martedì , Settembre 21 2021

Le chiese di Enna

Le chiese di Enna


Il Duomo
Il Duomo di Enna, dedicato a Maria Santissima della Visitazione, è la chiesa madre della città, nonché monumento nazionale[1][2] e luogo di pace dell’UNESCO dal 2008.
Il duomo sorge nel centro storico della città, salendo la storica via Roma e si trova a circa 500 metri dal castello di Lombardia. Esso si getta, con la sua maestosa facciata campanaria su una piccola piazza, definita Piazza Duomo, circondata dalla canonica e da altre architetture settecentesche e si affaccia su piazza Mazzini, della quale occupa interamente il lato nord.
È annoverata tra le maggiori espressioni artistiche della provincia, grazie alla grandezza, alla vastità e alla pregevolezza delle opere custodite, tra cui le pale d’altare del Borremans, di Filippo Paladini e di Vincenzo Roggeri, oltre che all’affascinante fondersi di stili diversi, come il portale laterale barocco.
Il duomo è, infine, il culmine delle celebrazioni della suggestiva Settimana Santa di Enna e delle celebrazioni patronali della Madonna della Visitazione.
Storia: Il duomo di Enna è uno dei maggiori esempi di architettura ecclesiastica medievale presenti in Sicilia: costruito nel Trecento e profondamente rinnovato circa due secoli dopo, presenta imponenti colonnati corinzi, tre navate e tre absidi, pregiate tele e lampadari, e una maestosa facciata con torre campanaria, che svetta su tutta la città, la cui campana è di mole impressionante in proporzione alla grandezza della città.
Epoca romano – bizantina: Intorno al V secolo sui resti del tempio pagano dedicato a Proserpina è edificata la chiesa di Santa Maria Maiuri. Il culto della dea delle messi Cerere, di cui Proserpina è figlia, fu accantonato dall’opera evangelizzatrice di San Pancrazio sostituendolo con la venerazione della Vergine Maria.
Epoca araba: Il luogo di culto cattolico diede agli invasori musulmani, che avevano occupato Castrogiovanni nel contesto della dominazione araba, il pretesto per edificare la loro moschea “… di frunti at la prima chiesa di li cristiani, chiamata di Santa Maria Maiuri …”. L’area corrisponde al luogo ove oggi sorge la chiesa di San Michele Arcangelo. Contestualmente fu innalzato un minareto, più alto della stessa matrice cristiana, per dar modo al muezzin, alla stregua delle campane, di far risuonare in tutta la vallata le lodi di Allah e l’invito alla preghiera.
Epoca aragonese: L’edificazione ha avvio nel 1307, per volere di Eleonora d’Angiò, moglie di Federico III d’Aragona e fervente devota della Madonna, per celebrare la nascita di Pietro, loro figlio. Il luogo scelto per la costruzione fu un piano appena fuori le mura del castello di Lombardia che di lì a poco verrà anch’esso restaurato, stessa area dove, secondo un’antica tradizione ennese, preesisteva un’antica chiesa della città chiamata Santa Maria Maiuri, in avanzato stato di degrado. Con questo pretesto si volle costruire un edificio con un’alta torre campanaria. La chiesa, intitolata alla Celeste Patrona della città, ingloba le rovine del Tempio di Proserpina, l’arcata centrale del tempio è inserita nella parte absidale esterna. Originariamente dedicata alla Vergine Assunta, dal 1412 fu votata al titolo della Visitazione di Maria. Costruita in pure forme gotiche, nel 1446 un grave incendio la distrusse tranne un’abside e una parte del fianco destro. Papa Eugenio IV indisse un giubileo straordinario della durata di 7 anni per raccogliere i fondi necessari alla ricostruzione dell’importante edificio di culto. A causa dell’insufficienza di denaro raccolto, re Alfonso V d’Aragona vendette varie terre e con il ricavato riuscì a portare a compimento l’opera. Al 1447 risale l’apertura esterna al braccio del transetto meridionale denominata Porta Santa.
Epoca spagnola: Negli anni successivi subì il crollo del colonnato della navata centrale, altra occasione questa per rinnovare stilisticamente l’edificio, con l’intervento di Giandomenico Gagini, famoso maestro rinascimentale. Le due colonne ricostruite presentano la decorazione ricca di foglie d’acanto, maschere geminate, figure bicipite, grottesche, uccelli, animali fantastici e ancora putti, grifi, teste d’angelo, evangelisti, profeti e santi, simboli del Vangelo. In una nicchia ricavata lungo il corpo di una colonna è scolpito il Battesimo di Gesù sotto la protezione del Padre Eterno e dello Spirito Santo fra le insegne di Papa Pio IV, quelle della casa reale di Spagna nella figura di Filippo II di Spagna e della città di Castrogiovanni.[5] Ulteriori interventi interessarono le restanti colonne per opera di Jacopo Salemi, nel 1570 i lavori culminarono col completamento di Porta Sottana arricchita col bassorilievo raffigurante San Martino a decoro del timpano.
La torre campanaria, inizialmente di faraoniche dimensioni, cedette nel 1619 e fu così di nuovo innalzata, slanciata e maestosa. Un secondo crollo si verificò nel 1676 causato dall’eccessivo appesantimento della struttura.
Nel 1700 è rivestita la Cappella dei Marmi, nel 1781 è conclusa la pavimentazione delle navate e la ristrutturazione della sacrestia.
Epoca contemporanea: 1943, Il tempio è dichiarato monumento nazionale per volere di Vittorio Emanuele III.
Esterno: Il duomo di Enna appare dall’esterno come una grande chiesa a pianta di croce latina, con una facciata principale cui si accede da un’ampia gradinata, sormontata dall’imperiosa torre campanaria, quest’ultima su due alti livelli di forma quadrangolare, risalenti a fine Seicento, impreziositi da cornicioni e rilievi, con una enorme campana, detta “dei 101 quintali”, grande come quella del duomo di Catania. La facciata del duomo è stata realizzata seguendo canoni di dimensioni anomali rispetto alle tendenze dell’epoca: da una lunga scalinata si raggiunge un portico a tre portali, cinti da 6 colonne, mentre sopra la base si sviluppano altri due livelli della torre campanaria, con due finestre a tutto sesto ricche di fregi, decorazioni, volti umani, lesene e colonne in ordine dorico e corinzio. Oltre al portico, della facciata centrale notevole è la Porta del Giubileo, oggi murata, sul fianco destro, che rappresenta un ottimo esemplare di gotico siciliano, con 6 colonne a capitelli decorati e un arco sovrastato dalla statua della Madonna con Gesù Bambino corniciata da un arco a tutto sesto e fregi a zig-zag che si alternano a motivi di foglie.
Altra porta laterale è la “Porta Sottana”, che data 1447, recante due coppie di colonne corinzie sormontate da un timpano di coronamento e un bassorilievo marmoreo tardo-rinascimentale raffigurante San Martino che divide il suo mantello coi poveri.
Interno
Navata destra
• Prima campata.
• Seconda campata: Cappella del Transito. Altare con dipinto raffigurante il Transito della Vergine o Dormitio Virginis, olio su tela, opera di Vincenzo Roggeri del 1668.
• Terza campata: Cappella dei Santi Lucilla e Giacinto. Altare con dipinto raffigurante i Santi Lucilla e Giacinto, olio su tela, opera di Damiano Basile del 1600.
• Quarta campata. Ingresso laterale destro o Porta Sottana su piazza Mazzini.
• Quinta campata: Cappella di Sant’Agata. Altare con dipinto raffigurante l’Apparizione di Sant’Agata a Santa Lucia, olio su tela, opera di Guglielmo Borremans, datato 1721.
• Sesta campata: Cappella di San Giovanni Battista. Altare con dipinto raffigurante il Battesimo di Cristo, olio su tela, opera di Guglielmo Borremans del 1721. Varco uscita minore o Porta Soprana.
Navata sinistra
• Prima campata. Salita al campanile. Battistero con fonte battesimale in stile rinascimentale del 1544, l’ambiente è delimitato da una recinzione in ferro batto.[6] • Seconda campata: Cappella di San Martino. Altare con dipinto raffigurante San Martino di Tours, olio su tela, opera di Guglielmo Borremans datato 1722.
• Terza campata. Nell’ambiente è custodita la Grande Nave d’oro utilizzata per i riti processionali.[6] • Quarta campata. Varco laterale sinistro.
• Quinta campata: Cappella della Madonna. Altare con dipinto raffigurante la Madonna con bambino sulla cassa , olio su tela di ignoto. Quadro raffigurante Madonna con bambino.
• Sesta campata: Cappella di San Costantino. Altare con dipinto raffigurante il Sonno di Costantino coi Santi Pietro e Paolo, olio su tela, opera di Guglielmo Borremans del 1722.[6] Quadro raffigurante Madonna con bambino e Sant’Antonio, olio su tela di autore ignoto. Varco comunicante con la sacrestia.
Navata centrale
L’interno del tempio a pianta basilicale, con tre navate, colonnati in basalto nero con basi e i capitelli scolpiti da Giandomenico Gagini[7] con figure mostruose, presenta un vasto soffitto ligneo a cassettoni, intagliato riccamente, sia nelle tre navate quanto nel transetto. L’ambiente presenta due grandi medaglioni di stucco in cui sono inserite due tele del pittore napoletano Giovanni Piccinelli.[6] La navata centrale custodisce:
• Il palco della cantoria, con preziosi intarsi lignei sulla sinistra;
• Il palco dell’organo sulla destra, posto di fronte al precedente, con splendide nicchie lignee contenenti icone di santi;
• Il pulpito in stile classico-rinascimentale;
• Il soffitto ligneo a cassettoni, uno dei più belli della regione.
Sul cornicione la teoria di 12 quadri raffiguranti santi dell’Ordine basiliano ennese, opera di Vincenzo Roggeri: Martirio di Santa Barbara; Martirio di Sant’Elia; Martirio di Sant’Orsola; San Nicola di Bari, primitivo patrono di Enna; Sant’Elia il vecchio, basiliano ennese; San Daniele, basiliano ennese, discepolo del precedente; Sant’Elia il giovane, basiliano ennese; San Vitale abate, basiliano ennese; San Luca abate, basiliano ennese; Santa Caterina, suora basiliana, sorella di San Luca; Sant’Angelo, basiliano ennese, figlio di Santa Caterina; San Teodoro, basiliano ennese, figlio di Santa Caterina. Opere commissionate nel 1668, consegnate nel 1672 e inserite in monumentali cornici in stucco.
Degne di nota le prime due colonne della navata con basi e capitelli decorati da Giandomenico Gagini.
Transetto
Cappella della Madonna della Visitazione con simulacro della Madonna della Visitazione, Patrona di Enna.

