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Comune di Motta d’Affermo

Logo motta-daffermoMotta d'Affermo1Motta d’Affermo è adagiato a 660 m s.l.m. alle falde del Monte S. Cono a cavallo dei versanti delle fiumare Tusa e S.Stefano di Camastra. Il suo territorio si affaccia sul mar Tirreno e comprende la frazione marina di Torremuzza. Il ritrovamento di una necropoli romana a “Cozzo Sorbo” fa risalire a quel periodo l’esistenza di un insediamento. Nei pressi di questo centro gli abitanti edificarono il convento Bizantino di Sparto. Durante il periodo arabo, per probabili motivi di sicurezza, si trasferirono più a monte, nell’attuale sito del paese.

Per la sua posizione geografica, Motta d’Affermo gode di ampie viste e stupendi panorami; dal castello la veduta spazia dal Tirreno al promontorio di Cefalù alle Madonie, all’ampia valle della vicina fiumara riusciendo ad ammirare una larga fetta della costa tirrenica di 120 Km circa. Motta d'Affermo2Il territorio è caratterizzato da una ricca vegetazione, fino ad un’altitudine di metri 500 domina la coltura dell’ulivo, più in alto compaiono noccioleti e boschi di quercia e latifoglie. Oltre gli 800 metri molte zone sono utilizzate a pascolo.

Fa parte del Consorzio intercomunale Valle dell’Halaesa, insieme ai comuni di Pettineo, Tusa e Castel di Lucio e Mistretta e con il Comune di Tusa dell’Unione dei Comuni “Costa Alesina”. A livello religioso il territorio appartiene alla diocesi di Patti con le sue due parrocchie dedicate a Maria SS. degli Angeli nel centro e a Maria SS. Assunta nella frazione Torremuzza.

Cenni Storici

Motta D’Affermo ha origine come piccolo insediamento sorto dalla diaspora degli abitanti di Halaesa in età tardo-imperiale romana e con la successiva colonizzazione bizantina (VII-IX secolo). Infatti Sparto, antico nome del centro, è un toponimo di chiara derivazione ellenica, dato che sia nel greco antico che in quello moderno significa ginestra (Σπάρτο), ancora oggi l’arbusto caratterizza fortemente le colline del territorio di Motta, soprattutto durante la primavera.

Dopo la dominazione araba (827-1091), Ruggero gran Conte, tra la fine del XI e l’inizio del XII secolo ripopolò numerosi insediamenti con coloni lombardi, e con coloni pugliesi e calabresi provenienti dai territori già sotto il dominio e l’influenza normanna. In questa ricolonizzazione fu coinvolto anche il vecchio casale di Sparto, intanto entrato sotto il dominio di uno dei 136 cavalieri che accompagnavano il normanno.

Il primo esponente feudale di cui si abbia notizia fu Roberto de Sparto che nel 1266, per sostenere la causa legittima di Manfredi, venne sconfitto con altri cavalieri a Benevento da Carlo d’Angiò e venne espropriato del dominio del casale. Sparto, nel 1270, veniva affidato a Hugues de Brusa, un soldato mercenario francese.

Nel 1272 il maestro delle regie difese Dreuv de Lazabard (Zavaterius) viene nominato signore di Sparto. Nel 1278 il monaco basiliano Pafnuzio del cenobio di Santa Maria di Sparto è nominato da papa Niccolò III, egumeno di Santa Maria della Grotta di Palermo. Nel 1282, nella colletta di Pietro d’Aragona, Sparto figura come località in grado di fornire 5 arcieri.

Nel 1296 Giovanna Chiaramonte è titolata come signora del casale nel catalogo dei baroni di re Giacomo. Nel 1344 Costanza Chiaramonte vende il casale a Blasco D’Alagona. L’atto di vendita costituisce il primo documento descrittivo del territorio. Nel 1375 il casale è ceduto da Artale D’Alagona a Raimondo Ripa, che ne ratifica il possesso solo sulla carta.

