venerdì , Luglio 30 2021

Comune di Tusa

Logo TusaTusa è un comune italiano di 3.045 abitanti della provincia di Messina in Sicilia.

Cenni Storici

Tusa1Nel suo territorio sorse la città siculo-greca di Alesa Arconidea, che si sviluppò sulla collina di Santa Maria delle Palate tra il 403 a.C. e il IX secolo d.C.

Negli ultimi decenni del IX secolo, la maggior parte della popolazione di Alesa Arconidea, sembra abbia abbandonato la città per spostarsi sul luogo dove oggi sorge Tusa, situata su una piattaforma rocciosa facilmente difendibile, dove forse sorgeva già un villaggio.

L’abbandono di Alesa sembra sia avvenuto in seguito ad un terremoto, forse quello dell’856, e a questa data deve quindi essere attribuita la fondazione della città.

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Architetture religiose

Tusa3La prima chiesa di Tusa fu probabilmente quella dedicata a San Nicola, che potrebbe essere stata anche la sede provvisoria del vescovo La sede vescovile non venne ripristinata nella riorganizzazione ecclesiastica voluta daI Normanni. L’istituzione della sede vescovile venne richiesta nel Seicento, ma fu ottenuta invece da Nicosia e per protesta nella Chiesa Matrice, in quel momento in costruzione, non venne più realizzata la cupola prevista.

Tusa6Il vertice della gerarchia ecclesiastica era rappresentato a Tusa dal “vicario curato”, che amministrava le rendite ecclesiastiche ed era a capo della parrocchia. Il delegato del vescovo era il “vicario foraneo”. A questi si affiancavano i sarcerdoti delle varie chiese, che formavano il clero secolare. I sacerdoti furono riuniti nel 1585 nella “Rota comunia della città di Tusa”, in modo da assicurare un’equa ripartizione delle rendite. Queste erano costituite in primo luogo dal tributo della “primizia”, dovuto da ogni famiglia, a cui si aggiungevano le donazioni e le rendite delle proprietà ecclesiastiche e i “diritti di candela” per le funzioni funerarie. La parrocchia versava un contributo annuale per il mantenimento del seminario di Cefalù. I beni della “comunia” furono amministrati da dieci “cappellanie, ognuna con un suo procuratore (1681):

– Venerabile Monte di Pietà, nella chiesa della SS. Trinità;

– Santissimo Sacramento, nella Chiesa Matrice;

– San Giovanni Battista;

– San Nicola di Bari;

– Sant’Antonio Abate;

– San Pietro;

– San Michele Arcangelo e Sant’Antonio di Padova;

– Santa Caterina;

– Anime Purganti o Purgatorio;

– Santissimo Rosario.

Nel 1894 le “cappellanie” furono ridotte a sei, con l’eliminazione di quelle del Monte di Pietà, di San Giovanni, di San Pietro e del Purgatorio.

Dal XVII secolo esistette la “Deputazione delle chiese e delle confraternite”, composta dal Vicario Curato, dal Vicario Foraneo e da due sacerdoti, che si incaricava dell’inventario degli arredi e della tenuta dei conti.

La giurisdizione della Chiesa comprendeva l’amministrazione della giustizia per reati commessi contro i propri beni o contro il clero o per i reati commessi da ecclesiastici. La giustizia era amministrata da un “corte parrocchiale”, che emetteva giudizi di primo grado.

Le chiese più antiche (Sant’Antonio Abate, San Michele Arcangelo, San Nicola e San Giovanni) furono in generale rimaneggiate o ricostruite nel Cinquecento, parallelamente a numerose nuove costruzioni (San Giuseppe, San Giuliano, San Leonardo, Santa Maria di Gesù, Santa Maria del Rito e Santa Lucia), che si ebbero fra il 1530 ed il 1600, con una vera gara fra i quartieri per abbellire la propria chiesa. Gli edifici di culto raggiunsero il numero di 26.

Chiesa di Maria Santissima Assunta – Chiesa Madre

Sorse nel Cinquecento nella parte alta del paese, presso la torre civica e la piazza principale. Qui sorgeva il Palazzo, fortificato e comprendente l’attuale torre civica, sede del “capitano” e delle guardie. Nel cortile del palazzo, corrispondente all’odierna piazza principale si apriva la cappella dedicata alla Madonna delle Grazie, che custodiva un dipinto della Madonna su ardesia, forse della scuola di Antonello da Messina.

