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Comune di Aliminusa

Logo AliminusaAliminusa è un comune italiano di 1.328 abitanti della provincia di Palermo in Sicilia.

Territorio

Aliminusa si trova a 450 m s.l.m., sul versante nord del monte Roccelito (1127 m s.l.m.), dagli aliminusensi chiamato “a Suprana”.

Di fronte al comune si erge il monte San Calogero, già Euracus, è visibile uno spicchio di mar Tirreno, mentre a ovest lo sguardo arriva fino a Rocca Busambra.

Dal punto di vista idrografico tutta l’area comunale ha una bassa permeabilità ed è dominata da molti impluvi a carattere torrentizio e a regime prettamente pluviale; tutte le linee di regimazione superficiale defluiscono naturalmente e per gravità nel fosso Tre Valloni e nel Vallone di Trabiata, che confluisce nel Torto.

Cenni Storici

Il primo riferimento al toponimo è documentato nel testamento di Matteo Sclafani del 1333 in cui questi dice di aver comprato il feudo e il casale di Rachalminusa (il prefisso rachal in arabo significa casale o villaggio) dal figlio di Gualtiero Fisaula, Giovanni, che vendette per 550 onze, con atto in Giovanni di Siracusia.

Dalla prima metà del XIV secolo Rachalminusa segue le vicende della Contea di Sclafani.

Il feudo è in possesso di Matteo Sclafani, conte di Adernò, il costruttore di palazzo Sclafani a Palermo, che detiene uno dei domini economicamente e strategicamente più importanti di tutta la Sicilia. Ma Matteo Sclafani morì senza lasciare eredi maschi. Le figlie Luisa e Margherita erano andate in sposa rispettivamente a Guglielmo Peralta e a Guglielmo Raimondo Moncada, che si contesero a lungo l’eredità. La contea di Sclafani, comprendente il feudo e il casale di Rachalminusa, passò quindi alla figlia Aloisia, sposa di Guglielmo Peralta.

Per un breve periodo la perdono in favore dei Moncada, per volere di Re Martino. Successivamente, i Peralta, ritornati fedeli al re Martino, rientrano nella signoria di Sclafani.

Addirittura, nel 1396 Nicolò Peralta ottiene dalla Corona di poter esercitare su tutta la contea di Sclafani il mero e misto imperio (alta e bassa giustizia). Si tratta della competenza, molto ambita e spesso comprata, di poter esercitare il potere giudicante non solo nelle cause civili, ma anche in quelle penali.

Del XV secolo è una carta, ora conservata nell’archivio degli Uffizi Fiorentini con il titolo di Terrae harminusae, in cui si parla di Rachalminusa con il toponimo storpiato in harminusa, termine tuttora usato dai locali.

Dopo la morte di Nicolò, la tutrice delle figlie nonché sua vedova Elisabetta Chiaramonte permuta, per volere della corte reale, la contea di Sclafani con il centro di Giuliana. Sclafani, per questa via, perviene a Sancho Ruiz de Lihori de Lihori, che ne prende possesso il 16 giugno 1400. Per parecchio tempo, Sancho Ruiz de Lihori, che è figlio del governatore di Aragona, visconte di Gagliano, signore di Capizzi, Motta, Mistretta, Reitano e conte di Sclafani, ricopre le più alte cariche del regno di Sicilia.

Ma il dominio di Sancho Ruiz fu breve: già nei primi anni del Quattrocento il De Lihori cedette la sua Contea, per atto di permuta con quella di Sciortino, a Don Giacomo de Prades. A sua volta Giacomo de Prades, con atto del 16 aprile 1406 approvato dal Re Martino con diploma dell’11 agosto 1408, la vendette al prezzo di 1400 onze d’oro all’ambizioso barone di Caltavuturo Enrico Rubbes, poi trasformato in Russo.

