricostruirlo con ciottolato e bitume dello spessore di trenta centimetri. Nel contempo (anno 1929) sopra uno strato di calcestruzzo in cemento, dello spessore di cinquanta centimetri, fu eretto l’Altare Maggiore in marmi di vari colori, che venne mondato sopra un’ossatura di mattoni e cemento. Quest’Altare fu opera del marmorario Michele Falzone di Marco da Caltanissetta e costò lire cinquemila oltre le spese di collegamento. Il sig. Salvatore Giunta <>, concorse generosamente di questo Altare offrendo la somma di lire quattromila.
Nel mese di novembre 1929 il Sac. Guarneri modificò, rialzandolo e portandolo a forma più gentile, l’abside della cappella del Carmelo all’Altare Maggiore. Il mercoledì 11 dicembre 1929, S.E. Mons. Giovanni Jacono Vescovo di Caltanissetta, Consacrò solennemente l’Altare Maggiore dedicandolo a Maria Ss.ma del Carmelo, rinchiudendo nel sepolcreto dell’Altare le reliquie dei santi Martiri Severo e Clemente.
Acciocchè non sembri esagerato o favoloso ai futuri che il solo Altare di marmo costò lire cinquemila e la piccola campana circa lire mille, è dovere far noto che a causa della grande guerra la moneta italiana, come quella di altri Stati che parteciparono alla guerra, fu notevolmente svalorizzata, sicchè tutti i generi che prima della guerra si ottenevano a prezzi normali, dal 1918 in poi costavano il quintuplo, il settuplo e anche (alcuni generi) il decuplo dell’epoca anteriore alla guerra. Le opere compiute in questa Chiesa dal Rettore Sac. Guarneri, cioè: paravento, campana, pavimento, abside, Altare ed altre di minore rilievo costarono complessivamente lire sedicimila: in tempi normali le suddette opere sarebbero costate da quattro a cinquemila lire. Fra i principali benefattori della Chiesa è da annoverarsi la defunta Maddalena la quale lasciò un legato di £ 125 per Messe.
Dopo Padre Guarneri si susseguirono altri Rettori: il Sac. Antonino Giunta, il Rettore Gabriele Nicosia Arciprete, il 1968 il Rettore Angelo Pellegrino Parroco, dal 1974 il Rettore Gaetano Arcarese Parroco e dal 1983 è in carica il Rettore Sac. Giuseppe Lo Monaco.
Il 31 marzo 1983, il VII Vescovo di Caltanissetta, S.E. Mons. Alfredo Maria Garsia, nomina il Sac. Giuseppe Lo Monaco, Rettore di S. Antonio.
La Chiesa di S. Lucia
SCataldo7La chiesa risale ai primi anni del XVIII secolo. Riedificata nel 1860, e dedicata alla Madonna della provvidenza il 13 Dicembre, festa di Santa Lucia protettrice della vista, diventa meta di tutti i devoti della Santa che sono tanti e per non restarne fuori, molti, fin dalle prime ore del mattino, vi affluiscono in silenzioso e composto pellegrinaggio. Nella chiesa, che è a croce greca, si può ammirare una bellissima statua di San Vincenzo Ferreri, protettore dei muratori, che i fedeli co-festeggiavano ogni anno. La statua, che è opera del Bagnasco, rappresenta a grandezza naturale il santo domenicano aureolato nell’atto di alzare la mano per fermare nel vuoto e quindi salvare un muratore dal ponte di lavoro.San Vincenzo Ferreri, nato nel 1350 a Valenza, in Spagna, entrato nell’ordine dei domenicani, era stato ordinato prete nel 1379 ed aveva rifiutato vari episcopati e, pare, il cardinalato. Dopo una lunga malattia, cui seguì la miracolosa guarigione, cominciò la sua missione di evangelizzatore e predicatore, che durò sino alla morte, avvenuta il 5 Aprile 1419, in Bretagna. Egli fu dichiarato santo dal papa Callisto II, nel 1455.