Nel Cinquecento la vecchia chiesa matrice di San Nicola era divenuta ormai insufficiente e si decise di demolire il palazzo per la costruzione di una nuova chiesa. Nel 1538 venne decisa l’erezione con l’ampliamento della cappella del palazzo. Contemporaneamente vennero edificate cappelle del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario, e delle Anime del Purgatorio, gestite dalle confraternite omonime. Le cappelle furono successivamente integrate nella chiesa principale.

La chiesa fu danneggiata dal terremoto del 1693. Nel 1736 l’edificio danneggiato venne demolito e la sua ricostruzione, di maggiori dimensioni, venne affidata all’architetto palermitano Francesco Ferrigno.

La chiesa ebbe una pianta basilicale a tre navate, con tre absidi e transetto che riutilizzarono le strutture della chiesa precedente. Sotto il coro venne ricavata una cripta. All’interno le navate sono separate da colonne su due ordini con archi a tutto sesto. La navata centrale è coperta da una volta a botte lunettata, le navate laterali da volte a crociera. Furono ricostruite ad un livello più alto anche le cappelle del Santissimo Sacramento, del Santissimo. Rosario e delle Anime del Purgatorio, mentre gli spazi sottostanti furono adibiti a sepolture. La facciata è rimasta incompiuta e prevedeva due ordini. Vi è stato collocato il vecchio portale rimaneggiato e ampliato. L’ingresso sul lato meridionale è stato ornato con il vecchio portale d’ingresso della cappella delle Anime del Purgatorio. La prevista cupola non venne realizzata per protesta sulla mancata attribuzione della sede vescovile a Tusa.

La nuova chiesa fu riaperta al culto nel 1754. Nello stesso anno venne costruita la sacrestia e nel 1777 il pittore Michele Calabrò ricevette l’incarico d’abbellire la volta del coro e l’altare maggiore con un dipinto raffigurante l’Assunzione. Nel 1778 la chiesa, completa di tutti gli altari e del pavimento di marmo, venne consacrata a Maria Santissima Assunta.

Sull’altare maggiore fu collocato un trittico marmoreo del 1525, attribuito al Gagini, proveniente dalla chiesa di Santa Lucia. In una nicchia dietro l’altare fu collocata la statua lignea della Madonna Assunta o Immacolata, scolpita da Simeone Li Volsi nel 1644. Lo stesso artista realizzò le sculture in gesso di santi e profeti che ornano le pareti del coro.

La cappella del Santissimo Sacramento conserva un altare intarsiato di Salvatore Allegra, del 1782, arricchito da elementi di argento. Una balaustra in marmo limita l’ingresso e le pareti sono decorate a stucco. La cappella del Santissimo Rosario si trova all’estremità del transetto: sull’altare una statua lignea della Madonna di Simeone Li Volsi, del 1632. La Cappella del Crocifisso, ospita un altare in marmo acquistato a Messina dopo il terremoto del 1908. Vi si conserva la statua in marmo, attribuita al Gagini, del 1472 che raffigura la Madonna della Mercede. La cappella delle Anime del Purgatorio conserva un quadro dello Zoppo di Gangi.

Il primo altare della navata sinistra, dedicato ai santi Cosma e Damiano, protettori dei padri altaristi, presenta un dipinto di Francesco Bonomo, del 1783. Sul secondo altare, dedicato alla Madonna della Mercede, si trova una statua di marmo scolpita nel 1472 ed attribuita al Gagini. Sopra la porta laterale, attualmente si trova il dipinto su ardesia della Madonna delle Grazie, proveniente dalla cappella nel cortile del Palazzo. Nella chiesa si conserva una rreliquia di Santa Rosalia, donata alla comunità di Tusa dall’arcivescovo di Palermo nel 1625. Negli anni sessanta sacerdoti di turno provvedevano a fare scomparire un prezioso pulpito in legno ed un favoloso organo a canne di cui era dotata la chiesa.

Prima del 1940 nella piazza esisteva una vasca protetta da un’inferriata, dove era collocata la statua di Claudio Pulcro, rinvenuta ad Alesa, oggi nell’aula consiliare del Comune. Una copia di tale vasca è stata ricostruita negli anni 2000.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

La chiesa di Sant’Antonio Abate è un edificio di culto di Tusa.