Abside e presbiterio.
• Absidiola destra: Cappella della Vergine della Visitazione o Cappella dei Marmi. Ambiente con stucchi, colonne tortili e bellissima decorazione in marmi policromi realizzato da Andrea Amato, dal nipote Domenico Bevilacqua e Francesco Battaglia. La nicchia sull’altare custodisce il prezioso e veneratissimo simulacro della Celeste Patrona della città, acquistato a Venezia nel 1412. Protetto da ante con raffigurazione della Vergine della Natività (sul verso interno) e quella della Visitazione della Vergine (sul verso esterno), dipinti realizzati da Damiano Basile. Le sette chiavi che permettono l’apertura della custodia sono conservate nella chiesa di San Pietro, non molto distante dal duomo.
o Braccio transetto destro: Cappella della Natività. Altare con dipinto raffigurante l’Adorazione dei Magi, olio su tela, opera di Vincenzo Roggeri del 1675. Esternamente si apre la primitiva Porta del Giubileo o Porta Santa.
• Absidiola sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento. Ambiente in stile gotico-catalane, uno dei più pregevoli esempi di arte gotica in Sicilia. Il manufatto marmoreo opera di Domenico Bevilacqua, gli stucchi delle nervature di Pietro Rosso.
o Braccio transetto sinistro: Cappella della Madonna del Pilar. Sull’altare il quadro raffigurante la Madonna del Pilar, olio su tela di Guglielmo Borremans del 1733.
Abside
o la volta del catino absidale presenta un altorilievo raffigurante l’Incoronazione di Maria Regina del Cielo da parte del Cristo e di Dio Padre;
o cinque pale in olio su tela di Filippo Paladini, realizzate tra il 1612 e il 1613 raffiguranti da sinistra e in senso orario: Presentazione di Gesù al Tempio, Immacolata Concezione, Assunzione di Maria, Presentazione della Vergine al Tempio, Visitazione della Vergine Maria a Santa Elisabetta;
o il coro ligneo detto dei canonici, in noce, opera scolpita a fine Cinquecento con pannelli raffiguranti scene bibliche;
o il paliotto d’argento cesellato e sbalzato dall’artista palermitano Francesco Mancino;
o il bellissimo crocifisso rappresentante il Cristus Patiens nella parte anteriore e il Cristus Triunphans in quella posteriore,[6] opera attribuita a Pietro Ruzzolone.
Sacrestia
• La sacrestia, restaurata nel 2006, è ricca di opere, alcune delle quali dislocate nell’antisacrestia:
o il magnifico casserizio ligneo in noce, enorme mobile scolpito, di notevole mole e grande validità artistica, raffigurante scene di vita di Gesù;
o cappella, altare e quadro di Sant’Andrea; due tele in alto rappresentanti il Martirio di S. Agata
o Soffitto della cappella con affresco ottocentesco di Saverio Marchese riproducente la Trasfigurazione di Raffaello
o il lavamano marmoreo bianco del 1648 di Giovanni Gallina;
o gli stucchi in cui sono inserite tele di Pietro Novelli e medaglioni con il Martirio di Sant’Agata e Martirio di Santa Caterina, opere di Giovanni Piccinelli del 1662;
o il meraviglioso pavimento in maiolica policroma, fresco di restauro, in cui sono pregevolmente illustrate le scene sacre Mosè che disseta gli Ebrei e Raccolta della Manna.
• Sala del tesoro.
Tesoro del duomo
Tesoro custodito nel museo Alessi, fra gioielli oggetto di donazioni, arredi e argenterie liturgici esso comprende:
• 1595, Candelieri, in argento, opere giovanili di Annibale Gagini.[8] • Corona aurea con pietre preziose e smalti utilizzata per le feste patronali di Maria Santissima della Visitazione.
Sono custodite altresì collezioni di monete e di arte medievale.
• 1768, Ostensorio, manufatto in argento dorato e smalti, opera documentata di Salvatore Mercurio.


La Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio

Tra due edifici, separata dalla Chiesa di S. Tommaso da Via Roma e dal Collegio di Maria da Via Anime Sante, sorge la Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio. La chiesa, fondata nel 1671, entra nella scenografia architettonica della piazza con la facciata, esposta come consuetudine ad ovest mentre la fiancata laterale libera, esposta a sud, disegna di scorcio le linee prospettiche che si perdono nella Via Anime Sante. E’ un edificio a sala unica, in stile barocco; la facciata è impreziosita da un portale che denuncia chiaramente le sue origini stilistiche tramite la cosiddetta “eresia barocca” che lo contraddistingue, ossia la caratteristica rottura della trabeazione dell’ordine architettonico tipica appunto del periodo barocco; il portale, in pietra rossa, presenta fregi, cornici e colonne corinzie molto caratterizzanti. L’interno della chiesa è sormontato da una volta a botte, ornata da stucchi di gesso a figurazioni floreali, dove il pittore fiammingo Guglielmo Borremans inserì tra il 1720 ed il 1723, dipinte a fresco, alcune scene raffiguranti “La gloria della Madonna con Papa Urbano VIII”, “II trionfo della fede” e “La cacciata degli angeli ribelli dal Paradiso”. Sull’altare maggiore si trova un dipinto del pittore ennese Saverio Marchese, vissuto nell’800, titolato “II Purgatorio”. Altra opera notevole è il pulpito ligneo del ‘700, posto nella navata, ornato di splendide sculture. Da ricordare infine la pregevole pavimentazione in maiolica ornata con motivi floreali che ricopre l’intero piano di calpestio della navata e del coro. La chiesa è sede della “Venerabile e Lata Arciconfraternita delle Anime Sante del Purgatorio”. La Confraternita fu fondata il 9 Ottobre del 1615 dal parroco della chiesa di S. Bartolomeo don Giacomo Pregadio; lo stesso ottenne nel 1616 l’autorizzazione superiore relativa all’erezione di un nuovo oratorio, per le riunioni dei confrati, sotto il titolo di “Anime Sante del Purgatorio”; i confrati nel 1671, ritenendo scomoda la posizione della sede nel remoto rione di S. Bartolomeo, riuscirono a dare inizio all’edificazione dell’attuale chiesa acquistando un appezzamento di terreno nella giurisdizione della Parrocchia di S. Tommaso. Grazie all’autorizzazione del Vescovo di Catania Mons. Ottavio Branciforte i lavori ebbero inizio il 15 Gennaio del 1671.

Chiesa del Carmine

La chiesa del Carmine fu costruita nel 1618 sui ruderi della chiesetta dell’Annunziata.
Nel 1872 la chiesa, assieme ai locali dell’ex convento dei carmelitani, divenne proprietà dell’ospedale civile. Dal punto di vista architettonico, il pianterreno della chiesa è coperto da volte a botte, ed è debolmente illuminato da una piccola feritoia, anche così la scala a chiocciola. Il piano centrale, sempre con copertura a botte, è fastosamente illuminato da una grande finestra ad arco acuto. Nelle quattro facciate dei piani superiori si aprono finestre a tutto sesto. Le finestre hanno una decorazione caratteristica a fogliame. La facciata della chiesa del Carmine è una delle più belle di Enna. E’ costituita da grandi sezioni. Al centro un magnifico portale, ai cui lati si aprono due finestre, inquadrate tra intagli rettangolari. L’architettura interna presenta una sola grande navata con 10 altari lungo le pareti laterali. La chiesa custodisce pregevoli opere scultoree e pittoriche, fra cui un’opera di Saverio Marchese, raffigurante l’Estasi di Santa Teresa. Interessanti anche le tele de “L’Addolorata” e di “S. Giovanni evangelista”. Uno splendido lavoro settecentesco d’autore ignoto è la “Madonna del Carmelo, che consegna lo scapolare a San Simone”. Di epoca recente, la grande pala musiva del Fornasier, nella parete centrale dell’abside, rappresenta la mediazione di Cristo fra il Padre celeste e i figli. Il campanile del Carnine era un’antica torre del castello di Santa Maria. In questa torre si ritirò, nell’837 dopo Cristo, la famiglia di Giovanni Rachetta, il leggendario frate Elia dell’ordine dei basiliani, considerato una sorta di Savonarola ante-litteram. Elia, che da giovane era stato fatto prigioniero dagli africani, si era conquistata una vasta fama nelle scienze mediche che lo aveva fatto riscattare da un mercante cristiano. Dopo aver preso i voti, nell’874, era tornato in Sicilia, iniziando una intensa propaganda antiaraba, e fomentando rivolte armate. Forse per questo la memoria popolare vuole che la torre del Carmine sia stata costruita dal frate in persona e la ricorda ancor oggi come la torre d’Elia. Esistono però fondati dubbi in proposito; si sono trovate tracce molto più antiche, forse risalenti ad epoca romana. Distrutta nell’859, la torre fu ricostruita nel 1300. Ha forma quadrangolare ed è divisa in tre piani da cornici.

Chiesa e Convento dei Cappuccini

II convento dei cappuccini fu edificato presso la chiesa di San Paolino vescovo, e alloggiò i frati dal 1587 al 1866. Dopo l’insediamento dei frati, la chiesa venne dedicata alla Madonna delle Grazie. Nella cappella grande, sulla destra della chiesa, è un notevole dipinto del Minniti, raffigurante San Carlo Borromeo. Pregevolissimo il reliquiario che si estende per tutta la parete dietro l’altare, in legno pregiato, lavorato artisticamente. Donato da don Giulio M. Grimaldi, principe di Santa Caterina, nel 1757, viene considerato uno dei più belli della Sicilia. Sull’altare maggiore è una grande tela che rappresenta la Madonna degli Angeli, fra San Giuseppe e san Felice. Sul lato destro dell’altare maggiore vi è una splendida pala raffigurante l’Annunciazione. Pregevole un dipinto del Paladino: l’Adorazione dei Magi, eseguito nel 1613, durante l’esilio dell’autore a Mazzarino. Nel secolo scorso, quando venne il divieto di sepoltura nei luoghi sacri, la ” selva ” del convento divenne il cimitero della città.

Chiesa di San Francesco D’Assisi

La chiesa di San Francesco d’Assisi, retta dai frati minori conventuali, è adattata dall’antico palazzo dei Chiaramonte, di epoca tardo-medievale (1400 circa). Nel semiottagono della vecchia torre, nata come baluardo difensivo della parte settentrionale della città, si trova l’abside della chiesa. La torre ha arcate a tutto sesto e volte costolonate, caratteri tipici del tardo gotico. L’interno della chiesa è ad unica grande navata e per l’essenzialità e la purezza delle linee favorisce la concentrazione del visitatore verso l’abside, affrescata con scene tratte dalla agiografia di S. Antonio di Padova, coronate dalla glorificazione di san Francesco e sant’Antonio. Sull’altare è una tela della Madonna di autore ignoto. Nella nicchia dell’altare è conservata una statua dell'” Immacolata” della scuola del Bagnasco. La parte inferiore dell’abside è impreziosita da un coro ligneo di stile neogotico del XVII secolo, di autore ignoto. Nel centro dell’arco trionfale pende una artistica croce basilicale, attribuita a P. Ruzzolone da Palermo (1484-1526), dipinta da ambo i lati. Sulle pareti laterali della chiesa, nella struttura inferiore si aprono cinque cappelle, fra cui quella del Crocifìsso a trittico, che porta impresso lo stemma rosso e bianco della nobile famiglia Grimaldi (1652) e quello del privilegio della Immacolata, con la tela della “Vergine coronata dagli Angeli e venerata dalle sante francescane Chiara e Agnese” e la tavola di S. Wobrek (1500), riproducente l'” Adorazione dei Magi”. Di notevole valore artistico sono anche pitture murali raffiguranti S. Agata e S. Lucia e le tre tele dell’ennese F. Ciotti (1706), rappresentanti il “Perdono d’Assisi”, l'” Assunzione al cielo di Maria Vergine” e una “Natività”. Nell’ordine strutturale inferiore della chiesa, in otto affreschi viene celebrata la vita di san Francesco. La chiesa ha un porticato laterale a cui si accede per mezzo di un’ampia scalinata esterna, che da accesso ai locali dell’attuale biblioteca comunale. Nei sotterranei della chiesa, adiacente alla piazza Vittorio Emanuele, vi è una caratteristica cripta scavata nella rocca.

