Da Toledo a Enna, la Santa Caridad propone una carità confraternale capace di farsi prossima di ogni fragilità

La confraternita toledana, fondata nel 1085, porta al VII Forum Paneuropeo delle Confraternite una riflessione sul futuro del movimento confraternale europeo e sulla necessità di trasformare memoria, culto e tradizione in prossimità

A cura di EnnaVivi EnnaVivi
05 ottobre 2026 14:47
Da Toledo a Enna, la Santa Caridad propone una carità confraternale capace di farsi prossima di ogni fragilità -
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Non soltanto custodire una tradizione, ma domandarsi per chi quella tradizione continua a esistere. Non soltanto portare un'immagine per le strade, ma imparare a portare almeno per un tratto di strada il peso di un fratello. Non soltanto parlare del prossimo, ma farsi prossimo.

È la proposta che l'Antigua, Ilustre y Real Cofradía de la Santa Caridad di Toledo ha portato lunedì al VII Forum Paneuropeo delle Confraternite di Enna, dando voce internazionale a una confraternita fondata nel 1085 e chiamando il mondo confraternale europeo a porre la carità al centro della propria identità.

A rappresentare la storica istituzione spagnola è stato, in collegamento telematico, Fernando Redondo Benito, Mayordomo de Finados della Santa Caridad e volontario della Pastorale Penitenziaria dell'Arcidiocesi di Toledo (nella foto).

Il suo intervento, "Di confraternita in confraternita. Tradizione, carcere e dignità nelle periferie d'Europa", parte dalla storia della Santa Caridad ma guarda direttamente alle ferite contemporanee.

Una presenza internazionale accanto a voci di riferimento della carità e dell'impegno sociale

La partecipazione della Santa Caridad assume un rilievo particolare per il contesto nel quale si è inserita. Il panel di lunedì 5 ottobre su "Carità e Servizio all'uomo" ha riunito, secondo il programma del VII Forum Paneuropeo, personalità provenienti dalla Chiesa, dalla Caritas, dall'università, dal mondo giuridico, dall'impegno contro l'usura e dalla realtà confraternale europea. In questo quadro, la voce di una confraternita toledana fondata nel 1085 porta nel dialogo paneuropeo un'esperienza nella quale memoria storica, religiosità popolare e servizio alle persone vulnerabili sono letti come dimensioni inseparabili della stessa identità cristiana.

Accanto a Fernando Redondo hanno preso parte alla riflessione S. Em.za il cardinale Enrico Feroci, già Direttore della Caritas Diocesana di Roma, Presidente della Fondazione Caritas Roma e della Fondazione antiusura Salus Popoli Romani; don Marco Pagniello, Direttore di Caritas Italiana; la dott.ssa Flaminia Giovanelli, già Sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, poi confluito nel Dicastero per la Promozione dello Sviluppo Umano Integrale, e Presidente dell'Associazione O Viveiro; e il prof. Alberto Maria Gambino, giurista, Prorettore vicario dell'Università Europea di Roma, Ordinario di Diritto Privato e Presidente dell'Associazione Scienza & Vita.

Il panel ha visto inoltre la partecipazione del prof. avv. Luca Pedullà, Prorettore dell'Università Kore di Enna e vicepresidente del consiglio di amministrazione della Fondazione antiusura Cardinale Dusmet; del dott. Gregorio Squadrito, presidente del consiglio di amministrazione della stessa Fondazione; e del dott. Alessandro Palermo, Banca Mediolanum, insieme a testimonianze provenienti dalle confraternite di Enna, della diocesi, della Sicilia, dell'Italia e di altri Paesi europei.

Per la Santa Caridad, essere presente in un confronto di questo livello internazionale non significa soltanto rendere visibile una storia lunga più di nove secoli. Significa offrire all'Europa confraternale un modo concreto di intendere la tradizione: non come riparo nel passato, ma come responsabilità davanti alle ferite del presente. La presenza a Enna proietta così oltre la Spagna un'esperienza toledana che vuole tenere unite celebrazione della fede, memoria ricevuta e prossimità reale a chi soffre.

