domenica , Marzo 7 2021

Museo di arte mineraria e civiltà contadina Stazione Ferroviaria di Villarosa

Villarosa. Quando i cacciatori giunsero in cima al monte, fra i tamerici e i sugheri radi apparve l’aspetto della vera Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche e aranceti non sono che fronzoli trascurabili: l’aspetto di una aridità ondulante all’infinito in groppe su groppe, sconfortate e irrazionali, delle quali la mente non poteva afferrare le linee principali, concepite in un momento delirante della creazione: un mare che si fosse ad un tratto pietrificato nell’attimo in cui un cambiamento di vento avesse reso dementi le onde”.

Così appare, in una pagina de “Il Gattopardo”, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un paesaggio dell’interno dell’isola, e così dovette apparire, nell’anno di grazia 1787, l’altopiano zolfifero della Sicilia, al grande Goethe, quando vi giunse.

L’attività mineraria in Sicilia si imperniava sullo zolfo. A partire dalla dominazione Romana e fino ai secoli d’oro dello zolfo siciliano (diciottesimo e diciannovesimo secolo) proprio a Villarosa erano aperte decine di miniere, la sua stazione nacque “per” e “con” lo Zolfo.

Oggi nei binari della ferrovia mineraria adiacenti alla stazione fanno bella mostra sei carri opportunamente adattati per allestire un “Museo di Arte Mineraria e Civiltà Contadina”, il primo in Europa nel suo genere: vi sono esposti oggetti che erano di uso quotidiano nelle famiglie e nei luoghi di lavoro agli inizi di questo secolo, fino a creare l’ambiente caratteristico di miniera con travi e puntelli, con picconi carrelli e vecchi stivali, elmetti con le lampade ad olio, l’odore di zolfo che si mescola al tipico odore di treno ti fa incontrare con il passato; fatto di sudore e miseria, di sacrifici e stenti.

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