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Comune di Catania

Logo CataniaCatania è un comune italiano di 290 133 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Sicilia.

È il secondo comune siciliano per popolazione dopo Palermo ed è il centro della maggiore conurbazione siciliana, nota come “Sistema lineare della Sicilia orientale”. È una delle quindici città metropolitane italiane. L’agglomerato urbano supera ampiamente i confini comunali, ed ha una popolazione di 637.587 residenti, mentre l’area metropolitana ne conta 765.623. È il decimo comune italiano per popolazione ed inoltre il comune non capoluogo di regione più popoloso d’Italia.

Fondata nel 729 a.C. dai Calcidesi, vanta una storia millenaria caratterizzata da svariate dominazioni i cui resti ne arricchiscono oggi il patrimonio artistico, architettonico e culturale. Sotto la dinastia aragonese fu capitale del Regno di Sicilia.

Nel corso della sua storia è stata più volte interessata da eruzioni vulcaniche (la più imponente, in epoca storica, è quella del 1669) e da terremoti (i più catastrofici ricordati sono stati quelli del 1169 e del 1693).

Il barocco del suo centro storico è stato dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità, assieme a sette comuni del Val di Noto (Caltagirone, Militello in Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli), nel 2002.

Il Territorio

Catania1Catania è una delle poche città in Italia ad offrire paesaggi tanto diversi concentrati in un solo sito. Sorge sulla costa orientale dell’isola, ai piedi del monte Etna (il vulcano attivo più alto d’Europa) e a metà strada tra le città di Messina e Siracusa.

Il suo territorio comprende anche una vasta fetta della piana di Catania (‘a Chiana), una tra le più estese aree coltivate della Sicilia, la cui zona più vicina al mare costituisce l’Oasi del Simeto, riserva naturale di circa 2.000 ettari, istituita nel 1984. L’Oasi del Simeto prende nome dal fiume Simeto, il più importante dell’isola, che sfocia a sud della città. Catania si affaccia sul mar Ionio con il golfo che prende il suo nome.

Intorno al vulcano, inoltre, sorge un’altra area naturale protetta: il Parco dell’Etna.

Il territorio è prettamente pianeggiante a sud e sud-est, e montuoso a nord per la presenza dell’Etna.

Il nucleo originario della città era situato su un colle, corrispondente all’odierna piazza Dante, dove sorge il Monastero di San Nicolò l’Arena (oggi sede universitaria). L’unico altro rilievo importante è la collina Santa Sofia, dove sorge la Cittadella Universitaria, al confine con Gravina, comune del vasto hinterland.

Il verde pubblico è costituito dai parchi situati all’interno della città. Sono sei quelli di una certa grandezza e importanza: il Giardino Bellini, detto ‘a Villa o Villa Bellini è dedicato a Vincenzo Bellini; il Giardino Pacini, detto Villa ‘ê varagghi (cioè “degli sbadigli”, perché si diceva frequentata soprattutto da pensionati e da sfaccendati in genere) o Villa Pacini, dedicato a Giovanni Pacini; il Parco Gioeni (situato a nord, alla fine della via Etnea); il Parco Falcone e Borsellino (a nord del Corso Italia); il parco I Viceré (nel quartiere Barriera Canalicchio) e il Boschetto della Plaia (nella zona tra l’Aeroporto Vincenzo Bellini e la città). Tra gli altri, per l’importanza storica e per la conservazione della biodiversità, va segnalato l’Orto botanico di Catania.

La città è attraversata da un fiume sotterraneo, l’Amenano. In passato, poco fuori le mura ad ovest, si poteva trovare il lago di Nicito, al fiume collegato e ormai coperto dalla colata lavica del 1669 (l’omonima via ne ricorda l’ubicazione). Attualmente, l’Amenano si rende visibile all’ Acqua a linzolu, fontana in marmo bianco che sorge tra la cosiddetta “Pescheria” e la piazza del Duomo, e nei sotterranei del locale Ostello Agorà. Ma è stato tutto il territorio circostante a mutare profondamente in seguito a calamità naturali come questa: la costa a nord del porto è appunto una scogliera sorta in seguito alle varie colate laviche, in epoca storica nel 1169, 1329 e 1381, anno in cui venne coperta anche parte dell’antico Porto Ulisse; tale tratto di costa è chiamato appunto “La Scogliera” e comprende la spiaggetta di San Giovanni li Cuti.

L’area a sud del Castello Ursino, un tempo a picco sul mare, è invece il prodotto dell’enorme colata del 1669 che, accerchiatolo, si spinse per qualche chilometro verso il mare. La costa a sud del porto venne profondamente modificata, formando il litorale attuale (la cosiddetta “Plaia”) che è, invece, sabbioso.

Il Clima

La città e la piana di Catania presentano un clima mediterraneo, pur con alcuni connotati di tipo subtropicale e continentale, ben ravvisabili dall’analisi dei dati climatici delle stazioni meteorologiche ufficiali di Fontanarossa e di Sigonella, che descrivono rispettivamente il quadro relativo alla città di Catania e all’entroterra della piana.

Le precipitazioni, piuttosto scarse, sono comprese tra i 450 e i 550 mm annui, con minimo estivo molto marcato e moderato picco nella stagione autunnale.

L’inverno, spesso di breve durata, assicura temperature massime diurne generalmente piuttosto miti, mentre nelle ore notturne possono verificarsi raffreddamenti, più pronunciati nell’entroterra e nei paesi etnei, in presenza di cielo sereno e vento calmo: tutto ciò a causa degli effetti continentali che si verificano nell’esteso territorio pianeggiante che, nella parte più interna, sono influenzati anche dalla presenza dell’Etna.

Il record assoluto di freddo, 7 gradi centigradi sotto lo zero, fu raggiunto il 1º febbraio 1962.

L’estate, di lunga durata, si presenta molto calda, anche se raramente con alti tassi di umidità. Mentre lungo la fascia litoranea le temperature massime sono parzialmente contenute dalla brezza marina di levante, nella parte più interna della città e della piana si registrano valori molto elevati.

Cenni storici

Età antica

Catania era originariamente un insediamento sicano, quindi dopo il XIII secolo a.C. sede di un grosso villaggio siculo e rifondato come Kατάvη nel 729 a.C. da coloni greci calcidesi guidati da Tucle dal dominio dei quali venne tolta nel 476 a.C. da Gerone I di Siracusa che la chiamò Aitna (Etna). Dopo la morte del tiranno siracusano e la sconfitta di Trasibulo la città fu riconquistata dai Katanaioi che le rimisero il nome originario. Subì la conquista di Dionisio I di Siracusa.

Fu poi conquistata dai Romani nel 263 a.C. È l’inserimento nella universalitas romana che attribuisce alla città il carattere di “sistema urbano complesso”, che verrà continuato fino alla riconversione “barocca” operata dopo la distruzione di fine XVII secolo.

Età medievale

Alla caduta dell’Impero Romano la Sicilia venne conquistata nel VI secolo dagli Ostrogoti di re Teodorico il Grande che si occupò della ricostruzione delle mura della città, utilizzando le pietre che costituivano l’anfiteatro romano. Venne in seguito conquistata dai Bizantini, e nella prima metà del IX secolo dai musulmani. Nel 1071 viene conquistata dai Normanni che provvidero a ridarle la sede vescovile, con l’approvazione del papa Urbano II (bolla pontificia del 9 marzo 1092); sarà elevata a sede arcivescovile, Arcidiocesi di Catania, nel 1859. Fu poi governata dagli Svevi, periodo in cui si eresse il Castello Ursino e si crearono le figure amministrative che perdurarono fino al 1817. La città fu una delle sedi della corte itinerante di Federico II di Svevia e da qui furono emanati editti e leggi di grande importanza. Alla fine del casato Hohenstaufen furono gli Angioini a prendere possesso della città, occupandola militarmente abusando spesso della popolazione locale. Lo scontento generato causò i moti dei cosiddetti Vespri siciliani.

In generale, la città viene menzionata innanzitutto per la presenza dell’Etna nelle sue vicinanze: “la città racconta una storia di ridotta emergenza politica”.

Nel 1282, passò al ramo cadetto degli Aragonesi (in quanto la moglie di Pietro d’Aragona era nata a Catania) che fino a re Martino I di Aragona fecero di Catania la capitale del Regno di Trinacria. Dopo la cancellazione del regno di Trinacria la Sicilia perse l’indipendenza e passò sotto i domini Spagnolo, Savoiardo e Borbonico.

Età moderna

Catania2Nel 1622, Emanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia, con lettera ratificata da Filippo IV, aveva assegnato al Senato catanese funzioni pari a quelli di Palermo e Messina, concedendole una certa autonomia.

Le due importantissime catastrofi naturali di fine XVII secolo (l’eruzione dell’Etna del 1669 e il terremoto del Val di Noto del 1693) segnano “il transito verso la modernità”. La rifondazione, in ogni caso, non prescinde dal tessuto antico, anche per il sopravvivere di diversi edifici (in particolare le mura, le absidi del duomo, il Castello Ursino).

Età contemporanea

Tra il 1816 e il 1818 acquisì lo status di Comune, lasciando quello di Urbs, in modo da essere governata da un Intendente, coadiuvato dal Segretario generale e dal Consiglio di Intendenza. Nel 1860 Catania entrò a far parte del Regno d’Italia. Oggi è uno dei principali comuni siciliani, capoluogo della provincia di Catania.

I Simboli

Lo stemma della Città di Catania è costituito da uno scudo con lo sfondo azzurro, cimato dalla corona reale aragonese e, nella parte inferiore, la legenda che riporta la sigla “S.P.Q.C.” (Senatus Popolusque Catanensium), al centro è presente un elefante posto di profilo di colore rosso porpora con le zanne rivolte a sinistra (destra araldica), sopra di esso è presente una lettera “A” maiuscola anch’essa di colore rosso, che sta per Agata, il nome della santa patrona.

Le Onorificenze

La città di Catania è ottava tra le 27 città decorate con Medaglia d’Oro come “Benemerite del Risorgimento nazionale” per le azioni altamente patriottiche compiute dalla città nel periodo del Risorgimento. Periodo, definito dalla Casa Savoia, compreso tra i moti insurrezionali del 1848 e la fine della prima guerra mondiale nel 1918.

Medaglia alle Città Benemerite del Risorgimento Nazionale: «Per commemorare le azioni eroiche della cittadinanza catanese nei gloriosi fatti del 1848, che iniziarono il risorgimento nazionale e la conquista dell’unità. Nel 1848 la città scacciò la guarnigione borbonica, costituendo un governo provvisorio sino all’aprile 1849, quando l’esercito di Ferdinando II, dopo aver conquistato Messina, si mosse alla volta di Catania. Dopo un furioso combattimento durato dal 5 al 6 aprile, bersagliata dalla squadra navale napoletana, difesa soltanto da 3000 uomini e 21 cannoni, Catania dovette arrendersi.» 22 maggio 1898.

La città antica

Catania3Del periodo greco non rimangono molte tracce, a causa di vari fattori sia naturali (terremoti che hanno rovinato la città, colate laviche) che antropici, come le ricostruzioni che spesso hanno ricoperto le precedenti architetture. Inoltre, non sono mai state eseguite grandi campagne di scavi e studi archeologici se non in casi sporadici della sua storia recente. Miglior fortuna hanno avuto i monumenti di epoca romana che hanno resistito fino ad oggi testimoniando l’importanza della città in antico, inoltre numerosissimi reperti provengono dagli scavi occasionali della città (la gran parte di questi – tra cui mosaici, statue e persino il frammento di una colonna istoriata – sono esposti al Museo civico).

Il Teatro Romano (del II secolo), l’Odeon (III secolo), l’Anfiteatro (II secolo), le Terme dell’Indirizzo, le Terme della Rotonda, le Terme Achilliane, varie altre strutture termali (in piazza Sant’Antonio, piazza Itria, piazza Dante dove è stata trovata la strada basolata oggi allo scoperto) i resti di un acquedotto presso via Grassi e alcuni edifici funerari, il foro sono i maggiori resti attualmente visibili della Catania romana. Molti di questi monumenti fanno parte dal 2008 del Parco archeologico greco-romano di Catania, istituito dalla Regione Siciliana e alcuni di essi come il Teatro romano, le Terme della Rotonda e altri monumenti minori sono stati restaurati e resi visitabili. Anche i resti dell’anfiteatro sono visibili dal 1907 (anno in cui sono stati riportati alla luce) dall’ingresso di piazza Stesicoro e dal cortiletto di via Anfiteatro.

Probabilmente anche “‘u liotru”, il simbolo della città situato attualmente al centro di piazza Duomo, è stato scolpito in epoca romana se non prima. È un manufatto in pietra lavica porosa, che raffigura un elefante. Il nome deriva probabilmente dalla storpiatura del nome di Eliodoro, negromante semi-leggendario e grande avversario di Leone il Taumaturgo. L’elefante è sormontato da un obelisco egittizzante di cronologia incerta con figure probabilmente legate al culto isideo.

Del periodo Tardo Antico rimangono i resti delle necropoli a nord e ad est del centro storico (tra i quali i mausolei di viale Regina Margherita e via Ipogeo), come pure numerosi frammenti, lapidi (tra cui quella di Julia Florentina esposta al Louvre), o il cippo esposto al Castello Ursino. Sono invece di epoca paleocristiana le cripte di Sant’Euplio, di Santa Maria La Grotta, della cappella nell’Ospedale Garibaldi, nonché gli ambienti del cosiddetto Sacro Carcere.

La città medioevale

Un monumento di età bizantina è la Cappella Bonajuto (nome derivante dalla famiglia nobiliare che l’aveva tenuta come sacrario di famiglia nonché come cappella privata): si tratta di una “trichora” bizantina (cioè un edificio con tre absidi); prima del suo restauro se ne aveva conoscenza grazie ai disegni di Jean-Pierre Houël.