La Chiesa di S. Giuseppe
SCataldo8La chiesa San Giuseppe sorge intorno al 1660, fu ricostruita nella prima metà del 700 per iniziativa del sac. Don Baldassare Amico Roxas, arciprete dal 1720 al1738. In questo secolo fu gravemente danneggiata da una frana, ma nell’Ottocento fu restaurata e rimessa a nuovo. E’ una chiesa a tre navate, il cui altare maggiore, opera del Lopez, è dedicato a San Giuseppe. Per iniziativa del sacerdote Don Giuseppe Sant ’Angelo è stata lussuosamente pavimentata e fatta affrescare nella volta dal pittore gelese Emanuele Catanese, infine abbellita da un bell’organo. Nel 1891 il cardinale Don Biagio Asaro rinnovò il prospetto, sostituendo anche i tre portoni d’ingresso, e fece costruire in marmo dal Lopez gli otto altari laterali. Nel 1919, infine, Don Calogero Cammarata rifece in marmo il prospetto della cappella di Sant’Antonio da Padova. Sono da ammirare le statue : dell’addolorata, di San Giuseppe e di Sant’ Antonio. La festa più importante è naturalmente quella di San Giuseppe, che viene celebrata il 19 Marzo con una processione della statua settecentesca, che il principe Giuseppe Galletti donò alla chiesa e con un pranzo ai poveri: “la tavulata”.
La Chiesa di San Francesco Signore dei Misteri
Situata di fronte al Calvario, risale al 1770. In origine fu chiamata Signore dei Misteri. Nel periodo di guerra vi alloggiavano i soldati. Nel 1965, quando la signorina Filomena Calabrese, Ministro dell’ordine Francescano Secolare, ha cominciato ad interessarsi a essa, era in bruttissime condizioni: diroccata, con il pavimento malandato e utilizzata come deposito per il legname. La signorina Calabrese e le sue consorelle, elemosinando, organizzando lotterie e promuovendo diverse iniziative volte a raggranellare i fondi, ottenuto il permesso dal Comune, hanno fatto iniziare i lavori che sono durati tanto tempo. Con molte difficoltà e raccogliendo soldi come poteva, la signorina ha anche acquistato i banchi, fatto sistemare le porte e costruire l’altare e il paravento. Priva di un prete, la Messa vi si celebra solo mensilmente, in occasione delle riunioni dell’Ordine e in qualche periodo particolare(San Francesco, S. Elisabetta). Oggi viene utilizzata prevalentemente per le riunioni dell’Ordine Francescano, per le iniziative sociali della parrocchia e per le riunioni di varie comunità religiose, dietro permesso dell’Ordine. Nella chiesa, che è ad unica navata, decorata da stucchi dorati, c’è un quadro di S. Elisabetta, patrona dei Francescani e una statua di San Francesco in legno, che erano dell’Ordine, mentre nel salone attiguo si trova un quadro di San Francesco.
La Chiesa del Purgatorio
Ad unica navata, la Chiesa del Purgatorio è la più antica della Città. Originariamente fu dedicata al Santissimo Crocifisso dalla omonima confraternita che in essa aveva sede. Nel 1895 vennero restaurati gli stucchi e la Chiesa fu resa più accogliente da padre Rosario Mammano. In questa Chiesa si venera la Madonna di Fatima.