La Chiesa e il Convento di Montesalvo

L’antica chiesa francescana di S. Maria di Gesù di Montesalvo, con l’adiacente convento dei frati minori, che fu abitato dai monaci il 1° settembre 1577. Già due secoli e mezzo prima, intorno al 1307, il cavaliere di Malta don Giovanni Grimaldi aveva fatto costruire una cappella, a destra della chiesa, per favorire la sostituzione delle feste popolari di Cerere, Proserpina e Bacco, che avevano la loro conclusione a Montesalvo, con la festa cristiana della Madonna della Visitazione del 2 luglio.
La chiesa si erge in una splendida e dominante posizione, che viene considerata il centro geometrico della Sicilia, segnato da una croce eretta a pochi metri del lato destro dell’ingresso principale. Entrando in chiesa, a destra, si può ammirare l’acquasantiera, sorretta da una foglia in pietra lavica; l’acquasantiera di sinistra è sorretta da un bel puttino. Entrambe fanno pensare a resti dell’antico tempio di Bacco. Sull’altare maggiore la statua di san Francesco d’Assisi, in legno di tiglio patinato; a destra la statua di santa Elisabetta, a sinistra quella di san Zaccaria, entrambe in legno.
Nella chiesa si trovano moltissime opere d’arte, tra cui una tela della “Trasfigurazione” (a sinistra dell’altare maggiore), un quadro raffigurante “L’indulgenza plenaria della Porziuncola”, un quadro raffigurante “San Michele in lotta con i demoni”, ritenuto miracoloso dal popolo. Nell’antica cappella, un affresco, restaurato nel 1976, rappresenta l’immagine miracolosa della “Madonna col Bambino”, detta di Montesalvo. A sinistra, si trova l’ingresso di un’altra cappella, dedicata al beato Angelo Lo Musico di Caltagirone, che fu il secondo guardiano del convento e il cui corpo si trova perfettamente conservato in un’urna di noce con cristallo; la cappella è meta di continui pellegrinaggi. Nella chiesa sono interessanti un quadro dedicato a “S. Anna ” e una statua di “San Pietro d’Alcantara”. Meraviglioso è l’altare del Crocifisso di frate Umile Pintorno, collocato sopra un fondale in legno, artisticamente lavorato, e contenente in fioroni ben 52 reliquie di santi, risalenti al 1626-1627. Nell’antisacrestia si trova il lavabo con la Gorgone e lo stemma francescano; a sinistra del lavabo è stampato l’albero francescano del 1740. C’è anche un casserizio in legno dello stesso periodo. Dal balcone della sacrestia si ammira un bellissimo panorama. Molto bello il chiostro del convento, che comprende ben 28 arcate; nel refettorio dei frati si trovano alcune pitture a tempera del 600. Molto suggestiva una grotta, con croce doppia a “tau francescana”, scolpita sulla roccia; interessanti alcuni resti di colonne. In una stanzetta del convetto si può ammirare un quadro della “Madonna della Visitazione”, datato 2 luglio 1893. opera del pittore Michelangelo Provenzani.

Santuario S.S. Crocifisso a Papardura

E’ edificato sopra un ponte, in modo da inglobare la grotta dove fu ritrovata, nel 546, una immagine del Crocifisso. Nella grotta è sistemata l’abside con l’altare maggiore, sul quale si può ammirare una lastra a rilievo d’argento dell’VIII secolo, raffigurante il “Trionfo della Croce”. La chiesa ha unica navata, contornata da 12 statue degli apostoli a grandezza naturale. Negli altari laterali sono esposte quattro splendide tele, raffiguranti “La caduta di Cristo”, “Cristo alla colonna”, “Cristo nell’orto”, “L’incoronazione di Gesù”, due di essi sono dalle linee meravigliose; pur conoscendosi l’autore, i due quadri raffiguranti Cristo alla colonna e Gesù deriso, per le linee, per le fisionomie, per la precisa composizione dei colori, fanno pensare alla mano di un illustre artista. La Chiesa del Crocifisso dal tetto a cassettoni di legno, è ricca di stucchi di assai discreta fattura. Sull’altare maggiore è un settecentesco pallio d’argento ove, a rilievo e a bulino, è raffigurato il trionfo del Crocifisso. Gli altri palli di altare sono in cuoio finemente decorato, con dipinti gli stessi motivi dei quadri degli altari. Interessante è un tosello con reliquiario, con velluti e argento. In sacrestia vi è un casserizio a intarsi. Il corpo della chiesa è circondato da un caratteristico ponticello. Sul ponte si aprono grotte naturali, in una delle quali, dal 1969, è collocata una statua del Cristo morto, opera dello scultore Marzilla. Nel percorso per giungere alla chiesa la vista può soffermarsi sulla rupe con tre croci musive, detta “Rocca del Calvario”, tappa finale di una artistica “Via Crucis”. anche essa a mosaici, che si snoda lungo tutta la strada che porta al santuario di Papardura. La Chiesa è amministrata da una deputazione di Massari che ogni biennio elegge il capo o depositario. La Deputazione ha un preciso diritto di patronato, regolato da un atto speciale di costituzione. I Massari devono versare un donativo annuale per i bisogni della Chiesa e devono provvedere a raccogliere gli altri mezzi necessari per il mantenimento del Culto al Crocifisso. Nell’agosto di ogni anno si vedono in giro “redine” di muli, gli animali sono riccamente bardati con antichi finimenti di panno ricamati a colori vivaci, come i tradizionali carretti siciliani, guidati dal suono della cornamusa e accompagnate da procuratori che si recano a raccogliere i loro donativi e quelli degli altri devoti. Ancora oggi la festa e la fiera di merci e di animali richiamano grandi folle di fedeli che affollano il tempio, come nell’anno 1693, da Leonforte, Assoro e Agira, i rappresentanti delle Municipalità quando vennero, scalzi e dolenti, ai piedi del Venerato Crocifisso di Papardura per invocare la pioggia nei terribili anni della siccità, che portò la morte e la distruzione nelle contrade ennesi. Fino al secolo VII gli oratori erano assai diffusi. I coloni, i contadini, i braccianti, i pastori che abitavano nei feudi, nelle capanne di paglia e di fango o in quelle di legno amavano riporre e custodire nelle grotte, pulite e ornate di luci e di fiori, i segni della fede e nel pomeriggio di ogni giorno, tutta la popolazione del contado si riuniva in questi classici oratori, tra le rupi, per innalzare alla Misericordia divina le sue preci e dentro questi rupestri templi, accendevano le lampade rudimentali e le caratteristiche lumiere con l’olio. Si parla, anche, di tale Ascanio o Angelo Lo Furco o La Furca che nel 546, di accordo con gli abitanti delle campagne delle contrade Papardura, Pizzuto, Vaneddi ecc. costituì, dentro una grotta, a ridosso della montagna Ennese, con l’apertura a sud-est, un oratorio e sulla parete di fondo della grotta, sulla liscia parete di viva pietra, fece dipingere una scena raffigurante la Crocifissione così come, fino a quel tempo, era stata tramandata dai sacri racconti. I contadini facevano a gara per accendere lumini e per ornare il sito. Si racconta ancora oggi che un religioso che aveva la sua dimora nel convento in località chiamata, ancora oggi, Portella dei Monaci, narrava che sul pendìo della rupe di Papardura, spesso, nella notte, vedeva splendere un fioco ed oscillante lumicino. Il Convento della località Portella dei Monaci, era abitato dai Monaci di San Basilio, era una specie di cenobio e i Monaci lo consideravano come luogo di riposo e di rifugio per i numerosi viandanti, che allora attraversavano l’isola, transitando per la importante trazzera che univa la Sicilia del sud, alla Sicilia del centro.Il nome di Papardura da luogo a parecchie interpretazioni. Il Palotto Padre Lo Menzo dice – nella sua storia inedita – che Papardura deriva dalla forma Papa-ardura perché da quella località entrò in città il Papa, dopo di avere adorato il Crocifisso. Ma il Lo Menzo non è nel vero, poiché mai un Pontefice è venuto in Enna. Piuttosto è più attendibile quando scrive Vincenzo Littara, storico di Noto, nelle ‘Historiae Hennensis’, facendo derivare la voce Papardura dalle acque che nella località sono abbondanti, dicendo che Papardura significa: località di acque perenni e abbondanti. Questa interpretazione è la più attendibile poiché, in verità, la località Papardura è assai ricca di sorgenti; famosa è l’acqua del Crivello, con il grande bevaio di acque potabili e con il lavatoio costruito dal comune per uso e comodità dei cittadini. Questa spiegazione può trovare un’altra verosimile interpretazione nell’origine persiana della parola “Papar”-dura. Infatti “papar” è la denominazione di acqua sorgente e “dura” che è sinonimo di roccia. Gli Arabi la chiamarono così per indicare la roccia dell’acqua sorgente.
Il Crocifisso della grotta
Un pio Sacerdote, come narra Paolo Vetri nel volume “Castrogiovanni dagli Svevi all’ultimo dei Borboni di Napoli” edito da Adolfo Pansini, Piazza Armerina, 1886, sognò, una notte, di vedere snodare una processione che, giunta alla Porta di Papardura, si fermava in preghiera dinanzi alla parete rocciosa. Così pure un’altra donna disse di aver sognato, e nel sonno aveva visto un cieco che aveva riavuto la vista e un muto la favella, proprio a ridosso di quella bianca parete rupestre. Nel 1659 una monaca, in sogno, sempre nel dire del Vetri, aveva visto il Crocifisso che a lei aveva chiaramente detto: ” Nella grotta di occidente a metà della rocca di Papardura, che vi si scende per una scala intagliata, là si trova la mia immagine quando fui Crocifisso. Fai accomodare la vecchia lampada che ivi si trova, manifesta a tutti che si faranno da me molti miracoli “. Ciò, come dice il Vetri, fu confermato da una altra donna, tale Angela Lo Guzzo. La voce circolò e, finalmente, nel 1670, si ebbe la premura di scavare nel luogo che era stato indicato; durante i lavori di scavo fu trovata la grotta con la prodigiosa immagine. Molti corsero a visitare la grotta e a pregare dinanzi al dipinto e la fama miracolosa del Crocifisso, in breve, si dilatò per le terre del Regno di Sua Maestà. Nel 1696, crescendo la fede nel Crocifisso, si costruì quel gran ponte con il terrapieno e sul piazzale di risulta, si costruì la Chiesa, la cui abside è costituita dalla grotta antica e sull’altare maggiore, in un ornato riquadro a intagli dorati e vetri, fu incorniciata la pregevole Crocifissione che era dipinta sul muro della Caverna. Per questi lavori, il popolo, contribuì con slancio e in tutto si spesero cinque mila scudi. La festa e la fiera fu determinata per il 14 settembre, giorno dedicato all’Esaltazione della Croce. Fu costruito, attorno alla Chiesa un grande loggiato ove i pellegrini trovarono asilo e spesse volte cibo e ristoro e la venerazione verso il Crocifisso, dal titolo di “SS. Crocifisso abbandonato di Papardura” crebbe e si dilatò per le contrade del Regno di Napoli. La festa aveva inizio otto giorni prima e ogni mattina all’aurora si sparavano 600 mortaretti. Due giorni prima della festa avevano luogo le famose corse degli asini, dei muli e dei cavalli, sul percorso che andava dalla Chiesa di S. Eligio a quella della Madonna dell’udienza. Lavigilia si correva, sullo stesso percorso, il palio, consistente in uno stendardo di seta, con nel centro dipinta l’effige del Crocifisso. Nella tarda sera si sparavano i fuochi artificiali sulla collinetta attorno alla Torre di Federico. Nell’ora dei Vespri, nel giorno della festa, aveva luogo la grande processione della Croce, cui partecipavano tutte le Congreghe e una grande folla con le torce accese. La processione, dalla Cappella della Madonna di Montesalvo, si recava nel Santuario di Papardura, ove si scioglieva dopo avere ricevuto la benedizione con la reliquia della Santa Croce. Le vecchie cronache ricordano che nel 1700 era così enorme la folla dei fedeli, convenuta nella Chiesa, che 25 sacerdoti, all’aperto, confessavano i devoti venuti da ogni contrada del Regno. Per la festa del 1705 due pescatori, venuti da Mazara del Vallo, recarono una torcia di cera del peso di kg.103. Erano a piedi scalzi e portarono la grande candela, infiocchettata di nastri, in bilico, appesa al giogo dei muratori. Molti voti erano appesi alle pareti del tempio. Si usava, allora, di far riprodurre in cera, la parte del corpo che per la grazia del Crocifisso era stata guarita, così si vedevano in cera, manufatti da artigiani specialisti chiamati “bamminiddara” tutti gli organi del corpo umano, usanza che fu poi abolita con un saggio divieto. Ancora oggi si vedono i caratteristici episodi dei miracoli dipinti su tavolette, anche esse ex voto. Sono delle tavole di vario formato e dimensione ove sono dipinti con un senso assai ingenuo dell’arte pittorica, gli episodi che hanno condotto al miracolo. Su ogni tavoletta è il nome e cognome del miracolato, la natura del miracolo e la data in cui si manifestò. Sono belle curiosità che potrebbero interessare tutta una storia di fede, di riconoscenza e di folklore. Nella terza domenica di maggio, partendo dal Duomo si svolgeva, fino a Papardura, una grande processione penitenziale per il patrocinio del Crocifisso sulla città. Fede di popolo. Nell’anno 1741 si ebbe una disastrosa invasione di cavallette che, comparse nel mese di giugno, funestarono i feudi di Geracello, di Ceraci, del Piano del Tordo, Bubudello e Carrangiara. Anche in quella occasione, gli ennesi, ricorsero alla misericordia del Crocifisso per far cessare il flagello, che si fermò appunto a Carrangiara. Nello stesso anno, per la festa di settembre cadde la grandine, con chicchi del peso di sette once, che spaccarono le tegole e che causarono molto spavento e tanti danni. In un atto del Mastro Notare don Francesco Maria Planes si parla anche di una terribile peste che non penetrò in Enna per la grazia del Crocifisso. Nello stesso anno, come si leggeva in un atto contenuto in un archivio privato, adesso disperso, stipulato dal notare Ciraulo, una tremenda carestia funestò la Sicilia. La siccità ne fu l’origine. Dal Natale del 1742, al 30 novembre 1743, non si ebbe la pioggia e nemmeno i venti umidi. Le campagne arse dai geli e dal caldo e i popoli assetati soffrirono e languirono amaramente. Seguì un altro crudo inverno con venti e geli e poscia, dopo scarsi raccolti, si ebbero due anni di nera carestia. In quella occasione nel 1746 si svolse una processione penitenziale, così descritta: ” Erano tutti a piedi scalzi e sembravano usciti dalle sepolture, i capelli scarmigliati, la corda al collo, piangevano e pregavano”. Giunti i penitenti nella Chiesa di Papardura, il parroco di S. Cataldo, cappellano del Santuario, ebbe parole adatte alla circostanza e annunzio che i procuratori della Chiesa, in omaggio a Gesù Crocifisso, ogni anno, per la festa avrebbero distribuito delle piccole “collorelle” biscottate, benedette, come fecero in quell’istante per onorare il SS. Crocifisso, con la speranza che avrebbe dato raccolto di grano abbondante. Le “collorelle”, propiziatrici per far finire la carestia, furono divise a ruba. Quell’anno la terra diede tanta abbondanza di grano che non bastarono i granai a contenerlo e ne fu anche conservato negli oratori delle Confraternite che erano colmi a disposizione di tutti.Le “collorelle”, sancirono una devozione che da allora viene praticata nella festa del Crocifisso, come ringraziamento per la fine della terribile carestia. Un giorno dell’anno 1699, ad un massaro, cadde una vitella da un sentiero in un burrone, nella caduta, la vitella, ebbe spezzati gli ossi del collo. Il massaro invocò la grazia del Crocifisso e volle che il cappellano della Chiesa, che era anche parroco di S. Cataldo, venisse nel burrone, sotto la rupe di Papardura, per benedire la giovenca agevolando così il compimento della grazia. Il parroco andò e dopo la benedizione la giovenca, da sola, si alzò e riprese la sua strada come se nulla fosse stato. Per la festa, il massaro, donò alla Chiesa una vitella per essere cucinata e mangiata dai procuratori e dai pellegrini più poveri, con l’obbligo di inviare al Parroco di S.Cataldo, cappellano della Chiesa di Papardura, la testa e il collo dell’animale sino all’attaccatura con il corpo. Questa usanza non fu più trascurata negli anni seguenti.