Enrico Russo sposò Beatrice Arezzo, figlia del protonotaro del regno, ma la coppia non ebbe figli, ed Enrico ebbe soltanto un figlio adulterino che, secondo le prescrizioni legislative, non può subentrargli né nel titolo né nei beni. Per questo, il conte Enrico designa un altro erede quando detta il proprio testamento il 5 agosto 1421 presso il notaio palermitano Manfredi Muta. la cui sorella Beatrice, sposa di Tommaso Spatafora conte di Capizzi, ha con lui avuto un figlio, Antonio Spatafora. È quest’ultimo l’erede designato per volontà testamentaria dal conte di Sclafani nonché suo zio materno Enrico. Alla morte di Enrico Russo (1442), per disposizione testamentaria, la Contea pervenne al nipote ex sorore Antonio Spatafora Russo. Il testamento disponeva anche che Antonio Spatafora avrebbe dovuto assumere il cognome Rosso e le armi gentilizie della famiglia materna.

Nel 1457 la Contea passa a Tommaso, figlio di Antonio, che ottiene il mero e misto imperio dalla corona. Probabilmente Tommaso muore poco dopo. Ritornando ad Antonio, notiamo che lo stesso fa redigere il proprio testamento, in data 20 ottobre 1459 dal notaio polizzano Francesco Notarbartolo, con esso il conte Antonio designa erede nella contea di Sclafani e nella baronia di Caltavuturo la nipote Beatrice, figlia del defunto Tommaso e di Giovannella Branciforte, di minore età, assegnandole come tutori la moglie Pina ed il magnifico Giovanni Branciforte, signore di Mazzarino.

Nel Cinquecento, Il re Giovanni II, esiliò i Luna dal regno e confiscò tutti i loro beni per evitare altri scontri con i Perollo avuti nelle vicende del primo Caso di Sciacca.

Il 4 febbraio 1519 della Contea di Sclafani si investe Gian Vincenzo de Luna, figlio di Sigismondo e di Beatrice Spatafora Contessa di Sclafani. È in questo periodo che il casale, probabilmente sito sul cozzo de luna e la cubba, (dall’arabo qubba, “cupola”), venne distrutto nella contesa con i Perollo, durante le vicende del secondo Caso di sciacca.

Pietro de Luna, (figlio di Sigismondo e Luisa Salviati e nipote di Lucrezia de’ Medici), si investe della contea il 6 febbraio 1549 e per la successione di Filippo II a Carlo V, se ne reinveste il 12 settembre 1557. Pietro de Luna ebbe due mogli: la prima era Isabel, figlia del Viceré Juan de Vega, dalla quale ebbe Bianca, Eleonora e Aloisia. La seconda era Ángela de La Cerda, figlia del Viceré Juan de la Cerda, da questa ebbe un solo figlio, Giovanni de Luna, che venne nominato suo erede universale.

Giovanni de Luna si investe della Contea il 26 settembre 1576, ma questi non ebbe alcun figlio. Il 13 novembre 1584 cedette le sue proprietà alla sorellastra Aloisia de Luna, sposa di Cesare Moncada.

Aloisia de Luna prende possesso, tramite il proprio procuratore Francesco de Ansaldo, di Scillato e del feudo di Regaleali e quella di altri feudi quali lo vosco di Cuchiara, lo vosco di Granza, lo vosco di Cardulino, lo vosco di Santa Maria, lo vosco di Larminusa de membris et pertinentia terre di Caltavuturo e Sclafani prestando giuramento di fedeltà il 30 settembre 1592. Da notare che Granza e Santa Maria sono ricorrenti nella toponomastica dei Cavalieri templari e Larminusa è assai simile a Larménius.

Beatrice Russo sposa il Conte di Caltabellotta, Carlo de Luna e poi il fratello di questi Sigismondo de Luna.

A causa delle difficili condizioni finanziarie Sigismondo de Luna aliena con la condizione di riacquisto il feudo di Larminusa in territorio di Sclafani al fratello Pietro de Luna.

Pietro de Luna il 26 settembre 1481, nella persona del suo procuratore Michele La Farina, presenta il memoriale per l’investitura del nipote Gian Vincenzo.

aliminusa chiesaNel 1620 l’intera Contea, data la prematura scomparsa del figlio di Aloisia de Luna, Francesco Moncada, passò al nipote Antonio Moncada.

In questo periodo la Contea di Sclafani viene smembrata nei vari feudi e darà origine ai comuni di Aliminusa, Scillato, Sclafani, Valledolmo.