"Essere presenti in questo Forum, anche attraverso un collegamento telematico, significa per la Santa Caridad entrare in una conversazione europea che consideriamo decisiva. Non veniamo soltanto a raccontare ciò che siamo stati. Veniamo a condividere ciò che può significare oggi una confraternita che, a partire dal Vangelo, si domanda a chi deve avvicinarsi, quale ferita è chiamata ad accompagnare e di chi deve farsi prossimo", ha affermato Redondo.

"Una tradizione cristiana che sa soltanto ricordare finisce per custodire la propria memoria senza generare futuro. Noi non abbiamo ricevuto quasi dieci secoli di storia perché il tempo si fermasse davanti a noi, ma perché il Vangelo potesse continuare a prendere carne nel tempo che ci è stato affidato", afferma Redondo nel testo presentato al Forum.

La Santa Caridad nasce nel 1085 attorno a una necessità concreta: non lasciare senza dignità chi rischiava di morire abbandonato.

"Prima di essere un patrimonio, dunque, la Santa Caridad fu un gesto: chinarsi su un corpo che nessuno voleva raccogliere", ricorda l'intervento.

Ed è proprio in quel gesto che Redondo individua il criterio con cui leggere oggi quasi mille anni di storia.

"Essere la più antica non ci concede il diritto di essere la più nostalgica; ci impone, al contrario, una responsabilità maggiore. La vera continuità non è ripetere tutto allo stesso modo; è conservare la stessa domanda evangelica davanti a ferite che cambiano volto".

Culto e carità, i due battiti dello stesso cuore

Uno dei passaggi centrali dell'intervento riguarda il rapporto tra celebrazione e servizio.

"Una confraternita è realmente tale quando tiene insieme culto e carità", afferma Redondo. "Altare e strada, preghiera e prossimità, devozione e misericordia devono respirare insieme. Non sono due attività da equilibrare; sono i due battiti dello stesso cuore".

La riflessione arriva a mettere in discussione una religiosità popolare incapace di produrre prossimità.

"Una processione non è semplicemente il trasferimento rituale di un'immagine sacra; è un popolo che porta la propria fede nello spazio pubblico, che confessa con i piedi ciò che crede con il cuore".

Ma questa forza simbolica, aggiunge, comporta una responsabilità.

"La religiosità popolare perde la sua forza evangelica quando la bellezza smette di condurre alla carità, quando il culto non diventa prossimità, quando sappiamo portare un'immagine sulle spalle ma non sappiamo portare, almeno per un tratto di strada, il peso di un fratello".

Da qui nasce quella che Redondo definisce diaconia confraternale.

"La diaconia confraternale è qualcosa di più radicale: significa comprendere che il servizio appartiene alla natura stessa della confraternita tanto quanto la preghiera, il culto, la formazione o la processione".

E la conseguenza è netta: "La fraternità non può terminare alla porta della nostra sede canonica".

Farsi prossimo

Nel cuore di questa prospettiva si trova il Vangelo del buon Samaritano.

Per Redondo, la carità cristiana non consiste anzitutto nel catalogare destinatari o bisogni, ma nel compiere quel movimento che porta una persona ad avvicinarsi a un'altra.

"Il buon samaritano non compie soltanto un gesto emotivo sulla strada: organizza la cura, investe ciò che possiede, coinvolge altri e promette di tornare".

In quella promessa, sostiene, si trova "una delle forme più mature della carità cristiana", perché dice all'altro che la vicinanza non finirà quando la ferita avrà smesso di commuovere.

"La carità cristiana non nasce anzitutto dalla contemplazione della miseria umana, ma dall'esperienza di essere stati amati", prosegue l'intervento.

Per questo il movimento del cristiano resta sempre lo stesso: "dall'altare alla strada, dalla contemplazione alla prossimità, da Gerusalemme alla strada di Gerico".

Le periferie hanno molti volti

La proposta portata dalla Santa Caridad a Enna non si concentra su una sola realtà sociale.

