venerdì , Settembre 24 2021

Comune di Monforte San Giorgio

Logo Monforte_San_GiorgioMonforte San Giorgio sorge a 260 metri sul livello del mare.

Offre un incantevole scenario naturalistico, viaggiando attraverso la tipica genuinità.

Sono 3200 le anime che popolano il centro e le due frazioni Pellegrino e Monforte Marina.

L’Economia agricola poggia su agrumeti, uliveti e nell’area marina notevole è la produzione della sbergia, il pregiato frutto tipico dell’hinterland.

Il settore edilizio resiste, mentre l’artigianato arranca nel centro collinare per cedere il passo allo sviluppo imprenditoriale di Monforte Marina, dove c’è un pullulare di nuove iniziative.

La vita sociale del comune è animata dalle società sportive e dalle associazioni culturali.

Cenni Storici

I primi insediamenti abitativi nel territorio di Monforte San Giorgio risalgono alla fine della prima età del bronzo (sec. XV a.C.) come risulta dai ritrovamenti archeologici in contrada Pistarina, località impervia e lontana dall’abitato di Pellegrino. Si deve ritenere che i primitivi abitatori appartenessero ai Sicani, cioè alla prima popolazione della Sicilia di cui possa veramente dimostrarsi l’esistenza.

E proprio sulle pendici del colle su cui sorge il paese, non lontano dalla strada che porta al santuario dell’Immacolata, gli archeologici hanno individuato alcune grotte che erano state adibite a tombe tanti antichi antichi abitatori della sicilia.

In epoca greca e romana furono soprattutto le sponde dei torrenti ad essere abitati e particolarmente quelle del Niceto, dove si sono avuti significativi ritrovamenti archeologici: una necropoli di epoca greca nella zona di Bonerba ed un tesoretto costituito da pregiate monete del V secolo a.C. ritrovato nel 1947 in contrada Annunziata.

Monforte San Giorgio1L’importanza del torrente Niceto nell’antichità è sostenuta da numerosi storici: si pensa che lungo le sue sponde sorgesse un tempio dedicato a Diana Facellina con un centro abitato detta Artemisio. Il nucleo di Monforte ebbe origine durante la resistenza all’occupazione della Sicilia da parte dei Mussulmani.

Essa a Monforte fu organizzata dai monaci bizantini, fuggiti dall’Oriente per sottrarsi alle persecuzioni durante la lotta contro le immagini sacre (813-820), trovato asilo nelle grotte precedentemente usate dai Sicani come sepolture, essi diedero vita a due comunità religiose organizzate secondo le regole di San Basilio da Cesarea (monaci basiliani).

Al primo apparire del pericolo mussulmano i monaci costruirono un castello sull’alto del colle ed organizzarono la popolazione per resistere all’invasione.

Questo castello e quelli di Rometta, Taormina, Miqus (Monte Scuderi) costituenti un formidabile quadrilatero, formavano un organico sistema di difesa. L’invasione mussulmana della Sicilia iniziata nell’827 ebbe termine nel 965 con la caduta di Rometta. Nel 1061 una spedizione normanna guidata dal conte Ruggero di Altavilla e dal fratello maggiore Roberto iniziò la conquista della Sicilia. Dopo aver preso Messina e Rometta, i Normanni passarono per Monforte.

Le comunità monastiche prima ospite nelle grotte del colle diedero vita a due distinti monasteri: quello di S. Nicola e quello di S. Anna; tali monasteri da Re Ruggero, figlio del Gran Conte, nel 1131 furono dotati di cospicui possedimenti e sottomessi all’abate del monastero del SS. Salvatore di Messina il quale prese il nome di Archimandrita, cioè capo dei monasteri da lui dipendenti. Il nome del paese, Montisfortis, compare per la prima volta in un documento che porta la data del 1104, mentre il geografo arabo Al Idrisi chiama il paese Munt da furt (monte dei forti) forse ricordando il comportamento eroico tenuto dagli abitanti della zona nella resistenza contro i Mussulmani. Il Castello di Monforte ebbe importanza soprattutto nel periodo svevo e in quello angioino. L’imperatore Federico II lo incluse tra i castelli che per la loro importanza nel sistema difensivo dell’isola erano controllati direttamente da lui. Grande fu la fiducia che ebbe nel castello di Monforte Carlo I d’Angiò: su di esso contava particolarmente per respingere sollevazioni popolari.

