giovedì , Ottobre 21 2021

Comune di Sommatino

Logo SommatinoSommatino è un centro agricolo della provincia di Caltanissetta da cui dista Km 25. Sommatino non conserva, come altri centri della ‘Sicilia più fortunati veri tesori artistici; non può vantare resti archeologici della Civiltà Greca o Romana. Incerte le sue origini e inesistenti le vestigia storiche della sua fondazione. Sino agli anni sessanta poteva essere definito “il paese dello zolfo”. Ma della miniera parleremo dopo. Il centro storico del paese è collocato attorno all’antico palazzo dei Principi di Trabia. Le vecchie costruzioni, addossate l’una all’altra, presentano quasi tutte un cortile (il tipico patio siciliano) da dove si dipartono le scale con la ringhiera in muratura che danno accesso all’interno delle abitazioni. Strette e ripide le stradine di questa parte del paese. Lungo il Corso Umberto si snodano i negozi principali, i caffè più frequentati, le sedi delle banche, il palazzo del Municipio, la Chiesa Madre. Punto ideale di ritrovo, il Corso è sempre affollato da giovani che sostano sui marciapiedi, da persone che discutono a gruppi o che passeggiano placidamente. Dalla piazza, che è poi uno slargo del Corso, si snoda la via Roma che attraversa il paese sino all’imbocco della strada per Delia. Partendo dalla piazza, sul lato destro della via Roma è ubicata la piccola villa comunale che rappresenta l’unico spazio verde esistente all’interno del paese.
Notizie storiche
Sommatino1Incerte sono le origini di Sommatino. Il primo dato ufficiale risale al 1583, quando fu censita con una popolazione di 533 abitanti, mentre non figurava nel precedente censimento del 1570. Inoltre dato che la chiesa più antica sembra sia stata eretta nel 1575, è lecito supporre che il paese sia sorto proprio intorno al 1570, sotto la signoria dei Lo Porto, nobile famiglia palermitana (altre datazioni antecedenti non sono suffragate da prove). Verso la metà del XVII° secolo, in seguito a successioni ereditarie, il territorio passò ai principi di Trabia che lo tennero fino alla prima metà di questo secolo, ma oramai limitato alle sole zolfare…Nel 1812 con la soppressione della Comarca di Naro e la divisione della Sicilia in ventitrè Distretti, il paese veniva incluso in quello (il 21°) di Caltanissetta. In seguito, con l’abolizione nel 1817 delle tre grandi Valli di Mazara, Demone, Noto e la ripartizione dell’Isola in sette Valli minori (Intendenze, poi Provincie), Sommatino veniva annessa alla Valle (e Distretto) di Caltanissetta. Nel 1819, con la creazione dei Circondari, il paese, che allora contava 3200 abitanti, fu elevato a Capo-circondano di terza classe, comprendente anche il territorio di Delia. Col XVIII° secolo si iniziava lo sfruttamento razionale dei giacimenti zolfiferi che avrebbero fatto di Sommatino uno dei centri minerari più importanti dell’Isola. Nel settembre del 1820, durante la rivoluzione separatistica, vi fu di passaggio, al comando della sua ‘guerriglia” (banda armata) il patriota carbonaro Gaetano Abela che “alleggerì” la cassa della locale prosegrezia (esattoria) di 113,6 onze per i bisogni degli 82 uomini della banda. Nel 1833 dieci salme del territorio del paese (relativamente poche rispetto ad altri comuni della valle) furono invase dalle cavallette che vi causarono notevoli danni. Nel 1844 il paese veniva staccato dalla diocesi agrigentina e assegnato a quella di Caltanissetta. Sommatino2Partecipò alla rivoluzione del ’48 nominando un Comitato provvisorio di difesa e istituendo la Guardia Nazionale. Inoltre diciannove cittadini versarono al mutuo forzoso la complessiva e consistente cifra di circa 2000 onze. Invece neI 1860 Sommatino contribuì alla causa garibaldma con sole 50 onze, versate da nove cittadini. Però va rilevato che nel ’48, al contrario del ’60, la contribuzione era stata obbligatoria… Sembra anche che nel ’60 alcuni volontari, dopo il proclama di Salemi, abbiano seguito Garibaldi fino a Milazzo… NeI 1867, dopo quella del 1837, il paese subiva un’altra epidemia colerica che vi causava 132 morti, risultando però uno dei comuni meno colpiti della provincia… Nel settembre del 1873 il Consiglio Provinciale approvava l’istallazione di un Ufficio telegrafico di terza classe. Nel luglio del 1883 la miniera Grande Trabia era funestata dalla più grave sciagura della sua storia con la morte di ben 36 minatori, di cui 11 sommatinesi. Per l’anno scolastico 1891-92 (abitanti 5383), su 386 alunni obbligati, gli iscritti furono 305 (136 maschi e 169 femmine) dei quali solo 100 maschi e 144 femmine frequentavano regolarmente. Ma per l’anno 1907-08 (abitanti circa ottomila) gli alunni iscritti furono 827; (più numerosi di quelli di oggi…). Gli anni a cavallo dei due secoli furono caratterizzati da agitazioni politiche (Fascio dei Lavoratori) e da scioperi, fra questi particolarmente aspro fu quello del settembre del 1901, quando il Governo, preoccupato, inviò di rinforzo al locale distaccamento militare altri cento soldati e trenta carabinieri… Finalmente dopo lungaggini e difficoltà, nel 1905 avveniva l’inaugurazione della condotta idrica di “Darfù”, ancora operante. Nel maggio del 1910 avveniva la prima proiezione cinematografica, alla presenza di una cinquantina di spettatori, comprese le entrate… di favore. Nello stesso mese registriamo l’inaugurazione del servizio automobilistico Riesi-Canicattì e ritorno. “La vettura era elegantissima” e a dodici posti, dei quali quattro erano riservati a Sommatino, due a Delia e gli altri sei a Riesi. L’inaugurazione fu solenne e alla presenza di autorità politiche ed amministrative, con numeroso concorso di popolo, musica e bandiere. Il costo del biglietto per Canicattì (gennaio 1915) era di lire 2,70, e un chilo di pane di seconda qualità costava lire 0,40. La carne (maggio 1907) aveva i seguenti prezzi, al chilogrammo: manzo L. 2,20, filetto L. 2,40, vacca L. 1,80, maiale L. 1. Un bracciante agricolo guadagnava, quando lavorava, da L. 0,80 a L. 1,70 il giorno, e un operaio delle miniere, all’inizio del 1916, da L. 1,44 a L. 2,38. Nella Grande Guerra, Sommatino contribuì alla vittoria con 92 caduti. Tra il settembre il novembre del 1918 l’epidemia influenzale (la “spagnola”) vi causava circa 200 morti (anche con una punta di 17 decessi in un giorno), creando pure problemi di sepoltura…. Si adeguò senza eccessivi entusiasmi (ad eccezione di pochi) all’avvento del fascismo, e le adesioni al nuovo regime, in genere, furono interessate… Nella guerra d’Etiopia i caduti furono 4, e nella Seconda guerra mondiale 52. lì dopoguerra fu contraddistinto dalla inevitabile crisi generale, aggravata da quella ormai irreversibile delle miniere di zolfo. Disoccupazione, dimostrazioni a volte violente, occupazione di terre, accentuazione del vecchio e triste fenomeno dell’emigrazione distinsero quegli anni. Ma il paese con la sua gran voglia di vivere e di lavorare seppe superare in poco tempo la crisi. Oggi nonostante sia travagliato da vari problemi, rimane uno dei più “vivibili” dell’isola.