Del periodo normanno si conservano principalmente il castello di Aci (presso il comune omonimo) e le absidi della Cattedrale di Sant’Agata (il Duomo), che poi sarebbe stata ristrutturata dopo il terremoto del 1693. Oggi la cattedrale conserva la vara, il busto-reliquiario e la cassa-reliquiaria di Sant’Agata, realizzato dal senese Giovanni di Bartolo nel XIV secolo.

Del periodo svevo (XIII secolo) sono il portale della chiesa di Sant’Agata al Carcere e il famoso Castello Ursino, federiciano (sede del Museo civico, formato principalmente dalle raccolte Biscari e dei benedettini, dal 1927), coevo dell’altrettanto famoso castello di Castel del Monte ad Andria e del siracusano Castello Maniace. Invece il portale della scomparsa Chiesa di San Giovanni de’ Fleres e il balcone di palazzo Platamone risalgono al periodo Aragonese.

La città rinascimentale

Catania4Del periodo tardo aragonese rimangono poche tracce, tra cui la chiesa di Santa Maria di Gesù situata nella piazza omonima e costruita nel 1498 è forse l’esempio in migliori condizioni. La chiesa fu ristrutturata nel Settecento, mentre il portale è del Cinquecento e solo la Cappella Paternò mantiente l’originale struttura gotica.

Nel 1558, fu iniziata la costruzione del Monastero dei Benedettini, a cui sarebbe poi stata affiancata la chiesa di San Nicolò l’Arena. Distrutto dalla colata lavica del 1669 e dal terremoto del 1693, nel 1703 se ne avviò la ricostruzione che tuttavia non è stata mai più portata a termine. Di detto edificio permangono tutt’oggi le antiche cucine, il chiostro occidentale, nonché la traccia dell’antico archeggiato del corridoio di meridione.

Le cosiddette Mura di Carlo V, che racchiudono il centro storico, furono erette nel XVI secolo, tra il 1550 e il 1555 su un progetto iniziale di Antonio Ferramolino. Il progetto non riuscì ad essere portato a termine, neanche dopo l’apporto di Tiburzio Spannocchi il quale progettò l’ampliamento delle fortificazioni verso sud-ovest e verso nord a scapito delle vecchie mura di epoca medioevale (tra cui l’antica Torre del Vescovo del 1302).

Venne eretta nel 1612, sotto il re di Spagna e di Sicilia Filippo III, la fontana dei Sette Canali. E nel 1621 sorsero la Fontana di Sant’Agata e, su consiglio dell’incaricato dal Luogotenente del Re, ingegnere Raffaele Lucadello, quella detta «di Gammazita», di cui oggi resta soltanto il «pozzo» nei pressi dell’attuale via San Calogero.

La colata dell’eruzione del 1669 inghiottì parte del sistema difensivo a sud e a sud-ovest della città che, rimasta sguarnita da questo lato, riedificò in parte sulle lave ancora calde una cortina muraria, detta popolarmente fortino, su cui ancora si apre la porta d’accesso (Porta del Fortino vecchio in via Sacchero, un tempo dedicata al duca di Ligne che qui vi passò nel 1672) e di cui rimangono ancora sparute tracce. Su tali mura venne ricavata la Porta Ferdinandea, ancora oggi erroneamente detta “‘u furtinu” (“il fortino”).

Con il terremoto del 1693 e la seguente ricostruzione si volle dare alla città un aspetto più aperto e libero dai fortilizi (i resti furono infatti inglobati nello sviluppo della città), anche perché ormai non esisteva più il pericolo delle incursioni piratesche che secoli prima diedero l’impulso alla fortificazione del Regnum.

La città barocca

Catania5Catania è stata ampiamente trasformata dalle conseguenze dei terremoti che hanno imperversato su questa parte della Sicilia. Il suo territorio circostante è stato più volte coperto da colate laviche che hanno raggiunto il mare. Ma i catanesi caparbiamente l’hanno ricostruita sulle sue stesse macerie. La leggenda vuole che la città sia stata distrutta sette volte durante la sua storia, ma in realtà tali eventi disastrosi si possono sicuramente riferire a pochi ma terribili eventi. Anche le distruzioni del centro urbano in tempi recenti a causa delle colate laviche sono frutto di una storiografia fantasiosa. Tuttavia in epoca storica (forse nel 122 a.C. e nel 252) è testimoniata dal punto di vista archeologico la presenza di colate che giunsero a colpire parte della città.

Tutti i monumenti antichi sono stati inseriti nel tessuto urbano della città ricostruita grazie a tanti artisti, anche di fama nazionale, tra cui di certo spicca l’opera dell’architetto Giovanni Battista Vaccarini, che hanno dato alla città una chiara impronta barocca. Tra gli altri che hanno aiutato la rinascita della città si ricordano Francesco Battaglia, Stefano Ittar, Alonzo di Benedetto e Girolamo Palazzotto.

Tra i principali monumenti barocchi si ricordano:

Catania6la cattedrale di Sant’Agata: è la principale sede del culto cattolico di Catania, ubicata nel lato sud-est di piazza del Duomo. È dedicata alla vergine e martire patrona della città di Catania. Il tempio è stato più volte distrutto e riedificato dopo i terremoti e le eruzioni vulcaniche che si sono susseguite nel tempo. La prima edificazione risale al periodo 1078-1094 e venne realizzata sulle rovine delle Terme Achilliane risalenti ai Romani, su iniziativa del conte Ruggero, acquisendo tutte le caratteristiche di ecclesia munita (cioè fortificata). Già nel 1169, un terremoto catastrofico la demolì quasi completamente, lasciando in piedi solo la parte absidale. Nel 1194 un incendio creò notevoli danni ed infine nel 1693 il sisma che colpì il Val di Noto la distrusse quasi completamente. I resti normanni consistono nel corpo dell’alto transetto, due torrioni mozzi (forse coevi al primitivo impianto) e le tre absidi semicircolari, le quali, visibili dal cortile dell’arcivescovado, sono composte da grossi blocchi di pietra lavica, gran parte dei quali è stata recuperata dall’anfiteatro romano. Porzioni di muro d’ambito e il muro di prospetto sono stati inglobati dalla ricostruzione settecentesca.

Catania7L’edificio attuale è opera dell’architetto Girolamo Palazzotto, mentre Gian Battista Vaccarini disegnò e seguì i lavori della facciata con interventi e modifiche protrattisi dal 1734 al 1761. Vi sono evidenti analogie con la coeva facciata di Biagio Amico per Sant’Anna a Palermo, come se la Sicilia volesse esprimere un suo modello derivato da Roma ma generato dalle direttive della Chiesa di Sicilia, a est come a ovest. Il prospetto è a tre ordini compositi in stile corinzio, e attico completamente in marmo di Carrara. Il primo ordine è costituito da quattro colonne di granito di fattura antica provenienti forse dal Teatro Romano, sormontate dallo stemma della nobile famiglia Galletti cui apparteneva il vescovo Pietro Galletti. Il secondo ordine ha anch’esso sei colonne meno grandi e due piccole poste ai lati dell’ampio finestrone centrale. Tutti gli ordini sono adornati con statue marmoree di sant’Agata al centro sulla porta centrale, sant’Euplio a destra e san Berillo a sinistra. Le due grandi finestre ovali ai lati sono accompagnate dai due acronimi riferiti alle frasi legate al culto della Santa: MSSHDEPL e NOPAQVIE. Il portone principale in legno è costituito da trentadue formelle, finemente scolpite, illustranti episodi della vita e del martirio di sant’Agata, stemmi di diversi papi e del vescovo Pietro Galletti e simboli della cristianità.

Ai lati della porta centrale, su due alti supporti, sono poste le statue in marmo di san Pietro e san Paolo. La cupola, posta sull’abside, risale al 1802 ed è munita di colonne e ampi finestroni che illuminano la chiesa. Il campanile fu costruito per la prima volta nel 1387 alla sinistra del prospetto, arretrato di circa 70 metri rispetto alla facciata ed era alto oltre 70 metri.

Catania8La torre a base quadrata misurava circa 15 metri di lato. La sua storia è molto accidentata in quanto subirà diversi crolli e quindi molte riedificazioni. Nel 1662 venne ulteriormente innalzata per l’inserimento di un orologio e fu portata alla vertiginosa altezza di circa 100 metri. Ma l’11 gennaio del 1693, a causa del forte terremoto che investì la città, crollò, travolgendo anche la chiesa: sotto le sue macerie morirono oltre 7.000 fedeli raccolti in preghiera. Venne riedificata assieme alla chiesa dopo il terremoto del 1693, con alla sommità la campana maggiore fusa nel 1619 del diametro di 1.80, caduta dalla torre nel corso del terremoto ma rimasta integra, unitamente alla campana del popolo del 1505.

Tra il 1867 e il 1869 l’architetto Carmelo Sciuto Patti realizzò il campanile e la lanterna della cattedrale di Catania. Si accede al sagrato attraverso una scalinata in marmo che culmina in una cancellata in ferro battuto ornata con 10 santi in bronzo. Il sagrato è diviso dalla piazza del Duomo da una balaustra in pietra bianca ornata con cinque grandi statue di santi in marmo di Carrara.

Catania9Il vasto e grandioso interno presenta una pianta a croce latina ed è ripartito in tre navate. Nella navata di destra, in una nicchia affrescata con un Battesimo di Gesù Cristo, si trova il battistero protetto da una cancellata in ferro battuto. Sul primo altare troneggia una tela di santa Febronia del Borremans. Di fronte all’altare, appoggiata ad uno dei dodici pilastri che separano la navata da quella centrale, si trova la tomba del musicista catanese Vincenzo Bellini.

Catania10Il monumento funebre è in marmo bianco e bronzo e porta inciso l’incipit dell’aria de La Sonnambula: «Ah! Non credea mirarti si presto estinto fiore…». Il secondo altare ha una grande tela di san Carlo Borromeo, il terzo un quadro raffigurante sant’Antonio di Padova, il quarto una Sacra Famiglia con san Giovanni del pittore catanese Abbadessa e nel quinto altare un’immagine di santa Rosalia. Di fronte a questo altare, appoggiato ad un pilastro, è il monumento funebre del vescovo di Catania Orlando morto nel 1839. Nel lato destro della croce latina vi è il monumento funebre del vescovo dell’ultima ricostruzione mons. Pietro Galletti. Esso è il più sontuoso monumento della chiesa, tutto in marmo e riccamente decorato. Proseguendo si trova la cappella laterale dedicata alla Vergine dell’Incoronazione. In fondo alla navata di destra è la cappella più cara a tutti i catanesi.

Protetta da un’alta cancellata in ferro battuto vi è la maestosa cappella dedicata a sant’Agata. Nella parete sinistra di essa si apre la porta dorata finemente decorata che dà accesso alla camera chiamata dai catanesi a cammaredda, dentro cui vengono custoditi il busto reliquiario di sant’Agata e lo scrigno con le sue reliquie. Nella cappella, decorata da un affresco che raffigura santa Lucia orante sulla tomba di sant’Agata per invocare la guarigione della madre inferma, vi è il monumento funebre del viceré Ferdinando Acugna grande devoto della martire Agata. Sull’altare della cappella è situato un bassorilievo rappresentante sant’Agata incoronata da Dio con san Pietro e san Paolo con gli evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

Catania11L’altare maggiore situato nell’abside centrale, in stile normanno, è contornato da un coro ligneo a 34 stalli risalente alla fine del XVI secolo dello scultore napoletano Scipione di Guido. Al centro dell’abside realizzata in pietra lavica dell’Etna e risalente alla prima edificazione della chiesa, è inserita una grande finestra monofora del XII secolo con una vetrata moderna. L’altare è in marmo policromo e sulla sommità è presente una base in argento atta ad ospitare il busto reliquiario di sant’Agata nel corso dei festeggiamenti in suo onore.

Catania12Nella navata di sinistra esistono quattro monumenti funebri dedicati ad altrettanti vescovi di Catania. Alla fine del braccio di croce sinistro è ubicata la Cappella del SS. Crocefisso opera di Domenico Mazzola (1577).

La cappella non è molto luminosa e contiene un grande crocifisso contornato da due statue della Madonna Addolorata e di san Giovanni. Altro elemento importante è una Via crucis. Nella cappella esistono altresì i monumenti sepolcrali di alcuni esponenti della casata aragonese: Federico III di Trinacria (il sarcofago è di probabile età romana), Giovanni, Ludovico, Costanza (quest’ultima moglie di Federico il Semplice).

Tornando sulla navata di sinistra si trova il primo altare del messinese Antonio Subba con un San Pietro che consacra san Berillo. Segue il secondo con una tela del 1605 rappresentante il martirio di sant’Agata. Il terzo altare ha una tela del Borremans con un Sant’Antonio abate nel deserto. Il quarto altare presenta una tela del Tuccari con san Filippo Neri. Il quinto altare presenta una tela raffigurante san Francesco di Paola ed il sesto un dipinto di San Giorgio che uccide il drago.

Catania13Il grande organo è del 1877, commissionato dal cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet all’organaro francese Nicolas Théodore Jaquot. La sua parte lignea fu rifatta nel 1926 da Giambattista Sangiorgio e trasferito sulla parete interna della facciata a spese del cardinale Francica Nava. Sulla stessa parete vi è la cantoria.

Quando nel 1232 la città di Catania aderì ad una rivolta anti-sveva, che aveva unito diverse città siciliane, Federico II di Svevia, re di Sicilia, venne appositamente con un poderoso esercito per punire la città rivoltosa. Secondo la tradizione, re Federico, infuriato, ordinò di distruggere la città e di uccidere tutti i suoi abitanti, ma revocò l’ordine e si pentì del suo intento quando, assistendo ad una messa in cattedrale, lesse la frase miracolosamente apparsa sul suo breviario “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est“.