Intorno al 1380 un cavaliere, Muchius Albamonte alias de Fermo, ripopola il casale, ristruttura il castello e si proclama signore e barone della Motta di Sparto. Nel 1392 Muchius viene ucciso durante alcuni scontri e la moglie Margherita Ventimiglia rivendica il possesso del feudo. Nel 1397 durante il riparto delle tasse re Martino fa cambiare il nome in Motta di Fermo. Il nome Motta accomuna molti altri paesi italiani anche se i motivi di queste omonimie sono certamente molto diversi. A livello etimologico il vocabolo può derivare dall’antico provenzale mota, opera di difesa di un castello o anche dal francese mote, altura munita di castello, collina, diga. Nomi simili sono presenti anche in altre lingue romanze come lo spagnolo o il portoghese o in quelle germaniche sia antiche che moderne. È probabile che nel nostro caso si faccia riferimento alla parte superiore dell’abitato (in dialetto chiamato fascieuddu) che si caratterizza per una disposizione fusiforme delle abitazioni e che era circondato da spesse mura in difesa della fortezza che si trova in una posizione strategica ed era utilizzata per il controllo di un vasto territorio.

Nel 1452 Giovanni Albamonte viene nominato barone di Motta de Firmo. Uno dei suoi figli, Guglielmo Albamonte, figura fra i tredici campioni italiani che parteciparono alla eroica Disfida di Barletta.

Nel 1380 tra le prime iniziative si deve ricordare la costruzione della chiesa di Maria SS. degli Angeli. Questa, essendo la Matrice, era costruita a spese della universitas ed era luogo di culto e di riunione per il popolo soprattutto quando si dovevano prendere delle decisioni importanti. Uno di questi eventi fondamentali fu la stipula dei Capitoli tra il consiglio civico ed il barone Giovanni Elia Minaguerra de Albamonte celebrata nel 1544 all’interno della stessa chiesa.

A quel tempo Motta era già una realtà importante con la sua fortezza, le sue chiese, i suoi edifici pubblici, le case dei borghesi e dei popolani. Ma fu negli edifici di culto e nei loro arredi che la comunità espresse il meglio delle sue possibilità, anche perché tali edifici erano luoghi sacralizzati dalla sepoltura dei cittadini che, intanto, distinguendosi nelle varie attività dell’artigianato e dell’agricoltura, si erano organizzati in piccole società di mutuo soccorso e confraternite. Tra le chiese che furono frutto dell’iniziativa di queste associazioni ricordiamo la grande chiesa di San Rocco (1575) e le chiese di San Sebastiano e San Luca (XVI secolo), queste ultime due non più esistenti.

Nel 1557 il feudo passa a Vincenzo Bonaiuto. Nel 1607 il re Filippo III addirittura elegge marchesato, in favore di Modesto Gambacurta, la baronia di Motta di Fermo. Nel 1632 il feudo risulta proprietà del Monte dei Pegni di Palermo. Nel 1633 Gregorio Castelli acquista il Marchesato di Motta, che diventa prerogativa del suo Casato per più di tre secoli con il titolo di Principe di Torremuzza, Signore e Marchese di Motta. Tra i suoi successori da ricordare Mons. Gioacchino Castelli, Vescovo di Cefalù, e Gabriele Lancillotto Castelli (1727-1792), grande archeologo, mecenate e direttore e ispiratore della Real Accademia degli Studi di Palermo (Università).

Nel frattempo nel 1812 la feudalità veniva abolita e il paese si organizzava in comune autonomo. Nel 1844 avvenne il passaggio del centro dalla diocesi di Cefalù alla diocesi di Patti. La popolazione si accrebbe particolarmente tra la metà del Settecento ed il successivo XIX secolo.

Nel corso del XX secolo il paese ha conosciuto il triste fenomeno dell’emigrazione. Dapprima i massicci flussi migratori si sono diretti verso gli Stati Uniti e l’Argentina, poi, a partire dagli anni cinquanta e sessanta, verso le regioni industrializzate del nord e del centro Italia. A causa di questo fenomeno il paese si è ridotto alle attuali dimensioni.

Castello

Esistente sin dal 1260. Ampliato nel 1380. Modificato dal 1652 al 1668. Rinnovato nella distribuzione e rivestito di stucchi dal 1738 al 1815. Parzialmente demolito e ricostruito dal 1954 ad oggi.

Palazzo Minneci

Costruito nel XVII secolo e ampliato nel settecento. Negli ultimi anni si sono verificati dei crolli che hanno in parte diroccato il complesso, ma ancora si può cogliere la maestosità del palazzo. Popolarmente questo edificio viene chiamato ” i casi ranni”. Attualmente si sta predisponendo un progetto per il restauro e la fruizione di questo importante luogo che rappresenta una parte importante del patrimonio artistico del paese.