La chiesa di San Cataldo

La chiesa di San Cataldo di Enna risale al XIV secolo, come risulta da notizie contenute in documenti vaticani di quell’epoca, e nel corso dei secoli successivi subì rimaneggiamenti vari che culminano a metà settecento in una radicale ristrutturazione da cui ebbe origine l’attuale definitivo assetto. Preceduta da una monumentale scalinata che la collega alla vicina frequentatissima e centrale Piazza Matteotti, da sempre conosciuta come Piazza Balata di evidente denominazione araba, la chiesa è formata da una sola vasta navata decorata sobriamente di stucchi settecenteschi e coperta da un tetto ligneo che sostituisce l’originario del XVIII secolo. Il pavimento è costituito di liste lignee in più punti interrotte da ampie lastre di materiale trasparente che consentono di vedere gli scavi archeologici sottostanti condotti in questi ultimi anni nell’ambito del tempio. Scavi che oltre che a comprovare la vetustà del sacro edificio hanno portato alla luce interessanti reperti ceramici ascrivibili ad epoche diverse e attestanti, perciò, remota e ininterrotta frequentazione del sito, che è così venuto a configurarsi come una singolare area archeologica urbana di rilevante interesse storico. Gli stessi scavi hanno inoltre confermato le secolari vicissitudini architettoniche subite dal tempio che oggi presenta alte pareti in cui, da un lato solo, sono collocati alcuni altari, inglobati in incavi appena accennati: due di essi sono costituiti da elementi architettonici provenienti dalla chiesa originaria medievale e qui rimontati, talvolta incongruamente, all’epoca del rifacimento settecentesco. Uno presenta pannelli marmorei scolpiti a bassorilievo e rievocanti storie relative alla Passione di Cristo; l’altro, più armonico e omogeneo, è opera in marmo del sec. XVI, attribuita dal Di Marzo a Giandomenico Gagini, e comprende una base, contenente le figure degli Apostoli, su cui poggiano tre nicchie ospitanti le statue di San Cataldo, della Ma-donna col Bambino e di un santo vescovo, da identificare con San Nicola, San Biagio o Sant’Eligio, destinatari in passato di diffusa venerazione in città. Le lunette che completano in alto questa icone marmorea rappresentano la Natività e l’Annunciazione. Un terzo altare riproduce naturalisticamente e pittorescamente la grotta di Lourdes ed accoglie le statue della Vergine e di Bernadette mentre l’altare centrale si offre agli sguardi sontuoso nella varietà di marmi pregiati, movimentato nelle sinuose linee barocche e maestoso nella teatrale, seppur contenuta, monumentalità. Lo sovrasta oggi una croce lignea dipinta su una sola faccia risalente ai secc. XV-XVI, collocata prima in un altro punto della chiesa e in origine forse fornita di pitture su tutte e due le facce. Sulla parete sinistra campeggia il grande quadro raffigurante San Cataldo, opera eseguita nel 1595 dal pittore palermitano Giuseppe Alvina detto il Sozzo che riprodusse il santo monaco irlandese, cui la chiesa è dedicata, vestito di preziosi abiti vescovili e in atto di benedire, autorevole e benevolo a un tempo, i devoti che fiduciosi in gran numero accorrevano a lui per implorare la guarigione da diversi malanni e in particolare dai vari tipi di ernie. Il tempio possiede numerosi paramenti sacri, pregiati per il tipo di tessuto e la varietà dei ricami che li distinguono e per l’epoca di produzione cui risalgono, per lo più il sec. XVIII: si tratta di variopinte pianete, tonacelle decorate, fastosi piviali. Custodisce inoltre la Reliquia della Santa Croce inserita in un frammento di cristallo di rocca incastonato in una croce argentea di fattura settecentesca e conserva una lunga serie di oggetti liturgici in argento, da gran tempo non usati ne esposti e perciò poco conosciuti da fedeli e studiosi. Datano dalla fine del ‘500 al sec. XIX e rappresentano pregevoli pissidi e patene, navette e calici, turiboli e estensori, candelieri e bacili, qua si tutti provenienti da botteghe palermitane e catanesi, opere di fa mosi artisti che hanno per secoli dato lustro all’arte orafa siciliana.