A partire dal 1357 entrò in possesso della famiglia Alagona, come baronia. Nel 1393 il Re Martino confiscò il feudo al barone di Monforte Blasco Alagona, accusato di tradimento poiché aveva partecipato ad azioni di guerriglia contro di lui, e lo aggregò alla città di Messina. Successivamente Martino, rimangiandosi quella decisione, assegnò Monforte in feudo alla famiglia Cruillas dalla quale passò nel 1405 per vendita a Nicolò Castagna.

Furono baroni di Monforte i discendenti di Castagna, quindi i Saccano.

Poi a partire dal 1596 Monforte fu soggetto ai Moncada, gli ultimi signori del paese, che dal 1628 ebbero il titolo di principi.

Monforte San Giorgio Oggi

Monforte San Giorgio sorge a 260 metri sul livello del mare.

Offre un incantevole scenario naturalistico, viaggiando attraverso la tipica genuinità.

Sono 3200 le anime che popolano il centro e le due frazioni Pellegrino e Monforte Marina.

L’Economia agricola poggia su agrumeti, uliveti e nell’area marina notevole è la produzione della smergia, il pregiato frutto tipico dell’interland.

Il settore edilizio resiste, mentre l’artigianato arranca nel centro collinare per cedere il passo allo sviluppo imprenditoriale di Monforte Marina, dove c’è un pullulare di nuove iniziative.

la vita sociale del comune è animata dalle società sportive e dalle associazioni culturali.

CENACOLO

Monforte San Giorgio2L’Italia, si sa, è il Paese delle mille città, dei mille borghi ricchi di storia e di memoria, ognuno con le sue piazze , i suoi palazzi e le sue chiese. Anche Monforte S. Giorgio ha la sua piazza principale occupata scenograficamente dalla facciata monumentale della sua Chiesa Madre. In un’epoca di viaggiatori affrettati e di viaggi organizzati, se vi fermaste a Monforte solo poco tempo, potreste ricordare l’immagine della piazza e della chiesa, forse niente più di una bella cartolina, una delle tante belle immagini che si possono scattare e vedere girando per l’Italia, una bella chiesa come tante altre anche se piuttosto ricolma di opere d’arte. Finita la visita agli altari, ammirate le statue ed i pregevoli dipinti, finita la passeggiata panoramica, magari allietata da una ricca granita, che ricordereste sicuramente!, salireste di nuovo in macchina pronti per affrontare la prossima meta. Vi propongo invece un’altra visita, più lunga , più lenta, un vero viaggio nel tempo che ci porterà alla fine del 1500 partendo da Monforte S. Giorgio per arrivare fino a Roma. La porta magica attraverso la quale viaggiare nei secoli è uno splendido altare marmoreo che si trova in fondo alla navata destra della Chiesa Madre: l’altare del SS. Sacramento. E’ un eccellente opera di scultura, realizzata prima del 1596, impreziosita da una generosa doratura in foglia d’oro zecchino e da colori vivaci e tenui.

Inserita tra le colonne e l’architrave, sopra il tabernacolo, vi è poi la parte più straordinaria dell’opera: una vera e propria stanza dove sono raffigurati a tutto tondo Gesù ed i dodici Apostoli durante l’Ultima Cena, in proporzioni a metà del vero. Entrati in chiesa non correte subito verso l’altare, fermatevi, guardatelo da lontano, abituatevi alla luce soffusa. Avvicinatevi lentamente e cominciate a percepire la ricchezza dell’oro, il suo splendore che fa brillare le forme delle cornici, del tabernacolo, delle statue dell’Angelo e della Madonna. Sopra, nella penombra, affiora la scena del Cenacolo. Via via che vi farete più vicini resterete meravigliati dell’abilità degli scultori, della finezza della decorazione e della sua strana composizione. Scoprirete particolari sempre nuovi e sorprendenti. Le colonne si animeranno di figure disposte tra i tralci della vite: sono uccelli che beccano chicchi di uva, lumache, tartarughe , topi campagnoli e scoiattoli. Una miriade di piccoli animali. Sotto il tabernacolo, ricco di figurine di angeli, potrete vedere i simboli della passione: la scala, le tenaglie, le fruste, le spugne intrise di aceto, la camicia di Gesù giocata ai dadi, che minuscoli ci sono anche loro. Ai lati del tabernacolo è riassunta tutta la parabola umana di Gesù, dalla nascita all’orazione nell’orto. Sopra il Cenacolo vi è tutta la Storia precedente. Leggetela bene quella frase scritta in lettere cubitali e ricordatela, ricordatela sempre: “Ecce Panis Angelorum Factus Cibus Viatorum”. Ecco il pane degli Angeli fatto cibo per i viandanti. I viandanti siamo noi, i viaggiatori della vita, noi che attraversiamo il tempo e lo spazio ognuno con la propria storia , la propria vita, anche minima, anche insulsa. Siamo noi che viaggiamo.