Chiesa Madre

Questo edificio di notevolissima importanza storica, architettonica, artistica e culturale è dedicato a Maria SS. degli Angeli. La chiesa fu edificata nel 1380 e rifondata ed abbellita nel 1453 (come si può leggere in una iscrizione sul retro della chiesa). Ampliata nella struttura nel 1647; nel 1706 viene costruita la cappella del Crocifisso su progetto di G. D’Avijeni e nel 1712 il presbiterio. Nel 1765 venne realizzata la volta e nel ’73 su progetto di Giovan Francesco D’Alessandro viene interamente stuccata. Il nuovo prospetto principale fu realizzato dal 1812 al 1814 su progetto del famoso architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia (1809). L’ingresso laterale è incorniciato invece da un portale di epoca molto precedente. Nel 1831 si realizza il nuovo campanile. È stata restaurata dal 1995 al 1998.

Nel grande interno basilicale a tre navate divise da 12 colonne in pietra locale con profondo presbiterio ed ampie cappelle si segnalano il fonte battesimale in marmo di Carrara (sec. XVI), le tela della “Pietà” (1610) e quella realizzata da un autore fiammingo che rappresenta “L’Immacolata”. Inoltre sono degne di nota le numerose tele e statue lignee che vanno dal secolo XVI al XIX, il pulpito, il coro ligneo realizzato da mastro Benedetto Bevilacqua da Palermo, la cantoria al di sopra dell’ingresso. Da segnalare il Ciborio in legno rivestito di oro zecchino (1681), la statua di S. Giuseppe con il Bambino di Michelangelo da Catania (1652) e la grande pala d’altare di Antonio Mercurio “L’assunzione di Maria SS e gli apostoli” (6,5 X 3,5 m). In quest’ultima opera sembra sia presente anche la mano di Gaetano Mercurio, padre dell’autore e anch’egli valente ed apprezzato pittore. Singolare è anche la bella Vara barocca di San Sebastiano, realizzata nel 1619 e recentemente restaurata, che viene utilizzata per portare il Santo per le vie del paese in occasione delle processioni. Sotto il pavimento sono visitabili inoltre i grandi ambienti della cripta, in cui si conserva anche il corpo mummificato di una neonata ritrovato durante i restauri. Dal retro della chiesa, da un’ampia balconata in pietra si può dare un’occhiata allo stupendo panorama della parte bassa del paese, delle colline e del mare.

Chiesa di San Rocco

Edificata nel 1657, è dedicata al Santo protettore di Motta. Il portale monumentale è del 1697 (opera di G. D’Avijeni), il transetto e la cupola furono realizzati dal 1712 al 1716, insieme ai primi lavori di stuccatura. Nel 1764 iniziarono i lavori per la nuova stupenda facciata e il campanile, ultimato nel 1776. Sulle due porte più piccole, corrispondenti alle due navate laterali, si può leggere la frase che rappresenta l’orgoglio e la fede dei mottesi verso il “loro” Santo: “O FOELIX PATRIA DIGNA, TALI TANTOQUE PATRONO”, in italiano “Felice la patria degna di un tale e tanto grande Patrono”. Il grande architetto trapanese Andrea Gigante elaborò un progetto per gli stucchi realizzato nel 1783. Clemente Lo Cascio nel 1818 finì di stuccare la chiesa con l’ordine corinzio delle colonne. Negli stessi anni si porta a compimento anche il coro in legno. Nel 1843 su progetto dell’architetto Ragonese fu realizzato il nuovo altare maggiore in marmo e pietre dure. L’interno è a croce latina, a tre navate divise da 12 colonne corinzie.