La Chiesa Madre
SCataldo9La “Matrice” è stata per tutte le generazioni della nostra città non solo il sacro solenne tempio per il rendimento di grazie, ma anche la “casa del popolo”: ognuno di noi vi è entrato come a casa propria, senza chiedere altro permesso che quello della coscienza. In questo vissuto autobiografico tracciato dall’on. Giuseppe Alessi, in occasione del 250° della dedicazione della Chiesa Madre di San Cataldo, possiamo cogliere la grande carica simbolica che essa rivestiva e che ancora oggi permane nell’immaginario collettivo sancataldese. Lo spazio sacro ci restituisce i tratti più profondi della storia dei nostri padri,  e ci rinvia ad un passato recente altrettanto significativo per la storia della chiesa e del paese. La presenza dei monumenti funebri della serva di Dio Mariannina Amico Roxas e dell’amato  mons. Cataldo Naro, testimoni del Cristo risorto, rendono ancor più viva e cara l’appartenenza alla chiesa madre. Elemento costante, una sorta di filo rosso, che affiora sin dalle origini della chiesa, è il caparbio attaccamento ad essa della popolazione. A cominciare dal Seicento, la struttura subì un improvviso crollo della parte delle cappelle del Crocifisso e di san Cataldo, costringendo la comunità a ricostruirla, ad ampliarla e a renderla più maestosa. Certamente va dato merito alla famiglia Galletti, fondatrice del paese e attenta promotrice delle opere pubbliche locali, di aver fatto erigere una chiesa che architettonicamente risulta tra le più interessanti della diocesi di Caltanissetta. Spettò, infatti, a SCataldo10Vincenzo Galletti, figlio del fondatore del paese, dotare il nascente tessuto urbano di una chiesa maggiore, intitolata alla Natività di Maria, nella parte alta di esso, posizionata su un’emergenza rocciosa nei pressi  del castello. E’ un periodo di forte movimento demografico, in cui la chiesetta degli agostiniani, situata nella parte bassa dell’attuale via San Nicola, non era più sufficiente a soddisfare i bisogni spirituali di una popolazione in continua crescita. Il barone Vincenzo chiese dunque nel 1632 l’autorizzazione al vescovo di Agrigento, entro cui ricadeva il suo territorio a livello ecclesiastico, di costruire una chiesa e di fondare un’arcipretura, disponendo a tal riguardo una rendita di 40 onze annuali per essere aperta al culto. La chiesa, a pianta basilicale con cupola centrale, fu concepita secondo i canoni barocchi e le istanze tridentine legate all’evangelizzazione delle masse contadine. Solo nel secolo successivo si potè consacrarla ufficialmente. Il 9 maggio del 1739 il vescovo di Catania, Pietro Galletti, fratello del principe Giuseppe, fu chiamato per celebrare la solenne funzione della dedicazione del tempio all’Immacolata. E’ possibile rilevare l’organizzazione spaziale dell’edificio di quel periodo attraverso la visita pastorale del 1745, intrapresa dal vescovo di Agrigento, Lorenzo Gioeni. Dai documenti apprendiamo che erano presenti sette altari laterali per navata, le cappelle del Sacramento e del santo patrono, san Cataldo. L’autore del progetto della chiesa rimane sconosciuto, benché sia riconducibile alla cerchia di collaboratori e capomastri del famoso architetto Vaccarini che nello stesso periodo era attivo a Catania per volere del vescovo Galletti.Tra i maestri catanesi figura la famiglia Caruso e uno di questi componenti, Giuseppe,  compare nel 1768 quale capomastro dell’università di San Cataldo, incaricato di eseguire una serie di lavori riguardanti la facciata della chiesa, il pavimento e la collocazione del monumento funerario in memoria di Giuseppe Galletti situato nel transetto di sinistra. Il diritto di patronato che vantavano i Galletti sulla chiesa li portò a riversare ingenti somme di SCataldo11SCataldo11denaro destinate ad abbellirla e nel corso del tempo pure gli arcipreti intervennero per renderla sempre più decorosa, come Calogero Carletta che, nella prima metà del Novecento, incaricò il pittore sancataldese Salvatore Naro di decorare la volta centrale a botte.  