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Comune di Forza d’Agrò

Logo Forza DAgròCenni Storici

Numerosi ritrovamenti archeologici, effettuati negli anni scorsi, nei pressi del castello della Forza testimoniano che il sito era frequentato sia in età preistorica che in epoche successive come il periodo greco, ellenistico e romano. Il sito di Forza d’Agrò sorgeva infatti sulla linea di confine tra la sfera di giurisdizione della polis greca di Messana e quella di Naxos. In epoca saracena e normanna, il villaggio era ubicato in contrada Casale, nella parte occidentale del monte Calvario. Distrutto da una frana, venne riedificato attorno al 1300 nel sito ove oggi noi lo ammiriamo. Dell’antico centro abitato rimangono i resti della chiesa di San Michele Arcangelo, probabilmente di epoca Bizantina.

Nel 1116, il villaggio era denominato Agrilla e Re Ruggero II il Normanno lo proclamò terra inalienabile donandolo all’Abate del monastero dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò che vi esercitò per secoli il mero e misto imperio. L’amministrazione del villaggio era affidata ai Due Giurati che duravano in carica un anno e venivano sorteggiati estraendo i nomi da una lista di persone gradite all’Abate. Tra le cariche esistenti all’epoca si ricordino: il Iudice, che amministrava la giustizia nel villaggio, il Capitano Giustiziere che amministrava l’ordine pubblico, il Baglivo che aveva poteri di polizia campestre ed infine la commissione dei Deputati che aveva una miriade di poteri tra cui la manutenzione e la cura del castello. Gli abitanti di Forza d’Agrò erano obbligati a coltivare i campi dell’Abate e a donare ai monaci del convento, nei giorni di Natale e Pasqua due galline e una capra. Nel 1282, durante la Guerra del Vespro, Re Pietro III di Aragona ordinò ai forzesi di inviare trenta arcieri nella vicina Taormina agli ordini di Giovanni Chelamidi. Nel 1302, passa sotto la giurisdizione dello Strategoto Messinese ed è inclusa nella comarca di Taormina. Nel XV sec., Forza d’Agrò conosce un periodo di forza d'agro1grande espansione edilizia, vengono costruiti il Duomo della Santissima Annunziata e la Chiesa della Triade.

Nel 1433 Forza d’Agrò è citata in alcuni capitoli che la città di Messina presentava a Re Alfonso per la provvigione dei frumenti. Nel 1468 venne inglobata nella minuscola Diocesi Archimandritale di Savoca. Verso il 1595 il Castello Normanno venne restaurato ad opera dei deputati del paese. Nel 1540, nel paese di Forza d’Agrò ci sono 302 case e vivono 1.138 abitanti. Nei primi mesi del 1649 il paese venne danneggiato da un sisma che provocò tra l’altro il crollo della quattrocentesca chiesa Madre della Santissima Annunziata, la quale venne subito riedificata. È nel 1654 che il paese raggiunge il suo più alto picco demografico: contando 1.947 abitanti e 499 case. In occasione della Rivolta antispagnola di Messina del 1674-1678, Forza d’Agrò rimase fedele alla Spagna e per questo, nel 1676, venne occupata dai francesi che la privarono dei numerosi privilegi attribuiti dai normanni e la fecero passare sotto la dipendenza militare di Savoca. Domata la rivolta, nel 1678, gli spagnoli ripristinarono la situazione politica antecedente al 1676.

Il terremoto del 1693 cagionò danni in tutto il villaggio e lesionò la chiesa Madre che era stata appena riedificata. Tra il ‘600 ed il ‘700 Forza d’Agrò conobbe un secondo periodo di sviluppo edilizio e demografico: vennero, in questo periodo, edificati alcuni palazzi signorili appartenenti alle famiglie più facoltose del paese. Sono tuttora visibili il Palazzo Mauro, il Palazzo Miano, il Palazzo Garufi.

forza d'agro2Nel 1812, in Sicilia venne abolito il feudalesimo; nel 1817 il comune di Forza d’Agrò venne inserito nel Circondario di Savoca, facente parte al Distretto di Castroreale. Nel 1860, con l’Unità d’Italia, vennero soppressi i distretti ed i circondari borbonici e, la municipalità forzese, venne inserita nel mandamento di Santa Teresa di Riva. Nel 1948 la frazione rivierasca di Sant’Alessio si staccò dal comune di Forza d’Agrò diventando comune autonomo col nome di Sant’Alessio Siculo.