Nota anche come chiesa di Sant’Antonino, non se ne conosce la data di fondazione, forse in relazione con lo scomparso castello.

Presenta una sola navata con abside. Vi si era stabilita nel 1555 la confraternita del santissimo Rosario. Nel 1878 in seguito al crollo del tetto venne chiusa al culto e la statua del santo trasferita nella chiesa di San Pietro. Venne quindi sconsacrata nel 1931 e venduta nel 1934 a privati.

Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria

La chiesa fu edificata nel Cinquecento appena fuori dalle mura, nel quartiere detto il Borgo. Vi era annesso un monastero di suore benedettine.

La chiesa ha unica navata con volta a botte lunettata: danneggiata dal terremoto del 1693 fu ricostruita nel 1718, senza la precedente scalinata in facciata e con accesso solo attraverso i portali laterali. In seguito al terremoto del 1908 venne chiusa per i lavori di restauro tra il 1910 e il 1932 e fu riaperta al pubblico solo nel dopoguerra. Ancora danneggiata dal terremoto del 1968 fu rapidamente restaurata e riaperta.

Vi si trova un quadro con la Consegna delle chiavi a san Pietro, attribuito ad Alonzo Rodriquez e un altro con la Madonna del Rosario di Galbo da Castelbuono.

Chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa in stile arabo-normanno si trova nella parte più antica del paese e non si conosce l’epoca della sua fondazione. Fu più volte rimaneggiata.

Ha pianta quasi quadrata ed è suddivisa in tre navate da due ordini di colonne monolitiche. La navata centrale è coperta da una volta a botte lunettata con finestre. I portali di accesso furono aggiunti nel 1565. Sull’altare maggiore, di Martino Li Volsi, si trova una statua di san Giovanni, forse attribuibile a Giovanbattista Li Volsi.

La torre campanaria presenta la guglia rivestita di maiolica colorata. Il campanile venne annesso alla chiesa nel 1650. La chiesa era suffraganea dell’abbazia di Sant’Anastasia a Castelbuono.

Chiesa di San Leonardo

La chiesa, accorpata al convento dei frati cappuccini, si trova fuori dall’abitato, a nord di questo.

La costruzione, risalente al 1572, venne realizzata su petizione dell’Università di Tusa ad opera di padre Giammaria Pellegrino da Tusa, generale dell’ordine, e il convento venne istituito con dotazione del marchese di Geraci. I cappuccini furono ospitati tra il 1563 e il 1572 dal convento di San Michele Arcangelo abbandonato dai frati minori conventuali. Un altro convento cappuccino era presente a Castel di Tusa, con un ospizio nel baglio del castello.

La chiesa era a navata unica con volta a botte lunettata, internamente stuccata e affrescata. Sull’altare maggiore si trova il quadro con Santa Maria degli Angeli e santi del 1580 di Durante Alberti. Sotto il quadro è presente un tabernacolo di legno scolpito nel XVII secolo. Accanto all’ingresso, vi è un grande quadro, dipinto da Pedro Rogerio nel 1577, con la Madonna del Carmine e santi: alla base è presente una veduta del paese nel XVI secolo. Vi si trova ancora il quadro con l’Immacolata, dipinto da Jacobo Battaglia nel 1691.

Il convento è stato costruito su due livelli e conservava alcuni libri spostati nel 1966 nella biblioteca dei cappuccini di Messina.

La chiesa ed il convento furono chiusi nel 1866 e riacquistati ancora dai cappuccini nel 1899 e il convento fu riaperto nel 1902 e di nuovo chiuso nel 1978: successivamente restaurato nel 1983 vi si sono stabilite le sorelle minori di San Francesco.

Chiesa di San Michele Arcangelo

La costruzione della chiesa risale al primo periodo normanno, adiacente alla principale porta cittadina e alle mura. Della chiesa più antica rimane tuttavia solo parte della facciata. Nel 1646 vi fu realizzata una cappella della Madonna delle Grazie, per ospitarvi il dipinto precedentemente conservato nella omonima cappella del Palazzo. La chiesa prese dunque la denominazione di Madonna delle Grazie e San Michele Arcangelo.