La chiesa, nonostante le sollecite attenzioni ricevute dalle autorità ecclesiastiche, non ha mai goduto di buona salute, a causa dei micromovimenti della struttura che ne compromettevano la stessa esistenza. Il 1965 si ricorda per l’improvvisa chiusura al culto  della chiesa al seguito di un’ordinanza del sindaco del tempo, Ferdinando Maiorana. Era  il 24 aprile. San Cataldo si ribellò a tale decisione, aggravata ancor più dalle voci insistenti della necessità di abbattere la chiesa per ricostruirla in un luogo più sicuro. Le proteste non furono vane e i sancataldesi strapparono alle autorità la promessa di tornare sulle loro decisioni. Difatti, fu ufficialmente comunicato che la chiesa, pur rimanendo chiusa per ragioni di sicurezza, non sarebbe stata più demolita. La costituzione di un comitato cittadino, capeggiato dall’on. Giuseppe Alessi, riuscì attraverso un coinvolgimento della popolazione e delle istituzioni locali a raccogliere i fondi da utilizzare per alcuni lavori urgenti di risanamento. Era il giorno dell’Immacolata del 1979 e il suono a festa delle campane annunciò la  riapertura della chiesa. Numerose statue e pitture affollano lo spazio sacro. Ricordiamo solo alcune opere particolarmente interessanti. Il dipinto del 1781, la Natività di Maria, eseguito dal sancataldese Carmelo Riggi per l’altare maggiore. Meritano di essere citate il quadro dell’Adorazione dei pastori di anonimo settecentesco; le sculture del Crocifisso in avorio, di san Michele Arcangelo, dell’Immacolata e di san Cataldo, tutte di autore ignoto e di epoche diverse. Indubbiamente ripercorrere le vicende della chiesa madre significa non solo ricostruire la storia di una parrocchiale (unica in paese sino al 1924), ma anche quella di un’intera comunità postasi all’ombra dell’elegante struttura, unita nel sentimento che ci accomuna nel sentirla nostra.
La Chiesa Mercede
SCataldo12Ad unica navata è tra le più antiche chiese di San Cataldo.Non sarebbe sorta dov’è attualmente, bensì nei pressi di via San Nicola. Andata in rovina, fu ricostruita dove ora si trova e annessa al già esistente convento. Nel 1676 sia la chiesa, sia il convento, furono affidati ai padri mercedari. Ma in seguito alla legge che sopprimeva gli enti ecclesiastici, i mercedari dovettero lasciare il convento che, acquistato dal comune, venne adibito nel pianterreno a ufficio postale e nei piani superiori a scuola. Nel 1878 poiché il paese si espandeva sempre più e si dovette allungare il corso Vittorio Emanuele sino all’attuale edificio scolastico De Amicis, il Convento fu demolito, mentre la Chiesa rimase in piedi. Nel 1898, ad opera e per iniziativa di un monaco Sancataldese, Padre Michele Curto, fu iniziata la costruzione di un nuovo Convento dietro la Chiesa e lungo il nuovo tratto del Corso Vittorio Emanuele. Nel 1901, a costruzione ultimata, tornarono i padri Mercedari, che continuarono e tutt’ora continuano ad aver cura, oltre che della chiesa posta ad angolo tra Corso Vittorio Emanuele e Via Cavour, anche delle anime…a domicilio: hanno infatti installato una stazione radio, la quale consente a tutti i fedeli, impossibilitati a recarsi in chiesa, di seguire e di partecipare ai riti tradizionali. Questa chiesa, comunemente nota come il “Convento”, è dedicata alla Madonna della Mercede, così chiamata, perché San Pietro Nolasco, fondato un ordine religioso per la redenzione, propose di offrire i suoi frati come “mercede”, cioè riscatto in cambio della loro redenzione e fece protettrice dell’ordine la Madonna, che fu detta appunto della “Mercede”: è così spiegato anche il significato del vocabolo “Mercedari”. Di questa Madonna esiste nella chiesa una bellissima statua di legno, opera del Bagnasco. Vi si conservano anche sei quadri antichi (fine ‘600-primi ‘800), dipinti da un autore ignoto; pure di autore ignoto sono: il Bambinello e la statua di San Raimondo “Nonnato”, che qualcuno vorrebbe attribuire allo stesso Bagnasco. Di San Raimondo non si hanno notizie certe: Si sa che era Spagnolo, che nacque nel XII secolo e che morì a Cordova nel 1240; il suo soprannome “NONNATO”, pare gli sia stato dato, perché fu’ estratto dal grembo della madre, quando questa era già morta; quindi non era nato come normalmente si nasce.