Tra le tante opere d’arte conservate al suo interno si ricorda la statua del protettore San Rocco (1613-20) di Antonio Pellegrino, modificata da Francesco Li Volsi, l’Addolorata (Filippo Quattrocchi 1783), il SS. Crocifisso e altre statue e dipinti dei secoli XVII e XVIII, oltre alla statua della Madonna del Rosario di Francesco Campita del 1642, tutta rivestita in oro zecchino, conservata nella cappella di fondo alla sinistra del presbiterio. Nella cappella a destra si può ammirare la cappella del SS. Sacramento con il ciborio in legno rivestito di oro zecchino, simile a quello della chiesa madre. Da segnalare inoltre la pala d’altare “La Madonna in gloria tra i santi” di A. Mercurio (secolo XVIII) che si ricorda per le sue grandi dimensioni (6m X 3m). Antonio Mercurio è autore anche delle altre tele ed affreschi presenti nella chiesa. Tra le opere più particolari sono degne di nota anche la grande Vara di San Rocco e l’Urna di Gesù morto del venerdì Santo. L’edificio negli anni 2008-2009 è stato oggetto di un ciclo di restauri che ha riportato alla luce i colori originali della facciata e gli stucchi dell’interno. In questa occasione sono stati realizzati in pietra locale il nuovo altare ottagonale e l’ambone.

Chiesa di San Pietro

Costruita nel XIII secolo e dedicata al principe degli Apostoli si trova nella stessa piazza del castello. Fu modificata in parte a partire dal 1778 con l’aggiunta del portale, della rampa monumentale (opera di M. Zappalà) e della volta a botte. All’interno nel presbiterio in una nicchia al di sopra dell’altare maggiore si può ammirare la statua di San Pietro, ed altre opere pittoriche e lignee. Recentemente è stata realizzata la nuova pavimentazione della piazza antistante e delle strade limitrofe.

Chiesa della Madonna delle Grazie

Fu costruita nel 1649, modificata nel 1823 e restaurata nel 1987. All’Interno si ricordano la tela della Madonna delle Grazie di J. Brusca rappresentante la titolare e anche uno scorcio del paese dei secoli passati e la statua della Vergine SS, di recente realizzazione. Si trova nel centro storico, nelle vicinanze del castello. La chiesa ha subito un nuovo restauro nell’anno 2011.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Edificata nel 1549. Ampliata nel 1811 con la costruzione dell’abside. Stuccata con delicate decorazioni neoclassiche nel 1852. Al suo interno a navata unica e tetto in legno con travi si conserva la statua del Santo titolare. La semplice facciata è ornata da un portale ad anelli che ricorda lo stile romanico e da una piccolo campanile.

Oratorio di San Filippo Neri

Già chiesa di S. Rocco. Edificato intorno al 1575, in seguito ad una violenta epidemia di peste. Trasformato in sede della confraternita delle Anime del Purgatorio dopo la costruzione di una chiesa nell’attiguo sito (1657). La zona presbiteriale è stata stuccata nel 1718 dal grande stuccatore Pietro Antonio Aversa, collaboratore dei Serpotta, e l’aula nel 1742. Vito D’Anna vi dipinse la pala d’altare che rappresenta “L’estasi di S. Filippo Neri”.

Chiesa di Santa Maria Annunziata

È conosciuta popolarmente con il nome di chiesa del convento. Costruita intorno al 1850 in sostituzione dell’abbazia rurale di S. Maria di Sparto, è stata stravolta completamente nel 1965. All’interno si segnala l’opera gaginiana che rappresenta la Madonna con il bambino del XVI secolo posta nella cappella del presbiterio e interessanti quadri ad olio su tela nelle cappelle laterali. Nella navata si trova la statua di S. Luca evangelista, patrono del paese, qui trasportata dopo la distruzione della chiesa a lui dedicata. Deve essere segnalato anche un prezioso reliquiario del XV secolo contenente una reliquia del Santo Patrono. Si trova nella piazza più importante del paese, piazza San Luca, proprio di fronte al palazzo municipale. La facciata è ornata da un portale in pietra locale preceduto da una scalinata e da due campanili gemelli.

Chiesa di S. Croce

È un’antica chiesetta rurale posta a pochi chilometri dal centro abitato, raggiungibile tramite una buona strada asfaltata. La chiesa è caratterizzata dalla semplicità sia all’esterno che all’interno, in cui si conserva un venerato Crocifisso in legno. La seconda domenica di settembre si svolge la festa con la processione di S. Croce.

Convento di S. Maria di Sparto

È conosciuto anche con il nome di San Cataldo dalla contrada omonima. Il convento si trova in stato di abbandono a fronte dell’abitato; viene identificato con il cenobio bizantino di S. Maria di Sparto, poi passato all’ordine benedettino e abbandonato nel secolo XVIII. L’edificio presenta le forme assunte intorno alla metà del ‘ 700 quando passò ai signori di Motta; l’antica chiesetta absidata è oggi invasa da un selvatico e pittoresco groviglio di piante.

