venerdì , Luglio 30 2021

Messa Crismale. Omelia Card. Romeo Arcivescovo Metropolita di Palermo

card. Paolo Romeo

“Gli occhi di tutti erano fissi su di lui” (Lc 4,20). Figlie e figli miei carissimi! Nella sinagoga di Nazareth, quanti hanno appena ascoltato Gesù che ha proclamato la pagina del profeta Isaia, rivolgono a lui lo sguardo, mentre ascoltano l’unico commento del Rabbì: “Oggi si è compiu-ta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Quello sguardo fisso su Gesù dice di tutti noi, Popolo di Dio pel-legrino in Palermo: ancora una volta, in questa Messa del Crisma, come Chiesa riunita attorno al suo Vescovo, e al suo presbiterio, guardiamo tutti a Cristo, introducendoci, con questa luminosa celebrazione, al Triduo Pa-squale che avrà inizio questa sera con la Messa in Coena Domini.

I nostri occhi, gli occhi di tutti, si volgono già alla Pasqua di Cri-sto, manifestazione dell’amore di Dio che dona il suo Figlio unigenito per dare a noi la vita in abbondanza. E guardando insieme questa Pasqua ci ri-troviamo Chiesa: ciascuno con la propria identità, il proprio posto specifico nel Corpo mistico di Cristo, la propria missione per il Regno. In questo Corpo unico, in mezzo alle diversità, ci tiene uniti proprio il Capo e il Pa-store Supremo a cui guardiamo insieme.

Nel contempo, mentre i nostri occhi, tutti così diversi, guardano a Cristo, percepiamo che sono i suoi occhi a rimanere fissi su di noi, e che – per così dire – il suo sguardo ci precede. Ci sentiamo guardati ed amati da lui. Esistiamo e ci muoviamo in quello sguardo d’amore posato sulle nostre vite, per cui possiamo dire che nel nostro “oggi” si compie ancora la Parola di salvezza.

Uno sguardo, quello di Cristo, che si posa su ciascuno di noi in modo diverso, e che incrocia la storia di ognuno e vivifica la sua specifica missione: ecco la varietà dei carismi, la ricchezza della nostra Chiesa, i tan-ti gruppi, i movimenti, i ministeri e le diverse realtà animate dall’azione dell’unica azione dello Spirito Santo.

L’Agnello immolato ci ha fatti Chiesa, ci mantiene ancora Chiesa e ci vuole sempre più Chiesa! Per questo, con lo sguardo a Cristo e nello sguardo di Cristo tutte le componenti possono acclamare: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria”(Ap 1, 5-6).

In questa reciprocità di sguardo, tutti noi possiamo dire: “Lo spiri-to del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato…”. “Mi ha mandato…” perché il compimento del nostro radunarci insieme è lo stile missionario di un annuncio del Vangelo sempre più incarnato nella storia: un andare – coma ama dire Papa France-sco – verso le “periferie esistenziali” e un immergerci “fin dentro le pia-ghe” di Gesù presenti nell’umanità.

Uno stile a cui la testimonianza del Beato Puglisi, membro del presbiterio di questa nostra Chiesa diocesana, ci ha spronato e ancora ci sprona.

Allora, con lo sguardo a Cristo e nello sguardo di Cristo la nostra Chiesa, è chiamata anche a restituire lo sguardo dell’Amore divino ai poveri, ai sofferenti, ai peccatori, alle membra più deboli della nostra co-munità.

Ma oggi ci ritroviamo anche presbiterio, visibilmente riunito at-torno al vescovo. Il prefazio di questa Messa Crismale ci ricorda che Cri-sto, mentre “comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza”.

Nell’intima unione con Colui che è stato “consacrato con l’unzione” i presbiteri sono chiamati in modo particolare a rendere un ser-vizio alla Chiesa e a identificarsi con il Cristo.

È a voi, carissimi sacerdoti, che intendo rivolgermi, rendendo grazie a Dio per il dono ricevuto, e guardando alla ricchezza delle promesse fatte nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, che tra poco rinnoveremo in-sieme, stavolta come appoggiandoci ciascuno alla fedeltà degli altri confra-telli. Come in un riandare al giorno dell’ordinazione, con un “si, lo voglio” che adesso è più carico dell’esperienza degli anni. Un ritorno al giorno dell’ordinazione con la forza dei giorni del nostro ministero.

Tutto questo lo faremo davanti al popolo santo di Dio, perché sia tutto il popolo ad implorare da Dio fedeltà e rettitudine di cuore per noi sa-cerdoti, e perché si senta responsabilizzato a custodire anch’esso i nostri impegni.

