Femminicidi. I professionisti dell’antiviolenza

Fu già in occasione del 27 Gennaio che la ritualità divenne sostanza, nella forma. E a trent’anni dall’articolo di Sciascia intitolato i “professionisti dell’antimafia” di professionisti dell’antiviolenza di genere molti ce n’è. Sciascia, dal suo buen retiro di Contrada Noce, dalla casa di campagna a dieci minuti dai Templi di Agrigento, provava a smascherare i rischi dell’impostura, di una antimafia da vetrina che usava la nobile causa per “accucchiare” consensi e benefici e oggi, quanti ricorrono a mascherate e inutili parate per celebrare una ipocrita liturgia? A che serve sfilare o anche aprire uno sportello di ascolto se non c’è dialogo con il territorio? Quante donne vessate chiederanno aiuto alle manifestanti o alle “sportelliste”? La maggior parte della popolazione ignora l’esistenza e la funzione di uno sportello di ascolto. Quante donne tormentate da uomini possessivi e violenti possono sperare nella vicinanza delle paesane “alluttate” per l’occasione o di irraggiungibili esperte? Il paese preferisce ignorare quello che succede dentro le case di parenti e vicini. Si preferisce non sentire le urla soffocate o i silenzi delle donne stalkizzate o anche condannare la morta e comprendere il femminicida, che avrà le sue ragioni e che uscirà dal carcere, se mai ci andrà, prima o poi mentre la morta ormai è morta e al limite può aspirare a una targa commemorativa o a una pennellata rossa.

Gabriella Grasso

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