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Francesco D’Aguirre insigne giurista, uomo di straordinario ingegno, fine intellettuale

Francesco D’Aguirre insigne giurista, uomo di straordinario ingegno, fine intellettuale

Francesco-DAguirreNacque a Salemi (Trapani) da Lorenzo nel 1681 (R. Zapperi, AGUIRRE, Francesco d’, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, data la nascita il 7 aprile 1682), nipote di Diego D’Aguirre (cattedratico all’Università La Sapienza di Roma e docente di Diritto civile per 34 anni, morì nel 1722), fu insigne giurista, uomo di straordinario ingegno, fine intellettuale italiano. Laureatosi in Diritto canonico e civile, fu amico di giuristi e letterati del tempo come Tommaso Campailla, Pietro Metastasio, Scipione Maffei, Ludovico Muratori ed altri, condividendone le idee, affini a un cattolicesimo liberale. Nel 1710 fu nominato maestro razionale nella Regia Gran Corte dei conti di Palermo (cf. Ib.) e, tra la fine del 1713 e l’inizio del 1714, componente della Giunta per gli Affari Ecclesiastici della Sicilia, mettendo a frutto la sua dottrina giuridica a sostegno dei diritti regi, contro le pretese della Curia Romana, particolarmente in riferimento alla controversia liparitana (il D. si era formato alla scuola giurisdizionalista meridionale e sotto l’influenza delle “dottrine di Francia”). Diede avvio alla sua carriera sotto Vittorio Amedeo II re di Sicilia, il quale a settembre del 1714, di ritorno dall’Isola, dopo la cessione di questa in cambio della Sardegna, lo condusse con sé in Piemonte, assieme ad altri magistrati siciliani, della cui opera il sovrano sabaudo intendeva valersi, e gli affidò la riforma e la modernizzazione dell’Università di Torino, nominandolo prima membro del Magistero della riforma, il 22 aprile 1717 questore fiscale e quindi censore dell’università e sovraintendente generale all’insegnamento ufficiale per tutto il Piemonte.
Con l’incarico di presidente del piano, prese contatti con i più noti esponenti della cultura italiana del tempo, invitando il Grimaldi, il Gravina, il Muratori, C. Galiani, ecc., a collaborare alla sua opera di rinnovamento culturale. Insieme a Nicolò Pensabene e al Maffei (che avanzava proposte più ardite e per questo non furono accettate rispetto a quelle più moderate del D’Aguirre), anche loro preposti agli studi, rinnovò a fondo gli studi accademici (diede un saldo fondamento regalista all’insegnamento delle discipline giuridiche e teologiche, rivolgendo invece scarsa considerazione all’insegnamento delle discipline scientifiche; spezzò, conseguentemente, il monopolio gesuitico ed ecclesiastico sull’istruzione), partendo dalle discipline d’insegnamento (introdusse il diritto, la storia, le scienze sperimentali), invitando all’insegnamento i più dotti del tempo (chiamò a insegnare diritto ecclesiastico, un allievo del Gravina, l’avvocato M. A. Campiani, facendo licenziare il lettore di decretali, p. C. Romano Colonna, e a insegnare latino e oratoria il napoletano p. B. A. Lama, antiscolastico e noto per le sue simpatie giansenistiche, cercando così di sprovincializzare la cultura piemontese, costituendo a Torino un primo punto d’incontro tra le “dottrine di Francia” e la tradizione giurisdizionalistica meridionale) (Ib.) e modificandone i criteri (codificati, in parte, nelle costituzioni ufficiali dello Studio universitario del 25 ott. 1720 e, poi, del 29 ott. 1721 e del 20 ag. 1723); il D’Aguirre ne controllò dettagliatamente i primi risultati, stilando al sovrano un rapporto sull’esecuzione degli studi dell’anno accademico 1720-21. Napoleone Bonaparte, in seguito, li adottò per la Sorbona di Parigi. Filippo Cordova, deputato al Parlamento Nazionale, il 10 dicembre 1863, in un suo intervento alla Camera, affermava: «Se Napoleone Bonaparte fosse passato innanzi a Salemi si sarebbe tolto il cappello in riverenza della Patria di Francesco D’Aguirre!».
Tra il 1728 e ‘29, non condividendo la condotta perentoria, in seguito al Concordato stretto con la Chiesa di Roma (tutta l’azione riformatrice in generale gli suscitò contro ostilità, più scoperta quando la politica di Vittorio Amedeo cambiò nei confronti della S. Sede, permettendo ai gesuiti di riprendere influenza), litigò con Vittorio Amedeo II e si trasferì al servizio della corte di Vienna, ove lavorò per il progetto di riforma di Carlo VI, divenuto nel frattempo re di Sicilia. In seguito allo scoppio della guerra di successione polacca, lo destinò a Milano, affidandogli rilevanti mansioni: fu nominato prima conte, poi primo reggente del Supremo Consiglio di Spagna in Vienna, prefetto del Regio Censimento per le province lombarde e questore del Consiglio di Milano; si adoperò per il riordino del catasto. Morì a Vienna o Milano nel 1748 (il Zapperi dice verso il 1753, portando come prova che solo in quest’anno il libraio milanese Antonio Agnelli mise in vendita i libri provenienti dalla sua ricca biblioteca).

Salvatore Agueci

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