Catania14la chiesa della Badia di Sant’Agata, in via Vittorio Emanuele II: è una chiesa di Catania e uno dei principali monumenti barocchi della città, opera di Giovanni Battista Vaccarini. La chiesa si trova di fronte al prospetto nord della cattedrale, affacciata sulla via Vittorio Emanuele II, e occupa, insieme all’annesso ex monastero (oggi di proprietà comunale) un intero isolato. La morbida tela del prospetto, mossa dal ritmo di onde leggere, cattura su di sé l’attenzione altrimenti distratta dalle altre macchine barocche del Duomo, della fontana dell’Elefante e del palazzo municipale. L’edificio che oggi vediamo poggia sulle rovine dell’antica chiesa e convento dedicati a Sant’Agata, nel 1620, da Erasmo Cicala e crollati a causa del terremoto del 1693.

Catania15la chiesa di Sant’Agata la Vetere, in via Santa Maddalena: fu la prima cattedrale di Catania. Costruita per la prima volta nel 264, è stata più volte distrutta e riedificata. È stata cattedrale fino al 1094.

La chiesa ha una facciata in stile barocco. L’interno costituito da un’unica navata, è molto lineare e semplice. Subito dopo l’ingresso, protetta da una teca, si trova la cassa in legno che per oltre 500 anni custodì le spoglie di sant’Agata. Negli altari laterali sono ubicate tele di pittori siciliani del XVII secolo ed una Sant’Agata con angelo e San Pietro di Antonio Pennisi. Nel presbiterio si trova un sarcofago marmoreo di Agata con coperchio bizantino. Notevole anche un dipinto di Giuseppe Sciuti, dal titolo La Madonna dei bambini, olio su tela del 1898, posto in un altare laterale. Recenti scavi archeologici, all’interno e all’esterno della chiesa, hanno riportato alla luce le strutture appartenenti alla precedente chiesa medievale. Durante l’anno, la chiesa custodisce alcuni dei cerei (detti candelore) di sant’Agata.

Catania16la chiesa di Sant’Agata alla Fornace o di San Biagio, in piazza Stesicoro: La chiesa costruita nel XVIII secolo dopo il tremendo terremoto del 1693, sorge sul luogo ove, secondo la tradizione, era ubicata la fornace in cui Sant’Agata subì il martirio. Infatti, dopo essere stata rinchiusa in carcere per non aver voluto abiurare alla sua fede, venne prima sottoposta alle torture con il fuoco e quindi le furono asportate le mammelle. La facciata della chiesa è dell’architetto Antonino Battaglia, che ha progettato altre chiese di Catania dopo il terremoto del 1693, in stile neoclassico con colonne binate che sostengono un timpano triangolare. L’interno è ad una sola navata molto lineare e sobrio. Sull’altare maggiore una tela settecentesca dell’Addolorata, talvolta sostituita da una statua della Madonna. Ingegnoso l’artificio dell’altare maggiore, arricchito da volute e colonne e dalle statue di san Giovanni Evangelista e santa Maria Maddalena. La cappella destra del transetto è dedicata a sant’Agata. Sopra l’altare dal magnifico paliotto in marmi policromi, si conservano protetti da una teca i resti della fornace in cui subì il martirio la Santa, la cui scena è riprodotta nell’affresco di Giuseppe Barone del 1938. Una lapide posta sotto l’altare cita: «Qui fu voltata tra i carboni ardenti». La cappella sinistra del transetto è dedicata altresì al crocifisso Uno degli altari laterali è dedicato al titolare San Biagio, riprodotto in una tela di un pittore catanese. Dipinti coevi di pittori siciliani del settecento, La Sacra Famiglia, sant’Andrea e san Giovanni Nepomuceno, arricchiscono i rimanenti altari.

Catania17la chiesa di San Francesco in piazza San Francesco, che custodisce le spoglie di Eleonora d’Angiò: La facciata della chiesa in tardo barocco catanese domina la piazza omonima su cui è ubicata. Venne completata nella prima metà del XIX secolo in pietra calcare proveniente dalle cave di Melilli. Vi si accede a mezzo di una scalinata che conduce all’ingresso. Il prospetto principale è a due ordini ed ai lati si innalzano due campanili gemelli con copertura a cupola. Il sagrato è contornato da una balaustra di marmo con statue di santi. La costruzione attuale risale ai primi anni del XVIII secolo ovvero a dopo il terremoto del 1693. L’interno è a tre navate concluse da altrettante absidi, mentre le volte sono rette da colonne. Le navate laterali prendono luce dalle lanterne delle due cupolette dei campanili. Nella navata di destra notevole una statua lignea della Immacolata Concezione del XVIII secolo; agli altri altari tele di Giuseppe Zacco e di Giuseppe Rapisarda. Nella crociera all’intersezione con l’abside centrale, si trova una targa a ricordo della tomba della regina Eleonora d’Angiò, moglie di Federico III d’Aragona, che era sepolta in questa chiesa fino al terremoto del 1693. La cupola sull’abside della navata centrale, con allegorie sulle virtù, è affrescata da Olivio Sozzi, mentre i peducci della cupola sono affrescati da Francesco Sozzi. Il coro e l’organo sono nel presbiterio, rispettivamente dietro e lateralmente all’altare maggiore. Sull’altare in marmo policromo, lo sportellino del ciborio è realizzato con un mosaico in lapislazzuli su una base in oro cesellato, opera di Paolo Guarna del 1574.

Nella navata di sinistra l’opera più importante è una tela intitolata Salita al Calvario di Jacopo Vignerio del 1541 riproducente lo Spasimo di Palermo di Raffaello.

Catania18la chiesa di San Benedetto: La chiesa di San Benedetto è una chiesa cristiana cattolica di Catania, costruita nel XVIII secolo. Essa si trova in via dei Crociferi, dove è stata edificata tra il 1704 e il 1713, ed è stata dedicata a san Benedetto da Norcia. La struttura è celebre soprattutto per la scalinata dell’Angelo, uno scalone marmoreo di ingresso, adorno di statue raffiguranti alcuni angeli. La scalinata è cinta da una bellissima cancellata in ferro battuto. La porta d’ingresso è in legno e sulle formelle sono riportate scene della vita di san Benedetto. La chiesa fa parte del complesso conventuale delle suore benedettine che comprende anche la badia maggiore e la badia minore collegate da un ponte coperto che sovrappassa la via dei Crociferi.

Al suo interno, come da fotografia a lato, si trovano affreschi di Sebastiano Lo Monaco, di Giovanni Tuccari e di Matteo Desiderato. La chiesa è ad una navata ed ha la volta completamente affrescata con scene della vita di san Benedetto. La parte più pregiata della chiesa risulta essere l’altare maggiore realizzato in marmi policromi con intarsi di pietre dure e formelle in bronzo. Oggi è affidata in custodia alle suore benedettine. Dall’aprile del 2013 la Chiesa è visitabile all’interno di un percorso guidato che comprende anche i resti di una domus romana ritrovata in occasione degli ultimi lavori di restauro, il parlatorio settecentesco del convento di clausura e la scalinata degli Angeli.

la chiesa di San Domenico, sull’omonima piazza: La prima chiesa a portare questo nome venne edificata sul luogo in cui oggi si trova la chiesa di San Sebastiano in piazza Castello Ursino.

Essa era annessa al convento dei domenicani e venne edificata nel 1313. Ma già nel 1405 il convento venne demolito ed i padri ottennero in cambio un edificio vicino alla Rotonda con annessa la chiesa di Santa Maria la Grande e sul sito attuale venne costruito il convento per la comunità religiosa. Il terremoto del Val di Noto del 1693, che distrusse Catania, rese impraticabili sia il convento che la chiesa. Nel corso della successiva ricostruzione della città, venne costruita la chiesa accanto al già esistente convento.

La facciata, edificata su due ordini, da sulla piazza San Domenico ed è ubicata alla sommità di un’ampia gradinata contornata da un’artistica cancellata in ferro battuto.

Il portale d’accesso è contornato da due colonne e sull’architrave si trova una statua calcarea del beato Bernardo Scammacca, opera dello scultore Epifanio Licata.

Sulla destra della chiesa vi è l’accesso all’ex convento oggi occupato dalla caserma Agostino Malerba.

La chiesa è ad una sola navata ed ha sei altari laterali. Il secondo da destra è l’altare della Madonna del Rosario ed ha un dipinto su tavola, di grandi dimensioni, attribuito alla scuola di Giotto.

L’altare maggiore è situato nell’abside, sormontata da un’ogiva in cui è inserito un antico coro ligneo. Sull’altare è posta una immagine di santa Caterina da Siena. Sul primo altare da sinistra vi è una pregevole scultura di Gagini.

Sull’ingresso è ubicato l’organo.

Catania19la chiesa di San Giuliano, in via Crociferi: La chiesa si trova di fronte al collegio dei Gesuiti ed è contornata da una preziosa cancellata in ferro battuto. La sua facciata convessa e le sue linee semplici le danno un aspetto di rara eleganza. L’interno ha pianta ottagonale ed è illuminato attraverso i finestroni della grande cupola, completamente affrescata dal pittore catanese Giuseppe Rapisardi.

L’altare maggiore è una sontuosa costruzione in marmi policromi e bronzi dorati. Alla sommità ha un crocifisso del XIV secolo e un tempietto per l’esposizione del Santissimo Sacramento. Attraverso la finestrella trasparente di un ostensorio è visibile l’ostia consacrata.

Agli altri altari si possono ammirare opere di Olivio Sozzi, Pietro Abbadessa ed un San Giuliano di anonimo del XVIII secolo.

Catania20– il monastero e la chiesa di San Nicolò l’Arena, in piazza Dante:  è uno dei più grandi edifici di culto cattolico della Sicilia, misurando 105 metri di lunghezza e di larghezza 48 metri le navate e circa 71 metri al transetto, con un’altezza massima di circa 66 metri alla cupola. La sua costruzione è posteriore all’eruzione dell’Etna del 1669 e sostituisce un tempio più antico rinascimentale.

Del primitivo impianto cinquecentesco, inaugurato nel 1578 alla presenza del viceré Giovanni Della Cerda, si hanno sporadiche notizie e appena un cenno nella veduta di Catania del tempo, firmata da Pierre Mortier, in cui si vede appena un gruppo di povere abitazioni nel sito della Cipriana, sede dell’antica giudecca di Catania e dal 1553 proprietà dei monaci nicolositi. L’antica chiesa è presumibile fosse dedicata a San Nicola di Bari, come il medioevale tempio alle pendici dell’Etna e come quello successivo di Catania.

Nel 1669 la struttura soffrì dell’eruzione etnea che colpì il versante occidentale della città, penetrando dalle porte civiche e colpendone i bastioni, tra cui il Bastione del Tindaro, divenuto di proprietà dei benedettini. La chiesa venne ricostruita più a sud del sito originario, a breve distanza dal limite della colata a partire dal 1687 su progetto dell’architetto romano Giovanni Battista Contini (1641-1723).

Il progetto rivela gli intenti funzionali e celebrativi dell’ordine. Da un lato, infatti, l’enorme superficie occupata dall’edificio religioso doveva servire ad accogliere quanti più fedeli possibili durante le feste religiose, soprattutto quella del Santo Chiodo, in settembre; dall’altro, la grandezza e la monumentalità del tempio dovevano evidenziare la potenza e la ricchezza raggiunte dal cenobio catanese, già attestate dal sontuoso chiostro rinascimentale inaugurato nel 1608. L’esempio a cui ispirarsi per concretizzare tutte queste premesse era la Basilica di San Pietro a Roma, di cui non poteva ovviamente non tener conto un architetto romano come il Contini, allievo di Carlo Fontana e di Gian Lorenzo Bernini, nonché principe dell’Accademia di San Luca. Nel 1693 la fabbrica venne interrotta dal violento sisma che colpì la Sicilia sud-orientale e per quasi trent’anni il cenobio rimase senza chiesa principale, poiché si progettava di spostare la sede del tempio sulla collina Montevergine, ritenuta sede più consona anche per la sua importanza storica. Nel 1730 si riprese il cantiere della Cipriana, e da quella data divenne l’eterno cantiere della città in cui operarono Andrea e Antonio Amato, Francesco Battaglia, Stefano Ittar, Carmelo Battaglia Santangelo.

Si deve a Stefano Ittar, subentrato al suocero Francesco Battaglia dopo che la navata destra nel 1755 aveva subito alcuni cedimenti strutturali, l’innalzamento nel 1780 della grande cupola all’incrocio fra navata e transetto.

Catania21La facciata dell’edificio, che nel frattempo cambiò cinque volte progetto fino al definitivo del Battaglia Santangelo, rimase incompiuta: nel 1797 infatti si aprì un contenzioso tra i benedettini e l’impresa che riforniva il convento della pietra per il completamento della faccia. Confiscata dal governo unitario nel 1866, sconsacrata durante l’ultima guerra mondiale e danneggiata dai bombardamenti, successivamente riconsacrata e dal 1989 ritornata ai benedettini, la chiesa è stata oggetto di numerose campagne di restauro e consolidamento, compresi i lavori di restauro della cupola iniziati nel 1999 e conclusi dopo un lungo periodo di stasi solo nel 2012, ma versa ancora in condizioni di degrado.

I riferimenti alla basilica vaticana sono ben riconoscibili: nei pilastri che reggono le navate con le paraste corinzie e i cornicioni plasticamente rilevati; nelle finestre, che riecheggiano motivi prettamente romani; infine, soprattutto nella pianta a croce latina e a tre navate, con transetto e cupola all’incrocio dei bracci, con cappelle laterali e sulle absidi del transetto e un coro sopraelevato molto profondo per accogliere gli stalli dei monaci.