Durante i lavori di ricostruzione svolse le funzioni di chiesa matrice (1736-1754).

La chiesa era annessa al convento dei frati minori, che si trasferirono nel 1561 e furono sostituiti dai cappuccini, che si trasferirono anch’essi nel 1572. I locali del convento divennero quindi di proprietà privata e subirono trasformazioni e rimaneggiamenti.

Fu chiusa al culto nel 1882 ed era stata sede della confraternita di Maria Santissima Rifugio dei Peccatori. Andata in rovina, fu sconsacrata nel 1898. Fu trasformata per divenire canonica nel 1958 e attualmente è utilizzata come sala parrocchiale.

Chiesa di San Nicola di Bari

La chiesa di San Nicola di Bari fu la prima chiesa costruita a Tusa, che funse da chiesa matrice fino a tutto il XV secolo e sembra sia stata costruita contemporaneamente alla fondazione del paese.

La chiesa si presenta a due navate di altezza diseguale, suddivise da colonne e pilastri su cui poggiano archi. La copertura è in legno: la navata più piccola, gli archi e il portale laterale appartengono alla fase più antica, mentre la navata maggiore si deve ad un rimaneggiamento del XIV secolo. L’attuale portale principale risale al 1595. Vi esisteva una cappella di santa Barbara.

La torre campanaria, simile a quella della chiesa di San Giovanni, sembra successiva al primo impianto della chiesa e presenta una guglia con maioliche colorate. Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, la navata maggiore venne accorciata per permettere il restauro del campanile.

La chiesa, lasciata dai benedettini agli inizi del XIX secolo venne chiusa al culto nel 1914. Nel 1956 e nel 1985 fu restaurata.

Chiesa di San Pietro

La chiesa sembra essere stata fondata o rimaneggiata nel 1555 e dovette subire ulteriori trasformazioni in occasione della fondazione del “Collegio di Maria” nel 1785, un collegio educativo femminile, retto fino al 1906 dalle suore di Maria, e quindi successivamente dalle Figlie di sant’Anna, dalle suore della Sacra Famiglia riparata, e infine dalle suore collegine. La chiesa ha un’unica navata, con volta a botte lunettata. Vi è conservato un quadro, proveniente dal monastero delle Benedettine di Santa Maria di Loreto, opera di Olivio Sozzi e collocato sull’altare maggiore.

Chiesa e convento furono abbandonati dopo i danni subiti nel terremoto del 1968. Dopo i restauri del 1979 e del 1987 sono chiusi al pubblico.

Chiesa di San Giuliano

Fu edificata nel 1565, ed era la sede della confraternita del Santissimo Crocifisso, unificata con quella del Santissimo Rosario nel 1625.

La chiesa è ad unica navata, con tre altari, il centrale dedicato al santissimo crocifisso, quelli laterali alla Madonna del Rosario e a san Giuliano. Il quadro dedicato al santo titolare si trova oggi nella chiesa di San Giovanni Battista.

Danneggiata dal terremoto del 1693, fu restaurata tra il 1714 e il 1719, ma i restauri non restituirono né la volta né la gradinata esterna. Nel 1977 la confraternita si sciolse e la chiesa fu abbandonata.

Chiesa di San Giuseppe

Edificata intorno al 1600 con il contributo della famiglia Li Volsi, si trova nella parte alta del paese. La chiesa è a navata unica coperta con volta a botte lunettata, stuccata e con pavimenti in cotto.

La statua di san Giuseppe sull’altare maggiore e quelle sugli altari laterali si debbono agli scultori della famiglia Li Volsi. Nel 1893 fu fondata l’omonima confraternita. All’interno della chiesa si trova la sepoltura di Simeone Li Volsi.

Danneggiata nel terremoto del 1968 fu restaurata nel 1976 e nel 1986.

Chiesa di Santa Maria di Gesù

La chiesa si trova proprio all’ingresso del paese e fu ultimata nel 1545. L’edificio è ad unica navata, coperta con volta a botte lunettata. Il vicino convento dei frati minori conventuali fu voluto dal marchese di Geraci nel 1561. Il convento e la chiesa furono chiusi con bolla papale di Innocenzo X nel 1664, ma furono riaperti nel 1671 su petizione popolare e di nuovo chiusi nel 1806 per scarso numero dei frati.