Ma per andare dove?

Ecco allora che si apre la porta magica, quella stanza semi-buia dove si sta svolgendo una scena, una rappresentazione di una realtà che noi ben conosciamo. E’ l’Ultima Cena. E’ proprio il momento nel quale Gesù rivela agli Apostoli la consapevolezza del tradimento: uno di loro lo ha tradito. E’ Giuda, che tiene stretta nella mano la sacchetta con i trenta denari. E’ lui sì, ma tutti gli altri Apostoli si sentono chiamati in causa, trasaliscono, le loro espressioni sono stupefatte ma al tempo stesso si sentono coinvolti dall’accusa, devono dicolparsi.

Ma noi questa scena appena la vediamo, è buia, oscura. Come mai?

E qui c’è tutto il teatro della scena, c’è tutto il teatro della Sicilia.

Qui c’è la macchina scenica più incredibile che voi abbiate mai visto!

Vi ho detto all’inizio che ci vuole molta pazienza. Per vedere la macchina scenica dell’altare di Monforte S. Giorgio ce ne vuole moltissima.

Un giorno, del tutto casualmente, mi trovavo nella chiesa. Erano le ore 15 di un giorno di tempo incerto, con grandi nuvoloni che passavano velocemente nel cielo. La chiesa era buia e gremita per la celebrazione di un funerale, ovvero quel momento in cui si passa da uno stato all’altro, da un mondo all’altro. Improvvisamente, nel buio della chiesa, il Cenacolo si illuminò totalmente, come se si fosse acceso un faro nella stanzetta del Cenacolo. Le figure di Gesù e dei Santi erano ben evidenti mentre il resto dell’altare era buio. L’effetto scenografico era straordinario! Ma la cosa più straordinaria era che il giorno dell’evento coincideva con il solstizio!Il solstizio! La Pasqua! Avete capito? Il Cenacolo si illuminava scenograficamente solo nell’equinozio! E cosa ci faceva vedere?

La conclusione è amara. Siamo noi a tradire Gesù. Siamo noi Giuda. Siamo noi che rifiutiamo il cibo degli Angeli. E gli Apostoli, pur non tradendo, sentono di doversi discolpare, meravigliandosi.

E’ una lezione terribile eppure assai contemporanea! Pensate al nostro tempo di passione, alla guerra ed alle atrocità dei nostri tempi. Sono le atrocità dei tempi passati. Sono le atrocità di sempre. Perché? Perché siamo noi che vendiamo la salvezza per trenta denari! Vendiamo noi stessi per trenta denari! Al massimo ci scandalizziamo, come gli Apostoli, ma non facciamo niente per cambiare la storia! Ma la soluzione di tutto è nel tempo assoluto, nel tempo della Pasqua, nel tempo dell’equinozio di primavera, nella rinascita del mondo. Se potete, venite a Monforte nei giorni dell’equinozio, alle ore 15, e vivrete l’esperienza artistica e mistica più intensa che voi abbiate mai vissuto. Abbiate pazienza e sarete ripagati, come nei nostri tempi: finiranno i giorni dell’inverno del mondo, verrà l’equinozio! Che messaggio! Che attualità! Ma chi c’è dietro questa incredibile macchina scenica? Chi l’ha progettata? Qui comincia il rebus. Gli archivi non ci aiutano nella ricerca. L’unica cosa certa è che l’altare fu ultimato nel 1596, ovvero fu iniziato prima di quella data.