In Sicilia nel 1610 il governo concesse ai baroni la facoltà di fondare nuovi centri abitati non già nelle terre demaniali, bensì nei feudi in loro possesso. Nei Parlamenti ordinari del 12 luglio 1618 e del 21 luglio 1621, va segnalata la scelta di favorire l’attività di colonizzazione interna mediante la concessione di licentiae populandi a quei vecchi e recenti signori che intendevano edificare nei loro feudi rurali nuovi centri abitati per la messa a coltura granaria di terreni incolti o a pascolo per favorire il riequilibrio tra produzione ed esportazione cerealicola.

La programmazione urbanistica del territorio agricolo siciliano trasse origine dall’esplosione demografica, in Sicilia da 550.000 anime del censimento del 1505 si era passati 1.020.792 del censimento del 1583. Per continuare ad essere il granaio di sempre, non potendo o volendo introdurre nuovi sistemi produttivi come l’irrigazione o la trasformazioni delle rotazioni agrarie tradizionali, bisognava mettere a coltura quanta più terra incolta possibile, per raddoppiare la produzione di grano.

Il barone che ne chiedeva l’autorizzazione otteneva il privilegio di esercitare la signoria feudale sul nuovo centro fondato e di governare la popolazione vassalla con il “potere del mero e misto imperio (alta e bassa giustizia)“. In più gli veniva concesso il “privilegio di entrare nel parlamento” con relativa acquisizione di un seggio nel Braccio baronale, anche se già ne faceva parte. Alla licenza di fondare nuovi comuni faceva seguito una qualifica più elevata della gerarchia nobiliare.

Nel 1625, il feudo di Larminusa venne acquistato da Don Gregorio Bruno, regio secreto di Termini. Don Gregorio Bruno, il 30 giugno 1634, dietro il pagamento di 200 once alla tesoreria Regia generale di Sicilia, ottenne la licentia populandi per edificare e popolare un nuovo centro abitato che chiamò “Sant’Anna” in un territorio segnato da una buona rete trazzerale da masserie abbeveratoi e mulini, e l’anno successivo il borgo contava 343 abitanti.

In questo periodo fu costruito in una nuova zona, nascosto dai colli circostanti, un Baglio (dall’arabo: “edificio con cortile”) per meglio difendersi da eventuali incursioni.

In data 23 aprile 1652, per atto del notaro Pietro Cardona di Palermo, il figlio di Gregorio Bruno, Giuseppe, vendette sia il feudo di Alminusa che il borgo già creato che il baglio feudale al giureconsulto Mario Cutelli, Conte di Villa Rosata.

Mario Cutelli nel suo testamento redatto il 28 agosto 1654 innanzi al notaio Giovanni Antonio Chiarella di Palermo, riferendosi ad Aliminusa così disponeva:

«Lascio un legato di onze dieci l’anno per maritaggio di una figlia delli mei vassalli di detta terra d’ Alminusa, cioè essendoci femina nubile per consequtione di detto legato, preferendo li schetti et poi li vidui, con che habbiano habitato di continuo anni sei in detta terra et stiano attualmente, incominciando dal vassallo più antiquo et andando cossì di anno in anno, et non ci essendo in alcuno anno soggetto nessuno per casarsi con detti requisiti si habbia di spendere nella fabrica et adorno della chiesa di Santa Anna, alla quale li legho onze dieci semel tantum per farsi un baldacchino et altri addrizzi a voluntà di mia moglie.»

Cutelli disponeva anche che ove ed in qualunque tempo fosse mancata la linea maschile alla sua discendenza, una parte del suo patrimonio dovesse passare alla fondazione di un “collegio d’huomini nobili” in Catania.

Giuseppe Cutelli e Cicala, barone di Valle d’ulmo, nacque a Catania il 23 ottobre 1625, e ottenne nel 1650 la licentia populandi per Valle dell’Ulmo. Sposò la Duchessa Anna Summaniata, e in seconde nozze Donna Maria Abatellis. Morì a Palermo il 24 novembre 1673 e venne tumulato nella chiesa di San Francesco di Paola fuori Porta Carini, a Palermo.

Antonino Mario Cutelli e Abbatellis nacque il 10 aprile 1661, prese l’investitura della Baronia di Castelnormanno, di Aliminusa, di Cifiliana e di Villarosata nell’ottobre del 1674 e sposò una nobildonna di casa Marchese. Rigido nell’esercizio della giurisdizione feudale e nella riscossione dei tributi, aveva fama di barone dispotico nei vassallaggi feudali di quei contorni. Il 15 febbraio del 1692 fu costretto a fare donazione della baronia alla propria madre, Maria Abatellis contessa di Villarosata. In seguito conobbe la nobile Maria Ventimiglia dei conti di Prades, della quale si invaghì e con la quale convisse ed ebbe un figlio: Giuseppe Giovanni Cutelli.