Nel 1874, passato al demanio, il convento venne trasformato in ospedale e la chiesa venne chiusa nel 1882.

Chiesa di Santa Maria di Loreto

La chiesa di Santa Maria di Loreto è una ex chiesa di Tusa.

Essa presenta una facciata incompleta e interno a navata unica con volta a botte lunettata.

L’annesso monastero delle benedettine, più noto come batia o cuoppu, occupò nella seconda metà del XVI secolo le case del sacerdote don Gregorio Gratteri, presso la chiesa di San Nicola.

Il convento fu soppresso nel 1866 e l’edificio, riscattato dal comune, fu venduto nel 1899 a privati. La chiesa, chiusa al culto e sconsacrata nel 1892 fu destinata nel 1931 a sala per manifestazioni teatrali.

Le confraternite

Le confraternite erano un’istituzione religiosa cittadina, oggi quasi scomparsa, legate alle processioni e alla sepoltura. Fino al 1820 si seppelliva infatti al di sotto del pavimento delle chiese e lo spazio vi era riservato ai confratelli e ai loro familiari o alle famiglie che facevano donazioni. In un apposito registro venivano annotati i nomi di coloro che venivano seppelliti nella chiesa. In seguito le confraternite ebbero cappelle riservate nel nuovo cimitero di San Luca. Quelle economicamente meno dotate confluirono in quelle più ricche e il loro numero si ridusse.

Nelle processioni i confratelli sfilavano vestiti con un apposito abito. L’ordine in cui le confraternite sfilavano era assegnato secondo l’antichità di costituzione o l’importanza attribuita a ciascuna dall’autorità ecclesiastica. Ogni confraternita era posta sotto la guida di un cappellano, che si occupava della formazione religiosa degli associati, delle regole da osservare e dei compiti da svolgere nelle manifestazioni religiose e nelle varie ricorrenze.

Le confraternite esistenti nei vari periodi furono quelle del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario, di San Nicola, del Santissimo Crocifisso, del Monte di Pietà, del Purgatorio, di San Giovanni Battista, di San Michele Arcangelo, di San Giuseppe e delle Terziarie Francescane, ma non di tutte si conservano gli statuti e i registri. Oggi a Tusa sopravvive solo la Confraternita del Santissimo Sacramento.

Confraternita del Santissimo Sacramento

La “Compagnia del Santissimo Sacramento” fu fondata nella Chiesa Madre nel 1496 e fu aggregata all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento della chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma. L’attività devozionale si incentrava sul culto eucaristico e si svolgeva in particolare durante la festività del Corpus Domini e nei riti della Settimana Santa. In particolare, nella funzione dell’Ultima Cena, aveva l’esclusività per la distribuzione dei pani benedetti ed entrò per questo motivo in conflitto prima con la confraternita di San Giovanni Battista (1686) e successivamente con quella del Santissimo Rosario.

La confraternita era formata da nobili, civili e galantuomini, che non potevano superare il numero di cento membri, tra i 17 e i 45 anni. Non vi erano ammesse le donne. Era gestita da un governatore, due assistenti, un tesoriere, un cancelliere, due sacrestani, due infermieri, due nunzi ed un cappellano, pagato dai confrati. Durante le processioni i confrati vestivano sacchi di tela bianca col cappuccio e mozzetti di panno sulle spalle, portavano un bastone con l’effigie del Santissimo; la confraternita era preceduta da uno stendardo nel quale era raffigurata l’Eucaristia e la Croce. Ogni anno si solennizzava inoltre la festività della protettrice Sant’Irene.

Nel 1536 fu aperto nella Chiesa Madre un oratorio pubblico, destinato all’educazione dei fanciulli, pagato dalla confraternita e dall’Università di Tusa. Nel 1540 la confraternita venne rinnovata con bolla papale. Essendo divenuta insufficiente la cappella, nel 1657 fu eretto un nuovo Oratorio del Santissimo Sacramento nella piazza, mentre la vecchia cappella fu riservata al culto eucaristico. Come confraternita più antica, dal 1750 ebbe il diritto nelle processioni di precedere immediatamente il santo.