Le navate divise da grandi arcate, con tutte le volte poste alla stessa altezza, con la luce forte e diffusa, proveniente dalle alte finestre, sui lati e in facciata, e ulteriormente accentuata dall’alta cupola, permette di abbracciare con uno sguardo l’intera superficie della chiesa fino all’altare maggiore, con le sole cappelle laterali poco più in ombra, a suggerire una spazialità e monumentalità maggiori. A dare maggior luce alla zona dell’altare è poi la grandiosa cupola dell’Ittar, imponente struttura che domina la città ed è alta all’interno 62 metri.

Dal lato sinistro del transetto si accede alla sacrestia, opera di Francesco Battaglia, e al Sacrario dei Caduti, ricavato in alcuni locali dietro l’abside maggiore e sotto alcune aule del monastero. Il sacrario ospita le lapidi a ricordo dei caduti della Prima guerra mondiale ed è ornato dagli affreschi di Alessandro Abate, fortemente degradati a causa dell’umidità, mentre la sacrestia, con gli stalli lignei settecenteschi e gli affreschi di Giovan Battista Piparo comunica col chiostro orientale da cui prende luce.

Le cappelle laterali sono tutte rivestite di marmi pregiati e di esse, infatti, si occuparono con particolare attenzione i monaci e gli abati del convento, che non solo fecero arrivare marmi da tutta Italia, ma anche per le pale d’altare si rivolsero a pittori non siciliani, o comunque attivi a Roma: Bernardino Nocchi (1741-1812) e Stefano Tofanelli (1752-1812), entrambi lucchesi, Vincenzo Camuccini (1771-1844), romano, Mariano Rossi (1731-1807), originario di Sciacca ma di formazione napoletana e romana, Ferdinando Boudard (1760-1825), di Parma.

La facciata su piazza Dante fu cominciata su progetto di Carmelo Battaglia Santangelo, nipote e allievo di Francesco Battaglia, che aveva vinto il concorso bandito dal cenobio nel 1775. Il progetto, un ibrido tra il tardo barocco siciliano e il più lineare neoclassicismo che trovava sempre più largo consenso anche nell’élite isolana, appare piuttosto freddo, con le otto poderose colonne libere che scandiscono la facciata, i tre grandi portali con le finestre balaustrate soprastanti e il timpano centrale, tutto elaborato in una scala grandiosa che non ha eguali in città e che si adegua alle dimensioni altrettanto grandiose della stessa chiesa. Complici i problemi tecnici che la costruzione comportava e la precaria situazione finanziaria dei monaci, più inclini a render maggiormente comodi e sfarzosi gli ambienti del monastero e la vita che vi si conduceva, piuttosto che la loro chiesa, la facciata fu innalzata solo parzialmente lasciando le colonne a metà e il tutto privo della trabeazione di coronamento con un timpano al centro, prevista dal progetto. Nel 1796, l’architetto firmava il finestrone centrale, ma a quel punto i lavori venivano interrotti definitivamente.

L’area presbiteriale con l’abside è caratterizzata dal grande altare, dagli stalli lignei del coro scolpiti dal palermitano Nicolò Bagnasco e dal grande organo di Donato del Piano (1704-1785) in fondo all’abside. Questi lavorò per dodici anni (dal 1755 al 1767) a questo enorme strumento con 2378 canne in legno e lega di stagno, sei mantici, cinque tastiere e settantadue registri che poteva riprodurre qualsiasi strumento musicale ed essere suonato in contemporanea da tre organisti. Rimasto in funzione fino ai primi decenni del XX secolo, l’organo attraversò poi un periodo di totale abbandono, ulteriormente aggravato dai bombardamenti alleati del 1943, che danneggiarono la chiesa. Fu solo nel 1998 che con decreto ministeriale furono stanziati i fondi necessari al restauro, operato dalla ditta organaria Mascioni e rivelatosi fin dall’inizio molto difficile e lungo a causa tanto dell’incuria dell’uomo e dei saccheggi subiti, quanto dei materiali in cui era stato fatto lo strumento, facilmente degradabili. Gli interventi si protrassero fino al 2004 quando, rimontato nell’abside di San Nicola, tornò nuovamente a suonare dopo oltre cinquant’anni di silenzio.

Nel transetto si trova la grande meridiana che due famosi astronomi, il tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e il danese Christian Peters tracciarono sulla pavimentazione a partire dal 1839. In realtà, già da molto tempo si pensava a dotare la chiesa di una meridiana, ma i progetti precedenti patrocinati da vari abati non riuscirono ad andare in porto e fu solo con l’abate Giovan Francesco Corvaja che la meridiana fu effettivamente realizzata. Grandi furono le lodi che ricevette quest’opera al suo completamento nel 1841, tanto per le dimensioni quanto per il valore dei materiali e delle finiture, ma soprattutto per la precisione ed arditezza dei calcoli; si disse infatti che essa spaccava il secondo. Lo gnomone, ossia il foro praticato sulla volta del transetto è posto a 23 metri, 91 centimetri e 7 millimetri di altezza, mentre sulla fascia marmorea, il cui tracciato si estende per circa 40 metri tra le due cappelle di San Benedetto da Norcia e San Nicola di Bari alle due estremità del transetto, sono segnate le ore, i giorni e i mesi, nonché i segni zodiacali e varie iscrizioni che forniscono notizie sull’opera, sui suoi ideatori, sull’interpretazione corretta di tutti i dati, sui rapporti tra le varie unità di misura in uso al tempo.

Fede e Scienza, Religione e Tecnologia camminano da sempre assieme in Sicilia. Massimi cultori delle scienze astronomiche quasi sempre appartenenti agli ordini religiosi, luoghi deputati al culto raccolgono il frutto di meticolosi studi che pongono l’isola in primo piano per la presenza e numero di meridiane a camera oscura funzionanti in Italia.

L’elenco dei siti ospitanti le installazioni: la Cattedrale di Acireale, la Scuola Tecnica Regia di Caltanissetta, il Duomo dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Castiglione di Sicilia, il Duomo di Santa Maria Assunta di Castroreale, la Chiesa di San Nicolò l’Arena di Catania, la Cattedrale di Messina, il Duomo di San Giorgio di Modica, la Cattedrale di Palermo.

Catania22la chiesa di San Placido, sull’omonima piazza: La prima edificazione risale al 1409 quando le suore benedettine decisero di costruire una chiesa, con annesso convento, per iniziativa di due consorelle, Paola di Lerida e Ximene. L’edificazione avvenne sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato al dio Bacco.

La chiesa venne rasa al suolo dal catastrofico terremoto del Val di Noto del 1693, che distrusse Catania.

Su iniziativa delle uniche tre suore che scamparono alla morte, dalle macerie del sisma, venne avviata la ricostruzione, affidata all’architetto Stefano Ittar, e la nuova chiesa venne consacrata nel 1723.

Nel 1976 venne chiusa a seguito del riscontro di problemi alla struttura e, dopo circa tre anni di lavori di consolidamento, venne riaperta al culto nel 1979. Il prospetto della chiesa, in classico stile barocco siciliano, si erge in piazza San Placido ed è realizzato in pietra bianca di Taormina. La facciata è concava al centro e termina ai lati con due puntoni acuti. Ai lati dell’unica porta di accesso sono poste due statue dei santi Placido e Benedetto ed ai loro lati, in dimensione più piccola, quelle delle sante Scolastica e Geltrude. La facciata è recintata da un’artistica inferriata in ferro battuto, di forma convessa, portante al centro lo stemma di san Benedetto.

Sulla sommità della facciata vi è una torre campanaria dotata di tre campane.

Il prospetto è impreziosito da sculture, bassorilievi e finestre dotate di grate.

La chiesa è ad unica navata e lungo le sue pareti laterali sono poste delle semi-colonne scanalate. Le pareti sono impreziosite da marmi e stucchi dorati. I quattro altari laterali sono mornati da bassorilievi marmorei e dotati di quattro grandi dipinti dei pittori Michele Rapisardi e Giuseppe Napoli.

L’altare maggiore è un marmo policromo ed è sostenuto da putti anch’essi in marmo. Sulle pareti laterali dell’abside sono posti due grandi dipinti di Michele Rapisardi e sullo sfondo dell’altare due dipinti del pittore Tullio Allegra.

Sopra la porta d’ingresso è sistemato l’organo dotato di cantoria nascosta da una grata dorata.

Catania23– il monastero della Santissima Trinità, in via Vittorio Emanuele: è un edificio settecentesco situato al centro di Catania.

Originariamente sede di un convento di clausura femminile, oggi è suddiviso in due aree principali di cui una ospita la caserma dei Carabinieri del distretto di Piazza Dante, mentre l’altra un liceo scientifico intitolato a Enrico Boggio Lera.

L’area occupata dal plesso conventuale originariamente era una insula della Catania romana. Qui furono eretti nel 1537 il Monastero di Santa Maria della Raccomandata (o di Valverde) e la chiesa di San Nicolò dell’Oliva. Il monastero della Santissima Trinità, invece, si affacciava originariamente sulla Luminaria (grossomodo corrispondente all’attuale via Etnea) più ad est, dove oggi è situato il Palazzo dell’Università. Quest’altro convento era stato fondato nel 1349 grazie alla donazione di Cesarea Augusta, una nobildonna catanese. Chiuso nel 1554, venne dunque spostato nella sua attuale area e riaperto nel 1566. Il convento era circondato da mura che impedivano alle suore di uscirne.

A metà del XVII secolo, il monastero contava 26 suore ed era l’ottavo più popolato della città. Nel 1669 il convento si vedeva circondato, rimanendone tuttavia illeso, dall’eruzione dell’Etna, l’8 marzo da sud, il 30 aprile da nord.

Catania24Nella seconda metà del secolo le suore sono 34, ma in seguito al terremoto dell’11 gennaio 1693 ne muoiono 28 (più dell’80%). La sua collocazione centrale gli permise di essere inserito tra i sei conventi da ricostruire. Altri sette edifici monastici cittadini invece vennero abbandonati. L’area che le suore occuparono fu amplificata notevolmente rispetto al nucleo primario e i lavori furono affidati all’architetto Alonzo Di Benedetto, sostituito nel 1735 da Giovanni Battista Vaccarini, che contribuì notevolmente a dare alla città il caratteristico aspetto barocco, e nel dieci anni più tardi da Francesco Battaglia (che si occupò prevalentemente della chiesa).

Negli anni trenta il monastero si ripopolò fino ad ospitare 22 religiose, che continuarono ad osservare una rigida clausura che veniva interrotta solo in occasione della festa del Santo Chiodo, il 14 settembre. Nel corso della ricostruzione, si procedette a creare degli spazi che vennero adibiti ad abitazioni e negozi e quindi affittati ad esterni. Nel 1861 il livello della via Vittorio Emanuele II (all’epoca strada Reale) su cui il convento si affaccia fu abbassato e le abitazioni si ritrovarono un piano più in alto rispetto alla strada; si procedette quindi ad un’ulteriore ristrutturazione per rendere accessibili tutte le aree dell’edificio.

Il 30 luglio 1866, con la confisca dei beni ecclesiastici da parte del Regno d’Italia, il monastero della Santissima Trinità fu chiuso. Inizialmente fu assegnato al Provveditorato agli Studi, che ne fece un convitto femminile. Successivamente, la struttura ospitò anche la sede dello stesso provveditorato. Nell’ottobre 1923 divenne la sede del liceo scientifico “Principe Umberto”. Il 1º ottobre 1967 il liceo fu trasferito nel quartiere Cibali e le classi rimaste nell’ex monastero formarono il Secondo liceo scientifico, poi ribattezzato liceo scientifico statale “Enrico Boggio Lera”.

Catania25I lavori per la realizzazione della chiesa della SS. Trinità furono iniziati nel 1746 e conclusi cinque anni dopo. La facciata si attribuisce a Francesco Battaglia, e si presenta tripartita ad ingresso unico, concava nella sua parte centrale. Preceduto da una scalinata in pietra lavica, il portone d’ingresso è decorato da due figure che sono rivolte verso l’Occhio di Dio posto al centro. Nel secondo ordine si aprono tre finestroni separati da colonne. Il terzo registro è formato invece da due torrette quadrangolari chiuse a cupoletta. Il portale d’ingresso è stato abbassato in seguito alla livellazione delle strade del 1861 e la sala centrale è stata raccordata all’atrio con una doppia rampa di scale. Anche l’ingresso laterale, sulla via Quartarone, è stato chiuso per la stessa ragione, così se ne ricavò una nicchia per un altare dedicato al Crocifisso, decorato da notevoli statue in ceramica di fine Settecento. All’interno, sopra l’ingresso, fu ricavata una elegante cantoria dorata e finemente decorata. La pianta ellissoidale riprende il tema borrominiano del San Carlo alle Quattro Fontane, lezione acquisita nella “rinascita catanese”. Sul fondo il presbiterio è a pianta rettangolare e la sua presenza crea nell’ambiente un effetto di fusione spaziale tra elementi curvi ed elementi lineari.

Le opere pittoriche ivi custodite sono di notevole pregio artistico. Sugli altari di destra si possono vedere tele del Sozzi (il Battesimo di Gesù, primo altare) e di Sebastiano Conca (la Madonna che appare a san Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos, datata 1756 e collocata sopra il secondo altare). A sinistra ancora una Crocefissione e La Trinità appare a san Benedetto (datata al 1756) del Sozzi.

Catania26– la basilica Maria Santissima dell’Elemosina (regia Cappella), in via Etnea: meglio conosciuta come basilica collegiata, è una chiesa tardo barocca posta lungo la via Etnea, a breve distanza dal palazzo dell’Università, a Catania. La chiesa fu ricostruita nei primi anni del XVIII secolo, come gran parte della città di Catania, distrutta dal terremoto del 1693. Il progetto è attribuito ad Angelo Italia, che ribaltò l’orientamento del nuovo edificio rispetto al precedente distrutto dal terremoto, in modo da farlo prospettare sulla via Uzeda (l’attuale via Etnea), prevista dal piano di ricostruzione.