Nella seconda metà del XX secolo Forza d’Agrò ha scoperto le sue potenzialità turistiche; è stata scelta come set di svariati film di successo, sono stati edificati svariati alberghi e ristoranti ed è diventata una delle mete turistiche più rinomate in Sicilia, essendo dotata di alcuni punti panoramici di grande suggestione.

Chiesa della Santissima Annunziata

E’ la chiesa madre di Forza d’Agrò, l’edificio attuale risale al 1707; è edificata sul sito di una preesistente chiesa del ‘400, crollata per un terremoto nel 1649.

Chiesa della Santissima Trinità o di Sant’Agostino

forza d'agro3E’ detta anche di Sant’Agostino, in quanto attigua all’antico convento Agostiniano. Risale al XV secolo e venne restaurata nel 1576. È situata nella parte est del paese in una posizione sopraelevata rispetto alla strada. Si accede tramite una scenografica scalinata che attraversa un artistico arco detto Porta Durazzesca. La facciata della chiesa presenta ancora la struttura quattrocentesca; pregevole è il campanile con la caratteristica cuspide a forma di piramide.

L’interno è a navata unica, il pavimento è a mattonelle di cotto esagonale. Pregevole risulta il tetto ligneo a capriate, che, anticamente, era riccamente affrescato. Le pareti sono bianche e prive di affreschi. Sono visibili quattro altari, oltre al maggiore, di cui due lignei e dipinti con colore blu oltremare. Degno di nota il bel pulpito ligneo settecentesco aggettante dalla parete destra del tempio.

Tra le opere pittoriche di pregio si ammirano: una Madonna col Bambino di autore ignoto, un grande quadro che raffigura La Madonna che appare a Sant’Agostino ed a Santa Monica, anch’esso di ignoto autore. Un altro quadro raffigura La Morte di Sant’Alessio, dono delle sorelle Paguni. Di particolare interesse è La Visita dei Tre Angeli ad Abramo, copia fedele del XX secolo di un antico quadro quattrocentesco purtroppo trafugato nel 1971. L’originale quadro trafugato era stato attribuito al pittore Antonio Giuffrè.

Il Convento Agostiniano

Venne edificato tra il 1559 ed il 1591, su iniziativa di Agostino Risini di Forza d’Agrò. Si trova proprio accanto alla Chiesa della Santissima Trinità. Appena superato il pregevole arco d’ingresso, ci si imbatte nella Sala di Santu Nicola, oggi adibita a Museo, che ospita, altresì, una cripta in cui venivano seppelliti i monaci di minore importanza. Sempre dalla sala di Santu Nicola, si accede alla cripta del convento, ove, invece, trovavano sepoltura gli abati ed i monaci più importanti; sono ancora visibili i sedili in pietra sui quali venivano seduti i cadaveri per la mummificazione.

Pregevole è il chiostro, caratterizzato da grossi pilastri quadrati, sormontati da archi a pieno centro; in corrispondenza di ogni arco è presente una finestra, nei sottoportici si possono ammirare le volte a crociera. Sempre al piano terra, si trova la sagrestia della chiesa della S.S. Trinità, ove è visibile un antico affresco del XV sec., scoperto, durante i recenti restauri, sotto 5 centimetri di intonaco. Il primo piano dell’edificio è caratterizzato dalla presenza delle celle dei frati e di due grandi sale, una delle quali era adibita a refettorio. Una lapide, presente dentro il convento, ricorda Agostino Risini, che lo edificò, il nipote di questo, Agostino Cacopardo, che provvide a restaurarlo e, infine, Giuseppe Lombardo, che il 26 aprile 1760, nel convento celebrò il Capitolo. Si apprende altresì, che la chiesa della S.S. Trinità era di proprietà dell’omonima confraternita; tuttavia monaci e confrati erano sottoposti all’autorità dell’Archimandrita di Messina, barone della vicina Savoca. Nel 1866, il convento venne espropriato, ospitò fino a pochi decenni fa il municipio di Forza d’Agò. Nel 2001 è stato pregevolmente restaurato, ad oggi ospita conferenze ed eventi vari.