Sommatino3Resti di epoca preistorica ritrovati a Sommatino
Andando indietro nel tempo, elementi che normalmente consideriamo delle costanti, come clima e morfologia del territorio (catene montuose ed oceani inclusi), diventano della variabili. Anche considerando gli ultimi milioni di anni di storia geologica di Sommatino, è facile rendersi conto dei profondi mutamenti ambientali che si sono succeduti in un lasso di tempo relativamente breve. Nelle decine di M.A. antecedenti gli ultimi due, la storia di questi luoghi è quasi tutta marina. Le ultime tracce di questa vita marina si trovano nelle areniti di Draffù, rappresentate da sedimenti di un mare, che, ritirandosi, andava divenendo via via più basso. L’età di questi sedimenti vanno da 2.13 a 1.79 MA; appartenenti all’ultimo scorcio dell’Era Terziaria (Pliocene); un’era in cui il clima era molto più caldo di quello attuale ed il numero di specie di animali e piante era notevolmente più elevato. Probabilmente sopra questi sedimenti ce ne saranno depositati altri di tipo marino più giovani, appartenenti al Pleistocene inferiore, ma l’erosione deve averli cancellati del tutto. Con il Pleistocene si è nell’Era Quaternaria in cui si ha una sensibile riduzioni delle temperature del pianeta e del numero di specie viventi. La traccia più antica finora nota, riguardante la continentalità di Sommatino, si trova al Museo Gemmellaro di Palermo ed è rappresentata da un frammento di zanna di elefante; questo reperto, trovato in una località ignota di Sommatino, è stato donato al Museo nei primi del ‘900 da un personaggio di cui si conosce solo il nome, probabilmente un viaggiatore che trovò tale reperto. Questo elefante, appartiene alla specie Elephas mnaidriensis; una specie di taglia ridotta confrontata con quelle che vivevano nell’italia continentale. Durante la penultima era glaciale (Riss), il Canale di Sicilia era facilmente attraversabile, perchè parte delle acque marine del pianeta furono inglobate negli enormi ghiacciai nordici, per cui il livello del mare divenne sensibilmente più basso. Approfittando di ciò, parecchi animali, tra cui l’elefante, arrivarono in Sicilia e molti di questi, soprattutto gli erbivori, ridussero la loro taglia o per la ristrettezza di cibo o per adattarsi all’ambiente boschivo. Gli altri animali di questa “associazione faunistica conosciuta in letteratura proprio con il nome di Fauna ad Elephas mnaidriensis, sono: Hippopotamus pentiandi, un ippopotamo diverso dalle specie attuali. Cervus elaphus siciliae, Bos primigenius siciIiae, Bison priscus sicillae, rispettivamente un cervo, un bavide ed un bisonte di taglia ridotta; Sus scrofa il cinghiale, Dama Dama; Crocull Crocuta spelea, la iena; Pantera leo spelea, il leone; Canis Iupus, il lupo; Ursus arctos, un orso poco più grande di quello bruno oggi estinto; Leithia melltensis, un ghiro. Questi animali si estinsero per una probabile desertificazione del territorio siciliano, lì ripopolamento si ebbe alla fine dell’ultima glaciazione (Wùrm), circa 11 mila anni fa, quando fece il suo esordio anche l’uomo.