La chiesa di San Marco – luogo di culto e spazio d’arte

Annessa al monastero di clausura delle suore carmelitane scalze, sin dal suo sorgere nella prima metà del secolo XVI chiamato di “San Marco le Vergini”, la chiesa dedicata al santo evangelista patrono di Venezia sorge nel cuore della città di Enna e da secoli ne costituisce il “cuore” pulsante di viva religiosità. Sorto, secondo la tradizione, sul luogo di una antica sinagoga, che delimitava il ghetto ebraico, ricordato ancora oggi dal nome dato alla zona: ‘Iudeca’, appena dopo l’espulsione degli Ebrei dai domini spagnoli avvenuta nel 1492, il tempio ci è pervenuto nelle forme barocche scaturite dagli interventi architettonici voluti nel 1643 dall’Abbadessa suor Angelica Petroso. Da allora le suore che si sono avvicendate nella guida del monastero non hanno risparmiato risorse ed energie per rendere la chiesa sempre più accogliente, per la comodità dei fedeli, e più fastosa, per la “maggior gloria di Dio”. E mentre negli austeri ambienti monastici la quotidianità delle suore era scandita da preghiere, meditazioni e lavoro, secondo la Regola di santa Teresa d’Avila, l’unica navata della chiesa si andava adornando, nell’abside e nelle pareti, dei settecenteschi stucchi del licodiese Gabriele De Bianco che incorniciavano gli affreschi riproducenti la Trinità, la Vergine, Sante e Santi carmelitani. Le plastiche forme dei putti, dei festoni, delle ghirlande, delle figure bizzarre si distendono sontuose tra le varie opere d’arte (tele, affreschi, statue…) collegando in un filo ideale, da un altare all’altro, il realistico crocifisso ligneo alla seicentesca Madonna del Carmelo, il possente San Marco di anonimo di fine ‘500 all’eterea Immacolata del settecentesco pittore di Mazara Tommaso Sciacca; tutto un tripudio di colori, sovrastato dalla cupola affrescata in ardito scorcio prospettico da un pittore, si tramanda, della bottega dell’artista fiammingo, operoso nel duomo cittadino, Guglielmo Borremans, forse il figlio Luigi. A completare la ricca decorazione nel 1708 il trapanese Antonino Rallo da inizio alla monumentale custodia lignea destinata all’altare maggiore disegnata dallo xibetano Agatino Daidone: le nicchie, le balaustrine, le statue, i fastigi dorati mandano bagliori che si riverberano sulle lisce rutilanti superfici della finta elaborata grandiosa architettura che al centro, là dove lo sguardo converge attirato dallo sfolgorio, ospita in apposita nicchia la statua lignea di San Marco. Adorno di aureola argentata, vestito d’un manto azzurrino, affiancato dal suo simbolo leonino, il santo dall’alto suo piedistallo, ma soprattutto dall’alto dei cieli, benedice monache, clero e fedeli esortando tutti ad una vita improntata al superamento d’ogni sorta di differenza di razza, classe, religione, ed alla più generosa reciproca comprensione, nucleo essenziale della Caritas predicata da Cristo.

San Biagio, una chiesa antica e ricca di storia

La Chiesa di San Biagio di Enna fu costruita nel 1595 su una vecchia cappella dedicata a Maria Bambina. Ha forma rettangolare, lunga m 14.5, larga m 5.5. La volta a vela è in gesso e poggia su otto pilastri. La Chiesa nel passato possedeva cinque altari in marmo, così dedicati: L’altare maggiore a San Biagio, il primo a destra a Maria SS. Bambina, il secondo a destra a Gesù Crocifisso, il primo a sinistra a Maria Immacolata, il secondo a sinistra a Gesù Bambino. Dopo il Concilio Vaticano II gli altari laterali furono aboliti e vennero create delle nicchie. Oggi, entrando, a sinistra, una nicchia accoglie la statua di San Gaetano, acquistata nel 1994 per espressa richiesta dei parrocchiani, che desideravano celebrare la festa del Santo con maggiore solennità; la statua, in legno pregiato, è stata realizzata a spese dei fedeli. In passato la festa di San Gaetano veniva celebrata presso la Chiesa Madre. La seconda nicchia è dedicata al SS. Crocifisso; la terza accoglie la statua in cera di Maria Bambina. A destra, la prima nicchia è dedicata a San Biagio. Nella seconda nicchia vi è una statua in legno di Maria Immacolata; sotto l’attuale colore è possibile intravedere la primitiva decorazione in oro zecchino. Nel 1987 il parroco don Giuseppe Petralia scopriva che attraverso uno sportellino sul retro si accedeva ad un piccolo vano interno alla statua; qui rinveniva una certificazione datata 1647 attestante l’origine dell’opera, che risulta scolpita da fra Innocenzo di Petralia Inferiore, laico dei Minimi Riformati. La Chiesa di San Biagio possiede un altare privilegiato quotidiano perpetuo, ottenuto con rescritto vescovile in data 26.02.1929. In fondo alla chiesa vi era la cantoria, alla quale si accedeva mediante una scala in ferro. La cantoria poggiava su due colonne di alabastro bianco con scanalature, che oggi trovano posto presso l’altare maggiore; incerti riferimenti storici ne fanno risalire la provenienza o al foro greco, o a templi pagani, o al tempio di Cerere; una di esse porta alla base caratteri greci non perfettamente decifrabili. Dalla soppressa cantoria si accede al campanile, dove si trovano tre campane, di cui una di valore storico datata 1657. Il campanile, a base quadrata e terminante a cupola, è di costruzione moderna; assieme al pavimento, agli altari e alla porta centrale fu costruito nel 1900. La Chiesa possiede due reliquiari, di cui uno in argento a raggiera con piede in rame contenente un pezzetto di legno della Santa Croce, l’altro tutto in argento contenente un osso di San Biagio; i sigilli sono in buono stato; mancano le autentiche. Possiede inoltre: due dipinti su tela di cui uno dedicato al martire S. Ippolito, l’altro a Maria SS. Del Soccorso, una litografia raffigurante la morte di San Giuseppe, un dipinto su tavola che rappresenta le nozze di S. Caterina, quattro oleografie francesi (Sacro Cuore di Gesù, Sacro Cuore di Maria, Maria SS. Addolorata, S. Giuseppe); tutte opere in attesa di restauro. Il fonte battesimale è composto da due fonti di marmo. Nella sacrestia è possibile ammirare un bellissimo quadro di San Biagio, riprodotto su tela dall’ennese prof. Francesco Lodato, che copiò da un dipinto di Andrea del Sarto. All’esterno l’abside è molto interessante: di forma rotonda e di costruzione antichissima; guarda l’oriente. Nella Chiesa è incorporata una torre di vedetta del XV secolo. Alcuni riferimenti del passato: ad est della Chiesa si stendevano varie escavazioni sotterranee a forma di celle, l’una vicina all’altra e comunicanti fra di loro, che si pensa servissero da carcere. Nelle vicinanze della Chiesa, a levante della città, vi era il foro, luogo in cui veniva amministrata la giustizia e sede di negozi; nelle vicinanze del foro i fabbricati delle classi ricche, tra cui, a nord, il palazzo in cui soggiornò marco Tullio Cicerone, difensore di Enna e della Sicilia contro Verre, governatore romano dell’isola e depredatore dei suoi templi. Nella parrocchia di San Biagio si celebravano e si celebrano molte feste; tra queste la festa del Patrono, San Biagio, e quella di Maria SS. Bambina. La festa di Maria Bambina è a spese dei fedeli; in passato veniva realizzata con il ricavato da un fondo rustico di proprietà della Chiesa di tumoli cinque circa sito in Contrada Busciché. Una funzione molto sentita era quella delle Quarantore; si celebrava nei soli giovedì di febbraio per consuetudine della Pia Fondazione delle Quarantore Circolari, che esisteva in Castrogiovanni fin dal XVI secolo, e che curava di esporre a turno nelle diverse chiese della città il SS. Sacramento. La festa di Natale era preceduta da un novenario e si concludeva con la vestizione di un bambino povero della parrocchia. La parrocchia di San Biagio si stende fra la parrocchia Matrice, con cui confina ad ovest e a nord, e la parrocchia di San Pietro, con cui confina a sud. Nella sacrestia della Chiesa sono custoditi i registri dei battezzati con decorrenza 1570, dei matrimoni con decorrenza 1619, dei cresimati dal 1872. Sono stati parroci della Chiesa: Francesco Laudico (dal 1570 al 1579), Giovanni Cancilleri (1579-1618), Antonio Varello (1619-1637), Francesco Perricone (1637-1647), Giovanni Battista Gerardo (1650-1672), Ignazio Cannavo (1673-1687), Pietro De Angelis (1687-1717), Vincenzo Bellomo (1719-1720), Pietro Chiaramonte (1720-1756), Giuseppe Falzone (1757-1761), Giuseppe Maria Ciotti (1762-1779), Cristofero Torregrossa (1781-1828), Luigi Termine (1835-1867), Ignazio Savoca (1876-1893), Giuseppe Russo (1905-1908), Salvatore Fontanazza (1912-1916), Paolo Marasà (1921-1933), Gaetano Rigido (1934-1957), faceva anche da cappellano, dal 1932, nella prestigiosa chiesa di San Marco, sede del Monastero delle Carmelitane Scalze (di stretta clausura); mons. Pietro Spina (1957-1972); in atto parroco della prestigiosa Chiesa di San Giovanni). La Chiesa è dotata di una casa parrocchiale edificata con fondi della Santa Sede nel 1929-30. In data 19.08.1943 il sacerdote Gaetano Ragusa fu Lucio con testamento olografo nominava erede universale di tutti i suoi beni, in piena proprietà ed usufrutto, il parroco pro tempore di San Biagio allo scopo “di culto e di istruzione per la gioventù” e con l’obbligo di mantenere il culto nella vicina chiesa monumentale del SS. Salvatore, priva a quei tempi di sacerdote. Nel novembre 1957 mons. Angelo Termine, parroco della Chiesa Madre (nel cui territorio si trova la Chiesa del SS. Salvatore), proponeva al Vescovo che il parroco pro tempore di San Biagio fosse in perpetuo rettore della Chiesa SS. Salvatore. La chiesa parrocchiale di San Biagio non ha ne filiali ne altri edifici sacri alle dipendenze. Nella zona, però, sotto il castello di Lombardia, laddove vi era la porta di Portosalvo, detta anche porta di San Calogero, vi è una chiesetta oggi chiusa al culto. Si tratta della Chiesa di San Calogero, nata dalla trasformazione di una torre quattrocentesca, il cui esterno si presenta tuttora in buone condizioni. Scendendo ancora per la strada che dalla zona di Lombardia porta ad Enna Bassa, sulla destra, vi è un piazzale dove sono i resti della chiesetta della Madonna delle Grazie, eretta per voto popolare dopo la pestilenza del 1575. In quella circostanza Castrogiovanni ebbe qualche centinaio di morti, mentre altrove la mortalità fu maggiore. In questo luogo il popolo era solito radunarsi la domenica in Albis per ringraziare e venerare la Vergine, ma anche per una scampagnata fuori porta. Le due chiesette, poiché fuori dalle mura della città, appartenevano alla Chiesa Madre.