Chiesa di San Francesco o di Santa Caterina

Ubicata nell’attuale piazza Municipio, venne edificata nel XV secolo ad opera dei Frati Minori Francescani, che di fianco ad essa avevano il loro convento, oggi destinato a civile abitazione. Ha una struttura ad unica navata, piuttosto semplice, spicca, nella facciata, il bel portale decorato, in pietra arenaria.

L’interno, ad unica navata, è caratterizzato da uno stile semplice e dal alcuni pregevoli altari. Pregevole la nicchia destinata ad ospitare la statua di Santa Caterina, oggi conservata nel duomo dell’Annunziata, realizzata nel 1682 per iniziativa del notabile forzese Francesco Pacuni – Procuratore. Degna di nota la lapide che ricorda il nobile forzese Giuseppe Antonio Miano (1721-1757), morto prematuramente. L’edificio sacro è stato restaurato nel 1991.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Risale alla fine del XVI secolo. È ubicata nell’omonimo quartiere ed è sopraelevata rispetto al piano strada. La facciata presenta una struttura semplice, irrobustita ai lati con lesene, sulla sommità della quale si erge la piccola e semplice torre campanaria; pregevole è il portale architravato in pietra arenaria con fantasiosi motivi in rilievo.

L’interno, ad unica navata, è particolarmente semplice e luminoso, è dotato di sette altari, tre sul lato destro e tre sul sinistro, più l’altare maggiore. La chiesa venne chiusa al culto verso il 1950, verso il 1970, una tempesta di vento fece crollare il tetto. Nel 1999 è stata restaurata e si è proceduto al rifacimento del tetto, sì da renderla fruibile.

Chiesa di San Sebastiano

E’ di antica origine, risale forse al XIV secolo, si trova nel quartiere di Magghia. Venne presumibilmente edificata in occasione di una delle tante pestilenze che colpirono il territorio tra il XII ed il XVI secolo. Oggi purtroppo è allo stato di rudere. È ancora in piedi parte dell’abside ove è visibile un affresco raffigurante Dio Onnipotente, totalmente deteriorato; pregevoli risultano le testate angolari dell’edificio, in pietra arenaria. Scomparsi risultano il tetto ed il pavimento; è semplicemente visibile una botola che conduce ad una cripta che ospitava le sepolture degli abitanti del quartiere.

Chiesa della Madonna Bambina

Sorgeva in via Santissima Annunziata, in una posizione sopraelevata rispetto alla strada, vi si accedeva mediante una ripida scalinata con due rampe di gradini. Venne con molta probabilità edificata nel XVI secolo. Era anche detta chiesa d’a Mathri a Luci, (Madonna della Luce). Secondo un’antica tradizione, all’interno si seppellivano i bambini. Fino alla Seconda guerra mondiale era aperta al culto. Successivamente, venne acquistata da un privato, che nel 1951 la demolì, costruendovi sul sito un garage.

Chiesa di San Michele Arcangelo

Si presenta allo stato di rudere; è ubicata fuori dal centro abitato, in contrada Casale, proprio nel sito in cui sorgeva il vecchio abitato di Forza d’Agrò, distrutto da una frana verso il 1300. Probabilmente era la chiesa del vecchio centro abitato. Ha origini remote, anteriori all’anno 1000, presenta un’architettura paleocristiana-bizantina.

Dell’edificio rimangono solo le mura perimetrali e i resti dell’abside, è costruita con materiali molto poveri. Il tetto, doveva essere a doppia falda, con travi in legno visibili, ma di questo non vi sono più tracce, come anche per gli intonaci. Nei pressi della chiesa si notano alcuni miseri ruderi, secondo la tradizione popolare, sono i resti di un antichissimo convento, forse Basiliano. Secondo un’antica leggenda, la chiesa conteneva una statua di San Michele Arcangelo, che, verso il XV sec., venne rubata ai forzesi dagli abitanti di Savoca.

Il Castello Normanno

forza d'agro4La tradizione attribuisce la costruzione dell’ imponente fortezza al Gran Conte Ruggero, tra i secoli XI e XII. La fortezza è arroccata su una rupe nel punto più alto e più inaccessibile della Valle, ad oltre 420 metri sul livello del mare, presumibilmente sui resti di una fortificazione preesistente.

forza d'agro5Ad essa si può accedere tramite una lunga e ripida scalinata di pietra che s’inerpica stretta e sinuosa a ridosso dell’asprissima rupe.

