mercoledì , Settembre 28 2022

Covid-19. Il morbo democratico della globalità

Mi sveglio, oggi domenica otto marzo, accendo la TV e mi trovo davanti alle immagini delle stazioni milanesi prese d’assalto dai nostri giovani, che da tutto il Meridione sono partiti per il Nord per occupare posti precari nelle scuole nei bar e ristoranti o in altri servizi, e che ora prendono d’assalto i treni che partono verso il Sud, in una vera e propria fuga incontrollata, senza neppure perdere il tempo per acquistare il biglietto di viaggio. E mi chiedo se queste persone hanno coscienza del fatto che le nostre regioni, quasi miracolosamente rimaste ai margini dei grandi focolai di contagio, oggi rischiano con la loro accoglienza di perdere questo primato e di veicolare il contagio nelle loro famiglie e nei loro paesi! Non voglio soffermarmi su questo perché mi auguro per tutte le nostre comunità che vengano immediatamente prese delle precauzioni, questo spetta alle autorità sanitarie, alla protezione civile e agli amministratori locali, nella speranza che siano all’altezza della situazione.

Mi permetto di fare qualche riflessione sul modo in cui questo moderna “peste” sta cambiando le condizioni di vita, le prospettive, le ambizioni dei singoli e dei popoli anche lontanissimi tra loro. Una moderna peste che sta mettendo in crisi tutte le nostre sicurezze, che fa emergere le nostre fragilità, che deflagra producendo effetti paragonabili a di quelli una bomba atomica. Che ha messo in crisi le sicurezze dei potentati economici in continua ascesi, delle economie di quegli Stati il cui PIL sembrava non potersi fermare, che entravano nel panico per qualche zero virgola di frenata. Una “influenza” che sta influenzando in modo funesto la produzione mondiale di beni, mettendo in luce le strette interconessioni e dipendenze delle manifatture di ogni parte del mondo.

Il primo risveglio l’abbiamo provato davanti alla constatazione che le nostre manifatture dipendono dalla Cina e in genere dai paesi dell’estremo oriente, India compresa, per qualunque materia prima e di base: dal tessile, al meccanico, al farmaceutico, all’informatico. Ci siamo scoperti semplici assemblatori di componenti prodotti altrove, e se l’altrove non vuole o non può fornircelo la nostra produzione va in malora! Le nostre tre regioni più ricche e all’avanguardia si sono ritrovate bloccate non solo dal virus ma dalla mancanza di quelle forniture che permettono alle macchine di lavorare. Il re è nudo!

Il primo momento del contagio, quello che sembrava circoscritto ai cinesi – che ci si augurava che lì restasse – aveva da una parte scatenato diffidenza e paura ma dall’altro anche una corsa solidale con l’invio di mascherine, prodotti farmaceutici, personale medico volontario. La

scoperta che il virus può deflagrare in modo quasi inatteso in qualunque posto del mondo ha frenato la solidarietà, ha indotto privati e governi a tenere per sé tutto ciò che potrà aiutare ad affrontare l’eventuale contagio. E questo si è rivelato in maniera particolarmente triste e sconfortante tra i paesi europei, paesi che si dicevano fratelli hanno ricostruito e chiuso le frontiere, hanno impedito “l’esportazione” di mascherine e medicinali, hanno distrutto in pochi giorni quello che faticosamente si era costruito in tanti decenni.

É emerso in tutta la sua gravità il grande dimensionamento che ha subito la sanità pubblica in questi anni sacrificata sull’altare del risparmio. E ci si chiede: se la sanità lombarda, veneta, emiliana, che è state il fiore all’occhiello dell’Italia sta lanciando un grido disperato di aiuto, cosa sarebbe successo se il virus fosse scoppiato al sud? Saremo stati in grado di affrontarlo ? Con gli ospedali minori fortemente dimensionati e sull’orlo della chiusura, il personale e le forniture ridotte all’osso, il personale incoraggiato al pensionamento e mai sostituito, in che modo avremmo potuto affrontarlo? O meglio in che modo lo affronteremo se nel prossimo futuro si presentasse con la stessa virulenza con cui si è palesato al Nord?

Ma questo pandemia non dichiarata ha messo in luce anche degli aspetti positivi:

– scienziati e ricercatori di tutto il mondo lavorano per risolvere lo stesso problema scambiandosi informazioni e scoperte in una gara contro il tempo per trovate l’antidoto, il famigerato vaccino tanto contrastato in questi anni!

– la Chiesa, che in altri momenti affrontava i grandi pericoli con la solidarietà e con la preghiera comunitaria, in cui più siamo più la preghiera sale al cielo in modo efficace, è stata la prima ad adeguarsi alle nuove direttive governative. Ha proibito per tempo gli assembramenti, ha sospeso le feste, le processioni, i riti che possano affollare le chiese, i luoghi pubblici e privati, invitando alla preghiera personale anche con l’aiuto della TV. Ha dato veramente prova di grande civiltà e responsabilità!

– Anni e anni di corsi di aggiornamento, di parlare efficacemente o a vanvera di E learling, sono finalmente giunti alla prova dei fatti e le scuole e i docenti, volenti o nolenti, con il prolungamento sine die delle vacanze forzate, stanno per confrontarsi con l’insegnamento a distanza per non perdere il contatto con gli studenti e soprattutto per non permettere che questi ultimi continuino a perdere ore e ore di lezioni, di verifiche e valutazioni.

– E infine, perché no? Sovranisti, nazionalisti, razzisti di tutte le razze stanno sbattendo il muso contro le loro stesse affermazioni e principi, questa deve essere la lezione più forte che dovremmo augurarci, che gli effetti siano di lunga durata e che tolgano il terreno fertile che ha nutrito i loro mostri.

Franca Ciantia

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