La Chiesa di San Domenico – (già di San Giovanni)

La chiesa di San Domenico ha una struttura a tre navate, abside e transetto. Originariamente era stata costruita in un austero stile romanico. La sua forma attuale si deve ai lavori del 1559, anno in cui il complesso venne arricchito di stucchi ornamentali di rivestimento. Nel 1967 venne restaurata e adornata di vetrate istoriate con alcuni misteri del Rosario. All’interno, due pregevoli opere pittoriche: “Santa Barbara” del 1595 e la “Madonna del Rosario” di mano dello Zoppo di Gangi, nonché di una ” Presentazione al tempio ” del Borremans. Di notevole valore artistico e storico è il fonte battesimale, la cui base è di epoca romana, il supporto centrale è un capitello bizantino in marmo rosso, mentre la conca per l’acqua ha uno splendido bassorilievo del 1300. Interessante una “Via Crucis”, attribuita alla scuola del pittore palermitano Guido Novelli. All’esterno della chiesa, è ancora perfettamente funzionante una meridiana del 1742. Nelle fondamenta della chiesa si sono trovate spaziose catacombe incavate nella viva pietra, con resti umani e vasi ascritti al periodo greco.

Chiesa Mater Ecclesiae

Il 14 Dicembre 1996 il Vescovo Mons. Vincenzo Cirrincione ha benedetto la nuova Chiesa Parrocchiale della “Mater Ecclesiae” nella parte nuova della città di Enna alta.
Una notizia di cronaca, dice: “una bella storia, che merita di essere raccontata e che costituisce un esempio da imitare perché dimostra come l’assenza e l’indifferenza delle istituzioni non impediscono agli uomini la realizzazione dei progetti in cui fermamente credono”. Un progetto, quello della Mater Ecclesiae, nato tanti anni fa, promotore Don Guido Mazzucchelli, rimasto insabbiato nelle pastoie burocratiche e nell’indifferenza degli Enti pubblici, e realizzato grazie all’impegno e alla generosità dei parrocchiani. Ed è questa la peculiarità: è la prima chiesa parrocchiale della Diocesi di Piazza Armerina costruita solo con le offerte dei fedeli, senza finanziamenti pubblici. I Parrocchiani hanno contribuito tutti: da chi ha offerto il pavimento, realizzato in gres-porcellanato su disegno dell’architetto progettista Francesco Paolo Prestipino, a coloro che hanno donato le 15 vetrate artistiche che impreziosiscono la Chiesa; da chi ha messo a disposizione la propria competenza professionale alla vedova, di evangelica memoria, che ha dato nel nascondimento le sue centomila delle vecchie lire. Una storia bella, dunque, ma che va oltre perché la partecipazione economica alla costruzione della Chiesa dice senso di appartenenza a una comunità che si va costruendo e vive con la grazia del Signore Gesù.

La Chiesa di Santa Chiara

Edificata fra il 1614 e il 1616 dal nobile Francesco Rotondo, la chiesa di Santa Chiara fu sede della Compagnia di Gesù fino al 1767, anno in cui i gesuiti vennero cacciati dalla Sicilia. La chiesa fu quindi affidata alle clarisse, che la fecero adornare con splendide inferriate alle finestre e al coro. La struttura è a navata unica. Esternamente, rimarchevole è la scalinata monumentale. All’interno è un pregevole pavimento maiolicato del 1852, dai colori sgargianti, con vedute della città di santa Sofia e di un battello a vapore. Vi si custodisce un dipinto di notevole valore artistico, la “Madonna delle Grazie” di Giuseppe Salerno, lo Zoppo di Gangi (1570-1632). Dopo la seconda guerra mondiale la chiesa è stata destinata a sacrario dei caduti. Sorge nella piazza Napoleone Colajanni.

Chiesa San Francesco di Paola

Nota come “u Santu Patri”, sorse, con l’annesso convento dell’Ordine dei frati Minimi o Paolotti di San Francesco di Paola (1416-1507), tra il 1590 e il 1601, al posto di un tempio fatiscente intitolato alla Madonna di Loreto. Abbandonata dai frati dopo l’Unità d’Italia, la chiesa passò alle dipendenze del Duomo e oggi si presenta ricca di stucchi, ex-voto, tele, arredi, ritratti dei superiori insigni e statue, tra cui le lignee dell’Immacolata, di San Lorenzo, dell’Arcangelo Michele, condotta nella processione del 2 luglio, e la marmorea seicentesca della Madonna di Loreto, forse di scuola gaginesca o forse dello scultore locale Giovanni Gallina. Non manca quella del Santo titolare, per la cui festa sul sagrato è allestita una fiera, un tempo dedicata al solo smercio di terraglie domestiche e dei tipici “friscaletti” prediletti dai bambini.

Chiesa di San Michele Arcangelo

In stile coloniale spagnolo, ex moschea araba secondo la tradizione. Situata in Piazza Giuseppe Mazzini, di fronte al Duomo, con pianta a forma circolare (ovale). Chiesa di Ordine benedettino, a cui appartenevano le suore dell’attiguo monastero, sviluppatosi nel XVI Secolo attorno ad un palazzo torre di proprietà della famiglia Leto Baroni di Capodarso, di cui restano ruderi, e sottoposto a lavori di restauro ed abbellimento, notevoli soprattutto dal 1734 al 1760, quando sotto la direzione di Vito Mammana da Regalbuto, la chiesa è quasi completata, pronta per essere impreziosita di eleganti grate a petto d’oca e di un pavimento di ceramica calatina (Maiolica) realizzato tra il 1761 ed il 1765 e restaurato nel 1957. La chiesa è attualmente chiusa al culto, visitabile solo una parte del perimetro esterno in particolare la facciata prospiciente la Piazza Mazzini. All’interno fanno da corona all’altare maggiore, sovrastato da una pala di gusto manierista raffigurante la Madonna, sei altari posti in nicchie ricavate, tre per lato, lungo le armoniose pareti adorne di sporgenti paraste e sormontate da una ardita volta ellissoidale. Tra le pale presenti degne di nota si evidenziano: San Benedetto con i santi Placido e Mauro; la Sacra Famiglia; San Michele Arcangelo effigiato nell’usuale atto di sconfiggere il demonio. Un altare ospita il crocifisso ligneo tra le figure dipinte di San Giovanni e dell’Addolorata. Notevole e di grande pregio il quadro raffigurante “l’Arcangelo Gabriele”.

Chiesa dello Spirito Santo

La chiesa dello Spirito Santo a Enna è parte di un antico complesso bizantino che comprende le grotte sparse tutto intorno all’area omonima in cui abitarono alcuni dei monaci eremiti brasiliani. Proprio la parte posteriore della chiesa (oggi sacrestia e sede della confraternita) fu inizialmente una torretta di avvistamento nota come “castello del conte Ruggero”, costituente frazione del complesso di fortificazioni che correva lungo quel versante roccioso, atto a proteggere anche le zone sottostanti osservate dalle tante feritoie un tempo presenti. Federico III d’Aragona agli inizi del XIV secolo concesse ai frati francescani un appezzamento di terreno a ovest della città, dove – adattando la struttura preesistente – edificarono chiesa e convento dedicati allo Spirito Santo (rappresentante inoltre il primo stemma di San Francesco) che divenne un punto di riferimento all’interno della città. Essi vi risedettero fino al 1393, quando si videro affidati, ai fini assistenziali e spirituali, i più centrali palazzi confiscati ai signori Andrea Chiaramonte e Scaloro degli Uberti, oggi chiesa e convento di San Francesco d’Assisi. Negli anni immediatamente successivi l’area vide l’arrivo dei deportati abitanti del borgo Fundrò, il cui feudatario si era ribellato al Re Martino, e che dette il nome al quartiere Fundrisi, dai cui agricoltori, massari e possidenti nacque anche la Confraternita dello Spirito Santo. Su una roccia vicino alla chiesa dello Spirito Santo si trova il suo campanile a vela, nella cui parte superiore finemente decorata con cornici sul lato est sono scolpite due teste di regnanti, coinvolti nelle vicende francescane e del quartiere Fundrisi, mentre lungo il viale che porta all’ingresso originario del complesso delimitato da un cancelletto, si intravedono i ruderi del vecchio convento e della casa del custode della chiesa. La configurazione interna della chiesa dello Spirito Santo prevede un ingresso esagonale voltato, con degli altari ospitanti le statue di Maria SS. Addolorata e della Trinità, “Spirito Santo” portato in processione dai confrati, originariamente occupato da una statua di S. Orsola; al centro si venera la Madonna Assunta ritratta nel momento della Dormizione, che in occasione della festività del 15 agosto e nei quindici giorni precedenti è dalle donne della parrocchia riccamente ornata di preziosissime vesti e gioielli. Due corridoi laterali consentono di entrare nel sacello interno voltato a botte, che insieme alla finestra e all’apparato decorativo di affreschi sulle pareti rimembranti una devozione popolare verso la Santa Casa di Loreto – trasportata dagli Angeli nel 1294 – risalgono al XIX secolo quando l’intero complesso fu restaurato dal devotissimo canonico Giovanni Grimaldi. La costruzione, che si rifà anche nelle dimensioni al modello originale, accoglie nell’altare una statua della Madonna nera di Loreto, donata da una famiglia ennese, e sotto di esso si trovava una riproduzione del “Sacro camino”, focolare domestico della casa di Nazareth, ambiente familiare come ricordano anche gli spazi nelle pareti laterali, destinati a custodire le “sacre scodelle e ampolle”. Negli affreschi sono riconoscibili in particolare un crocifisso in stile medioevale, Madonne con Bambino, Santi (tra gli altri San Giuseppe, S. Antonio Abate, Santa Caterina, San Giovanni) e raffigurazioni di apparizioni, miracoli e utensili domestici. Nella fascia inferiore la parete affrescata ricorda i veri mattoni della Santa Casa mentre tre piccole aree sotto il pavimento, scavate nella roccia, erano state in precedenza destinate a cripte per la sepoltura. L’antica cappella del corridoio destro, anch’essa affrescata, è occupata dal 2012 dalla statua del “Cristo alla colonna”, realizzata dall’ennese Russo.