La Chiesa Cristo Re
SCataldo13Con lo spostamento di alcuni rioni della città a causa della frana e la creazione del rione Marcello, venne progettata la chiesa di Cristo Re. Nel1957 l’onorevole Francesco Pignatone, allora Sindaco della città, ottenne il primo finanziamento di £. 50.000.000 e la costruzione ebbe subito inizio. La chiesa ad un’unica navata, il campanile di forma quadrangolare, il battistero a base ottagonale, sembrano fatti ciascuno a sé stante ma, contemporaneamente, formano un unico complesso architettonico armonico-moderno degno dell’illustre architetto, dott. Domenico Li Vigni, funzionario dell’ispettorato tecnico dell’Assessorato Regionale Siciliano.
La chiesa è stata consacrata al culto il 27-9-1963 da mons. Monaco, vescovo della diocesi, con una cerimonia solenne, alla quale prese parte il complesso della Schola Cantorum locale, diretto dal maestro Nicolò Caruana.
Chiesa di S. Stefano
La chiesa di Santo Stefano è stata fondata nel 1725. Nel 1793 iniziarono i lavori di ricostruzione ad opera dei filippini, dediti all’educazione ed alla redenzione umana e sociale del popolo. Inadatta a soddisfare le esigenze sia dei Filippini sia della popolazione, venne ristrutturata e ingrandita. Nel 1795 la nuova chiesa era già ultimata, anche se disadorna e quasi rustica. Ben presto però, a seguito dell’ulteriore sviluppo della confraternita dopo il suo riconoscimento ufficiale, fu ancora una volta ricostruita e ingrandita nonché dedicata a Santo Stefano e a San Filippo Neri. Nel 1817 don Gaetano Riggi fece erigere una cappella, che dedicò a Maria Addolorata. Nel 1845 padre Rosario Pirrelli acquistò una casa attigua all’Oratorio e vi fece costruire una cappella, dove collocò un crocifisso che teneva e venerava in casa e che perciò fu detto: ”U Crucifissu di patri Pirriddu”, la cui festa è celebrata la quarta domenica dopo Pasqua. Il 2 novembre 1924, la chiesa, che fin 1887 funzionava come succursale parrocchiale della Madrice, fu elevata a parrocchia e il suo primo parroco fu padre Rosario Giuliana. Lesionata dalla frane e pericolante, nel 1948 fu fatta demolire dal parroco Antonio Giunta, che iniziò la costruzione della nuova chiesa, partecipando manualmente ai lavori, ma non ne vide il completamento perché sorpreso dalla morte nel 1955.
Palazzo Galletti
SCataldo14Comunemente chiamato Palazzo del Principe, il Palazzo Galletti fu fatto costruire dal Principe Nicolò Galletti tra il 1850 ed il 1858.
L’edificio ha subìto nel tempo parecchie manomissioni e ristrutturazioni. Dell’edificio come era una volta rimane soltanto una loggia neogotica semipoligonale che si affaccia verso corso Vittorio Emanuele.
Il Calvario
SCataldo15Da più di cento anni in questo luogo si celebra, in ricordo della crocifissione di Gesù Cristo, la Scinnenza, rappresentazione con personaggi dal vivo della Crocifissione e della Morte di Cristo.
Nel corso degli anni diverse modifiche sono state apportate. Oggi il Calvario, dopo l’ultimo rifacimento del 1964, si presenta con una chiesetta centrale e 14 cappelle disposte a semicerchio nelle quali vengono conservate le statue della Via Crucis.
Per la rappresentazione annuale della Scinnenza, viene allestito un palco sul quale prendono posto i personaggi in costume. Ai piedi del palco migliaia di persone accorrono per assistere alla celebrazione più amata della Settimana Santa sancataldese.

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