La facciata, progettata da Stefano Ittar, è un magistrale esempio di barocco catanese. La facciata campanile (tipica della tradizione siciliana) è su due ordini e nel primo ordine ha sei colonne in pietra, sormontate da una balaustra. Nel secondo ordine vi è un finestrone centrale ed ai lati quattro grandi statue di san Pietro, san Paolo, sant’Agata e santa Apollonia. Sul secondo ordine un elemento centrale ospita le campane.

Si accede alla chiesa mediante una grande scalinata, sulla quale, a delimitare il sagrato, è posta una cancellata in ferro battuto.

L’interno è a pianta basilicale a tre navate, delimitate da otto pilastri, e tre absidi, delle quali quella centrale è notevolmente allungata per la realizzazione del coro dei canonici, secondi per importanza solo a quelli della cattedrale.

Nella navata di destra si incontra il battistero e quindi tre altari con tele rappresentanti santa Apollonia e sant’Euplio di Olivio Sozzi e un Martirio di sant’Agata di Francesco Gramignani. In fondo alla navata è posto l’altare dell’Immacolata, protetto da una balaustra in marmo, su cui è posta una statua marmorea della Madonna.

Nell’abside della navata centrale è posto l’altare maggiore con una icona della Madonna con Bambino, copia dell’icona bizantina della Madonna detta dell’Elemosina (della Misericordia) venerata nella basilica collegiata santuario di Biancavilla (CT). Dietro l’altare maggiore è posto un organo ligneo del XVIII secolo. Lateralmente un coro ligneo con 36 stalli, e a lato due tele del pittore Giuseppe Sciuti.

Nella navata di sinistra nella parte absidale è posta la cappella del SS. Sacramento con altare in marmo. Proseguendo si incontrano altri tre altari con tele rappresentanti san Giovanni Nepomuceno, la Sacra Famiglia e san Francesco di Sales.

Nel 1896 Giuseppe Sciuti dipinse a fresco la volta e la cupola della chiesa con diverse immagini della Beata Vergine Maria, angeli e santi.

Catania27– il palazzo degli Elefanti (sede del municipio), il palazzo del Seminario dei Chierici e la fontana dell’Amenano, in piazza del Duomo: Sorge sul lato nord della scenografica piazza Duomo. Alla sua costruzione, nel 1696 subito dopo il terribile terremoto del 1693, parteciparono numerosi architetti: il progetto originale fu realizzato da Giovan Battista Longobardo nel 1696, le facciate est, sud e ovest furono progettate da Giovan Battista Vaccarini mentre quella nord fu realizzata da Carmelo Battaglia.

Lo scalone d’onore che si apre sulla corte interna fu inserito infine nel XIX secolo da Stefano Ittar. All’interno del palazzo esiste un cortile quadrangolare con portici su due lati. Nell’androne del palazzo vengono conservate due carrozze del Settecento di cui una berlina che viene usata durante i festeggiamenti di sant’Agata per portare il sindaco alla chiesa di Sant’Agata alla Fornace per la processione del giorno 3 febbraio. Nel salone d’onore al primo piano sono conservati dipinti del pittore catanese Giuseppe Sciuti.

Nel 1944, a seguito di tumulti popolari, il municipio venne incendiato ed andarono persi i preziosi archivi storici del comune. Dopo l’incendio le sale interne vennero nuovamente arredate nello stile originario ed il palazzo venne riaperto nel 1952.

Catania28– il palazzo Biscari, in via Biscari: Venne realizzato per volere della famiglia Paternò Castello principi di Biscari a partire dalla fine del Seicento e per gran parte del secolo successivo, in seguito al catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693. Il nuovo palazzo venne edificato sulle mura di Catania, costruite per volere dell’imperatore Carlo V nel Cinquecento e che avevano in parte resistito alla furia del terremoto: i Biscari furono una delle poche famiglie aristocratiche della città che ottenne il permesso regio di costruire su di esse.

La parte più antica del palazzo fu costruita per volere di Ignazio, terzo principe di Biscari, che affidò il progetto all’architetto Alonzo Di Benedetto, ma fu il figlio di Ignazio, Vincenzo, succeduto al padre nel 1699, a commissionare la decorazione dei sette splendidi finestroni affacciati sulla marina, opera dello scultore messinese Antonino Amato. Successivamente il palazzo fu modificato per volere di Ignazio Paternò Castello, quinto principe di Biscari, il quale lo fece ampliare verso est su progetto di Girolamo Palazzotto e, successivamente, di Francesco Battaglia. L’edificio venne infine ultimato nel 1763 ed inaugurato con grandiosi festeggiamenti.

Al palazzo si accede attraverso un grande portale su via Museo Biscari, che immette nel cortile centrale, adorno di una grande scala a tenaglia. All’interno, si trova il “salone delle feste”, di stile rococò dalla complessa decorazione fatta di specchi stucchi e affreschi dipinti da Matteo Desiderato e Sebastiano Lo Monaco. Il cupolino centrale era usato come alloggiamento dell’orchestra, ed è coperto da un affresco raffigurante la gloria della famiglia Paternò Castello di Biscari. Si accede alla cupola attraverso una scala decorata a stucco (che il principe Ignazio chiamò “a fiocco di nuvola”) all’interno della grande galleria affacciata sulla marina. Tra le altre sale vanno ricordate quella “dei Feudi”, con alle pareti grandi tele rappresentanti i numerosi feudi dei Biscari; gli “appartamenti della principessa”, costruiti da Ignazio V per la moglie, Anna Morso e Bonanno dei principi del PoggioReale, con boiseries di legni intarsiati e pavimenti di marmo di epoca romana; la “galleria degli Uccelli” e la “stanza di don Chisciotte”. Infine particolare importanza riveste il Museo, dove un tempo era raccolta la grande collezione archeologica (oggi in parte al Museo civico del castello Ursino) di Ignazio V, grande studioso, archeologo e amante delle arti in genere.

Tra i celebri visitatori del palazzo si ricorda soprattutto lo scrittore Johann Wolfgang Goethe che, nel corso del suo viaggio in Italia, venne ricevuto dal principe di Biscari il 3 maggio 1787, poco dopo la morte del padre Ignazio.

Agli inizi del 2008 il palazzo ha fatto da sfondo al videoclip della canzone Violet Hill della band inglese Coldplay.

– il palazzo del Toscano, in piazza Stesicoro: Fu edificato intorno al 1870 quale residenza cittadina dei Paternò marchesi del Toscano su progetto dell’architetto milanese Errico Alvino. Il palazzo fu inizialmente costruito, ai primi del Settecento, su progetto dell’insigne architetto Gian Battista Vaccarini, ma la sua edificazione si fermò al primo piano soprastante gli ampi locali di servizio sulla strada, scanditi dagli archi in pietra bianca e nera tipici di altri monumenti del barocco catanese.

Abitato dalla famiglia Tedeschi Bonadies baroni di Villermosa, nel 1858 fu destinato dall’ultimo discendente della casata al nipote Antonino Paternò 1º marchese del Toscano, che di lì a poco sarebbe divenuto primo sindaco di Catania, malgrado le precedenti affermazioni di fede borbonica. Il marchese del Toscano, a sostegno dell’ascesa del casato nell’Italia unita, decise di continuare la costruzione del palazzo, rimaneggiandone però l’architettura complessiva.

Dopo un primo incarico al torinese Poletti, più rispettoso del primitivo impianto del Vaccarini, il marchese si affidò all’architetto milanese (ma attivo a Napoli) Errico Alvino che realizzò un’architettura neorinascimentale compatta e severa, ma chiaramente influenzata dall’eclettismo artistico dell’Ottocento e, insieme, dal gusto per gli ambienti “a tema” proprio dei palazzi napoletani. Il progetto di Alvino, fu ben presto d’ispirazione per altri palazzi della città come il vicino palazzo Beneventano della Corte.

I decori e l’arredamento della sale di rappresentanza, nonché i rivestimenti marmorei e gli affreschi del grandioso scalone d’onore, furono cura dell’erede primogenito Giovanbattista Paternò, II marchese del Toscano, sposato a una Caracciolo di Napoli e anch’egli sindaco di Catania in periodi alterni, tra cui quello coincidente con il completamento e l’inaugurazione del teatro Massimo Vincenzo Bellini. Per i decori furono chiamati i migliori artisti disponibili in quel momento sulla piazza catanese, da Alessandro Abate a Giuseppe Sciuti.

– il palazzo Reburdone, in via Vittorio Emanuele II: Progettato da Francesco Battaglia per la famiglia Guttadauro, Palazzo Reburdone fu costruito tra il 1776 e il 1785, anno in cui fu montato in facciata lo “scudo dell’Armi” dei Guttadauro ma i lavori di completamento del palazzo si protrassero per molti anni ancora. Voluto da una famiglia che cercava in quello scorcio di fine Settecento di entrare a far parte della più alta aristocrazia isolana e insieme dell’elite patrizia catanese, Palazzo Reburdone doveva essere il simbolo più evidente della ricchezza e del prestigio della famiglia Guttadauro, originaria di Mineo, dunque provinciale e che in quel periodo stava rapidamente salendo i gradini della nobiltà siciliana (ascesa coronata nel 1787 con l’acquisizione del titolo principesco di Emmanuel). Il risultato fu uno dei più imponenti e nobili palazzi della città. Imponenza dovuta anche a ragioni dinastiche oltre che di prestigio; doveva infatti accogliere, secondo il volere del committente il Principe Enrico, le famiglie dei due figli maschi, il primogenito, erede del principato, e il secondogenito, Barone di Pedagaggi. Per contrasti insorti fra i due fratelli alla morte del padre il Pedagaggi non andò mai a vivere nel quarto che gli era destinato ma si fece costruire un altro palazzo, il vicino Palazzo Pedagaggi appunto. Estintasi la linea maschile dei Guttadauro nel 1820 il palazzo passò tramite Eleonora, ultima principessa di Emmanuel di casa Guttadauro, ai Paternò Castello ed ora è sede, in parte, del Dipartimento di Analisi dei Processi Politici, Sociali e Istituzionali – DAPPSI (ai piani primo, secondo e terzo), della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania; nonché della prestigiosa Accademia Gioenia.

Palazzo Reburdone presenta in alzato lo schema tipico dei palazzi patrizi catanesi: piano terra con botteghe su prospetti esterni e magazzini e locali di servizio su quelli interni; primo piano, o ammezzato per l’amnistrazione o dato in affitto a famiglie di basso ceto che gravitavano intorno alla famiglia Guttadauro per motivi economici o sociali; secondo piano o piano nobile, dove abitavano il padrone e la famiglia; terzo piano o piano cadetto, per la servitù e i cadetti. Tutti questi locali si distribuivano intorno alla grande corte d’onore, una delle più grandi di Catania, conclusa dal grande scalone a tenaglia dentro un corpo a duplice portico (un tempo attribuito al Vaccarini ma restituito al Battaglia tanto per motivi stilistici quanto per motivi cronologici). Un secondo cortile sul lato ovest, serviva la cavallerizza e gli altri locali di servizio. Il piano nobile si raggiunge salendo il grande scalone da cui si dipartono le due ali del palazzo, con le due infilate di stanze che si concludono nei due grandi saloni, a rinserrare l’appartamento del principe con la sua alcova “alla turca” al centro della facciata, aperto sulla tribuna d’onore sopra il portone, luogo simbolico per eccellenza della continuità dinastica della famiglia. I due saloni gemelli seguono la proporzione del diapason, cioè due cubi perfetti posti uno accanto all’altro e sfondano con le loro volte il solaio del piano cadetto, i cui balconi in corrispondenza non sono per questo praticabili; le due volte presentano poi affreschi del sortinese Sebastiano Lo Monaco (salone est) e neoclassici (salone ovest).

Catania29– il palazzo Gravina Cruyllas, in piazza San Francesco: è noto per avere dato i natali a Vincenzo Bellini e per ospitare il museo a lui dedicato; sorge all’angolo tra Piazza San Francesco e Via Vittorio Emanuele II (chiamata anticamente “Il Corso”).

Fu costruito all’inizio del Settecento sulle rovine di un più antico palazzo dei Gravina Cruyllas, nobile casato dei Principi di Palagonia, demolito dal terremoto del 1693 e dove erano stati ospitati nel corso dei secoli re e viceré.

L’impianto attuale, poggiante in parte sulle mura del Teatro Romano e abbondantemente alterato da superfetazioni edilizie successive, presenta la forma tipica dei palazzi catanesi del tempo. In origine il portone principale prospettava sulla via Vittorio Emanuele ma in seguito ai lavori di livellamento del piano stradale che interessarono Catania a partire dal 1870, l’antico portone fu chiuso da botteghe e quello laterale prospettante sulla piazza San Francesco fu elevato a principale e a tutt’oggi la facciata sulla piazza appare in effetti molto più spoglia rispetto a quella sulla strada. Non si conosce l’architetto, o meglio gli architetti, dell’opera.

Catania30Le decorazioni a volute, bugne e grottesche del portale e delle mensole della tribuna soprastante sono riferibili ai primi decenni del settecento, accostabili come sono alle decorazioni di Palazzo San Demetrio ai Quattro Canti o ad altri esempi catanesi, mentre le mostre delle finestre del piano nobile sono riferibili alla maniera di Girolamo Palazzotto o, più probabilmente di Francesco Battaglia: quest’ultimo preferito anche in considerazione della splendida loggia all’interno del cortile, così simile per stile e struttura a quella, certamente successiva, di Palazzo Reburdone, opera certa del Battaglia.