Il Calvario

È una struttura formata da tre altari con tre croci che rappresentano appunto le tre croci presenti sul Golgota. Si trova in uno dei punti più alti del paese e questo monumento fa parte, insieme ad altri tre, delle quattro croci che si trovano all’estremità del paese, da cui durante la processione del SS. Crocifisso del 3 maggio si svolge la benedizione del paese e delle campagne con la reliquia della S. Croce.

Chiesa di San Luca

Della chiesa si ha notizia già nel 1538. Nel 1601 venne realizzata la navata laterale. Restaurata nel 1719 e alla fine dell’Ottocento. Con una sciagurata decisione fu demolita nel 1964 per far posto al palazzo municipale.

Chiesa di San Carlo

Esistente fin dai primi del Cinquecento. Ampliata nel 1654 e stuccata nel 1720. Ristrutturata dal 1806 al ’15. Intorno al 1950 crollò il tetto e invece di essere ristrutturata, nel 1962 fu demolita per far posto al salone parrocchiale.

Monastero di Santa Maria degli Angeli

Istituito nel 1549, riedificato dal 1749 al 1760. Nel 1949 crollò una parte della chiesa che venne demolita del tutto. Una parte dei marmi e lo splendido altare maggiore vennero trasportati nella chiesa di S. Rocco. Nel 1980 vi si edificò la casa canonica.

Il paesaggio, la flora e la fauna

La Sicilia è un luogo a cui si associano, per identificarla, aggettivi come brulla e arida. Non è il caso del territorio mottese che si presenta come un territorio ricco di vegetazione di vario tipo e con ampia scelta di panorami cha vanno dal livello del mare fino ai 950 m di monte S. Cuono. Il centro abitato si trova ad un’altitudine di poco più di 600 metri.

La natura arenaceo-argillosa delle montagne ha consentito agli agenti erosivi il modellamento in forme morbide ed arrotondate, anche se interrotte da qualche affioramento calcareo. La costa del territorio comunale, formata prevalentemente da ciottoli di varia dimensione, è lunga circa 8 km e va dalla foce del fiume Tusa alla frazione Torremuzza.

Fino ad un’altitudine di 500 m domina la coltura dell’ulivo, spesso con maestosi alberi millenari, tra cui svettano anche castagni, pini e cipressi. Più in alto, all’altezza del centro abitato compaiono boschetti di nocciolo, querce e latifoglie fra ampi tappeti di felci, ginestre e fiori di campo. Ai bordi delle antiche Trazzere, compaiono file di auguzzi cipressi. Caratterizzano il paesaggio anche alberi da frutto e soprattutto fichi d’India. Vicino al paese è anche il bosco, di proprietà comunale, che è nato alcuni decenni fa grazie agli interventi di ripopolamento di alberi effettuati dal corpo Forestale, e che è caratterizzato soprattutto da conifere e latifoglie. Oltre gli 800 m sono zone utilizzate storicamente a pascolo.

Molti arbusti accompagnano con i loro colori e profumi i boschi e i pascoli; fra le specie arbustive spontanee sono presenti soprattutto il biancospino, la rosa canina, il pungitopo, la fillirea, la ginestra odorosa. La macchia mediterranea è presente sul versante nord, in prossimità del mare; è costituita da un insieme di piante cespugliose sempreverdi a foglie strette e da elementi arborei a portamento arbustivo. Fra questi ultimi con maggiore frequenza si riscontra il lentisco, la fillirea, il mirto, il corbezzolo, l’erica, l’oleastro, il citiso, i cisti. Altre piante mediterranee presenti sono lo smilace, il caprifoglio, la vitalba ed elementi arborei come la sughera, il leccio, l’alaterno e soprattutto il pino marittimo. tra le specie più importanti, non proprio tipiche della macchia mediterranea sono l’olmo, l’orniello, il sorbo, il perastro, la roverella, il rovo, la ginestra spinosa. Sulle rocce calcaree è presente l’Euforbia arborea accompagnata dall’olivastro, il bagolaro, il leccio, il lentisco e l’alaterno, mentre sulle rocce arenarie, dove l’aridità ed il surriscaldamento sono minori troviamo solitamente il buplero, la coronilla ed il sommaco. È da segnalare inoltre l’abbondanza nelle campagne dell’origano, molto ricercato per il suo profumo, delle verdure selvatiche, dei funghi (prevalentemente nella stagione autunnale).