Antonino Mario Cutelli morì assassinato, a Valledolmo, da un suo vassallo di nome Pietro Corvo, il 5 agosto 1711 durante il tentativo di abuso di un jus primae noctis. Alla morte di Maria Abatellis, le succede, la figlia e sorella di Antonino, Cristina Cutelli e Abbatellis: con atto del 20 luglio 1712, veniva escluso dall’eredità il figlio naturale dell’Antonino, l’avvocato Giovanni, ma la lotta tra i due si accese a suon di scontri violenti culminati in tribunale. Alla fine ebbe partita vinta il figlio naturale Giovanni che « in virtù della sentenza del Tribunale della Gran Corte di Palermo, in data 2 agosto 1726, confermata il 3 luglio 1734 dal Tribunale del Concistoro, s’investì dei feudi di Cifiliana e Mezzamandranuova».

Nel 1747 con la morte dell’ultimo Cutelli, Giovanni, ricordato come uomo colto, di senno e generoso, la dinastia si estinse. Il ramo femminile pose molte difficoltà alla cessione dei beni di famiglia, ma alla fine risolse il problema il Vescovo Mons. Galletti, in quanto fido commissario della volontà del Cutelli, che il 24 gennaio 1750 diede in enfiteusi il Feudo di Aliminusa al principe Ignazio Vincenzo Paternò, Principe di Biscari, e reperì così le risorse da destinare alla costruzione del Collegio Cutelli di Catania.

Il 5 novembre 1766 Ignazio Paternò cedette Aliminusa, a Gerolamo Recupero e Bonaccorsi, naturalista professore di storia naturale all’università di Catania, poi ad Alessandro Recupero, numismatico archeologo, barone di Alminusa.

Quindi, Giuseppe Recupero e Zappalà, dottore in leggi, ebbe il 15 settembre 1774 investitura di detta baronia, e cedette in data 9 agosto 1796 il feudo ad Emmanuele Milone.

Toponomastica dei luoghi

Cozzo de Luna, è un colle a nord di aliminusa, che prende il nome dalla famiglia de luna i cui componenti furono Conti di Sclafani e signori di Larminusa.

Cubba, (dall’arabo qubba, “cupola”) è il nome di un’antica costruzione oggi in rovina, e da questa prende il nome la contrada in cui sorge.

Ramusa, è una contrada che richiama all’antico nome rahalminusa.

Passu di Gulisanu, è una contrada che indica l’antico passo per la Contea di Golisano, fino al 1430 l’attuale territorio comunale di cerda faceva parte della contea di Golisano.

Rocca del Corvo, è un colle che probabilmente prende il nome da Pietro Corvo.

Cardulinu, è un bosco il cui nome oggi viene erroneamente italianizzato in cardellino, ma in siciliano cardellino si dice cardiddu, il suo significato è da ricercare probabilmente nel nome dialettale del fungo Pleurotus eryngii var. Ferulae, volgarmente conosciuto come fungo di ferla.

Granza e Santa Maria sono ricorrenti nella toponomastica dei Cavalieri templari e Larminusa è assai simile a Larménius.

Soprana, Granza soprana anticamente indicava la parte superiore del feudo di Granza.

Monumenti e luoghi d’interesse

– Il Baglio, (dall’arabo edificio con cortile) è orientato verso nord-est, ha pianta rettangolare con corte interna a U divisa dal palazzo signorile culminante in due torrette e terrazza. Le parti laterali servivano per l’abitazione della servitù, per i granai e le scuderie. Nella parte posteriore vi è la foresteria e un giardino con un pozzo di acqua potabile.

– Adiacente al baglio sorge la chiesa dedicata a Sant’Anna, originariamente cappella del baglio, aperta al culto nel 1809.

– Nel territorio comunale ricade la Riserva naturale orientata Bosco di Favara e Bosco Granza.

Fonti: it.wikipedia.org/wiki/Aliminusa – www.comunedialiminusa.it

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