La scalinata principale, che prima dello sbarramento del più antico portale sulla strada appariva in prospettiva con esso (prospettiva che ora, da Piazza San Francesco, privilegia la loggia), adesso appare, un po’ illogicamente, laterale, mantenendo solo in parte la monumentalità e la funzionalità originarie. Moltissime sono le modifiche che ha subito l’edificio: oltre al già citato sbarramento del portale su Via Vittorio Emanuele II, infatti, una delle tre arcate della loggia è stata tagliata a metà da costruzioni successive, dovute probabilmente dalla trasformazione dei piani abitativi e non; il terzo piano fu aggiunto verso la fine dell’Ottocento e completato solo dopo il 1924 (foto d’archivio dell’IDAU, l’Istituto Dipartimentale di Architettura e Urbanistica di Catania, infatti, mostrano a quella data come parte del palazzo conservasse ancora il livello originario) e ulteriormente modificato da altre aggiunte nel corso del XX secolo soprattutto nella corte interna le cui proporzioni sono state alquanto alterate. Di recente è stato sottoposto a vari lavori di ristrutturazione parziale per adeguare maggiormente il palazzo a sede dei musei Civico Belliniano ed Emilio Greco.

– il palazzo Bruca: è un antico palazzo di Catania, ubicato nel centro storico in Via Vittorio Emanuele II 201, a 200 m da piazza del Duomo. Edificato nel settecento è appartenuto ai principi Scammacca della Bruca, racchiude al suo interno un magnifico cortile, con una fontana neoclassica raffigurante Nettuno, mentre una loggetta sorretta da colonne in stile ionico dà accesso allo spazio interno. Fino al gennaio 2011 il palazzo storico è stato sede del Museo del Giocattolo.

– il palazzo Fassari Pace, in via Vittorio Emanuele II: fa parte della architettura civile settecentesca, nella ricostruzione di Catania dopo il disastroso terremoto che totalmente la distrusse, l’11 gennaio del 1693.

Ubicato nella parte alta di via Vittorio Emanuele II, già strada del Corso reale, il palazzo si apre su quest’ultima nella sua facciata tardo-barocca, angolando tra le vie Santa Barbara e della Palma, rivolto a sud; al nord è costeggiato dalla via San Barnabà, da cui si accede per via della Palma; nel settecento era nella parte interna ornato da un giardino, oggi scomparso. Si trova accanto all’ex convento della Trinità, oggi sede del liceo scientifico Boggio Lera, impreziosito dalla omonima chiesa.

La sua costruzione si può far risalire con certezza al primo trentennio del XVIII secolo; tuttavia sin da prima del devastante terremoto del 1693, erano ivi presenti abitazioni di fattura similare. Ciò può vedersi nelle planimetrie cinquecentesche della città, sin dalla prima a noi nota, realizzata da P. Mortier. La presenza del severo e maestoso palazzo settecentesco, nei suoi due primi ordini, terrano con le botteghe, e piano nobile caratterizzato dalle cornici degli otto balconi che si affacciano nella pubblica via, con disegno rettangolare sovrastante, è rintracciabile nelle due piantine di riferimento, che lo vedono con esattezza delineato: quella di Giuseppe Orlando, stampata nel 1760, e quella (del medesimo periodo, poiché l’autore moriva nel 1762) che è inserita nel testo Lexicon topographicum siculum, dell’erudito abate Vito Maria Amico Statella.

In tali accurati disegni degli edifici della città – sorta con stile quasi militare per volontà del duca di Camastra Giuseppe Lanza, vicario generale del Regno per volere del Viceré de Uzeda, che fece disegnare dall’ingegnere militare Carlos De Grunembergh il nuovo tracciato degli assi viari, il più importante dei quali, per la prevalente centralità, l’attraversamento della piazza principale nonché per il collegamento verso il mare, è proprio via Vittorio Emanuele – si notano nitidamente i palazzi eretti e lo stato dei lavori all’epoca della stampa. Il palazzo Fassari Pace era allora stato costruito solo nella sua parte centrale: mancava il secondo piano, probabilmente concepito sin dal disegno originario, che sarà completato tra il XVIII ed il primo trentennio del XIX secolo: come attesta la pianta di Catania di Sebastiano Ittar, edita nel 1833. Pertanto la forma definitiva dell’edificio si può datare a quest’ultimo periodo. Le sopraelevazioni che si notano oltre il secondo piano sono opera del primo Novecento, con evidenti scopi commerciali. È da precisare altresì che l’abbassamento del livello delle strade di Catania, negli anni 1870-71 voluto dal governo nazionale con obiettivi eminentemente speculativi (perciò controversi e contestati all’epoca), ha modificato il disegno della facciata.

Sia il portone centrale d’ingresso che quelli laterali di via della Palma e via Santa Barbara sono stati abbassati; i primi due rimangono tuttora sovrastati da finestroni ovali detti ad occhio di bue, l’ultimo ha un balconcino. L’autore del palazzo può essere identificato, per lo stile e per le modalità di costruzione e per i materiali, nonché attraverso indizi raccolti in svariati documenti, in Francesco Battaglia[senza fonte], architetto di casa del principe Ignazio Paternò Castello di Biscari nonché dei Benedettini. È anche possibile che l’opera sia in parte del figlio Antonino, rifinita altresì dal nipote Carmelo Battaglia Santangelo (dallo stile più classico: sua è la sistemazione del finestrone centrale della incompiuta facciata della Chiesa di San Nicolò la Rena, ove lavorarono il cugino e lo zio): però i riscontri che avrebbero permesso di attribuirne con sicurezza l’autenticità furono purtroppo distrutti dall’incendio che devastò il Municipio, quindi l’Archivio Comunale, nel dicembre 1944.

Al Battaglia si risale per molte ragioni, non ultima delle quali il vederlo fisicamente all’opera non solo nella edificazione del complesso monastico dei Benedettini, ma anche per l’attiguo monastero della Trinità, nonché per ogni opera di architettura religiosa e civile dei dintorni che abbia maestà e tipologia, unitamente ai componenti della sua famiglia, il genero Stefano Ittar, i parenti Amato, i Biondo tagliapietre oriundi di Messina (Federico De Roberto, nella monografia del 1907 su Catania, lo chiama Francesco Battaglia Biondo). Così la proprietà del palazzo è – sinché non si potranno effettuare approfondimenti attraverso documenti dal difficilissimo reperimento, qualora ancor vi siano – negli anni della edificazione, nebulosa: ma si può affermare che la committenza debba esser stata affatto nobiliare, di giurista o uomo di Chiesa, data anche la vicinanza e la similitudine plastica con il monastero delle suore benedettine della Trinità: nonché da deduzioni indirette avute consultando i registri dell’Archivio di Stato di Catania, degli anni 1693-95.

Il nome che si attribuisce è quello degli ultimi proprietari dell’edificio unificato prima della divisione, i coniugi Pace (importatore di mercanzie varie in Catania) e Fassari, in specifico donna Irene, a capo nei primi del Novecento dell’Unione Femminile Catanese ed amica di Mario Rapisardi (che così le scriveva: “…non posso che lodare gli intenti pietosi di codesta istituzione ed augurarne pronti ed efficaci gli effetti… la bellezza della donna è uno dei più generosi spettacoli che la natura concede ai mortali…”, 16 maggio 1909), la quale avendo perduto un figlio, si dedicò alla istruzione delle fanciulle.

La facciata del palazzo ha nel piano nobile otto balconi di stile classico sormontati nell’architrave da un rettangolo simbolico, forse in origine destinato ad essere decorato (solo uno di essi, al centro, ha degli stucchi floreali di stile Liberty), ariosi ma austeri come si addiceva al periodo, di cui solo i tre centrali – in una disposizione originale – sono racchiusi da unica ringhiera, rimanendo tre singoli verso ovest e due verso est: si rammenti che il piano terrano era nel Settecento quel che oggi si classifica per primo. Di notevole impatto scenico è il lunghissimo balcone del secondo piano, originalissima idea che può datarsi tra la fine del Settecento o primo Ottocento, per infoltire il numero degli spettatori alla festa più importante della città: infatti sino al 1926 da questo tratto di via Vittorio Emanuele, sino alla vicina ed allineata chiesa di Sant’Agata alle Sciare ubicata nel piano detto della Consolazione o di San Cosimo, oggi piazza Machiavelli dove si svolgeva l’offerta votiva, saliva il fercolo di Sant’Agata, il giorno 4 di febbraio, nell’ambito del cosiddetto giro esterno. Fino al 1875, allorché lo Stato le fece sloggiare, le Benedettine della Trinità come gli Agostiniani più giù, erano allietati come i laici dal passaggio della processione agatina la quale toccava le dimora degli ordini ecclesiastici più importanti, ed i luoghi sacri.

Il palazzo Fassari Pace ha avuto, sempre nel piano nobile, una connessione interna delle stanze che lo compongono creando una ‘fuga’ scenica piuttosto singolare. Ciò sino agli anni trenta del XX secolo, allorquando la proprietà lo divise in appartamenti, “tagliati” in modo diverso e secondo discutibili criteri. Da allora l’edificio, dalle belle lesene di pietra calcarea come le cornici dei balconi, dalle paraste possenti degli angoli che svettano al sole del mattino e s’inondano dell’oro del tramonto, soffre di quella senescenza inevitabile, comune a quasi tutti gli edifici del Settecento catanese (si pensi a palazzo Reburdone, opera di Francesco Battaglia e specularmente affacciato sempre su via Vittorio Emanuele all’oriente angolando con piazza dei Martiri o piano della Statua, il quale ospita al suo interno sia uffici dell’Università, sia un modesto alberghetto affittacamere), non conservati nella loro interezza e in modo dubbio ammodernati.

– il palazzo Valle, in via Vittorio Emanuele II, sede della Fondazione Puglisi-Cosentino: è un edificio rappresentativo del barocco catanese ed è ubicato a Catania al numero civico 122 di Via Vittorio Emanuele II nel centro storico della città.

L’edificio è una delle opere più eleganti dell’architetto Gian Battista Vaccarini che ebbe gran parte nella ricostruzione di Catania dopo il disastroso terremoto del Val di Noto del 1693. Costruito in stile barocco consta di un piano botteghe con annessi mezzanini e quindi del piano nobile residenza del proprietario. La facciata è molto ricca con balconi ad andamento curvilineo.

L’architetto Francesco Fichera lo descrive: “palazzo dotato di un fascino di grandiosità austera, dovuto alla semplicità del telaio del massiccio edificio, ricinto entro basse lesene, coronato da una sobria cornice”.

La parte più importante è il portale d’ingresso sormontato dal ricco timpano che regge la mensola aggettante del ricco balcone centrale del palazzo.

Dall’androne si dipartono due scale che portano al piano nobile del palazzo, che dispone di un cortile interno mai sistemato definitivamente.

Catania31– la villa Cerami, in via Crociferi, sede della facoltà di Giurisprudenza: era la residenza della famiglia Rosso di Cerami. Oggi è la sede della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania. Sorge alla fine della via dei Crociferi. Notevole è il portale di ingresso, adorno dello stemma litico della famiglia Rosso di Cerami, che dà sull’ampio cortile della villa, in cui si innesta lo scalone monumentale, arricchito da una fontana. La villa è composta da corpi settecenteschi rimaneggiati nell’Ottocento. Nella corte, che separa la villa dall’edificio nuovo della facoltà di giurisprudenza (opera dell’architetto Francesco Basile), si trova la Grande bagnante, opera bronzea di Emilio Greco.

Attiva è la vita che si svolge al suo interno. Migliaia di giuristi la percorrono e la vivono. Frequentate le aule per le lezioni, come pure le biblioteche e le aule studio dei piani superiori dove gli studenti tra una lezione e l’altra ricavano tempo per studiare. Usati anche il giardino e la piazzetta come punto di incontro e di studio.

Catania32– la porta Uzeda in via beato Giuseppe Dusmet: Per chi viene da via Etnea, la porta Uzeda costituisce l’uscita verso sud dalla piazza del Duomo. Essa collega il seminario dei chierici con il palazzo arcivescovile e la cattedrale di Sant’Agata. La porta si apre nelle cinquecentesche mura di Carlo V ed è intitolata al viceré spagnolo Giovanni Francesco Paceco, duca di Uzeda (in castigliano Juan Francisco Pacheco, Duque de Uceda). Il suo viceregno durò dal 1687 al 1696. La facciata del manufatto si rifà a quella del seminario dei chierici a cui è collegata e costituisce un fondale scenografico che unisce tutti i gioielli che si affacciano sulla piazza Duomo.

Catania33– la porta Ferdinandea, detta oggi porta Garibaldi, costruita nel 1768 e sita in piazza Palestro: La porta Giuseppe Garibaldi (inizialmente chiamata porta Ferdinandea) è un arco trionfale costruito nel 1768, su progetto di Stefano Ittar e Francesco Battaglia, per commemorare le nozze di Ferdinando I delle Due Sicilie e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena. Si trova tra piazza Palestro e piazza Crocifisso, alla fine di via Giuseppe Garibaldi, nel quartiere Fortino, in dialetto catanese Futtinu.

La zona è chiamata ‘u Futtinu in ricordo di un fortino costruito dal vicerè Claudio Lamoraldo principe di Ligne, dopo l’eruzione lavica del 1669 che colpì la città su tutto il lato occidentale annullandone le difese medievali. Dell’opera di fortificazione avanzata che sorgeva a sud di piazza Palestro, ormai scomparsa, rimane solo una porta in via Sacchero.

Di tutto ciò oggi rimane ben poco. Alcuni palazzi collegati alla porta furono demoliti negli anni trenta, altri oggi sono abbastanza poveri e tutt’altro che simmetrici. La riqualificazione della piazza ha dato sicuramente un altro aspetto alla porta, ma è comunque tutt’altro rispetto ai progetti originari.