Tombe rupestri di C.da Olivella
Le tombe presenti in c.da Olivella sono del tipo a “grotticella artificiale” o a “forno”; si presentano come delle piccole celle arrotondate solitamente a pianta ovoidale. Le prime tombe di questo tipo furono utilizzate per la prima volta durante l’antica età del bronzo (2300-1700 a.C.) e caratterizzano le necropoli siciliane per un lunghissimo periodo, infatti il tipo continua con le stesse caratteristiche per tutta l’età del bronzo (2300-1000 a.C.) e parte dell’età del ferro (1000-700 a.C.). Le “nostre tombe” furono scavate durante l’antica età del bronzo, come ci testimoniano alcuni frammenti ceramici ritrovati in loco, caratterizzata nelle nostre zone dalla cosiddetta “cultura castellucciana”. Questa cultura prende nome dall’insediamento di Castelluccio, sito vicino Noto in provincia di Siracusa, scoperto dall’archeologo Paolo Orsi sul finire del secolo scorso. Le genti castellucciane erano dedite per lo più ad attività agro-pastorali, ma non mancano testimonianze di altre attività produttive, come l’estrazione della selce (vicino Noto) e secondo alcuni anche dello zolfo (nell’agrigentino). La cultura castellucciana ha avuto una lunga durata, probabilmente circa otto secoli. Queste genti, accanto ai loro villaggi, costituiti da piccole capanne a pianta ovale, scavavano nelle pareti di pietra calcarea numerose grotticelle adibite a sepoltura. Il corpo era posto all’interno della cavità in posizione fetale, accompagnato da diversi oggetti che fungevano da corredo, solitamente vasi ingobbiati in rosso e decorati in bruno e lame in selce o in ossidiana. Le sepolture come si può costatare non erano molto ricche poiché ancora siamo in presenza di un tipo di società molto semplice senza forti distinzioni basata solamente su un legame di tipo parentelare; probabilmente ogni villaggio era costituito da un gruppo familiare allargato. Le tombe erano chiuse o da una lastra in pietra oppure da pietrame misto a fango; le lastre a volte possono presentare delle decorazioni spiraliformi scolpite. Le tombe presenti in c.da Olivella sono state quasi integralmente spogliate in antico, anche se non è da escludersi la presenza di qualche tomba ancora intatta.
I corpi bandistici, fiore all’occhiello di Sommatino
La musica a Sommatino ha antiche tradizioni essendo stato il primo corpo bandistico fondato nel lontano marzo 1897, sotto la Presidenza onoraria del Principe di Trabia e quella effettiva del Cav. Giuseppe Chinnici, come risulta da un articolo apparso sul giornale “lì Corriere dell’Isola” dell’epoca. Fu ai primi anni del ‘900, sotto il patrocinio del Comune, che il corpo bandistico crebbe e fu molto richiesto nei paesi limitrofi. In quegli anni, durante tutto il periodo della mietitura, a Sommatino giungevano dei contadini provenienti da Modica, dove i lavori di mietitura venivano eseguiti qualche mese prima. Questi lavoratori stagionali, si sistemavano presso “Lu Bastiuni”, e lì dormivano in attesa di essere presi a giornata. Durante tutto questo periodo, l’allora Sindaco Calogero Chinnici, a cui l’omonima piazzetta è stata dedicata, dava disposizione al maestro, che ogni domenica si suonasse in Piazza su un palco appositamente allestito, per allietare quei lavoratori venuti da lontano. Il primo maestro della neonata banda fu Eugenio Sanfilippo, che la diresse fino al luglio 1902, quando gli subentrò il maestro Luigi De Marco, ex direttore della banda municipale di Palazzolo Acreide, scelto tra molti candidati che avevano risposto all’avviso di concorso del Comune di Sommatino apparso sul “Giornale di Sicilia”. La prima vera divisa i musicanti sommatinesi la ebbero nel luglio del 1904, quando si provvide all’acquisto, da una ditta di Barrafranca, delle stoffe per le divise, dei berretti, delle borse e degli altri accessori necessari. Sotto la guida del maestro De Marco la Banda, formata da 41 elementi, fece così enormi progressi, da essere richiesta in tutta la Sicilia, cosi che Sommatino ne acquistò fama. Il De Marco diresse la Banda fino all’ottobre 1905 quando gli successe il maestro Ernesto Marino, quindi nel 1910 il maestro Giuseppe Vella. Tra alti e bassi, la Banda musicale di Sommatino, ebbe un nuovo slancio negli anni ’70, fino a quando il corpo bandistico fu completamente sciolto. Alle vicende e agli aneddoti del Corpo bandistico di Sommatino, è stato dedicato, dal nostro compaesano, il Prof. Salvatore Mosca, un libro dal titolo “Mastro Bombardino” pubblicato nel 1987. Rinata agli inizi degli anni ’90, la neo banda musicale di Sommatino, si è costituita in Associazione Culturale intitolata a “Santa Cecilia” protettrice dei musicisti, ed è stata posta sotto la direzione del Maestro Franco Lo Dato. Si può ben affermare che in un momento di stallo culturale, oggi il Corpo Bandistico di Sommatino rappresenta un elemento di freschezza e di bravura, grazie ai suoi allievi, che fanno da fiore all’occhiello della nostra Comunità cittadina.
