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Recuperare il senso originale dell’essere «eretici»

EresiaRecuperare il senso originale dell’essere «eretici»

La scelta della ricerca per la verità

Parlare oggi di eresia significa partire da un concetto negativo: non adesione a una verità rivelata o proposta dalla Chiesa. Così, partendo da questa concezione, il termine indica un’idea o un’affermazione contraria al sentire comune; si parla, infatti, di “eresia poetica” o “eresia artistica”. Ma il termine si usa a significare anche una grossa stupidaggine.

Eppure non fu sempre così. In origine il termine, utilizzato sia da scrittori ellenistici e sia da scrittori ebraici ellenizzati, indicava una fazione (i Pitagorici o gli Stoici) o una setta religiosa, senza che assumesse connotazioni denigratorie. “Eresia”, positivamente, deriva, infatti, dal greco αἵρεσις, haìresis, a sua volta originato da αἱρέω, hairèō, con il significato di prendere, afferrare ma anche scegliere o eleggere, da parte di chi era in grado di valutare più opzioni. Così negli Atti degli Apostoli, dove il termine compare per la prima volta nel N.T., si usa per indicare diverse scuole di pensiero come i sadducei o i farisei. Con le Lettere del N.T. (1 Corinzi 11,19, Galati 5, 20 e 2 Pietro 2,1) tale neutralità viene meno e assume un carattere dispregiativo fino a indicare “separazione”, “divisione” e conseguente condanna. Afferma Heinrich Schlier che lo sviluppo in negativo di haìresis procede con l’analogo sviluppo del termine ekklésia: divengono due opposti. Con il tempo si passa a indicare una dottrina o un’affermazione contraria ai dogmi e ai principî di una determinata religione, sovente oggetto di scomunica da parte dei rappresentanti della stessa.

Nel XIII secolo Tommaso d’Aquino definirà l’eresia «una forma d’infedeltà» che corrompe la dottrina e porta turbamento nelle anime dei fedeli. Il Codice di Diritto Canonico, al can. 751, definisce eresia, “l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa”.

Mi limito a questi brevi richiami. Quello che mi preme sottolineare è l’esigenza di rileggere il significato originale del termine, in chiave odierna, per riscoprire il senso profondo delle scelte e dell’afferrare il significato essenziale da difendere o attaccare. Dobbiamo essere capaci di opzioni consapevoli, in ogni momento e circostanze della nostra vita, soprattutto quando queste sono impopolari, contro corrente, e richiedono uno sforzo personale e responsabile. L’indifferenza e, peggio, la massificazione della vita, dei sentimenti, dei valori, deve lasciare spazio all’impegno. La ricerca della verità, per farne una scelta, deve primeggiare al di sopra di ogni interesse. Tutta la nostra totalità deve essere coinvolta perché si facciano scelte radicali che siano a vantaggio dei più bisognosi, dei “poveri”, in tutti i sensi. E allora bisogna tirar fuori spesso tutto il nostro coraggio per uscire allo scoperto ed essere veramente eretici. E mi piace concludere con le parole di don Luigi Ciotti – fondatore del Gruppo Abele e di Libera: “Ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa. Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza. Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio”.

 

Salvatore Agueci

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