Il portale d’ingresso al castello é costituito da grandi blocchi di pietra locale soverchiati dal tipico ballatoio, recante sull’architrave una scritta che ne ricorda la ristrutturazione ad opera dei Giurati e Deputati forzesi, intorno al 1595.

Nella parte interna della fortezza si ergono, tra le imponenti doppie cinte murarie provviste di strette feritoie e cannoniere, al di là del terrapieno nel cuore del Castello, alcune interessanti costruzioni.

forza d'agro6Si tratta degli alloggiamenti per i soldati, i magazzini per le vettovaglie e in particolare i resti della Chiesa del Crocifisso, della quale svetta la torre campanaria.

In uno spiazzo sopraelevato, posto nelle vicinanze della Chiesa, si distingue, per la forma simile ad una grotta, quella che si ritiene sia stata la “polveriera” della fortezza.

Una tradizione popolare asserisce che nel castello sia stato realizzato anche un passaggio segreto, che potrebbe trovare conferma nelle numerose grotte presenti ai fianchi della rupe, e in particolare nel lato Sud al di sotto della cinta muraria, un tempo usate come rifugio dagli eremiti.

forza d'agro7Nel 1876 il Castello di Forza d’Agrò perde i sui connotati di “fortezza” per essere adibito a camposanto. Nel nuovo sito, le tombe, vengono disposte in modo asimmetrico senza seguire un particolare ordine o senso geometrico, rendendo l’ atmosfera molto più surreale.

forza d'agro8A poca distanza dal Castello, si erge la Guardiola, che svetta con la sua sagoma massiccia su un promontorio da cui lo sguardo può ruotare a 360 gradi, rimanendo affascinato dalle bellezze artistiche e naturali. Dalla ” Magghia” alle coltivazioni del “Vignale” , alla imponente sagoma de vulcano Etna , la splendida valle d’Agrò, il centro abitato, con le sue tipiche stradine, le chiese, i caratteristici tetti di tegole,lo sconfinato mare sottostante.

Nelle tipiche stradine che contraddistinguono l’ assetto urbanistico di Forza d’Agrò, le case si addossano l’una sull’altra affacciandosi su piccoli spazi che fungono da veri e propri cortili.

Esse si innalzano alte e strette con i loro tipici portoncini con arcata in pietra arenaria, la cui forma della “chiave dell’arco” spesso si diversificava da famiglia a famiglia.

I balconcini hanno ringhiere in ferro battuto e sono caratteristici per i loro porta vasi, che contengono le piante di basilico o quelle “contro il malocchio”, e per le loro basi sostenute da travi armoniosamente sagomate.

I materiali con cui vennero costruite queste abitazioni sono la sabbia e la pietra locale, e tutt’oggi qualcuna ha ancora il solaio di legno, sostenuto da travi, le cui soffitte in canna e vimini sono raggiungibili tramite ripide scale di legno che culminano in una botola.

Nei secoli i modelli architettonici preesistenti si sono notevolmente trasformati, passando dalle strutture rustiche e essenziali del tradizionale gusto medioevale, ai nuovi elementi stilistici che hanno conferito rinnovata armonia ed eleganza al centro abitato. Di particolare interesse é l’Arco durazzesco struttura di stile gotico – catalano che, posta al termine di una scenografica scalinata, permette l’accesso alla Piazza della SS. Trinità.

Il sec. XVII fu testimone di una nuova tendenza edilizia intrapresa da alcuni signorotti dell’ epoca, che si impegnarono nella costruzione, non più di piccole e modeste abitazioni, bensì di veri e propri palazzi nei quali risulta evidente, nella struttura e nelle decorazioni, l’ influenza dell’arte spagnola.

Appartengono a questo periodo il Palazzo Miano – Pizzolo, il Palazzo Mauro, il Palazzo Bondì e il Palazzo Garufi – Schipilliti, mentre al secolo XVIII risale invece la Casa Crisafulli situata nella piazzetta del Duomo.

Nel ‘900, accanto alle influenze architettoniche della tradizione medioevale e rinascimentale, si sviluppa un nuovo stile modernizzante e aggraziato, in cui l’ uso ricorrente di decorazioni con motivi floreali di un rinnovato classicismo, da vita ad una edilizia modesta ma gradevole, un liberty “minore” borghese ed operaio.