La miniera Trabia Tallarita
Sommatino4Denominata “Solfara Grande”, la miniera Trabia Tallarita si trova fra il territorio di Sommatino e quello di Riesi; essa fu una delle più antiche solfare della Sicilia. Si suppone che i primi scavi per la ricerca dello zolfo, in questo territorio e nelle zone limitrofe, siano cominciati intorno al 1600 poiché, proprio in quel periodo, i paesi vicini si popolarono di persone in cerca di lavoro provenienti da ogni parte della Sicilia. lì primo proprietario della miniera fu il principe di Trabia e di Butera, che affidava la sorveglianza della “Solfara Grande” a persone di sua fiducia. Ma l’incendio divampato all’interno di essa il 27 febbraio del 1883, causò la morte di decine di operai e la conseguente chiusura. Venne riaperta nel 1898 ed affidata al sig. Arcarese che ne assunse la direzione insieme al capomastro sig. Scalia. Dalla fine del 1890 in poi, la direzione della miniera venne affidata alla Ditta Luttazzi e Nuvolari; ad essa si deve anche la realizzazione della funivia, che consentì il trasporto dello zolfo lavorato fino alla stazione di Ravanusa. Dal 1907 al 1920 la miniera passò alla gestione della Società Obbligatoria Mineraria Siciliana, che nel 1926 cambierà denominazione e si chiamerà Imera e successivamente Società Val Salso fino al 1963; infine dal ’63 fino alla sua chiusura verrà assorbita dalla Regione Siciliana, prima con la denominazione di Ente Minerario Siciliano, e SO.CHI.MI.Sl. Prima della definitiva chiusura, venne costituito un istituto per la formazione e l’addestramento professionale dei minatori, denominato C.A.M. (Centro Addestramento Minatori). Le notizie riferite di seguito, sono state reperite in una relazione redatta in seguito ad un disastro della Miniera Trabia, avvenuto il 27 luglio 1883.Sommatino5 “La miniera, di proprietà del Principe di Trabia (gestita) dal Sig. Luigi Scalia si trova sulla sponda destra del fiume Salso o Imera meridionale, comprende tre zone di lavoro: Solfara Perrerella (Solfarella); Solfara Galleria Ercole; Solfara Grande. Tutte e tre formano la più grande ed importante miniera della Sicilia, considerando il fatto che lavoravano in questa miniera già circa 1000 operai. I tre cantieri si trovavano su uno stesso giacimento, anche se non sono collegate, in quanto le prime due, sono divise da uno strato sterile di rocce; entrambe si dividevano dalla Solfara Grande da un brusco ripiegamento con rottura. Sommatino6La formazione solfifera di questo importante bacino era rappresentato dal Tripoll (roccia silicea friabile di colore biancastro che trae origine dall’accumulo dei gusci di microrganismi marini), che (poggia vano) su una grande formazione di argille miocen(iche), dal calcare (di base) siliceo; dal minerale solfifero che direttamente poggiava su di esso; dal gesso e dal calcare marnoso detto “trubo” soprastante e dall’argilla della stessa epoca. Una maggiore quantità di gesso era presente laddove lo zolfo era più abbondante, mentre scarseggiava quando compariva l’arenaria, chiamata dagli zolfatari “Arenazzulu”. ll giacimento solfifero si presentava con un bellissimo affioramento che seguiva la cresta della montagna; il minerale discendeva incassato nelle suddette rocce in senso quasi verticale per ripiegar(si) poi gradualmente in profondità, raggiungendo una inclinazione di 400-500 circa. (…) i primi lavori furono eseguiti partendo dagli affioramenti poi (…) a poco a poco si cominciò a scendere (in profondità), fino ad arrivare sotto la quota del fiume, con i (conseguenti) problemi di infiltrazione e d’umidità (…). Era appunto in uno di questi Sommatino7affioramenti, quello della “Solfara Grande che si sviluppò un enorme incendio che trasformò tutto il sottosuolo in un enorme “calcarone”: (si ottenne) un’illimitata colata di zolfo fuso che per molti decenni permise l’estrazione di questo minerale allo stato puro. Già nel 1883 si arrivò al quarto livello, cioè a circa 16 metri dalla bocca del pozzo “Vitello Vittorio” e ad una profondità di circa 100 metri. La ventilazione avveniva in modo naturale dal pozzo S. Luigj che, al secondo livello, si collegava alla scala di riflusso, denominata “Trabia”. L’estrazione in questa miniera era molto intensa, vi lavoravano circa 160 picconieri divisi i due turni; calcolando che per un picconiere occorre vano in media tre trasportator4 giornalmente vi lavoravano da 650 a 700 persone. lì pagamento degli operai avveniva a “cottimo” o come dicevano gli stessi minatori a “partito” (a seconda di diversi tipi di contratti con la ditta che gestiva la miniera). (…) Nelle ore antimeridiane, cioè dalle 4,00 alle 12,00 il lavoro era più intenso, in quanto oltre all’abbattimento del minerale, lo stesso veniva trasportato in superficie; mentre dalle 12,00 alle 20,00 lavoravano solo i “picconieri” (..)”. Il lavoro doveva essere svolto con il solo uso del piccone, mentre vietato era l’utilizzo delle mine, che avrebbero potuto provocare eventuali crolli, tuttavia dove la roccia era più dura non si esitava ad usare carico esplosivo. lì lavoro dei “picconieri” era accompagnato dalle squadre di sbarramento (o sgombramento) costituite dai “carusi”, che avevano il compito di trasportare lo zolfo all’esterno della miniera. Rapporto sull’ispezione del 11 maggio 1889: “La sezione “Solfarella” aveva raggiunto una profondità di circa 130 metri sotto il piano del terreno ed è grazie alla galleria “Sofia” che fa da scolo alle acque, se questo pozzo non ne fu invaso; già in questo periodo esistevano il pozzo “Vitello Vittorio”; che aveva raggiunto una profondità di 80 metri, il pozzo “Trabia” (o “Pozzo Principe’) ed il pozzo “S. Luigi” che serviva per calare i riempimenti che si usavano in miniera (…). Quando si estraeva, lo zolfo non era puro, ma era attaccato a molti altri minerali quali gesso, terra, ecc., quindi per poter scindere lo zolfo dal resto del materiale, il Sommatino8tutto veniva fuso, in “calcarelle” prima, in “calcaroni” poi ed infine, nei forni