venerdì , Ottobre 7 2022

Il vizio della parola

JAMES WRIGHT FOLEYJames Foley era un fotoreporter. Jamese Foley è stato sgozzato da un soldato dell’ISIS in risposta agli attacchi aerei americani in Siria e Iraq. Il nome di James Foley si è aggiunto alla lista dei giornalisti ammazzati. “Credo che stare in prima linea nel giornalismo sia importante, senza queste foto e video non si potrebbe dire al mondo quanto tutto questo sia terribile”.
Patisce il vizio della parola chi racconta cose che sarebbe meglio tacere. Patisce questo vizio chi scrive di malaffare, malcostume e cose così. Negli ultimi anni i casi di giornalisti minacciati, censiti ufficialmente, sono stati oltre 1200. Questo dato ha contribuito al declassamento dell’Italia, che unico nell’Unione Europea, è entrato nella lista dei paesi in cui la stampa non è libera, ma parzialmente libera. Parzialmente vuol dire che chi ha potere e soldi, l’informazione se la compra o se l’aggiusta a proprio piacimento.
Potere politico, lobby economiche, mafia ricercano il consenso di fasce sociali sempre più estese perchè temono gli attacchi sul terreno della comunicazione e dell’azione sociale almeno quanto quelli dell’azione repressiva. E’ triste ammetterlo, ma chi descrive la realtà senza abbellimenti rischia. Rischia di perdere la serenità e anche la vita. La battaglia quotidiana fra passione, dovere dell’informazione e pretesa del silenzio, diventa così violenza, intimidazione, minaccia che si materializza in letterine sprezzanti, copertoni tagliati, automobili date alle fiamme, insulti, denigrazioni, tutte cosette anonime, tutte cosette vili.
Certo la soluzione c’è basta tacere o meglio, dire quello che il sistema vuol che si dica. Si potrebbe cominciare con l’elencare i partecipanti alle sagre paesane e proseguire con le feste di comunione. Nomi, foto e titoli di studio riempirebbero pagine e pagine e vuoi mettere la risposta del lettore?
Fra i direttamente interessati e gli affini il boom delle visualizzazioni sarebbe garantito. Mai e per nessuna ragione si dovrà mancare di rispetto all’autorità costituita e sopratutto nelle ricorrenze ufficiali la deferenza dovrà farsi abnegazione.
Gioia e serenità dovrà profondere il giornalaio fu giornalista, salvo indicazioni superiori.
La coerenza è cosa accessoria si può delocalizzare all’estremità corporea o si potrà rinfacciare a chi muta pensiero essendo, qualche volta, dotato di pensiero anche chi scrive. Ma chi te lo fa fare? Ma cu ti ci porta?
Porre in calce all’articolo la propria firma vuol dire esporsi e allora ne vale la pena? Il racconto di una notizia si potrebbe fermare solo alla cronaca senza esplicitare collegamenti, antefatti e malofatti, dicendo niente che tanto piace a molti. Io so, diceva Pier Paolo Pasolini in un celebre articolo del 1974. Io so i nomi di coloro che dietro le quinte, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato le protezioni. Pasolini sapeva i nomi dei responsabili dello sfacelo italiano, ma non li poteva denunciare perché non aveva le prove e neppure gli indizi. Oggi che qualche prova si ha non è cambiato nulla, il potere politico prosegue imperterrito nei suoi riti, l’informazione compiacente lo applaude in un gioco perverso di colpevoli e meno colpevoli che alla fine assolve tutti e allora ne vale la pena?


Gabriella Grasso

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