L’altare è composto di molti pezzi non pertinenti tra di loro, ovvero non tutti i pezzi furono progettati per questo allestimento. Il punto di vista del Cenacolo, ovvero della sola scena dell’Ultima Cena, non è in linea con l’attuale posizione, bensì è molto più in basso. Le scenette della Natività e dell’Orazione nell’orto non combaciano con il tabernacolo ed esso stesso ha motivi decorativi diversi dal resto. L’altare è dunque un assemblaggio di parti non progettate per essere insieme, ovvero riutilizza pezzi già scolpiti da altri scultori. L’altare è stato montato sfondando una parete della chiesa già edificata in precedenza, adattando la parete all’altare piuttosto che viceversa, ovvero la posizione dell’altare è determinata da ragioni interne all’opera. Il Cenacolo è stato scolpito da diversi scultori per sistemazioni diverse.

Il programma decorativo dell’altare, con scene dell’Eucarestia tratte dell’Antico Testamento, ha un riferimento preciso: l’altare del SS. Sacramento realizzato nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, a Roma, in occasione del Giubileo del 1600. Quattro anni dopo la realizzazione dell’altare di Monforte! Incredibile! Eppure no. Nel ‘500 a Monforte nacque Stefano Tuccio, un gesuita, che poi si trasferì a Roma e divenne uno dei massimi esperti di Antiche Scritture dell’epoca. Stefano Tuccio era amico del Cardinale Bellarmino, molto vicino al Papa Clemente VIII, che ebbe un ruolo di rilievo nei lavori di sistemazione della Basilica di S. Giovanni in Laterano per il Giubileo del 1600. Nella stessa chiesa di S. Giovanni lavorò l’architetto Jacopo Del Duca, di origini siciliane e già allievo di Michelangelo, che lavorò a Messina alla fine del ‘500 come architetto della fabbrica del Duomo. Alla fine del ‘500 la baronia di Monforte era retta dal barone Saccano, sovrintendente ai lavori della fabbrica del Duomo di Messina. Nella stessa fabbrica l’architetto Jacopo Del Duca realizzò l’altare del SS. Sacramento secondo un suo progetto e non tenendo conto del lavoro già eseguito nella metà del ‘500 da Andrea Montorsoli, pure lui allievo di Michelangelo, e da Martino Montanini, nipote del Montorsoli. Chi lo direbbe oggi che a Monforte S. Giorgio si trova la prova dell’altare di S. Giovanni in Laterano, in Roma, che sarà realizzato dopo quattro anni? Sono problemi per gli storici dell’arte. Voi godetevi l’altare com’è oggi, con la sua attualità. Se potete, abbiate pazienza ed osservate l’altare durante la Pasqua. Non abbiate fretta, la primavera verrà.

A cura di: Alessandro Danesi

LA CHIESA DI GESU’ E MARIA

Monforte San Giorgio3Chiesa di Gesù e Maria sorge nel rione Portaterra, in prossimità dei resti della cinta muraria medievale, su di un terrazzamento naturale splendidamente affacciato sulla valle del fiume Bagheria e sulle isole Eolie. Fu costruita tra il 1622 e il 1629 dalla Confraternita omonima, fondata a Monforte pochi anni prima dal giovane sacerdote Placido Di Pietro sul modello di una Congregazione dello stesso nome operante nel vicino casale di Gesso fin dal 1605 e alla quale per disposizione dell’arcivescovo di Messina dell’epoca Ruiz de Valdivexo dovevano riferirsi per Costituzione e Regole tutte le altre Congregazioni con il medesimo titolo che sorgessero nella Diocesi. Padre Di Pietro era riuscito a riunire sotto i nomi di Gesù e Maria i rappresentanti di tutte le più importanti famiglie di Monforte, prima fra tutte quella del Principe Moncada, che oltre ad entrare a far parte della Confraternita fecero a gara per effettuare lasciti e donazioni, contribuendo così alla creazione di un patrimonio di gran rilievo.