Gill. (…) Da una relazione di infortunio (gennaio 1898) si è constatato che già in quegli anni si era costruito presso la miniera Trabia, un primo forno Gill a quattro celle, alto circa 5,5 metri. Il “rosticcio” residuo dei vicini “calcaroni” veniva riciclato come manto di copertura dello stesso forno. Lateralmente al forno, nello stesso lato del “rosticcio’ vennero realizzate gallerie parallele, che erano larghe circa 2,00 m. ed alte 3,30 m fino ad arrivare alla chiave di volta; a queste celle se ne aggiunsero altre quattro: due lateralmente e due di fronte le aperture delle gallerie, I muri di queste nuove celle erano spesse 2 m., ma in seguito ad un crollo della stessa galleria, che causò la morte di due operai, la realizzazione del resto dei forni venne spostata in una zona più sicura”. Dando ora uno sguardo al metodo di cottura dello zolfo estratto, c’è da dire, come accennato in precedenza, che il minerale estratto non era allo stato puro, ma si presentava attaccato a diversi tipi d
i materiali. Si distinguevano così quattro tipi di zolfo, a seconda della percentuale di presenza dello stesso: 24% di zolfo: ricco (la “vanella” o “vaniddruzza”); 16-24% di zolfo: media ricchezza (la “ranni”); 10-16% di zolfo: minerale povero (“la mpitrata”); meno del 10% di zolfo: calcare insolforato (“la bastarda”). Infine si estraeva anche il gesso, di nessuna utilità. Quindi lo zolfo doveva essere separato dalle altri componenti: la cottura ad una determinata temperatura faceva sì che esso si liquefacesse e si separasse dal resto del materiale; nacquero così i primi forni, chiamati “calcarelle”. Il primo metodo delle “calcarelle” consisteva nel preparare, nel terreno esterno alla miniera, una specie di fornace circolare del diametro di 1-2 m; essa veniva riempita di zolfo impuro, trasportato dai “carusi”, mediante appositi contenitori chiamati “stirratura”. Compiuta la carica, la “calcarella” veniva accesa e all’imbrunire veniva abbandonata a se stessa fino al mattino, ora in cui cominciava a colare lo zolfo liquido dal foro che veniva chiamato “punto di morte”; verso sera poi la colata si esauriva e la fusione era finita. All’interno delle “calcarelle” veniva aperto un foro detto “cupaluru”, che rappresentava il cuore della “calcarella”, dal quale partiva la fiamma che faceva bruciare tutto il minerale. Dello zolfo contenuto nella “calcarella”, quasi 2/3 veniva bruciato perdendosi nell’aria e producendo così, una grande quantità di fumo (anidride solforosa); la rimanente parte di zolfo usciva dal foro e veniva a depositarsi in appositi contenitori di legno chiamati “gavite”. Dai “calcaroni” si ottenevano 7000-8000 pezzi di zolfo al giorno. Una disposizione governativa stabilì che le “calcarelle” potevano bruciare solo dal l° agosto al 31 dicembre dello stesso anno. Questo sistema di raffinatura molto antico, si usò sino al 1850 circa e fu poi abbandonato, poiché molto dispendioso. Il cono di materiale accumulato nelle “calcarelle” veniva coperto con del “rosticcio”, cioè con materiale inerte di qualità scadente; aumentando la quantità di “rosticcio” a copertura, diminuiva notevolmente la perdita di minerale per vaporizzazione. Tale copertura col “rosticcio” veniva chiamata “‘ncammisata”. Si pensò così di costruire delle “calcarelle” di dimensioni maggiori, che andavano da 5 a 30 metri di diametro, chiamate per le loro dimensioni “calcaroni”. L’impiego del “rosticcio” per la copertura dello zolfo nei “calcaroni” fu del tutto casuale; tutto ebbe inizio quando, in una miniera vicino Favara (Ag) scoppiò un incendio di natura dolosa nei depositi di zolfo non ancora raffinato. Gli operai che lavoravano nelle vicinanze accorsero subito e con l’acqua cercarono di spegnerlo, ma il tentativo fu vano; decisero quindi di coprire il tutto con il terreno circostante. L’incendio si spense, ma da quelle macerie cominciò ad uscire zolfo liquido purissimo; da questo accidente ci si rese conto, quindi, che all’interno del cumulo di minerale il fuoco non si era spento e che il metodo del “rosticcio” si dimostrava efficace. Si constatò anche che i tempi di fusione cambiavano a seconda delle dimensioni del “calcarone”; la prima comparsa dello zolfo fuso avveniva dopo le 20 ore e si esauriva generalmente dopo 90 giorni circa. Quando la fusione dello zolfo terminava, veniva aperto il muretto del foro d’uscita (‘punto di morte”) ed il liquido riposto nelle apposite “gavite”, quindi l’operaio addetto al riempimento di queste, doveva stare molto attento a cambiare quella piena con quella vuota senza far disperdere il minerale. La “gavita” aveva una capacità di 35-40 litri di zolfo liquido, chiamato “ugliu”; alla solidificazione, che avveniva in modo naturale, all’aperto accanto al forno, lo zolfo che solidificava all’interno della “gavita” era denominato “basula”. Le “basule” pesavano circa 60-80 kg e venivano accatastate, caricate sui vagoni e mandate alla funivia. Niente veniva sprecato: la polvere di zolfo che rimaneva nelle vicinanze, veniva raccolta, impastata “panuttu” e riposta a sua volta nei “calcaroni”. Robert Gill nel 1880 brevettò un impianto destinato ad avere parecchia fortuna. Questo era costituito da due celle adiacenti, a sezione troncoconica, in muratura e sormontate da calotte sferiche, in mezzo alle quali si apriva un foro destinato al carico del minerale. Avvenuta la fusione, ogni cella veniva svuotata, grazie ad una apertura di circa 2 metri che consentiva l’ingresso dei vagoni sui quali veniva caricato lo zolfo fuso. Il materiale residuo veniva chiamato “ginisi”. Il forno ebbe un uso più razionale a partire dal 1886, con un nuovo procedimento, infatti si cominciarono ad usare 4-6 celle (“quartigile” o “sestiglie”), ognuna delle quali era fornita di quattro aperture, poste due in alto e due in basso; una di queste aperture dava l’ingresso ad una canna, generalmente verticale, che si immetteva o nel camino d’uscita dei gas, alto circa 5 metri, o nell’alto della cella successiva; apposite