Passata nella disponibilità del Comune di Enna a seguito della donazione fatta dai proprietari, eredi della famiglia Potenza, dopo restauri e controversie, la chiesa dello Spirito Santo fu riaperta al culto nel 2008 in seguito alle forti richieste dei devoti ed all’ingente intervento economico della Venerabile Confraternita dello Spirito Santo, della quale torna ad essere sede come in origine. (testo di Stefano Milano)

Chiesa di San Giuseppe
La costruzione della Chiesa e del Monastero avvenne intorno al 1390, ma l’aspetto attuale è da ricondurre a una ristrutturazione effettuata nel Seicento. La facciata è in stile barocco. L’interno, a navata unica, custodisce dipinti di notevole fattura, ma di autore ignoto tra cui Santa Scolastica, San Benedetto e il grande quadro della Madonna del Rosario, inoltre la statua della Madonna del Carmelo ed un Crocifisso del XV secolo, la Deposizione di Cristo di Antonio Mercurio pittore del XVII secolo, la statua della Sacra Famiglia, che è portata in processione il 19 marzo, scolpita dal falegname ennese Greca, vissuto nel Seicento. Nei locali della sacrestia è custodita una grande tela riproducente “L’Ultima Cena”. Il quadro proviene, come gli altri presenti nella sacrestia e nella chiesa, dal monastero delle Benedettine di cui la chiesa faceva parte, l’autore del dipinto non è noto. Importanti sono inoltre: il settecentesco paliotto argenteo dell’altare maggiore, la statua della Madonna del Carmelo e il Crocifisso del XV secolo. Dal 1934 è sede della Confraternita di San Giuseppe, il monastero invece dal 1955 è affidato ai Padri Carmelitani Scalzi. Nel 1965 con l’approvazione di Mons. Antonino Catarella Vescovo della Diocesi di Piazza Armerina, la Chiesa fu elevata a Santuario.
La chiesa è ubicata in Piazza Pietro Antonio Coppola angolo Via Roma, accanto al Palazzo Comunale e non lontano dal Duomo. La Chiesa di San Giuseppe venne edificata alla fine del XIV secolo, ma ristrutturata in stile barocco agli inizi del XVII secolo. Vi si accede da una scalinata in pietra lavica racchiusa da una cancellata in ferro battuto. Tra due coppie di lesene doriche laterali che scorrono per l’intera facciata, c’è un portale con arco a tutto sesto affiancato da due coppie di colonne corinzie su alti basamenti che sorreggono la trabeazione dentellata; sopra c’è un bassorilievo sormontato da un timpano semicircolare; ancora sopra una finestra. L’opera è completata da una cella campanaria formata da tre loggette con balaustra.
La chiesa, originariamente intitolata a S. Benedetto poiché sede delle benedettine, tra la fine del secolo XVI e gli inizi del XVII fu ricostruita e ampliata. Dopo la soppressione del 1866 essendo stata affidata ai militari fu trasformata in magazzino. Nel 1926 i procuratori della Confraternita di S. Giuseppe, che aveva sede nella chiesetta di S. Giuseppe, troppo angusta e mal ridotta, ottennero di potersi trasferire con il simulacro della Sacra Famiglia nella vicina chiesa di S. Benedetto. E da allora, anche per merito della fedeltà e dello zelo dei confrati, la chiesa divenne centro di una fervida devozione a S. Giuseppe, per cui è stata intitolata al patriarca S. Giuseppe, e anzi nel 1965, visto l’incremento della devozione al Santo, il vescovo di Piazza Armerina, mons. Antonino Catarella, la insignì del titolo di “Santuario”. Furono le carmelitane scalze, e in modo particolare Madre Immacolata, a chiedere insistentemente una fondazione di frati carmelitani scalzi a Enna, sia per l’assistenza al monastero, ma più ancora per quella pienezza del carisma che fin dall’inizio S. Teresa ha voluto quando affrontò la fondazione anche di conventi di frati, incominciando proprio con S. Giovanni della Croce: la vita totalmente contemplativa delle monache di clausura e quella contemplativo-attiva dei frati si completano efficacemente per l’unico servizio alla Chiesa. Nel 1954 p. Narciso Savietto avviò concretamente la fondazione. Aiutato dal vicario foraneo mons. Termine e dal prof. Francesco Guarasci, ottenne la chiesa di S. Giuseppe con alcuni angusti e poveri locali. La fondazione ufficiale avvenne il 13 gennaio 1955 (il rescritto della Congregazione dei Religiosi ha la data dell’8 maggio 1955) con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Catarella. Alla comunità composta in un primo tempo da P. Narciso e da P. Leone Durigon, dopo alcuni mesi si aggiunse P. Patrizio Ramponi e poi fr. Gaudenzio e fr. Antonino Bova. Attorno al convento fin dall’inizio sono sorte varie associazioni laicali e in particolare la fraternità dell’Ordine Secolare Teresiano. E, dopo 66 anni trascorsi tra la casa, il Santuario e il convento di San Giuseppe, i frati Carmelitani Scalzi hanno lasciato Enna, con una Messa di commiato a giugno del 2021.

Chiesa del SS Salvatore

La Chiesa del SS. Salvatore, fondata nel 1261 come cappella privata, è una delle più antiche di Enna. I Confrati del Collegio del SS. Salvatore, con le risorse ricavate dal patrimonio dell’Ente, si adoperarono affinché, nel 1572, ottenessero dal Vescovo di Catania l’autorizzazione per demolire la piccola cappella originaria ed edificare l’attuale Chiesa che venne ultimata nel 1579.Pare che, nelle immediate vicinanze della Cappella sorgesse un monastero Basiliano, di cui rimangono due colonne del chiostro ancora visibili all’interno del cortile.La Chiesa è in stile Barocco come testimoniano il soffitto del 600, a cassettoni in legno di noce intagliato a mano, dichiarato monumento nazionale e il pavimento, in ceramica artistica, anch’esso di fattura secentesca. Di notevole valore, non solo artistico ma anche simbolico, è un Crocifisso che risale al 1262, anno di fondazione della Confraternita. L’interno della chiesa, a navata unica, è impreziosito dalla statua lignea raffigurante il Cristo Morto, risalente al XVII secolo, ubicato sull’altare maggiore. Nella cripta dello stesso altare è riposta la Statua del Cristo Risorto, la stessa che viene portata in processione durante la Domenica di Pasqua.Nel corso del XVIII secolo la Chiesa fu nuovamente rifatta mantenendo lo stile Barocco. In ogni angolo, essa conserva opere di straordinaria bellezza, dalla reliquia di S.Erasmo alla nicchia in alabastro, che ospita una statua della Madonna delle Vittorie, detta anche del Cardellino, situata nella parte destra del caratteristico cortile. A tal proposito, una curiosità che vale la pena citare riguarda il fatto che la nicchia suddetta sorge su quello che era un antico pozzo, da cui gli abitanti del quartiere attingevano l’acqua necessaria in cambio del pagamento di una somma annua a sostegno della Chiesa. C’è anche da dire che l’ingresso originario dava sulla Piazza Mazzini, tra la chiesa di S. Michele e il Palazzo Varisano, quando era ad uso privato ma, nel momento in cui la Chiesa venne aperta al culto, l’ingresso principale divenne il cosiddetto cortile, quello che prima era l’ingresso secondario. L’accesso è costituito da un arco sormontato da un artistico campanile, riportante lo stemma in pietra di un casato nobiliare o, probabilmente, della Confraternita medesima. Peraltro, tra i vari interventi di restauro effettuati nel 1888, dalla confraternita e dal rettore del tempo, Di Nolfo, si annovera l’edificazione della torre campanaria. Annessi alla Chiesa si possono ammirare dei locali ristrutturati recentemente, in uno dei quali è custodito un “casserizio ligneo” del 1600, i cui portelli e cassettoni sono rigorosamente dipinti a mano. Gli interventi di ristrutturazione edilizia sono stati compiuti tra il 1974-1982, mentre il recupero di beni e suppellettili di valore avvenne tra il 1993 e il 1997; tra il 2001-2004 si è provveduto a recuperare opere di notevole valore artistico come, la Statua del Cristo Risorto e la relativa raggiera, nonché la nicchia in oro zecchino; è stata restaurata anche la Statua del Cristo Morto, esibita per la processione del Venerdì Santo. Tali opere di restauro, nonché l’impegno e la devozione dei confrati hanno contribuito ad accrescere lo splendore e il prestigio della chiesa e del suo “Collegio”.

Chiesa di San Bartolomeo

La chiesa di San Bartolomeo è ubicata nel cuore dello storico quartiere di Fundrisi, così chiamato a seguito di importanti avvenimenti storici avvenuti nel XV sec. Qui, infatti, si stabilirono gli abitanti provenienti dal borgo feudale di Fundrò, dopo che il re Martino il Giovane nel 1396 lo rase al suolo in seguito ad una loro ribellione. La chiesa, costruita sugli spalti che scendono a strapiombo sulla storica porta di Janniscuru, a seguito di alcune distruzioni è stata interamente ricostruita. L’altare ospitava la sacra icona della Madonna dell’Indirizzo, la cui festa si distingueva per lo svolgimento di una grande fiera che si svolgeva a maggio, istituita dal 1505. Sino alla riapertura della chiesa dello Spirito Santo ha ospitato l’omonima confraternita. La chiesa è sede parrocchiale e a questa è affidata il culto del gesuita ennese Girolamo De Angelis, martirizzato in Giappone nel 1623, beatificato da Pio IX nel 1867.

Chiesa di San Leonardo

La Chiesa San Leonardo di Enna, meglio conosciuta come “a chiisa da Passioni”, risale al ‘400 come si rileva dagli atti custoditi nella sacrestia datati 1571; fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Catania Mons. Caracciolo dopo il Concilio di Trento.La sua edificazione è iniziata probabilmente per contenere una piccola cappella dedicata all’Ecce Homo, ed al culto della Passione di Cristo viene attribuita grande solennità fin dai tempi remoti al punto da identificare la Chiesa stessa in quella della Passione. La Chiesa, sin dagli inizi del XVIII secolo è sede della Confraternita SS. Passione, una delle sedici Confraternite operanti ad Enna. L’origine delle Confraternite risale ad epoca assai remota, esse infatti si ricollegano alle antiche corporazioni di arti e mestieri nelle quali i cittadini, all’ombra del vessillo di un Santo protettore, si organizzavano per gruppi omogenei in difesa dei loro interessi e privilegi. La Confraternita SS. Passione fu fondata nel 1660.

Chiesa di San Tommaso Apostolo

La sua antichità è attestata da una pubblicazione vaticana del 1944, riportante le decime pagate dalle varie chiese ennesi, negli anni 1308-1310, alla mensa vescovile di Catania, della cui diocesi Enna fece parte fino al 1817. La sua solida esistenza agli inizi del 1300 fa presumere che essa esistesse già nel XII o XIII secolo. La chiesa si caratterizza per l’aspetto medievale, con un suggestivo loggiato cinquecentesco e un poderoso torrione di difesa trasformato in campanile adorno di finestre in stile gotico.
L’interno, a navata unica, conserva diverse opere d’arte pittoriche e scultoree. Tra queste la grandiosa ancòna marmorea, tra le più pregevoli opere artistiche del mondo cristiano, inserita in una maestosa cornice drappeggiata in stucco, aggiunta presumibilmente nel XVII secolo. Posta nell’abside, sopra l’altare maggiore, fu realizzata agli inizi del 1500 dallo scultore carrarese Giuliano Mancino (ispirato nella forma costruttiva ad Antonello Gagini) su commissione del sacerdote Giovanni Frioso e completata nel 1515. Una delle statue che la compongono è quella di San Tommaso Apostolo, il titolare della Chiesa, Sant’Agata, la patrona di Catania, anticamente venerata in Enna, Santa Caterina d’Alessandria e San Nicola di Bari. Insieme esse spalleggiano la statua centrale della Madonna della Consolazione e sono tutte collocate dentro delle nicchie, “fornite come le altre di catino a conchiglia”.
La chiesa ospita altre opere di notevole pregio tra cui: i quattro profeti maggiori: Isaia, Geremia, Daniele ed Ezechiele, del pittore ennese Saverio Marchese, un grande quadro raffigurante la Madonna degli Agonizzanti, una tela raffigurante San Tommaso che tocca la piaga del costato del Cristo ed ancora un affresco riproducente la sacra Famiglia di Nazareth. Si pregio anche il fonte battesimale sul cui sfondo vi è un mosaico del Fornasier, il fonte lustrale di marmo di Carrara presumibilmente di Giuliano Mancino, il bellissimo Crocifisso del ‘500 sovraimposto ad un fondo musivo floreale sempre realizzato dal mosaicista Giuseppe Fornasier, la cinquecentesca statua lignea recentemente restaurata di Santa Lucia di scuola spagnola. Presenti anche alcune statue di santi in legno dipinto e manufatti artistici moderni, tra cui l’ambone di Mario Termini e un dipinto di Pietro Marzilla, entrambi artisti ennesi.