Catania34– la fontana dell’Elefante: è una opera monumentale realizzata tra il 1735 e il 1737 dall’architetto Giovanni Battista Vaccarini. È collocata al centro della Piazza del Duomo di Catania. Il suo elemento principale è una statua di basalto nero che raffigura un elefante, chiamato comunemente u Liotru e considerato l’emblema della città siciliana. La fontana dell’Elefante è stata realizzata da Vaccarini nell’ambito della ricostruzione della città etnea dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693. In modo acritico è stato ribadito che l’architetto palermitano si ispirò all’Obelisco della Minerva di Gian Lorenzo Bernini. In realtà l’iconografia dell’elefante sormontato da un obelisco con palla sulla sommità è documentata nell’Hypnerotomachia Poliphili (Venezia, 1499) attribuita a Francesco Colonna.

Il basamento è formato da un piedistallo di marmo bianco situato al centro di una vasca, anch’essa in marmo, in cui cadono dei getti d’acqua che fuoriescono dal basamento. Sul basamento due sculture riproducono i due fiumi di Catania, il Simeto e l’Amenano. Al di sopra si trova la statua dell’elefante, rivolto con la proboscide verso la cattedrale di Sant’Agata. Questa statua di epoca incerta era originariamente ricavata da un unico blocco di pietra lavica, ma a seguito del sisma del 1693 si frantumarono le zampe posteriori, restaurate dallo stesso Vaccarini in vista della sua collocazione nella piazza. Durante il restauro l’architetto aggiunse i bianchi occhi e le zanne in pietra calcarea. Ai lati dell’elefante cade una gualdrappa marmorea sulla quale sono incisi gli stemmi di sant’Agata, patrona di Catania.

Sulla schiena dell’animale si trova un obelisco egittizzante, alto 3,66 metri, in granito, ipoteticamente di Syene; non ha geroglifici, ma è decorato da figure di stile egizio che non costituiscono una scrittura geroglifica di senso compiuto. Di cronologia incerta, forse era una delle due mete dell’antico circo romano di Catania, l’altro, più frammentario, si trova invece nel cortile del Castello Ursino. Sulla parte sommitale dell’obelisco sono stati montati un globo, circondato da una corona di una foglia di palma (rappresentante il martirio) e di un ramo di gigli (rappresentante la purezza), più sopra una tavoletta metallica su cui vi è l’iscrizione dedicata a sant’Agata con l’acronimo “MSSHDPL” («Mente sana e sincera, per l’onore di Dio e per la liberazione della sua patria»), e infine una croce. Secondo il geografo Idrisi, la statua dell’elefante era stata realizzata durante la dominazione cartaginese o bizantina. Nel periodo in cui visitò Catania (XII secolo), l’elefante di pietra lavica si trovava già all’interno delle mura della città. Vi sarebbe stato portato dai benedettini del monastero di Sant’Agata, che lo avrebbero posto sotto un arco detto “di Liodoro”. Nel 1239 la statua dell’elefante fu scelta come simbolo di Catania. Alcuni sostengono che il trasferimento all’interno delle mura avvenne proprio in quest’occasione.

L’obelisco, invece, probabilmente fu portato a Catania durante le crociate, proveniente da Syene. In città fu collocato nel Circo Massimo, secondo l’ipotesi di Ignazio Paternò Castello.

Nel 1508 venne trasferito sul lato ovest (o nord) del municipio e gli venne affiancata l’iscrizione «Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege – Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio – Justitiario – MDVII». In tale collocazione fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1693; il crollo dei palazzi circostanti infatti provocò la rottura della proboscide e delle zampe, che furono ricostruite da Vaccarini nel 1735 su sollecitazione di Filippo d’Orville.

Fino al 1737 Vaccarini lavorò per costruire la fontana, che fu poi completata con l’obelisco egittizzante e con l’iscrizione agatina. Nel 1757 venne ristrutturata per la prima volta, per aggiungere una vasca. Nel 1826 la fontana fu circoscritta da una cancellata di ferro, entro la quale fu realizzato un piccolo giardino. Poco dopo l’unità d’Italia, venne presa la decisione di spostare la fontana dalla piazza del Duomo a piazza Palestro: il 30 maggio 1862, però, Bonaventura Gravina organizzò una sommossa popolare che bloccò il trasferimento.

Sono stati due i restauri eseguiti nel corso del XX secolo: nel 1905 venne realizzata una seconda vasca e nel 1998 sono stati eliminati la cancellata e il giardino per cui oggi è possibile sedersi su alcuni gradoni ai piedi del basamento.

– il convitto nazionale Mario Cutelli: Dopo il catastrofico terremoto del 1693, nella Catania risorta si annovera il convitto “Mario Cutelli”, collegio voluto dal famoso giureconsulto Mario Cutelli, conte di Villa Rosata e signore dell’Alminusa.

Nel suo testamento redatto il 28 agosto 1654 innanzi al notaio Giovanni Antonio Chiarella di Palermo, stabilisce che, qualora la linea maschile dei suoi successori si fosse estinta, una parte del suo patrimonio dovrà servire per la fondazione di un “Collegio di uomini nobili” come quello di Salamanca, da cui uscirà quella classe dirigente nobile e virtuosa, ma soprattutto laica, destinata al governo amministrativo-politico del paese.

Nel 1747 con la morte dell’ultimo Cutelli, Giovanni, la dinastia si estinse. Il ramo femminile pose molte difficoltà alla cessione dei beni di famiglia, ma alla fine risolse il problema il Vescovo Mons. Galletti, che diede in enfiteusi il Feudo di Aliminusa al principe di Biscari, e reperì così le risorse da destinare alla costruzione dell’attuale Convitto Cutelli, mentre in seguito Mons. Ventimiglia e Mons. Deodato diedero avvio alla costruzione del Collegio Cutelli, insieme agli altri Fedecommissari: Michele Paternò Castello, Mario Gravino, Antonio Paternò, Ignazio Abatello, Adamo Benedetto Asmundo, Giuseppe Celestrio Securo, Antonio Sigone.

La sua realizzazione può collocarsi attorno al 1760 e costituisce, dal punto di vista architettonico, un gioiello dell’arte settecentesca.

L’opera dell’Abate Giovan Battista Vaccarini non poteva non essere presente nella progettazione di un edificio monumentale che, appunto, il grande architetto preparò, anche se si avvalse dell’aiuto di Francesco Battaglia. Il prospetto neoclassico sulla via Vittorio Emanuele è opera del Battaglia e continua sul lato di via Monsignor Ventimiglia e su quello di via Teatro Massimo. La parte attribuita al Vaccarini, che sappiamo alunno del Vanvitelli, è quella del circolare cortile monumentale che, per la purezza e l’armonia delle forme, si ammira entrando nell’edificio.

La bella corte circolare è caratterizzata da un pavimento centrale in bianco e nero. All’interno, sotto il quadrante del grande orologio da torre, situato tra le statue del Tempo e della Fama, vi è un’iscrizione: “Ut praeesset diei et nocti anno MDCCLXXIX” (Questo orologio fu costruito affinché presiedesse al giorno e alla notte).

Le statue del tempo e della fama simboleggiano la rivalità tra le due forze. Degno di menzione è lo scalone di marmo che porta al piano superiore dove si apre l’Aula Magna. In essa sono affrescate le figure delle glorie siciliane appartenenti al mondo scientifico e giuridico (Caronda, Empedocle, Teocrito, Stesicoro, Recupero, Ingrassia, Gioeni) e dove, nel 1837, furono condannati gli insorti contro i Borboni, come ricorda la lapide affissa alla facciata esterna inaugurata il 4 novembre 1926.

La città romantica

Nel biennio 1863-1865 il Comune provvide a dotare la Città di fontanelle, nel quartiere del Fortino, in piazza Crocifisso della Buona Morte (poi piazza Alfredo Cappellini, dal 1907), nel largo dei Miracoli, nel Largo delle «Chianche Mortizze», nella piazza Monserrato, in quella della Guardia, nonché nel rione della Consolazione. Ormai tutte scomparse.

Non c’è più traccia di una fontana che aveva al centro un obelisco e che i catanesi avevano innalzato nel 1862, in un primo tempo nell’attuale piazza Duca di Genova, per ricordare la visita compiuta in quell’anno alla città dai tre figli del primo re d’Italia Vittorio Emanuele II (Umberto, Amedeo e Oddone), poi ricollocata nella zona di piazza Cutelli.

Scomparsa un’altra fontana lungo la via Umberto, in piazza Vittorio Emanuele III.

La città novecentesca

Nel 1821 venne costruito il teatro Coppola, primo teatro comunale a Catania, che fu adibito principalmente alla rappresentazione di opere liriche. Il teatro venne poi chiuso nel 1890 quando fu inaugurato il teatro Massimo Vincenzo Bellini, seguendo lo stile dell’Opera di Parigi, in piazza Vincenzo Bellini.

Al 1904 risale la Fontana di Proserpina in piazza Stazione, oggi piazza Giovanni XXIII, costruita ‘di getto’ in pochi mesi, penultima scultura di Giulio Moschetti. Negli anni trenta iniziò la costruzione del palazzo di Giustizia e in seguito della fontana de I Malavoglia.

Sotto Domenico Magrì sindaco, agli inizi degli anni ’50, sorgono tre nuove fontane: la prima realizzata su disegno di Domenico Catanzaro, la Fontana delle Conchiglie, in piazza Cutelli; un’altra, al largo Paisiello, opera modernissima di Dino Caruso, in ceramica e pietra lavica; e infine viene ricollocata la Fontana dei Delfini, in piazza Vincenzo Bellini, opera di Giovanni Battista Vaccarini, proveniente dal chiostro della Badia Sant’Agata.

Sorge il Palazzo Generali Assicurazioni, primo grattacielo di 19 piani della città.

Nel 1961, il Piano regolatore di Luigi Piccinato diede avvio ai lavori di costruzione anche del complesso universitario della Cittadella, che oggi è uno dei maggiori poli di ricerca dell’Ateneo.

«A Giuseppe Garibaldi che la notte del 18 agosto 1862 pronunziava da questa casa le storiche parole «Roma o Morte» il popolo catanese dedicava questa lapide il 2 giugno MDCCCLXXXIII primo anniversario della morte dell’Eroe, a gloriosa memoria del fatto, ad aborrimento perpetuo di usurpatori, di sacerdoti, di reggitori codardi.»

Mercati e mercatini

Catania35Uno dei posti più caratteristici della Catania popolare è il mercato del pesce della Pescheria sempre rutilante di colori, voci e odori. Un altro caratteristico è il mercato di piazza Carlo Alberto, meglio conosciuto come Fera ‘o Luni, la cui radice etimologica è stata spesso messa in discussione. L’ipotesi più diffusa è che stia per “Fiera del Lunedì” perché probabilmente il mercato originariamente doveva essere attivo soltanto per tale data settimanale. Nella stessa piazza tutte le domeniche si tiene un importante mercato delle pulci.

Un mercato di “bric a brac” è aperto la domenica sotto gli archi della “marina” nei pressi della Villa Pacini. Altro mercato molto frequentato è quello che si svolge il venerdì in piazza I Viceré nel quartiere nord di Barriera del Bosco. Una risorsa non meno importante riguarda i mercatini rionali di Catania.

Strade e piazze

Catania36La via Etnea è il salotto della città. Attraversa Catania da sud a nord partendo dalla Piazza del Duomo ed arrivando, dopo circa 3 km, al Tondo Gioeni. Il suo andamento ha come prospettiva la sagoma incombente dell’Etna, tuttavia è leggermente spostata verso est rispetto al vulcano, pare per proteggere i resti dell’anfiteatro. Essa nasce dalla piazza del Duomo e dopo circa 100 m raggiunge la piazza Università. Qui si affacciano il palazzo dell’Università e il palazzo San Giuliano costruiti entrambi in stile barocco nella prima metà del XVIII secolo. La piazza è illuminata da quattro candelabri bronzei realizzati dal celebre scultore Mimì Maria Lazzaro con allegorie di tre antiche leggende catanesi: Colapesce, i Fratelli Pii, Gammazita. A queste si aggiunse la storia di Uzeta, creata per l’occasione. Più avanti si incontra la Basilica Collegiata e quindi l’incrocio con la via Antonino di Sangiuliano, ovvero i Quattro Canti come detto dai catanesi. Più in là sorge la Chiesa dei Minoriti quindi la piazza Stesicoro, già Porta Jaci. Qui si trovano il monumento a Vincenzo Bellini e i resti dell’anfiteatro romano situati a circa 10 m sotto il livello stradale. La strada incontra quindi la cosiddetta Villa Bellini, che costituisce il principale polmone verde del centro storico e il cui monumentale ingresso eretto durante il ventennio si affaccia su via Umberto, grossa arteria che collega il lungomare con la suddetta Villa, e al discusso monumento a Giuseppe Garibaldi che fa da spartitraffico con la via Caronda. Catania38Seguono poi l’incrocio con il viale Regina Margherita e la piazza Cavour, il Borgo per i catanesi, dove venne spostata la fontana della dea Cerere in marmo bianco, in passato esposta in piazza Università, conosciuta dai vecchi catanesi come ‘a Matapallara dô Burgu (Madre Pallade del Borgo). L’ultimo tratto, caratterizzato da una maggiore pendenza rispetto al resto della via, presenta una serie di edifici eretti alla fine del XX secolo e taluni edifici moderni, alternati sul lato sinistro dal verde del giardino botanico e dell’Ospizio dei Ciechi e dal ponte dell’Istituto Musicale Vincenzo Bellini. La strada termina infine con il Tondo Gioeni, laddove un tempo sorgeva l’omonimo ponte abbattuto nell’agosto del 2013, anticipato dai due edifici dell’Istituto Zooprofilattico, posti ai due lati dell’arteria, che chiude in curva davanti alla facciata dell’omonimo parco.