Gli accompagnamenti funebri, i diritti di sepoltura ed i legati, disposti da coloro che avevano sepoltura nell’oratorio, costituivano le cospicue entrate della compagnia. Con tali risorse, la confraternita acquistò una floridezza che conservò nel tempo e oggi è l’unica confraternita ancora esistente, sebbene il numero dei confrati sia ormai ridotto. Il vestito è stato recentemente cambiato: si utilizzano abiti civili ed una fascia gialla cui è appeso un medaglione con la raffigurazione del Santissimo Sacramento.

Confraternita del Santissimo Rosario

Fu fondata nel 1555 nella chiesa di Sant’Antonio Abate da Stefano Ususmaris, generale dell’ordine di san Domenico, e fu aggregata all’Arciconfraternita del Rosario della chiesa di Santa Maria sopra Minerva di Roma. Il cappellano era l’arciprete vicario curato.

La confraternita era retta da un governatore, due assistenti, quattro consultori, un tesoriere, un cancelliere, due infermieri ed un cappellano. Il numero degli associati non poteva superare i cento confrati e non vi potevano essere ammesse le donne. Nelle processioni i confratelli vestivano un sacco di tela bianco, con cappuccio e mantellina a doppia faccia, da un lato bianco con i margini rossi e dall’altro nero con bordi bianchi: questo secondo lato era utilizzato per i funerali e per la “processione della Madonna Morta” il 13 agosto. Portavano al petto un medaglione raffigurante la Madonna del Rosario ed in mano una candela o un bastone con l’effigie della Madonna.

Nel 1565 la sede fu spostata nella Cappella del Santissimo Rosario, eretta accanto alla allora Chiesa Madre e completata nel 1574. Nel 1625 si fuse con la Confraternita del SS. Crocifisso, con sede nella chiesa di San Giuliano. La cappella era tuttavia ancora utilizzata: si continuò ad abbellirne l’altare con statue e dipinti e nel 1651 fu collegata alla Chiesa Madre aprendo un arco nel muro. Dopo il terremoto del 1693 e la demolizione della vecchia Chiesa Madre nel 1736, la confraternita partecipò alla ricostruzione della chiesa e curò la riedificazione della cappella il cui altare era già completato nel 1750. In seguito il vecchio oratorio sotto la cappella venne abbandonato e utilizzato come spazio per le sepolture. La confraternita entrò in conflitto con le autorità ecclesiastiche, a causa dell’apertura di una comunicazione tra la sacrestia e la chiesa, che passava per la cappella.

Confraternita del Purgatorio o delle Anime Purganti

Fondata probabilmente intorno alla metà del XVI secolo, esisteva sicuramente nel 1636. Le confraternite dedicate alle anime del Purgatorio erano diffuse in Sicilia, dove venivano chiamate “confraternite dei Miseremini”. Il suo oratorio, costruito accanto alla Chiesa Madre, venne successivamente incluso in questa chiesa. Nel suo altare gestito dalla “comunia degli altaristi”, venivano celebrate giornalmente circa dieci messe in suffragio delle anime del Purgatorio.

I confrati vestivano un sacco bianco con cappuccio e mantellina nera. La confraternita era retta da un governatore, due congiunti, un tesoriere, un segretario, un sacrestano, due nunzi, un vessillario, un crocifero ed un cappellano. Non se ne conosce l’anno di scioglimento, ma nel 1870 viene citata come cappellania.

Confraternita di San Nicola

La confraternita di San Nicola fu costituita nel 1655. I confrati originariamente vestivano il saio bianco incappucciato, portando sulle spalle un mantello color verde con bordi rossi ed un bastone pastorale con l’immagine del santo. La struttura amministrativa prevedeva: un superiore, un vice-superiore, un segretario, un vice-segretario, un cassiere, due cerimonieri, un crocifero, un vessillario, un sacrista, un cappellano e quattro confrati per portare le bacchette.

Fino al 1750 ebbe nelle processioni il posto più importante, che passò quindi alla confraternita del Santissimo Sacramento. Fu sciolta prima del 1852, e nel 1866 i beni vennero acquisiti dal demanio. Nel 1894 la confraternita fu rifondata, accogliendo i contadini ed i mulattieri. La veste era ora costituita da abiti civili sopra cui veniva portata la mantellina verde con i bordi rossi ed il medaglione con l’immagine del santo sul petto. Nel 1930, in seguito alla chiusura della chiesa di San Nicola la sede fu spostata nella chiesa di Santa Caterina. Nel 1956 si sciolse definitivamente ed i confrati confluirono nella confraternita del Santissimo Sacramento.

