giovedì , Ottobre 28 2021

Paolo Battaglia La Terra Borgese spalanca le finestre alle opere di Tere Grindatto

Non mancano le recensioni che danno un primo orientamento alla lettura delle opere di Tere Grindatto, illustrano i diversi aspetti della sua pittura e scultura, materie che oggi insegna quale titolare di Cattedra di Discipline Pittoriche all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Due lauree dalle quali ha saputo trarre gli elementi essenziali della storia dell’uomo e dell’Arte nonché una capacità di stile ineguagliabile che oltre alle competenze tecniche conferiscono all’Artista l’idoneità e l’autorità di trattare e risolvere la complessa articolazione dei processi estetici figurati originari di ogni questione filosofica e controfilosofica.
Già nel volume Disordine, ordine, disordine gli autori dei contributi critici hanno inteso cooperare al suddetto approccio complessivo che aiuti il visitatore delle opere della Grindatto ad orientarsi, sul piano storico, nell’individuare le trasformazioni significative stese sui supporti di pittura; sul piano architettonico, nel cogliere lo strutturarsi della scultura nel senso aristotelico; sul piano iconografico, nell’individuare la logica che trova il suo punto principale del viatico artistico verso la luce.
Le frontiere emotive di ogni opera grindattesca sono volutamente manchevoli di consistenza reale indicando per lo più soltanto dove finisce il significato di un dipinto e dove comincia quello di un’altra opera, è una catena di opere tracciata secondo criteri di latitudine e longitudine che, scritta dalla Grindatto, conduce all’inesplorato. Ne risulta un urto frontale come tra bianco e nero, tra opposti: ottenuto il bianco l’Artista vuole il nero, ottenuto il nero l’Artista cade nella insoddisfazione umana, e ricerca altri bianchi e altri neri per trarre la soddisfazione estemporanea concessa agli umani dalle ciclicità. Solo alla stazione di coincidenza del punto di abbandono e riavvio, l’Autrice riconosce in sé stessa ciò che c’è di divino: è il linguaggio della bellezza, e lo spende alle sue fantasmagorie. Nelle opere mai letteralmente finite è raccontato di come il caos, che dopo il cosmos non cessa, è da tenersi a freno di giorno in giorno attraverso un duro lavoro interiore. Sono queste le concezioni cosmologiche a caratterizzare la gravità delle opere d’Arte figurative, o meno, della Grindatto, come nel bellissimo sonetto noto come La man che obbedisce all’intelletto, offerto all’arte da Michelangelo quando proietta il suo concetto di caos e ordine connesso alla tecnica scultorea del non finito. In quei noti incompiuti apparisce un’unica percezione: la rappresentazione della bellezza animistica palingenesiaca della massa marmorea, il soverchio ove è prigioniera, senza mai riuscire in compiutezza.
Le opere della Grindatto sono dipinte estremamente semplificate, ridotte a larghe stesure coloristiche commentate da tenui, sensibilissimi intrecci lineari. È una profonda meditazione sul valore del segno, sull’assoluta equivalenza che può stabilirsi, in termini di pura pittura, tra una larga campitura di colore e un esile segno, come ad esempio, nero sul bianco o bianco sul nero. In termini di pura pittura, appunto, non v’è ragione di credere che una larga zona campita abbia maggior significato spaziale di una linea. Ma se anche il segno s’è ormai disimpegnato dall’obbligo di descrivere l’oggetto, questo perde ogni giustificazione spaziale: è pura evocazione, allusione ad una « presenza » nello spazio pittorico, mito.
L’oggetto più umile – il ferro da stiro – diventa, sotto le applicazioni della Grindatto, prezioso come un cesello e si fa simbolo di civiltà: la Pittrice indugia a sottolinearne l’eleganza inconsapevole. Forse v’è una segreta morale in questa tavola: il mito dell’oggetto è alla radice dei mali che tormentano l’umanità o, uscendo dal mito, quasi ridestandosi da un letargo di secoli, l’oggetto s’avanza a minacciare, con la propria, la nostra esistenza.
Alla prepotenza dell’oggetto, (in gestazione mentale, perciò realizzato in appresso) succede la desolazione del carcerato (realizzato prima), il vuoto – non fisico, morale – dello spazio: cui si collega l’allusione alla futilità e alla fatalità della pena. È forse una delle opere più poeticamente profonde che Grindatto ha dipinto sino al 2018. È tutto un incrociarsi di prospettive tese (le mani, le linee) che non stringono, tuttavia non costruiscono uno spazio positivo. La parete di fondo, la striscia nera al centro negano la profondità suggerita dalle linee prospettiche e che, del resto, è bruscamente troncata, quasi in primo piano, nel punto di fuga ribaltato, vicinissimo, segnato dall’incrocio delle mani. È da questa voluta contraddizione o assurdità spaziale che emerge e fiorisce, quasi d’un tratto, il volto, lo sguardo del carcerato nella gerarchia estetica del dipinto.

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