Chiesa di Santa Maria del Popolo

La storia della chiesa di Santa Maria del Popolo risale ad un periodo certamente antecedente al 1600, poiché ne fa menzione padre Giovanni de’ Cappuccini nella sua “Historia di Castrogiovanni”. Si racconta che nel 1530 le suore del monastero di S. Marco, per vivere la clausura in maniera più intensa e rigorosa decisero di costruire un nuovo monastero. Nella costruzione venne incastonata una preesistente torre cittadina di difesa, che divenne il campanile della chiesa e il complesso venne aperto nel 1550. Nell’800 le suore si trovarono in grave difficoltà economica e chiesero aiuto agli abitanti del quartiere, che risposero con grande generosità. A questo punto le suore si sentirono in dovere di ricambiare tale generosità aprendo al culto la chiesa del monastero e dedicandola a S. Maria del Popolo. La chiesa, fino a quel momento ad uso esclusivo del monastero, per poter essere fruita dai cittadini aveva bisogno di lavori di ristrutturazione, come lo spostamento dell’altare maggiore e dell’abside, per creare l’ingresso principale. La volta, che ha sostituito la cupola pericolante, è stata affrescata dal giovane pittore locale Saverio Marchese, con raffigurazioni che rappresentavano episodi della vita del profeta Elia che ha predisposto pure quattro grandi tele per gli altari laterali. La chiesa fu aperta al culto dal 1830 al 1866 quando a causa delle leggi sulla soppressione degli ordini religiosi e confisca dei beni ecclesiastici, le suore furono costrette ad abbandonare il monastero di S. Maria del Popolo per ritornare in quello di S. Marco portandosi con sé molti beni liturgici. Nel 1894 Il regio esercito italiano chiese al sindaco Grimaldi, di poter istallare una “colombaia militare”, da qui probabilmente il nome del quartiere, a cui venne dato i nome di “Panzera”, che fu utilizzata per il tutto il periodo delle due guerre mondiali. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il decano Don Paolo Marasà chiese al vescovo di Piazza Armerina, di poter riaprire la chiesa a sue spese, richiedendo alle suore del monastero la restituzione dei beni liturgici. Nel 1944 il giovane sacerdote Paolo Cammarata celebrò la sua prima messa; nel 1946 venne accolta nella chiesa la Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, ma a causa di un crollo furono costretti ad abbandonarla e trasferirsi nella chiesa di S. Cataldo. La chiesa custodisce una campana con inciso il nome di Arcangela Bonaccolta una delle suore fondatrici del monastero, pitture d’epoca, un tabernacolo, e delle statue lignee raffiguranti: il Sacro Cuore di Gesù (realizzata dallo scultore Vincenzo Piscitello), Maria S. S. del Monte Carmelo, S. Giuseppe, S. Angelo di Licata, S. Teresa D’Avola, S. Giovanni della Croce, S. Maria Maddalena dei Pazzi; uno ostensorio in argento e oro e vari paramenti sacri ricamati in sete pregiate del periodo ottocentesco. Infine si racconta che nella chiesa: si trova una campana con inciso una frase in latino che recita: “ Demones Expello, Tempestatesquoe sereno, Viventesquoe voco, Quod periere gemo” (allontano i demoni, rassereno le tempeste chiamo i viventi e piango per chi è morto), si affermava che nelle giornate di tempesta fosse il demonio a causarle e bastava suonare la campana per fare cessare la tempesta. Si custodisce l’organetto che il musicista ennese Ottavio Catalano aveva donato alla nipote vissuta nel monastero.

Chiesa di Santa Maria La Donna Nuova

La Chiesa è una delle più antiche della Città di Enna. La costruzione del suo primo nucleo risale presumibilmente all’inizio del XII secolo. I documenti parlano della Chiesa quale dimora dell’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio di Gerusalemme (Templari). Certamente il luogo dove sorgeva la vecchia cappella era suggestivo, ai lembi della città, su un colle pieno di alberi con una valle a Sud e con una discesa ad Est che arrivava sino al piano della Balata. Visibile dal centro urbano, ne era tuttavia lontana tanto da essere utilizzata come lazzaretto durante le pestilenze. La vecchia Cappella, è quella che attualmente si trova alle spalle dell’attuale Chiesa, finita di costruire nel 1660. Ciò è desumibile dai muri esterni che hanno un diverso collocamento delle pietre e una diversa muratura rispetto alla nuova. L’entrata era ad Ovest e l’altare nel muro che oggi divide la Chiesa antica con la nuova. Da un manoscritto del 1403 del Capitano di Città, Notaio Guglielmo de Juliano, nel quale lasciava delle rendite per la riparazione di diverse Chiese fra le quali la Nuova, abbiamo la testimonianza che la Chiesa, aveva bisogno di restauri.Padre Giovanni dei Cappuccini, nella sua Storia di Enna, scrive che, prima del 1500, vi era una chiesiola sotto il titolo di Santa Maria del Monte che godeva di un legato per messa quotidiana. Sempre secondo lo storico cappuccino fu il Barone Lorenzo Mirabella della Mendola che provvide a riedificare la chiesa col nuovo titolo di Santa Maria La Nuova. Ma ciò è errato, perché con le rendite del Barone si provvide all’allargamento della Vecchia Cappella, opera che continuò sino al 1660 data del definitivo assetto della Chiesa. Nel corso dei secoli, la Chiesa, si è arricchita di opere d’arte non tutte giunte sino ai nostri giorni. Vi hanno lavorato grandi artisti come Lo Zoppo di Gangi, al secolo Giuseppe Salerno, Giovan Battista Li Volsi da Nicosia, Frà Umile da Petralia, Giuseppe Sberna e tanti altri. Il 13 Luglio del 1943 un bombardamento alleato causò il crollo del tetto e la perdita di molte opere d’arte. Nel 1952 è stata riaperta al culto dopo i restauri.

Chiesa Maria SS. di Valverde

Nei pressi dell’entrata della Città chiamata “Cerasa”, ormai inesistente, incastonata sopra la roccia nel quartiere di Valverde, si erge la splendida chiesa della Madonna di Valverde o meglio, come la chiamano gli ennesi, la chiesa “da Madonna di Beddi Virdi”. Si narra che San Pancrazio venne ad Enna per predicare il vangelo e rimuovere il culto pagano di adorazione della Dea Cerere. Lo stesso, arrivato nella cittadina, trovò rifugio fra i popolani “du fuddaturi” (contadini, conciatori di pelli e lavoratori di lino) che erano dediti al culto della Dea Cerere, ma non disdegnavano di ascoltare il messaggio di Cristo.Si racconta, infatti, che, durante la permanenza del Santo, a seguito di un periodo di siccità, i popolani in preda alla disperazione, avevano accolto l’invito dei sacerdoti di Cerere di immolare alla Dea, nei pressi dello spiazzo dove in atto sorge il santuario, delle giovani donne di bianco vestite; però il Santo riuscì ad impedire al gran sacerdote di effettuare l’eccidio ed incitò il popolo ad unirsi a Lui per pregare la Vergine Maria. Miracolosamente la pioggia scese sulla terra arsa ed il popolo, non ebbe più dubbi e si votò al culto della Vergine Santissima. Quindi scacciarono i sacerdoti pagani ed arsero in una stradina adiacente, la statua della Dea Cerere, da qui probabilmente il nome di “VIA CERERE ARSA” . Sul luogo del miracolo fu edificata la chiesa di Valverde, gestita da una collegiata laica, istituita nel 1799.L’ultima domenica di agosto si celebra la popolare festa della Madonna di Valverde ed è tradizione che le famiglie, più legate al culto della Madonna, invitino fanciulle biancovestite, chiamate verginelle, ad un banchetto in onore della Vergine. La chiesa è stata ricostruita due volte: la prima quando nel 1854 a causa di un violento incendio si salvò solo la statua della Madonna, a cui si bruciò solo il manto, e nonostante in quel periodo gli ennesi fossero stati colpiti dal colera, vollero donare un nuovo manto prezioso alla Madonna, confezionato dalle devote del quartiere Fundrò su un lucente tessuto di seta, su cui eseguirono accurati ricami in filigrana dorata. La seconda nel 1943 durante la guerra mondiale, quando a seguito dei bombardamenti fu rasa al suolo e dopo aver ricevuto da parte del Comune la concessione a titolo gratuito di un suolo attiguo alla chiesa distrutta ed un finanziamento dallo Stato, si è proceduto alla ricostruzione. L’attuale chiesa in stile moderno è di epoca abbastanza recente, porta sul frontespizio dell’ingresso principale lo stemma delle città di Enna, riportato anche nella bandiera della confraternita. Al suo interno si possono ammirare: due oli di notevole pregio raffiguranti la Madonna di Valverde e la Madonna delle Grazie, due statue una di San Giuseppe e l’altra della Madonna che regge il Bambino Gesù, stendardi di seta damascata, manti ricamati in oro zecchino e preziosi arredi sacri. La chiesa è stata proclamata Santuario Mariano nel 1984 e consacrato nel 1998. Maria SS. Di Valverde è stata la Patrona del popolo ennese fino al 1412, quando ad Enna giunse miracolosamente la statua dell’attuale Patrona Maria SS. della Visitazione.

Chiesa di Sant’Anna

Dopo molti anni dall’avvio dei lavori per la costruzione della nuova Chiesa di Sant’Anna, il 26 luglio 2005, il vescovo Mons. Michele Pennisi ha svolto il suggestivo rito della dedicazione e consacrazione dell’altare della nuova chiesa della Parrocchia Sant’Anna, consegnandola ai fedeli. La Chiesa di stile moderno è arricchita da bellissime vetrate colorate. La costruzione è stata finanziata dalla Regione Siciliana tramite l’Istituto Autonomo Case Popolari, su un progetto degli ingegneri Parrino e Castro, mentre la disposizione dei luoghi liturgici è stata ideata dal Direttore dell’Ufficio Liturgico Diocesano don Antonino Rivoli e dall’arch. Neri di Piazza Armerina. La Chiesa è sede dell’omonima confraternita.

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