Confraternita di San Giuseppe

Fu costituita nel 1893, assorbendo la disciolta confraternita di San Michele Arcangelo. I suoi componenti erano artigiani e maestri d’arte, tra i 18 ai 45 anni. Lo scopo della confraternita era quello d’operare per la religiosità, il benessere spirituale e l’aiuto reciproco dei congregati. La sepoltura dei confrati e dei loro familiari poteva avvenire in una cappella riservata del cimitero di San Luca. I confrati vestivano abiti civili con fascia azzurra a cui era appeso un medaglione raffigurante San Giuseppe ed in mano portavano una candela.

La confraternita si occupò della chiesa di San Giuseppe e interveniva nelle processioni. Si è sciolta nel 1976.

Tradizioni e folclore

La festività di san Giuseppe (19 marzo) è preceduta dalla tradizione dei “Virgineddi”. Nei mercoledì precedenti chi ha un voto da assolvere invita un certo numero di fanciulli dei due sessi ad un pranzo in onore del santo, nel quale le pietanze sono definite dalla tradizione: non può mancare la zucchina a coniglio e le sfingi zuccherate.

Per la festività di santa Lucia, la tradizione vuole che ognuno mangi un po’ di cuccia, chicchi di grano di grandi dimensioni, che simboleggiano le pupille, cotti e conditi con solo olio e sale. Per la stessa festività, anticamente si svolgeva una luminaria o fiaccolata notturna.

Per la festività di san Giovanni, il 24 giugno, avveniva la “squagliata d’u chiummu”: del piombo liquefatto su un piccolo fuoco veniva versato in una bacinella piena d’acqua e le figure che si venivano a formare erano interpretate come vaticinio augurale.

Per la festività dell’Assunta si svolgevano quattro processioni: il 13 agosto quella “della Madonna Morta”, con la statua adagiata sopra una bara di giunchi; il 14 la Madonna veniva rappresentata come resuscitata e in chiesa veniva assunta in cielo con un macchinario in legno. La stessa cerimonia si ripeteva il 15 agosto con l’intervento anche dei “galantuomini” e infine era ancora ripetuta il 22 agosto, accompagnata dalla “cavalcata”. Quest’ultima consisteva di cavalli, di muli, di asini, con il raccolto della questua dei cereali a Maria, e preceduta da cavalieri che offrono doni per miracoli ottenuti.

Sono infine ancora in uso il canto corale notturno per l’Immacolata, i lamenti del Venerdì Santo ed il canto di mezz’agosto per chiedere all’Assunta protezione dal “gran terremoto”.

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I “bagni”

Sulla costa, presso la foce del fiume Tusa, si trovano i resti di un edificio che conserva pavimenti a mosaico in tessere bianche, nere e rosse, e strutture antiche, già visto nel Seicento da Tommaso Fazello e da lui interpretato come struttura termale. Sull’edificio si sono impiantate costruzioni più recenti (“Case Gravina”), ma la struttura potrebbe essere interpretata come quella citata nelle “tavole alesine” come elemento di confine tra i lotti del territorio alesino.

Tusa5Il ponte Riggieri

A circa 300 m dalla collina di Alesa Arconidea un antico ponte supera il torrente Tusa e fu forse a servizio della strada consolare verso Herbita ed Enna. Questo percorso, conosciuto come la via frumentaria, attraversava tutto il territorio di Pettineo e Castel di Lucio, toccava la collina di Migaido con un altro attraversamento del fiume, fino a giungere nel cuore della Sicilia, ovvero il granaio d’Italia. Lungo questa via venivano trasportati i prodotti agricoli e della pastorizia per essere imbarcati nel caricatore di Alesa ed esportati verso Roma. Gli attuali resti sono di incerta datazione, probabilmente di epoca Romana ma il nome potrebbe riferirsi ad un intervento di epoca normanna come deformazione del nome del Conte Ruggero.

