sabato , Ottobre 1 2022

La normalità ai tempi del Coronavirus

La normalità ai tempi del Coronavirus. Risponde alle nostre domande il dott. Ludovico Mineo, psichiatra presso l’ospedale San Vincenzo di Taormina

Raggiunto il plateau nell’emergenza Coronavirus, si prepara la fase due.  Mascherine obbligatorie per tutti e distanziamento sociale. Queste dinamiche relazionali cosa hanno prodotto e cosa produrranno in una realtà “carnale” come la nostra? Al Sud si tocca l’interlocutore quando si parla, si stringe la mano di sconosciuti e si saluta col bacio i conosciuti. La normale quotidianità è stata stravolta dalla nuova peste. Quale sarà la nuova “normalità”?

Il confine tra “patologia” e “normalità” é difficilmente tracciabile. Esistono degli strumenti psicometrici abbastanza affidabili la cui interpretazione si affida ad un modello statistico per cui la definizione di anormale si applica a chi si trova al di fuori di un range di distribuzione di tipo gaussiano. È anche vero che la psicopatologia risente anche di variabili culturali, per cui presentare un delirio mistico in una società secolarizzata é spia più indicativa di un disturbo rispetto a convinzioni mistiche in una tribù che osserva lo sciamanesimo ad esempio.

L’umanità post-Covid-19 sarà divisa fra ipocondriaci e gaudenti?

Vi sarà una pulsione all’accumulo delle esperienze negate dal lockdown. Quale sia la reazione più sana in termini psicopatologici non saprei, ma é probabile che presentare l’una o l’altra reazione dipenda molto dai tratti personologici di base. E chi é più anagraficamente vicino alla morte verosimilmente tenderà a chiudersi, i più giovani saranno “sopraffatti” da una sorta di reazione di rebound, con la tensione a vivere ciò che é stato proibito. Anche se poi, personalmente sono convinto che se si troverà il farmaco antivirale giusto o il vaccino, tutto tornerà alla normalità. L’abilità che definisce l’intelligenza é quella di sapersi adattare alle nuove circostanze. Allo stesso tempo é prevedibile che soggetti con tratti nevrotici e soggetto con tratti paranoici sperimentino per un po’ di tempo un’esasperazione dei vissuti fobici e persecutori.

L’umanità cambierà? Assisteremo a una catarsi?

Questo evento non cambierà l’umanità. Non ci sarà  una ridiscussione delle scale di priorità e valori. Il nostro modello di vita occidentale basato sulla società dei consumi prevede ritmi di crociera estremamente sostenuti e non ammette più che il sentimento dello stupore e della meraviglia prevalga per chissà quanto tempo. Tutto va archiviato nel più breve tempo possibile con una collettiva opera di rimozione. E poi vivendo nell’epoca del primato della tecnica siamo tutti intimamente convinti che a breve si troverà una soluzione che permetta di lasciare tutto alle spalle e ciò lenisce in parte la nostra apprensione. Quello che noto, sopratutto nei miei coetanei, non é un’angoscia preagonica quanto piuttosto l’ansia di sapere quando tutto finirà per riacquistare libertà che apparivano scontate. Chi avrà veramente bisogno di supporto saranno gli operatori sanitari impegnati in prima linea e che magari svilupperanno una sintomatologia post traumatica per quanto hanno visto e per quanto non sono riusciti ad evitare.

Grazie dott. Mineo

Queste le considerazioni a margine di una chiacchierata con chi opera ai limiti della normalità. La fiducia condizionata nella sanità pubblica, spesso inadeguata e assai più spesso depotenziata perché piegata a ordini politici, fatta di operatori sprovvisti della basilari armi di protezione individuale ma anche di profittatori;  l’ambivalenza dello Stato rassicurante ma anche assente nelle periferie; la paura e la spavalderia che hanno messo i padri contro i figli; quante cicatrici resteranno nel nostro animo? Riusciremo a sopportare il peso destinato ai sopravvissuti?

 

a cura di Gabriella Grasso

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