In questi habitat vivono numerosi piccoli mammiferi, roditori e volatili. Sono ancora abbondanti la volpe, la donnola e il furetto e poi la lepre, il coniglio selvatico, l’istrice e il porcospino. In zona sono presenti anche il ghiro, il topo guercino, il moscardino, fra cui il topo campagnolo, endemico della regione. I chirotteri (pipistrelli), pur in forte diminuzione, sono presenti con svariate specie. Tra i volatili, nelle radure e nei boschetti è possibile incontrare con maggiore frequenza il nibbio reale, lo sparviere, la poiana, il falco pellegrino, il lanario, il gufo, il greppio, il barbagianni, la civetta, l’assiolo, il cuculo, il rondone, i corallini. Sulla costa si possono osservare frequentemente gruppi di uccelli pescatori, specie nel tratto che va da Villapiana alla foce del fiume. Intorno ai luoghi umidi e agli stagni si possono scorgere bisce d’acqua, rane, rospi e raganelle, mentre le tartarughe terrestri sono frequenti nelle zone più fresche ed ombrose. Infine tra le specie animali per l’allevamento e la pastorizia ricordiamo le pecore, le capre, i bovini e i cavalli, tra cui anche il “Cavallo Sanfratellano”.

Prodotti tipici

A Motta le principali occupazioni risultano essere l’artigianato, l’agricoltura e in modo minore la pastorizia. I principali prodotti tipici del mondo agricolo sono l’ulivo, da cui si ricava un ottimo olio, le nocciole, le noci, le castagne, i fichi d’India. Motta fa parte della strada dell’olio “Valdemone DOP”. Alcuni campioni di olio analizzati dal Prof. G. Dugo dell’Università di Messina, provenienti dalle coltivazioni di Santagatese di Motta d’Affermo, sono risultati di ottima qualità. In questi campioni è stata riscontrata un’elevata percentuale di “polifenoli”, antiossidanti per eccellenza, che hanno effetti benefici sulla salute, oltre a conferire un particolare sapore all’olio[senza fonte]. Inoltre è stata rilevata la presenza di “tocoferoli”, vitamine del gruppo E, che svolgono un’efficiente azione nella prevenzione tumorale. Tra le produzioni artigianali si ricordano i manufatti in ferro battuto, le coperte ed i tappeti lavorati al telaio e i ricami. Resiste ancora la lavorazione artigianale di ceste, panieri ed altri oggetti realizzati in giunco o canna. Un’attività in passato molto fiorente ma oggi scomparsa è la scultura della locale pietra arenaria, presente nelle antiche abitazioni, nelle chiese, nei palazzi e nei portali. In molte famiglie è ancora in uso la tradizione di realizzare in proprio e in modo tradizionale il sapone, ottenuto con olio extravergine di oliva.

La gastronomia tradizionale fa uso dei prodotti genuini della terra. Preparazioni tipiche sono le frittate con i “sciuri l’ovu”, un tipo di fiore spontaneo di colore ciclamino che nasce in tarda primavera ed in estate, la cosiddetta “cassata” che non è un dolce ma una sorta di calzone ripieno di verdura (“geri”), la farinata con i finocchi selvatici, la salsiccia. Altri prodotti che si preparano nelle case mottesi seguomo il ritmo delle festività religiose. A Pasqua si preparano i “varati” con le uova e i “cassateddi” con ripieno di fichi secchi. Per S. Lucia è immancabile la “cuccia” a base di grano e legumi. A Natale si preparano i “rametti” a base di nocciole e il “torrone”. I prodotti alimentari trovano inoltre una grande espressione in quelli caseari: il dolce o piccante canestrato, il pecorino, la provola e la ricotta, vengono ancora oggi lavorate dai pastori. In passato era fiorente la produzione della manna, prodotta dagli alberi di frassino, attività che però oggi è del tutto scomparsa. Anche il pane casereccio viene realizzato in molti forni presenti nelle case dei mottesi.

Nel mese di agosto si svolge la sagra delle nocciole, con degustazione dei prodotti tipici e del vino locale.

Fonti: it.wikipedia.org/wiki/Motta_d’Affermo – www.comune.mottadaffermo.me.it

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