valvole permettevano ai gasi di seguire l’una o l’altra via. Per ogni cella, gli operai scaricavano circa 40 vagoni di minerale estratto dalla miniera. All’interno di ogni “sestiglia”, disposta di fronte all’ingresso, c’era una scala che consentiva agli operai di spostarsi dall’interno alla parte superiore della stessa. Gli zolfatari che lavoravano ai forni venivano chiamati “arditura”. L’aria esterna entrava per un foro aperto in prossimità del “punto di morte” nella cella motrice, attraversava dal basso verso l’alto la massa dei “rosticci” caldi, penetrava dall’alto nella cella successiva in fusione, scendeva attraverso il minerale fuso, imboccando la relativa canna e riversandosi dall’alto nella cella contenente il minerale in riscaldamento; attraversava quest’ultimo ed, infine, si introduceva nella rispettiva canna ed andava nel camino di scarico. Nella quarta cella, si effettuava lo scarico dei “rosticci” ed il caricamento, dall’alto, dello zolfo pronto per la fusione. Cessata la fusione nella seconda cella, che diventava la motrice, la quarta entrava in serie per il riscaldamento, la terza cominciava la fusione mentre la prima si scaricava. Lo stesso procedimento veniva applicato anche per le “sestigile”. Il materiale residuo (“ginisi”), dopo la cottura del minerale, veniva caricato sui vagoni, questi ultimi, su appositi binari, venivano condotti lungo le sponde del fiume Salso, e disperso così lungo il suo corso. Per un secolo si studiarono centinaia di processi per la fusione dello zolfo ma, quando si raggiunsero le migliori soluzioni, le nostre solfare si avviarono alla chiusura. Dai forni o dai “calcaroni” veniva raccolta la cosiddetta “basula”, che si depositava dentro i vagoni, i quali arrivavano dalla funicolare che collegava la miniera Trabia alla stazione ferroviaria di Ravanusa (Ag), per essere poi esportata. Da una relazione d’ispezione condotta dal Sig. Lovari, del 30 maggio 1904 e successiva integrazione dell’ 8 giugno dello stesso anno, si rivela che la funicolare venne realizzata nel 1900, previa domanda al Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, da parte della Ditta proprietaria, Luttazzi e Nuvolari. Costruita dalla Ditta Seilban di Cassei aveva una lunghezza di m. 9800; i terreni attraversati, vennero in parte espropriati ed in parte sottoposti a servitù di passaggio. L’impianto era dotato di un cavo portante ed un cavo traente: nel cavo portante correvano le benne piene, da 4 a 6 T., nel cavo traente quelle vuote. Le benne, tramite apposita rotaia applicata su un castelletto, passavano da un tronco di trave all’altro. Il castelletto, aveva quattro tenditori due per i tratti di cavo con vagoncini carichi e due per i tratti di cavo per quelli scarichi. Oltre ai castelletti di ancoraggio esistevano altri 68 castelletti per i vari appoggi, sia dei cavi di carico che per quelli di scarico; la distanza fra i castelletti variava fino ad un massimo di 600 m a seconda della distanza tra i castelletti, il cavo aveva uno spessore variabile, che andava da 26 a 29 mm per la linea ove occorrevano le benne piene, mentre di 21 mm per l’altra. I cavi erano intrecciati con un’anima d’acciaio fuso al crogiolo, ca
paci di una resistenza di 120 kg. Considerata la grande distanza dei castelletti, l’inflessione del cavo era inevitabile, quindi se nella stazione di arrivo (Ravanusa), le benne si muovevano di moto pressoché uniforme, nella stazione di partenza (Trabia) si avevano degli stiramenti e degli allungamenti, dovuti a questo effetto. Il cavo traente era teso da un unico tenditore posto alla stazione di Trabia, ed aveva un peso di circa 8 T. Il numero totale delle benne presenti nella funivia era di 170, posti ad una distanza di 1,20 metri e percorreva l’intera linea ad una velocità di 2 metri al minuto; in tal modo si calcolava che arrivasse un vagoncino ogni minuto circa. Il peso delle benne vuote era di 200 kg, il carico utile era di 250 kg, per cui si potevano trasportare 100 T. in circa 7 ore di lavoro. Una prima benna usata, era fornita di uno sportello posto nella parte frontale che serviva per lo scarico dello zolfo alla stazione di Ravanusa, ma aveva l’inconveniente di un enorme perdita di tempo e dello sfrido di zolfo lungo le fessure; venne ideata, quindi, una nuova benna che non era dotata di sportello e scaricava il minerale rovesciandosi, risparmiando così tempo e non disperdendo zolfo. In condizioni normali, le macchine motrici dovevano consumare 400 kg di antracite per cavallo orario, ma per diversi problemi, il consumo di antracite era di 500-600 kg al giorno. Nella stazione di Trabia erano impiegate delle rotaie che consentivano il caricamento delle benne vuote provenienti da Ravanusa, mentre nella stazione di arrivo c erano 3 tavolati disposti a “C”, su un’impalcatura di legno posta ad ad una quota più alta del livello dei vagoni ferroviari; da un lato, mediante un trasbordatore, le benne venivano caricate. Queste, infatti, non viaggiavano mai vuote, ma trasportavano zolfo da Trabia e materiale – quale legname, cemento, ferro ecc. -occorrente sia all’interno che all’esterno della miniera, dalla stazione di Ravanusa, mentre dall’altro lato, le benne scaricavano lo zolfo sui vagoni ferroviari. Il prezzo del trasporto dello zolfo fino alla stazione di Ravanusa compreso l’abbasso dei piani della miniera ed il caricamento sui vagoni, era di 5.75 lire a tonnellata. Dall’abbasso dei piani della miniera alla stazione della funicolare, l’appalto era dato a cottimo per 0,70 lire a tonnellata. Ancora oggi, visitando esternamente la miniera Trabia, è possibile vedere ciò che rimane di tutto l’impianto estrattivo: un tratto di funicolare, qualche castelletto, i “calcaroni”… . Poca cosa, se si considera l’intensa attività estrattiva che per ben quattro secoli ha caratterizzato non solo l’economia, ma anche la vita, la cultura, i costumi, le tradizioni del nostro popolo che non vuole rinunciare alle proprie origini di “surfarari”.
