mercoledì , Ottobre 20 2021

A dieci anni dalla crisi esplosa nel 2008 ancora non si vedono vie d’uscita

Il 15 settembre 2008, esattamente 10 anni fa, è la data che segna una svolta storica. Il fallimento della Lehman Brothers, la banca americana di investimento, fu l’evento di maggior rilievo di quel giorno che ebbe una risonanza mondiale. Da allora iniziò la revisione critica della globalizzazione e del ruolo delle banche, che furono messe sotto accusa. Prese il via, quel giorno, una fase di convulsioni politiche, che dura tuttora e che ha favorito il dilagare dei populismi nei paesi investiti dalla crisi. Si puntò il dito contro la decisione di Clinton di abrogare nel 1999 la legge Glass-Steagall del 1933, che separava le attività delle banche di deposito da quelle delle banche di investimento. Si cominciò a dubitare di quell’idea, fatta propria anche dalle forze di sinistra in quegli anni al governo di paesi importanti (il Partito democratico di Clinton negli Usa, il Labour Party di Tony Balir nel Regno Unito, il Partito socialdemocratico in Germania e dell’Ulivo di Prodi e D’Alema in Italia), che la libera circolazione dei capitali avrebbe moltiplicato le opportunità di crescita per tutti: ricchi e poveri, lavoratori e capitalisti. Chi non ricorda quel detto citato spesso dai sostenitori del liberismo che usavano la metafora dell’alta marea che, quando c’è, solleva tutte le imbarcazioni sia quelle grandi sia le altre piccole. La realtà si è incaricata di smentire quella previsione perché l’alta marea ha inghiottito le piccole e ha lasciato a galla le grandi. Fuor di metafora, le diseguaglianze sono aumentate e i redditi del ceto medio e delle classi lavoratrici sono diminuiti. La banche sono state salvate, ma sono state salvate con i soldi dei piccoli risparmiatori e dei contribuenti. Di quelli che dall’alta marea sono stati risucchiati. Nel pieno svolgimento della crisi iniziata nel 2008 si è scoperto che i bilanci degli Stati sono in sofferenza per le politiche di austerità e di privatizzazione di aziende pubbliche e di servizi pubblici essenziali mentre alle multinazionali si è consentita una colossale evasione fiscale. Rispetto al ceto medio e alle classi lavoratrici, i colossi del capitalismo transnazionale pagano tasse irrisorie. Ad rendersene conto è stato uno dei primi sostenitori della globalizzazione, l’economista americano Paul Krugman premio Nobel, che ora ne vede gli aspetti negativi. Quali sono stati gli aspetti negativi? Per favorire il grande capitale e le multinazionali i sistemi fiscali sono stati distorti. Nel marcato del lavoro sono state introdotte regole che hanno rafforzato il potere contrattuale delle aziende e indebolito quello dei lavoratori e dei loro sindacati. Quelle regole hanno consentito alla FCA di scegliersi a piacimento la sede fiscale dove pagare meno tasse mentre il lavoratore autonomo o dipendente che lavora in Italia non può fissare la sua residenza fiscale in un altro paese dove si pagano meno tasse. Sono leggi che hanno fatto i parlamenti di quei paesi permeabilissimi alle pressioni dei poteri forti. Anche per le delocalizzazioni di aziende non ci sono freni. Ma perché la globalizzazione ha portato a tutto questo? Perché non si è saputo o non voluto governarla. Avrebbe dovuto essere chiaro che, quando si è deciso di abbattere le frontiere, nei paesi emergenti e meno ricchi bisognava esportare più diritti, salari più alti, regole sulla tutela dei consumatori e sulla protezione dell’ambiente. Sotto questo profilo, esemplare è il caso della fabbrica di Figline Valdarno, dove si produco rinforzi in acciaio per pneumatici che la multinazionale belga Bekaert ha deciso di chiudere per portarsela in Romania dove paga di meno gli operai. Eppure la Romania è un paese che fa parte dell’Ue, dove operai italiani e romeni dovrebbero ricevere lo stesso salario per lo stesso lavoro! Ma purtroppo non è così. E questo spiega perché gran parte degli operai della fabbrica di Figline Valdarno vota la Lega di Salvini, come si è visto e sentito nelle diverse puntate del programma di approfondimento che In Onda che la televisione La7 ha dedicato alla drammatica vicenda dei 318 operai che rischiano seriamente di perdere il lavoro.

Silvano Privitera

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