La fondazione della Confraternita va comunque inserita nell’ambito di quello straordinario fenomeno di rinnovamento e rinascita all’interno della Chiesa Cattolica che fu la Controriforma. Tra Cinquecento e Seicento infatti si ebbe in tutta Italia la nascita di numerosissime congregazioni di fedeli che, animate dalle disposizioni della Controriforma espresse dal Concilio di Trento, si proponevano di diffondere i dogmi della Chiesa Cattolica Romana e di contrastare la diffusione delle nuove Chiese riformate – prima fra tutte quella luterana – e di tanti più o meno piccoli ordini religiosi di non sicura fede cattolica. Le congregazioni che sorsero in quel periodo avevano le caratterizzazioni più diverse e si proponevano di coinvolgere tutti i ceti sociali, dalla più colta aristocrazia al più umile dei contadini ma erano accomunate dalla ferma volontà di servire senza esitazioni i princìpi della Controriforma, diffondendosi in modo capillare nelle grandi città così come nelle più piccole pievi di campagna.

La principale occupazione della Confraternita di Gesù e Maria, così come stabilita da Padre Di Pietro, era rappresentata dalle opere di culto e di carità. Veniva svolta infatti una intensissima attività liturgica: ricordiamo le celebrazioni religiose per la Presentazione di Gesù al Tempio – più volte definita dalle fonti antiche come la festa principale della Confraternita – le Quarant’ore, le festività di Santa Caterina da Siena e Santa Chiara d’Assisi, la novena del Natale e il cosiddetto Cola Maria (sconosciuta l’origine esatta del nome), una festa istituita dal fondatore Padre Di Pietro in cui venivano donati frutta secca e altro cibo ai poveri del paese. Queste celebrazioni già nel Seicento avvenivano con la massima solennità e prevedevano una ricca decorazione della chiesa, l’utilizzo regolare di musicisti – sono documentati un organista stipendiato, un violinista e svariati cantori – e persino di fuochi d’artificio.

Tra le tante attività caritatevoli, risultano documentate l’assistenza ai poveri del paese, ai pellegrini, ai malati, ai carcerati di Milazzo e anche ad una comunità di ebrei convertiti al Cristianesimo che vivevano a Monforte nella seconda metà del Seicento. Inoltre il fondatore aveva istituito un legato “di maritaggio” che prevedeva ogni anno la donazione di una dote in denaro ad una giovane sua discendente che andasse sposa.

La struttura della chiesa a navata unica – tipica dell’epoca della Controriforma e atta a favorire la predicazione e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche – è rimasta sostanzialmente invariata nei secoli e le principali opere d’arte sono state conservate nelle posizioni originali come, ad esempio, gli altari che hanno mantenuto il loro originale semplice aspetto in pietra dipinta a tempera, anticamente ricoperti con dei paliotti di stoffa o di legno. Esempi di entrambi i tipi sono conservati infatti in Gesù e Maria: uno ligneo appartenente all’altare dell’Ecce Homo (seconda metà del XVIII secolo) e un secondo molto pregevole in seta, fili d’argento e pietre dure posto davanti all’altare maggiore (seconda metà del XIX secolo).

Non vi è alcun dubbio però che le più importanti opere d’arte realizzate per la chiesa di Gesù e Maria siano le tre imponenti pale d’altare che il pittore messinese Gaspare Camarda (circa 1570 – post 1629) dipinse sul finire degli anni Venti del Seicento raffigurando “Il Trionfo della Croce con Gesù e Maria”, “Santa Chiara d’Assisi” e “L’estasi di Santa Caterina da Siena” (quest’ultimo purtroppo trafugato da ignoti nel 1976). Il meraviglioso trittico pittorico, formato da tre tele a soggetto autonomo ma tra loro complementari, avulso da qualsiasi legame con le devozioni diffuse nel territorio, è piuttosto finalizzato ad affermare le verità dogmatiche della fede e a sottolineare i valori e i propositi stessi della Confraternita, che si basavano sui Sacramenti. In particolare, i tre quadri realizzano un programma di catechesi per immagini nello spirito della Controriforma basato sulla assoluta centralità della Trinità – ben esplicitata nel quadro dell’Altare Maggiore della chiesa – e sui due Sacramenti, Eucaristia (simboleggiato da Santa Chiara) e Riconciliazione (simboleggiato da Santa Caterina), che necessitano di continuo rinnovo durante la vita del credente e che maggiormente erano stati messi in discussione dalla Riforma di Lutero. Sia Il Trionfo della Croce che la Santa Chiara conservano le proprie imponenti e pregevoli cornici originali della prima metà del Diciassettesimo secolo di legno finemente scolpito, dipinto e dorato. Esse sono ben al disopra del livello medio delle cornici lignee superstiti nella zona e hanno un loro corrispondente a Monforte solo nel coro ligneo della Chiesa Madre.