Museo etno-antropologico
Sommatino9Piazza Calogero Chinnici n. 4 – Tel 0922 709223 A Sommatino all’interno del Palazzo Cigno-Costantino è in piena attività il Museo Etnografico denominato “Invito alla Storia” realizzato dalla Soc. Coop. Archeo’S per conto della Provincia Regionale di Caltanissetta e ad oggi ha ricevuto più di 3.000 visitatori. La suddetta Società, è un Ente che si occupa principalmente di gestione di Beni Culturali, di censimento, catalogazione e documentazione dei beni culturali, librari, di allestimenti e mostre di ogni genere; al suo interno conta di figure professionali atte a svolgere adeguatamente i propri progetti, come architetti, tecnici disegnatori, guide turistiche, ragionieri, ecc… La nostra storia è dettata da rapporti di continuità tra passato e presente, per cui non si può perdere il legame con la propria storia, nè ignorare le radici e le tradizioni, elementi fondamentali per un vero e più profondo cambiamento culturale. Questa singolare e identificativa presenza storica, sociale ed economica e culturale si è voluta rendere manifesta a Sommatino attraverso la realizzazione di un Museo Etnografico, dove la conservazione di reperti e documenti della cultura del passato (es. torchio in legno del ‘700, telaio fine’700) fanno da testimonianza e quindi rivivere una realtà ormai scomparsa; una struttura che non guardi alla città come un organismo chiuso, bensì come ad un luogo di relazioni di crescita e di confronto culturale, grazie ad una serie di attività parallele, quali mostre, convegni, proiezioni di film e documentari, che si svolgono all’interno della stessa struttura; il centro Culturale Archeo’S, si è proposta di creare inoltre una rete multimediale che dovrebbe collegare la nostra stazione informatica con le diverse sparse in tutta Italia e oltre, in modo di avere un’informazione e uno scambio culturale e scientifico con i numerosi centri artistici e ricchi di tradizioni sparsi nel territorio. Il progetto “Invito alla storia” nasce dall’esigenza di colmare l’assoluta mancanza nel territorio sommatinese e limitrofo di servizi ed attrezzature ricettive culturali. E’ un’azione per la promozione del sapere, per la diffusione della conoscenza e per la valorizzazione di esperienze acquisite con la tradizione, facendo rivivere il nostro passato, legato ad un’intensa attività agricola e di certo alla storia della Miniera Trabia Tallarita. La nostra idea di progetto parte dalla constatazione che, pur nella ricchezza storica, archeologica e architettonica ed antropica, la Provincia di Caltanissetta oggi non presenta molte strutture che ricordino e valorizzino il nostro passato, sia dal punto di vista agricolo, che artigianale e minerario; il recupero ed il riuso innovativo di Palazzo Cigno-Costantino, complesso architettonico di grande pregio storico e di forte valenza ambientale residenza dei Principi di Trabia signori di Sommatino10Sommatino, vuole essere per la nostra cittadinanza un momento forte e significativo di crescita culturale ed umana. Il primo passo per l’organizzazione funzionale del Museo è consistita nella classificazione e catalogazione dei reperti al fine di realizzare uno o più inventari di facile consultazione. Questo ha comportato automaticamente la salvaguardia degli oggetti esposti in quanto ad una mancanza di notizie precise si affianca un’evitabile carenza di tutela. A seconda delle tipologie della collezione, che sarà nel tempo necessariamente modificata e integrata, si è affrontato un diverso uno studio su tutti i reperti presenti all’interno degli spazi espositivi museali. Il logico completamento dell’inventario è rappresentato dall’operazione di schedatura, la quale analizza le voci presenti nell’inentario, con finalità fortemente scientifica. La funzionalità degli ambienti espositivi è stata in modo da disporre sequenze comprensibili e funzionali dal punto di vista fisico della percorribilità da parte di determinate quote di pubblico (un’affollata scolaresca, disabili, ecc…). Nella distribuzione degli spazi fisici all’interno del museo, si è fatta molta attenzione alle strutture di accoglimento (reception) e ad un filtro di ingresso. Nell’organizzazione del complesso siè tenuto conto dei seguenti spazi museali: Reception, Biblioteca e sala lettura, Sala conferenza e videoproiezioni, Sala delle documentazioni iconografiche (quadri e fotografie), Sala delle mostre temporanee, Sala delle mostre permanenti, Stanza del contadino, Esposizione dei reperti legati all’agricoltura, Esposizione dei reperti legati all’artigianato, Servizi aggiuntivi. L’idea di un museo come dispositivo di memoria non deve essere inteso come un semplice contenitore di oggetti, deve assumere invece un valore non più come elemento isolato, ma piuttosto come un importante nodo di relazioni fisiche, culturali, sociali che si estendono per tutto il territorio. Il museo deve diventare strumento di storicizzazione dei processi formativi del territorio provinciale, il quale solo attraverso la museologia scientifica riesce a rivelare lo spessore assegnatogli dalla sua storia e comunicarla a soggetti con tradizioni e cultura diversa; deve essere una struttura legata al territorio di cui geograficamente e culturalmente fa parte, per esserne organismo di produzione e trasmissione culturale, di conservazione e tutela dei beni. L’obiettivo è quello di studiare le funzioni e l’organizzazione delle nostre risorse culturali non in un ottica di semplice recupero o di conservazione di beni, ma come un insieme di azioni che, partendo dal recupero e dalla tutela, tendono a mettere in relazione l’evoluzione storica, sociale, economica, della società sommatinese con il proprio contesto ambientale, cercando di dare una risposta ad una domanda sempre crescente di conoscenza disattesa che costituisce il problema centrale di molte istituzioni museali. Partendo da questi concetti il Museo Etnografico di Sommatino vuole essere uno strumento a supporto della memoria di cui tende a trattenere e catalogare non solo le cose, ma al tempo stesso l’esperienza, volendo quindi nelle nostre intenzioni, superare le sue motivazioni strettamente conservative per aderire ad un più generale processo di fruizione della storia del territorio attraverso il “racconto museografico” della sua formazione.