La torre Migaido

Tusa2Nella vallata del fiume Tusa sul territorio di Pettineo (Italia), a quota elevata (439 m s.l.m.), era sorta una torre cilindrica, databile probabilmente al IX secolo, all’epoca dell’invasione araba. Il nome di “Migaido” deriva dall’arabo mà-gàytu, con il significato di “il punto più lontano”. La torre presenta mura dello spessore di circa 3 m, e all’interno sono ricavate scale per arrivare sulla sommità. La presenza di un camino ne testimonia un utilizzo anche abitativo. In origine dei merli erano presenti sulla sommità. La sua funzione dovette essere quella di un posto d’osservazione, con guarnigione fissa, che assicurava il collegamento visivo tra almeno due punti opposti del territorio, sia verso Alesa che verso Amestratos ed Herbìta. Ruderi di altre torri che potevano far parte del medesimo sistema di segnalazione potrebbero essere la “torre Macera”, nella valle a sud di Castel di Lucio e altri resti nei pressi del Monte Sambughetti, presso Herbìta.

Una cappella con affreschi di epoca normanna (“Trinità” e “Cristo Pantocratore”) sorse quindi nei pressi della torre e più tardi al complesso si aggiunse un recinto quadrangolare con piccole torre rotonde e una quadrata: la trasformazione risale al XIV secolo, ad opera dei cittadini di San Mauro Castelverde per conto dei Ventimiglia che in tal modo potenziarono il loro dominio nella zona. Nel 1488 la dimora fortificata fu utilizzata da alcuni esuli del Negroponte e successivamente ebbe semplicemente la funzione di fattoria fortificata.

Strutture idriche del “Viviere”

Nella contrada “Fruscio” un gruppo di sorgenti, conosciute con il nome di “Viviere”, presentano opere idriche di captazione delle acque che sono state riutilizzate per il moderno acquedotto di Tusa. Le strutture erano già state identificate da Tommaso Fazello, che vide inoltre le tracce di un acquedotto che convogliava le acque raccolte verso Alesa.[3] Una parte della struttura (il “Vecchio Viviere”, conserva alcune colonne che circondano una grande vasca, relative forse ad un antico ninfeo. La vasca è collegata ad altre vasche minori, utilizzate per la distribuzione e come lavatoi.

Il complesso potrebbe essere identificato con la fonte “Ipurra” citata dalle “tavole alesine”, e si troverebbe dunque in prossimità del tempio dedicato a Giove Melichio.

Castel di Tusa

Mentre la città di Alesa venne occupata in epoca araba dalla fortezza di “Qalat al Qawàrib” (“Rocca delle barchette”), il sottostante approdo, che doveva già essere stato attivo in epoca antica, si sviluppò probabilmente come borgo marittimo. Sotto i Normanni entrò a far parte del feudo dei Ventimiglia insieme a Tusa e prese il nome di “Tusa Inferiore” o “Marina di Tusa”. Sul costone roccioso che sormonta l’approdo la famiglia Ventimiglia fece costruire nel XIII secolo il castello della Marina di Tusa (poi Castello di San Giogio), da cui il borgo prenderà il nome attuale.

Nell’approdo continuano a svolgersi i traffici commerciali in collegamento alla via tra la costa e l’interno, verso Enna, in uso fino al Settecento. L’approdo fu oggetto di contesa per i dazi che se ne ricavavano tra i Ventimiglia e il vescovo di Cefalù.

In seguito alle incursioni dei corsari nel Seicento vennero potenziate le strutture difensive della costa, erigendo nuove torri e perfezionando il sistema di collegamento visivo. Il castello viene dotato di artiglieria con un ampliamento della guarnigione e sulla costa venne eretta la torre Selichenti.

Dopo lo spostamento della via per Enna, l’attività portuale continua in direzione delle Isole Eolie. Fino all’arrivo della ferrovia le barche continuano ad assicurare i trasporti verso Palermo e Cefalù.

Nei pressi sorge la tonnara del Corvo, ancora attiva nel 1780, ma che verrà chiusa come poco redditizia agli inizi dell’Ottocento.

Le odierne attività del porto sono limitate alla pesca (in particolare acciughe e sarde e alla relativa industria delle acciughe sotto sale e delle sarde sotto sale.

La tonnara del Corvo, molto attiva fino al 1780, viene venduta dai Branciforti ai La Torre, ma cesserà del tutto la sua attività agli inizi del 1800, perché divenuta non redditizia.

Fonti:  www.comunetusa.gov.it – it.wikipedia.org/wiki/Tusa

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