Catania37Via dei Crociferi: un raro esempio di unità architettonica, spesso definita la strada più bella della Catania settecentesca. Essa ha inizio in Piazza San Francesco d’Assisi e vi si accede passando sotto l’arco di San Benedetto che collega la Badia maggiore alla Badia minore posta al di là della strada. La strada, contornata da chiese, monasteri e poche abitazioni civili, è un raro esempio di barocco siciliano. Nel breve spazio di circa 200 metri sono presenti ben quattro chiese. La prima è la chiesa di San Benedetto collegata al convento delle suore benedettine dall’arco omonimo che sovrasta la via. Ad essa si accede a mezzo di una scalinata ed è contornata da una cancellata in ferro battuto. Proseguendo si incontra la chiesa di San Francesco Borgia alla quale si accede tramite due scaloni. A seguire si incontra il Collegio dei Gesuiti, dal 1968 al 2009 sede dell’Istituto d’arte, con all’interno un bel chiostro con portici su colonne ed arcate. Di fronte al Collegio è ubicata la chiesa di San Giuliano considerata uno dei più begli esempi del barocco catanese. L’edificio, attribuito all’architetto Giovan Battista Vaccarini, ha un prospetto convesso e delle linee pulite ed eleganti. Proseguendo ed oltrepassando la via Antonio di Sangiuliano, si può ammirare il convento dei Crociferi e quindi la chiesa di San Camillo. In fondo alla via è ubicata Villa Cerami, che è sede della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania.

Tradizioni e folclore

Catania40La storia di Catania è arricchita da molte leggende di cui quattro sono state rappresentate nei rispettivi lampioni di Piazza Università realizzati da Mimì Maria Lazzaro e Domenico Tudisco agli inizi del Novecento: Colapesce, i Fratelli Pii, Gammazita e Uzeta.

Una delle leggende di Colapesce narra che egli era un giovane (Nicola il pesce) che poteva stare sott’acqua per molto tempo; non appena Federico II ne venne a conoscenza, lo sfidò a recuperare una coppa d’oro. Colapesce lo fece ed ottenne in premio la coppa. Il Re, allora, gli chiese di vedere cosa c’era sotto la Sicilia. Riemerso, Colapesce informò il Re del fatto che la Sicilia poggiava su tre colonne e che una di esse era consumata dal fuoco. Federico II gli chiese di portargli il fuoco ma Colapesce, tuffatosi nuovamente in mare, non riemerse mai più. Secondo la leggenda è ancora in fondo al mare e continua a reggere la colonna che stava per crollare.

I fratelli Pii (Anfinomo ed Anapia) cercarono di salvare gli anziani genitori portandoli sulle proprie spalle durante un’eruzione dell’Etna; mentre stavano per essere travolti il fiume di lava si divise per volere degli dei e tutti si salvarono.

Gammazita era una giovane virtuosa; di lei si invaghì un soldato francese, che fu rifiutato; un giorno Gammazita, recatasi da sola ad un pozzo, venne raggiunta dall’innamorato e, per non cedere alle sue richieste, si uccise gettandosi dentro la cavità.

Uzeta è protagonista di una leggenda inventata agli inizi del Novecento: questo ragazzo di umili origini diventò cavaliere per la sua bravura e riuscì a sconfiggere gli Ursini, giganti saraceni che avrebbero dato il nome al Castello.

Catania39Altre leggende occupano invece la memoria dei luoghi di Catania – così alla divinità fluviale Ongia si dovrebbe il nome del borgo marinaro di Ognina (secondo alcuni studiosi piuttosto dal nome del fiume che lo bagnava, il Longane, secondo altri dal celebre castello del re Italo a Λογγον) – o dell’Etna, dove una tradizione attribuita a Gervasio di Tilbury (che era ospite della corte Normanna) vuole che essa fosse l’ultima dimora di Re Artù. Legata a questa leggenda il mito del cavallo del vescovo, attribuita piuttosto ad eventi di epoca Sveva. La nascita dell’Etna sarebbe a sua volta legata ad un evento mitologico: la sconfitta di Tifeo da parte di Zeus che, con un grosso macigno oggi la stessa Etna, lo seppellì e quando il gigante si dovesse muovere sarebbe egli la causa dei terremoti e delle eruzioni etnee.

Inoltre pure molte leggende, sempre legate alle forze della natura, hanno circondato gli eventi del sisma del 1693, come la storia di don Arcaloro, e quella del vescovo Francesco Carafa.

Musei

La città siciliana ospita numerosi musei, di cui sette stabili: il Museo diocesano, quello del Castello Ursino, l’Antiquarium regionale del Teatro romano, il Museo Emilio Greco, il museo dell’Orto Botanico, il Museo di Zoologia, il Museo il Museo civico belliniano (presso la casa di Vincenzo Bellini) e la Casa Museo di Giovanni Verga.

Esistono inoltre due musei privati:

il Museo Paleontologico dell’Accademia Federiciana (istituito nel 1996 da Fortunato Orazio Signorello), che accoglie fossili provenienti da ogni parte del mondo risalenti ad un arco di tempo compreso tra il Siluriano, 435-395 milioni di anni fa, e il Neozoico: 2-1,5 milioni di anni fa

il Museo Valenziano Santangelo, che ospita sculture in pietra lavica.

Infine, al Centro fieristico le Ciminiere, area industriale dismessa oggi completamente ristrutturata, si svolgono manifestazioni e mostre periodiche, organizzate principalmente dalla Provincia di Catania.

All’interno del complesso sono stati creati due nuovi musei: il Museo storico dello Sbarco in Sicilia – 1943, dove è stata realizzata una minuziosa riproduzione di una piazza siciliana prima e dopo un bombardamento; contiene inoltre una vasta collezione di oggetti e uniformi, armi del tempo e ricostruzioni virtuali dello sbarco.

Il Museo del Cinema contiene molti cimeli e ricostruzioni di scene famose di film, con una sezione interamente dedicata a Catania come set cinematografico.

Teatro

Catania42Catania è la città a più alta densità teatrale della Sicilia. Molteplici le compagnie teatrali che vi operano, sia professionali che amatoriali. Il più importante teatro della città è il Teatro Massimo Bellini, costruito, seguendo lo stile dell’Opera di Parigi, dall’architetto Carlo Sada alla fine del XIX secolo ed inaugurato nel 1890. Oggi è un teatro lirico di tradizione, vanta un’orchestra sinfonica ed un coro stabile ed è sede di stagione operistica e concertistica. Da alcuni anni dispone della sala del Teatro Sangiorgi che viene utilizzata per concerti di musica da camera e per prove di spettacoli. Molto attivi sono inoltre il Teatro Stabile (che svolge le sue attività sia nel Teatro Verga che nel Teatro Musco) e il Teatro Metropolitan, nonché il Piccolo Teatro. Esistono poi il Teatro Ambasciatori e l’Erwin Piscator.

Musica

Catania41La più grande gloria artistica della città di Catania è il musicista Vincenzo Bellini, nato in questa città nel 1801 e morto presso Parigi nel 1835, autore di numerose opere liriche, tra le quali capolavori come Norma, La sonnambula e I puritani. Nel campo della musica colta, Catania ha dato i natali anche ad altri illustri compositori del Novecento: Francesco Paolo Frontini, Alfredo Sangiorgi, Aldo Clementi, Francesco Pennisi, Roberto Carnevale, Emanuele Casale e Matteo Musumeci.

Nei primi anni settanta si fecero notare i Beans, Gianni Bella, Marcella Bella. Successivamente, sono sorte decine di nuovi cantautori e gruppi musicali. Il più importante è probabilmente Franco Battiato, celebre cantautore nato e cresciuto a Riposto, in provincia di Catania, le cui sperimentazioni musicali hanno influenzato molti altri autori. Vincenzo Bellini

Successivamente sono arrivati i Denovo di Mario Venuti e Luca Madonia, Gerardina Trovato, Carmen Consoli (lanciata dalla casa di produzione di Francesco Virlinzi), gli Sugarfree, Mario Biondi e molti altri.

Alla scena rock degli anni ottanta e novanta appartengono gli Schizo, gli Uzeda, i Flor de Mal. Negli anni novanta Catania si conquistò l’appellativo di “Seattle del sud”, per la rilevanza internazionale della sua scena musicale (molte band internazionali scelsero in quegli anni Catania come unica data in Italia dei loro tour). Importante è stato poi il contributo di artisti che hanno sfruttato il siciliano per creare un caratteristico stile comico, come i Piscarias e il cantante Brigantony. I Lautari si sono invece dedicati alla riscoperta, in chiave moderna, del repertorio tradizionale siciliano. The Acappella Swingers, catanesi anch’essi, ripropongono le sonorità del doo-wop degli anni cinquanta.

Persone legate a Catania

Catania43Catania ha dato i natali a numerose personalità illustri, distintesi in campi diversi, quali quello politico, quello letterario, quello artistico. A Catania sono altresì legate diverse figure importanti, che vissero nel capoluogo etneo, spesso nel periodo di più intensa attività. Legati a Catania sono in epoca arcaica Tisia di Imera, noto col nome di Stesicoro, poeta e scrittore esule, divenuto cittadino onorario di Catania, dove morì e fu sepolto, e il legislatore Caronda, che qui scrisse le sue più note leggi; all’epoca classica appartiene il danzatore e musicista catanese Androne, vissuto in città nel V secolo a.C.; in età repubblicana il triumviro Gaio Giulio Cesare Ottaviano elesse la città a rango di colonia a seguito dell’appoggio ottenuto durante la battaglia con Sesto Pompeo mentre l’imperatore Adriano rimase affascinato dall’Etna durante la sua visita nel II secolo.

All’epoca medievale appartengono personalità come Federico II, che a Catania fece costruire come monito il Castello Ursino, futura sede del parlamento aragonese di Sicilia, dopo aver risparmiato la cittadinanza a lui ribellatasi e legiferato, dando ampi spazi di potere al suo arcivescovo, Gualtiero di Palearia; a Catania ebbe i natali la regina Costanza, futura regina del regno degli Aragona di Sicilia, come qui nacque e regnò Federico IV d’Aragona, ricordato soprattutto per la pace che mise fine alla guerra del Vespro. Il sistema difensivo della città rinascimentale si deve a Tiburzio Spannocchi, architetto e ingegnere di re Carlo I, che ne ricavò la prima cartografia scientifica; Giovanni Francesco Paceco, che fu duca di Uzeda, diede incarico a Giuseppe Lanza, duca di Camastra di organizzare la ricostruzione della città dopo il terremoto del 1693; il pittore Olivio Sozzi, considerato uno degli artisti di spicco della prima metà del XVIII secolo in Sicilia, vi nacque nel 1690; il principe Ignazio Paternò Castello, mecenate e nobile illuminato del XVIII secolo, ne incrementò turismo e archeologia con la creazione del suo museo e con gli scavi svolti in città; Saverio Landolina, archeologo, vi nacque, come pure il poeta e scrittore Domenico Tempio; va ricordato anche Vito Maria Amico, cui si deve la più importante raccolta documentaristica del suo tempo per la Sicilia.

Catania44Nel XIX secolo spiccano diverse figure in campo letterario, come ad esempio Giovanni Verga, che visse per un certo periodo a Catania e vi ambientò la novella Storia di una capinera, o come Luigi Capuana, che studiò giurisprudenza nell’Ateneo catanese, o infine Federico De Roberto, che pure studiò a Catania. In ambito musicale spiccano personaggi come Giovanni Pacini, qui nato e che fu ai suoi tempi noto compositore, il raffinato Vincenzo Bellini, anch’egli nato e cresciuto a Catania, o infine Francesco Paolo Frontini, altro celebre compositore. In questo secolo iniziano anche a emergere personalità illustri della politica italiana, come ad esempio Giuseppe de Felice Giuffrida, nato in città, che fu tra i promotori dei Fasci siciliani; in campo astrofisico gli scienziati Peters e Sartorius (a lui si deve la descrizione dei crateri dell’Etna che prendono il suo nome, i Monti Sartorius) sono nel capoluogo etneo per realizzare la meridiana della chiesa di San Nicolò, ritenuta la più completa d’Italia per la gran quantità di informazione che essa fornisce[43]; in quello matematico Sebastiano Catania, nato a Catania e impegnatosi nella trasposizione dell’organizzazione ipotetico-deduttiva delle proposizioni matematiche; nel campo delle scienze naturali Carlo Gemmellaro, noto geologo, nacque anch’egli a Catania.

Catania45Nei primi decenni del XX secolo le figure di spicco del capoluogo etneo si distinguono in campi come la fisica (Filippo Eredia nato e vissuto a Catania, Ettore Majorana promettente fisico misteriosamente scomparso nel 1938 ed Enrico Boggio Lera che vi passò oltre cinquant’anni della sua vita), la poesia (Gaetano Ardizzoni, Giovanni Formisano e altri che qui nacquero) e la lirica (Gaetano Emanuel Calì, compositore, noto soprattutto per la raccolta di brani popolari e dialettali, o Francesco Pastura a cui si deve la raccolta epistolare di Vincenzo Bellini). In politica personaggi di spessore furono Napoleone Colajanni, deputato e senatore della Repubblica, mentre nei primi decenni del secolo si dedicò alla scultura Mimì Maria Lazzaro. Spiccarono nell’arte drammatica Angelo Musco, maestro del teatro dialettale, Giovanni Grasso, attore drammatico e Goliarda Sapienza, attrice e scrittrice. Anche in tempi recenti la città è legata a personalità illustri, come nel campo musicale (Uzeda, Gianni Bella, Marcella Bella, Vincenzo Spampinato, Franco Battiato, Carmen Consoli, i Lautari, Gerardina Trovato) o in quello artistico (certamente tra i più noti è Emilio Greco, spentosi a Roma nel 1995 e Antonio Placido Torresi) o in quello giornalistico (tra cui primeggia Giuseppe Fava, che visse a lungo a Catania e che qui venne ucciso dalla mafia, ma si ricorda anche Candido Cannavò, noto giornalista de La Gazzetta dello Sport, morto nel 2009).

Fonte: it.wikipedia.org/wiki/Catania – www.comune.catania.it

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