Caratteristiche di questo nuovo filone sono alcune abitazioni sul corso principale nelle quali sono visibili, in certi elementi del prospetto, delle linee curve e sinuose con i tipici disegni floreali stilizzati che adornano le travi dei balconi e arricchiscono le arcate dei portoni.

Archeologia

Secondo fonti storiche il monumento-monastero dei SS. Pietro e Paolo D’Agrò, oggi sito sulla sponda sinistra dell’ omonima Valle, nel territorio del comune di Casalvecchio Siculo, come dall’ atto di donazione di Ruggero II re dei Normanni scritto nel 1117, è la ricostruzione di un precedente fabbricato, la cui precedente ubicazione non si è ancora stabilita con certezza

Gli storici hanno creduto che la ricostruzione sia avvenuta nello stesso luogo dove fu distrutta dagli Arabi, anche se questa ipotesi non è stata confermata dalle ricerche fatte presso le basi del monumento.

Secondo racconti popolari invece, il monastero all’origine sarebbe stato edificato sulla sponda destra dell’Agrò nella attuale frazione di Scifì, dove fu sepolto da un’alluvione e quindi ricostruito nell’ attuale sito.

Questa testimonianza tramandata dal popolo contadino, è sembrata assai possibile allo studioso locale prof. Giuseppe Lombardo, che di fronte ai muri di epoca romano-bizantina, portati alla luce a Scifì, ne dichiarava la scoperta nel Consiglio Comunale di Forza D’Agrò dell’11 aprile 1987.

Il Prof. LombardoLa scoperta venne accolta con scetticismo dalle istituzioni che, nonostante il parere positivo espresso della Soprintendenza BB.CC.AA. sull’importanza dei reperti, non provvedevano al proseguimento degli scavi archeologici.

Incurante dell’ ostruzionismo il prof. Lombardo non rinunciava alla possibilità di approfondire la sua scoperta, non esitando perfino a “comprare a spese proprie” una parte del terreno su cui si trovava il sito, iniziando una serie di scavi sistematici e meticolosi. Tutte le notizie e i ritrovamenti lo hanno portato a sostenere, con sempre maggiore certezza, che in quel luogo si trovava un tempo il primo monastero.

In una sua pubblicazione del 1990 riguardante l’argomento, viene riportata un’antica mappa, attualmente esposta nei Musei Vaticani, nella quale un grande fabbricato appare riportato nello stesso punto dove si trovano i ruderi di Scifì, per lo studioso prova inconfutabile dell’ antica collocazione del monastero.

fotoNel dicembre 1995, finalmente, venne effettuata una brevissima campagna di scavi archeologici, finanziata grazie allo stanziamento della somma di lire venti milioni, con dei risultati addirittura straordinari, che non solo hanno confermato la tesi avanzata dal professore Lombardo, ma hanno fatto pensare a nuovi studi per i paesi della Valle e della Riviera tutta. Tracce di ben tre civiltà diverse (greca, romana e bizantina) sono state riportate alla luce in tre strati sovrapposti sotto lo stesso cumulo di terra, dove evidenti sono le tracce dell’ alluvione che seppellì il fabbricato. Scifì sarebbe sorto, quindi, sui i resti di un piccolo centro di periferia dell’antico stato greco-romano di Naxos-Tauromenium e dell’ancor più antica città fenicia di Tamaricium (Phoinix-Kallipolis?) oggi vantata col nome di “Bocena”. Presso quest’ultima, che conserverebbe anche un tempio pagano, in prossimità con quello che i Greci battezzarono “Arghennon Acron” (oggi Capo Sant’Alessio S.), la fantasia poetica di Omero aveva immaginato l’uccisione dei buoi del dio Sole, per mano dei compagni di Ulisse.

Nell’autunno 1997 con un’altra campagna di scavi nel sito di Scifì ha definitivamente confermato quest’ultima tesi. Anche se la Soprintendenza BB.CC.AA. classificò il ritrovamento come “una fattoria di epoca imperiale”, ben poco significativa è la differenza tra fabbricati di una comune fattoria e quelli di un monastero.

Tuttora si è in attesa di ulteriori interventi per il prosieguo gli scavi, che potrebbero portare a risultati importantissimi per la cultura e per l’economia del luogo.

Fonte: www.comune.forzadagro.me.it

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