Notizie storico-critiche
Edificio signorile sito in piazza Calogero Chinnici fu costruito probabilmente tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700 per volontà forse degli stessi principi Trabia di cui si racconta fu la prima residenza. Successivamente passò alla famiglia Terranova e infine nel nostro secolo alla famiglia Cigno e ai Costantino dei quali il palazzo prende attualmente il nome. Nella parte più interna scavata nella roccia vi sono delle grotte in una delle quali si trova un antichissimo torchio; da quella più grande si diparte una galleria stretta e lunga (ormai murata) che conduceva molto probabilmente fino alla residenza dei principi Lanza di Trabia, posta nella zona più alta del paese. Il prospetto, in stile neoclassico, presenta un cornicione caratterizzato da piccoli elementi geometrici che ne scandisce il ritmo per tutta la lunghezza della facciata. L’immobile in oggetto è sito nel Comune di Sommatino (CL), in Piazza Calogero Chinnici n° 4.La costruzione si presenta in discrete condizioni ed è caratterizzata al piano terra da due chiostrine di cui la più grande permette di accedere allo scalone principale, l’altra ai magazzini e stalle, ecc… Il piano superiore, è costituito da n 9 vani in discreto stato di conservazione per una superficie di circa 220 mq., con alcune pavimentazioni di particolare pregio architettonico con motivi floreali e geometrici, che danno particolare valenza estetica ai vani prospicienti un giardino interno a pianta regolare di circa 150 mq; da un magazzino della superficie di circa 80 mq. in discreto stato di conservazione. Le rifiniture esterne e le definizioni tecnico-architettoniche dell’immobile in oggetto sono nel complessivo di discreta fattura; da sottolineare comunque è la posizione centrale rispetto alla zona amministrativa e commerciale del comune di Sommatino e il sito che rimane nell’immaginario collettivo tra i più caratteristici dell’intero paese. Notizie storico-critiche fornite dagli Archh. Tricoli Francesco e Incardona Calogero, nella qualità di coordinatori della struttura museale Archeo’S ar.l.
Museo comunale di storia naturale ed arte mineraria
Sommatino11Centro Sociale Polivalente Sommatino – Viale Fontaine Il Museo Comunale di Storia Naturale ed Arte Mineraria di Sommatino è di recente istituzione, essendo stato inaugurato il 18/12/2001e realizzato dalla Società Cooperativa Aturia. Esso è diviso in varie sezioni, ed attualmente ne sono attive solo due: quella Geologico – paleontologica e quella di Arte Mineraria. La prima offre una panoramica sull’evoluzione geologica del territorio, tramite collezioni di rocce, minerali e fossili e di pannelli esplicativi che presentano ricostruzioni paleoambientali, grafici e colonne stratigrafiche realizzate dai Geologi Giuseppe Arengi e Filippo La Bella. È il tempo il filo conduttore che guida il visitatore tra paesaggi ed ambienti scomparsi da milioni di anni e fa rivivere, se pur nella fantasia, animali e piante che hanno popolato la Sicilia milioni di anni prima che l’uomo facesse la sua comparsa. Un ampio murales, eseguito dal Maestro Samuel Sanfilippo, illustra, attraverso la fantasia dell’artista, alcuni probabili ambienti che si sono susseguiti nel corso dell’evoluzione ambientale. La seconda sezione documenta le tappe dell’attività estrattiva dello zolfo con l’esposizione di strumenti di perforazione, lampade, maschere, e strumenti di rilevamento di gas tossici e grisou. Particolarmente suggestivo è il plastico di tutto il complesso minerario della miniera Trabia Tallarita e la ricostruzione in scala del castelletto di estrazione del pozzo Vittorio Vitello, con annesso il grosso silos (detto navetta). Il progetto definitivo prevede un area espositiva di 700 mq, con percorsi interattivi, una serie di laboratori naturalistici e percorsi naturalistici, archeologici e di archeologia industriale nei luoghi più interessanti del territorio di Sommatino.
Palazzo dei Principi di Trabia
Sommatino12Posto al centro dell’antica Sommatino. Osservandolo sembra che all’antico nucleo centrale sia stato aggiunto, in epoca successiva, un secondo corpo di case più esterno. Il muro dell’ingresso secondario incorpora due colonne certamente preesistenti alla costruzione del muro stesso. Probabilmente questo lato dava accesso ad un ampio cortile: il tipico bagliu siciliano. All’interno poco o nulla è rimasto dell’antico splendore. Sparsi per le stanze si trovano diversi volumi e libri contabili che richiedono un’attenta analisi prima di potersi pronunciare sul loro valore storico-culturale.Il palazzo è stato recentemente ristrutturato.
Torre Civica
Posta accanto al palazzo del Principe di Trabia. Ricostruita sulle rovine di un’antica torre di avvistamento, proprio al centro della vasta Contea. Domina l’antico feudo di Kmq 34,68 pari a circa 1900 salme. Visibile da quasi tutto il territorio che si estende tra i fiumi Salso e Gibbesi. In piazza Cairoli sorge un antico palazzo patrizio edificato [o restaurato?] ai primi del ‘900 in stile Liberty, su preesistenti magazzini del Principe Lanza di Trabia. La facciata, pur danneggiata dal tempo e dall’incuria degli uomini, conserva una certa solennità. La parte centrale è sormontata da un sopraelevazione che richiama vaga mente la forma di un tempio. Al centro di detta sopraelevazione si nota un fregio circolare che probabilmente sosteneva lo stemma di famiglia. Sotto l’architrave, finemente scolpito, si intravedono i resti dipinti di un motivo ornamentale. Le finestre sono decorate con altorilievi. Le entrate laterali sono sostituite da funzionali ma poco estetiche saracinesche moderne. L’ingresso centrale conserva la primitiva architettura con un vecchio portone in legno. Sopra al portone, al centro di una decorazione in ferro battuto si leggono le iniziali A. N.
Fonte: www.comune.sommatino.cl.it

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