Riprendo per voi, per noi, l’immagine dello sguardo… L’origine del nostro sacerdozio, carissimi figli, è quello sguardo di Gesù che è stato posato su di noi in modo specialissimo. E la nostra fedeltà si nutre, nel con-tempo, del nostro sguardo al Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza! Guardati da lui sempre e per sempre, teniamo fisso il nostro sguardo su co-lui che porta a compimento la sua opera in noi.

Il nostro sacerdozio, carissimi figli, è unicamente il suo sacerdo-zio! Rimanere nel suo sguardo, soprattutto nei momenti di stanchezza, de-lusione, o sofferenza, ci difenderà dalle tante distrazioni che spesso rischia-no di avvelenare la nostra esistenza sacerdotale. E ci consentirà di restituire questo sguardo d’amore agli altri, secondo la missione che ci è stata affida-ta dalla Chiesa.

È quello che la gente vuole vedere: vuole incontrare nel nostro sguardo lo sguardo di Cristo, ripetere quell’esperienza di misericordia, di accoglienza, di salvezza. Restituiamo lo sguardo di Dio.

Ma c’è un’altra riflessione. Vivere nella memoria del suo sguardo su di noi, e vivere guardando a lui, deve far sì che ci guardiamo anche di-versamente tra noi.

Se l’origine fondamentale della nostra fraternità è il suo sguardo posato sulla nostra umanità, se siamo figli di questo stesso sguardo di mise-ricordia, come dovremmo avere, gli uni per gli altri, uno sguardo nuovo, che sia capace di generare comunione e unità!

L’impegno a vivere nel suo sguardo è anche impegno a guardarci tra di noi in modo diverso, a volerci bene, a stimarci, a dirci la verità anche in una correzione fraterna che può a volte essere dolorosa. Tutto questo non è un optional della nostra vita presbiterale, ma cuore della nostra vita pre-sbiteriale, cioè della famiglia del presbiterio.

Purtroppo riconosciamo che la decadenza del contesto in cui vi-viamo, unita alla zizzania che sempre cresce nel cuore dell’uomo, può spingere anche il nostro presbiterio a scadere nelle chiacchiere, nei cortili, nei giudizi sulla Chiesa, sui presbiteri, sul vescovo. Quelle chiacchiere così tanto stigmatizzate da Papa Francesco in molteplici occasioni, veri e propri attentati alla santità. Infatti, la viltà di chi scaglia pietre contro i fratelli per di più nell’anonimato, senza il coraggio di guardarli negli occhi, fa circola-re veleni pestiferi che scandalizzano il Corpo ecclesiale, e lo feriscono con la falsità e la calunnia.

La nostra realtà presbiterale non è perfetta, ma ciascuno di noi ha la responsabilità di dare il suo contributo per costruirla e ricostruirla ogni giorno. Coraggio: il Signore è dalla nostra parte, dalla parte dell’unità del nostro presbiterio!

Concludo, ricordando alcuni giubilei sacerdotali che ricorrono quest anno: i 60 anni di ordinazione di don Emanuele Parrino e di don Giu-seppe Pitarresi, i 50 anni di don Antonio Cellini; i 25 anni di don Francesco Cassata e di don Mario Torcivia.

Con gratitudine al Signore, offriamo la nostra preghiera, anche per i presbiteri anziani e quelli ammalati impossibilitati ad essere presenti in mezzo a noi. E preghiamo anche per i confratelli che in quest’ultimo an-no sono tornati al Padre.

Con la medesima gratitudine a Dio, accompagniamo con la pre-ghiera quanti saranno ordinati il prossimo 11 maggio alle 18.00 in questa Cattedrale: don Marco Vaglica, che sarà ordinato presbitero, e i cinque se-minaristi che saranno ordinati diaconi, Dario Chimenti, Antonino Di Carlo, Claudio Grasso, Charles Onyenemerem, Fabio Zaffuto.

Affidiamo la nostra Chiesa, il nostro ministero presbiterale e tutta la Pasqua che abbiamo bisogno di vivere, alla Vergine Maria, perché vegli sempre sulle nostre vite con la stessa attenzione con la quale si degnò di custodire il Figlio. E affidiamoci tutti, come presbiterio e come corpo ec-clesiale, al Beato don Pino Puglisi, che oggi ci guarda e sorride ancora. Forti anche di questo sguardo e di questo sorriso, riflessi d’amore del Pa-dre, noi presbiteri rinnoviamo le nostre promesse sacerdotali.

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