Altre opere degne di nota che si conservano all’interno della Chiesa sono la statua di legno policromo raffigurante Cristo alla colonna, realizzata da ignoto probabilmente intorno alla fine del Seicento e collocata in un pregevole altare decorato in stucco dei primissimi anni del Settecento ed una bella piccola statua in marmo bianco raffigurante Maria Assunta, opera di un ignoto scultore settecentesco, proveniente, secondo fonti antiche, dalla chiesa del Rosario, oggi non più esistente, e collocata in Gesù e Maria dopo il terremoto del 1783. Inoltre nella chiesa si custodiscono pregevoli paramenti liturgici di epoca compresa tra il XVII e il XIX secolo e preziose opere di argenteria liturgica realizzate dai grandi maestri argentieri della città di Messina tra cui spiccano il calice di Diego Rizzo della prima metà del Seicento e il calice di anonimo argentiere messinese con i simboli della Confraternita.

In agosto 2006 la Confraternita di Gesù e Maria ha voluto una piccola mostra dal titolo “MOVERE FIDELES” che si è inserita nell’ambito delle Giornate Tucciane 2006, dedicate al monfortese Padre Stefanio Tuccio S.I. (1540-1597), illustre gesuita che ebbe un ruolo centrale nella stesura della Ratio atque Institutio Studiorum, l’insieme di principi e norme che regolavano fin nei minimi dettagli l’istruzione dei giovani nei collegi gesuitici di tutto il mondo e che costituì un modello imprescindibile per la didattica e per la trasmissione del sapere nei secoli successivi. Con questa mostra, incentrata sull’esposizione al pubblico di gran parte della dotazione della Confraternita di Gesù e Maria normalmente non visitabile, si è voluta offrire una visione – sebbene necessariamente parziale e limitata – della Controriforma con particolare riferimento alle realtà della Sicilia e di Monforte in particolare. La mostra è stata articolata in due percorsi distinti ma integrati tra loro che ripercorrevano rispettivamente la storia e i luoghi della Confraternita e l’epoca del Rinnovamento cattolico a Monforte. L’allestimento si proponeva di valorizzare i luoghi più suggestivi dell’antico complesso di Gesù e Maria recentemente restaurato in modo rigorosamente conservativo e ha consentito di ricreare ambienti e atmosfere particolarmente rievocativi dell’epoca d’oro della Confraternita.

Dopo un periodo di lento e progressivo declino che iniziò nell’immediato secondo dopoguerra e raggiunse il punto più basso negli anni Settanta con il furto della tela di Santa Caterina da Siena, la Confraternita è rinata grazie all’impegno di un piccolo gruppo di discendenti degli ultimi confrati che in poco tempo hanno arrestato il processo di disfacimento morale e materiale della Confraternita e hanno avviato una fase di attivo rilancio.

Oggi l’Arciconfraternita di Gesù e Maria è retta a norma di Diritto Canonico da un Governatore e da un Governo costituito da due Consiglieri e un Cancelliere eletti dal Capitolo Generale dei Confrati e si propone di rilanciare lo spirito di profonda e sincera religiosità dei propri fondatori, promuovendo opere di culto, evangelizzazione e pietà. Particolarmente sentita è la devozione alla Santa Croce e alle Sante Chiara d’Assisi e Caterina da Siena. La chiesa è inoltre divenuta negli ultimi anni un importante centro di musica antica, noto persino a livello internazionale e dal 2006 si è distinta particolarmente nell’ideazione e realizzazione delle Giornate Tucciane di Monforte San Giorgio dedicate all’arte, alla filosofia e alla spiritualità.

Importanti opere di restauro, come il recupero delle strutture esterne e degli edifici retrostanti la chiesa, sono già state messe in atto negli ultimi anni ma negli intenti dei confrati vi è ancora il pieno recupero delle strutture interne e dei beni mobili di proprietà della Confraternita, in modo da poter festeggiare degnamente il Giubileo di Gesù e Maria in occasione del quarto centenario della fondazione, nel 2021.

A cura di: Antonella e Giuseppe Gullo

Fonte: www.comune.monfortesangiorgio.me.it

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