lunedì , Settembre 26 2022

La Chiesa fuori dalla cultura e dal mondo

La Chiesa fuori dalla cultura e dal mondo
Ritornare a una pastoralità da “retroguardia”

“La Chiesa è fuori dalla cultura. Intendendo per cultura il modo quotidiano in cui le persone stanno al mondo: come mangiano, come si rapportano, come lavorano, come vedono la realtà. Il mondo della Chiesa e delle parrocchie è una specie di “riserva indiana” es-culturata, fuori da mondo” (Mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo). Parole chiare, senza equivoci!

Sono rimasto attirato da un’intervista fatta a questo vescovo del Piemonte e riportata da Il Regno (n. 2, 2020, Attualità, pp. 21-22) poiché conferma le convinzioni da me espresse manifestamente nel tempo quale sollecitazione a un’autocritica di posizione e di motore pulsante nel cuore dell’uomo. È da anni che lo sentiamo ripetere! A conferma di ciò il prelato ha inviato già due lettere pastorali “Lo stupore della tavola” e “Vuoi un caffè?” che denotano la concretezza, al di là delle parole, di una chiesa pratica che sa incarnarsi nella quotidianità.

Ci chiediamo spesso: perché le chiese sono vuote? da dove cotanto secolarismo? Perché il distacco tra sacro e mondano? ma non scaviamo nel profondo della questione. La Chiesa vive ormai da parecchi decenni una dimensione al di fuori della sua missione che è quella di essere del mondo e nel mondo, come ci conferma il capitolo quinto della Lettera a Diogneto.

La Chiesa si deve riscoprire parte dell’esistenza dell’uomo e concretamente vivere in lui e per lui. Deve essere accanto a ogni uomo che lavora, sentirne la sofferenza, le difficoltà, il suo battito, la sua empatia, il suo travaglio interiore e umano, vitale… scoprire l’uguaglianza orizzontale di ogni essere, dotato di un corpo fisico che necessita di sbarcare il lunario e di un’anima che aspira a elevarsi. Per far questo la Chiesa deve uscire dal suo assetto con il potere (temporale e di convenienza), con la cultura razionale, per usare un linguaggio, più linguaggi, che siano vicini e comprensibili agli uomini di oggi: un linguaggio meno teologicamente perfetto e più esistenziale, più reale possibile, chiaro, spalmato lungo il percorso. La catechesi, le omelie, non solo il linguaggio, ma le applicazioni siano più vicine al vissuto quotidiano dell’uomo odierno. Soprattutto il vissuto della Chiesa sia più conforme possibile al vissuto periferico dei credenti (sia cristiani e no). «Dobbiamo insieme trovare – afferma il presule – la capacità di portare il cristianesimo dentro la vita concreta. Il sogno è che il maggior numero di persone possa lavorare sulla vita alla luce di alcune indicazioni di fede». Una chiesa che sappia comunicare con ogni uomo, non semplicemente per trasmettere un messaggio ma perché questo sia codificato alla maniera e secondo le categorie individuali. Per far questo è necessario un coinvolgimento reale, un continuo dialogo, non “di facciata”, ma responsabile, da ambedue le parti: non ci sono credenti di serie, poiché tutti si è “popolo di Dio”.

È il desiderio, la prassi di Papa Francesco, che già da tempo si è reso conto del ruolo della Chiesa nel mondo e vuole dare una svolta evangelica, nonostante il mondo tradizionalista lo osteggi e propenda verso un conservatorismo non più accettabile e di comodo. Che trovi maggiore accoglimento tra la cristianità tutta ed essa comprenda lo sforzo di rinnovamento innescato!

Ci si è da tempo deliziati nell’essere degli arrivati, di avere raggiunto posizioni di un certo livello, dimentichi che oramai si è Chiesa in minoranza, “piccolo gregge”, che deve ritornare agli umili pascoli e a una missionarietà da retroguardia. Si ha molta zavorra sulle spalle che è il momento di abbandonare per essere veri discepoli di Gesù.

Il Vangelo non è per i dotti o per i potenti, se no Cristo lo avrebbe predicato ai magnati dell’epoca e ai sapienti, ma per gli ultimi, i piccoli. Deve ritornare a essere, con fretta, Parola che dà fiducia, serenità ai più deboli, rendendosi i cristiani utili a chi è nel bisogno, sentendo il palpito di ogni uomo. Deve saper affermare una parola chiara: “non è lecito… dire… fare…”, senza compromissioni. La paura non è cristiana, proviene dal maligno!

Tutta l’azione pastorale deve essere re-impostata al fine di incontrare ogni famiglia, ogni uomo, per raccontare le grandi meraviglie che Lui ha fatto e continua a fare con ogni creatura, oggetto del suo amore. Una pastorale che susciti interrogativi esistenziali e inneschi dei processi di revisione.

L’uomo, lo scoprano soprattutto i ministri della Chiesa, ha tanto bisogno, nella sua fragilità, di essere ascoltato, di ricevere sollecitazioni e conforto per riprendere il suo cammino. Come i discepoli di Emmaus, ha urgenza che qualcuno si faccia compagno di viaggio per parlare con lui dei fatti concreti che avvengono nella sua storia e raggiungere, poi, il villaggio ove potere spezzare il pane dell’amicizia, della fraternità, della comunione, dei sacramenti, intesi come misteri umani legati a quelli divini.


Salvatore Agueci

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