Redondo immagina confraternite capaci di assumere stabilmente una periferia concreta del proprio territorio: "un carcere, una casa per persone senza dimora, una residenza per anziani soli, un centro per persone con disabilità, famiglie attraversate dalla povertà, migranti privi di una rete umana, donne vittime di violenza, giovani per i quali nessuno sembra attendere nulla".

Non si tratta, precisa, "di sostituire i servizi pubblici, né di improvvisare interventi che richiedono professionalità", ma di offrire ciò che una norma da sola non può generare: "prossimità, gratuità, relazione, appartenenza e una presenza capace di dire, con i fatti, 'la tua vita ci riguarda'".

È qui che la riflessione sulla carità confraternale acquista la sua dimensione più ampia.

La povertà chiede aiuto concreto, ma anche capacità di interrogare le cause che la producono. La solitudine degli anziani domanda tempo, ascolto e presenza. Le migrazioni richiedono accoglienza, reti umane e possibilità di appartenenza. La disabilità esige comunità realmente inclusive. Le famiglie fragili necessitano di accompagnamento. Le vittime di violenza hanno bisogno di protezione e percorsi competenti. I giovani senza orizzonte chiedono adulti capaci di attendersi qualcosa da loro.

"La carità non è meno evangelica quando diventa competente", afferma Redondo. "Amare una persona significa prendere sul serio la complessità della sua vita".

E ancora: "Non basta la buona intenzione quando davanti abbiamo dipendenze, malattia mentale, povertà strutturale, carcere, solitudine, migrazioni o esclusione. La tenerezza evangelica ha bisogno di cuore, ma anche di intelligenza, perseveranza, discernimento, formazione e capacità di lavorare insieme".

Carità che accompagna e interroga

L'intervento presentato a Enna rifiuta anche una concezione puramente assistenziale della carità.

"La diaconia confraternale deve saper accompagnare e anche denunciare. Accompagnare sempre, perché nessuna trasformazione cristiana nasce dalla distanza; denunciare quando è necessario, perché stare accanto ai poveri senza interrogare le cause della povertà rischia di ridurre la carità a semplice assistenza".

Redondo sintetizza questa idea in una formula particolarmente incisiva: "La carità fascia le ferite, ma domanda anche perché continuano ad esserci feriti lungo la strada".

In questo cammino, le confraternite sono chiamate a collaborare con le Caritas diocesane e parrocchiali, le pastorali specializzate, le istituzioni civili, i professionisti e le associazioni già presenti nei territori.

"La carità ecclesiale cresce quando smette di competere e comincia a fare comunione anche nel servizio", afferma il testo.

Il riconoscimento al Forum Paneuropeo

Redondo ha voluto accompagnare la riflessione con un ringraziamento esplicito a chi ha reso possibile la nascita e lo sviluppo del Forum Paneuropeo delle Confraternite.

"Bisogna essere grati a chi ha avuto il coraggio e l'intuizione di creare questo Forum, ai suoi fondatori e a tutte le persone che, edizione dopo edizione, lo hanno costruito e fatto crescere. Mettere in relazione confraternite di Paesi, lingue e tradizioni differenti significa offrire all'Europa confraternale un luogo nel quale non soltanto incontrarsi, ma pensare insieme il proprio futuro", ha dichiarato.

Per il rappresentante della Santa Caridad, uno dei risultati più importanti di questa esperienza è la possibilità di creare legami permanenti.

"Le nostre realtà possiedono ciò di cui la società contemporanea ha una necessità enorme: comunità, continuità, memoria, capacità di mobilitazione, presenza territoriale, legami intergenerazionali".

Da qui una domanda centrale: "Potremo utilizzare tutto questo soltanto per garantire la sopravvivenza delle tradizioni ricevute, oppure potremo convertirlo in una vera infrastruttura europea di prossimità?".

Il carcere come una delle strade di Gerico

All'interno di questo quadro più ampio, la Pastorale Penitenziaria rappresenta una delle esperienze personali e pastorali più concrete portate da Redondo al Forum.

"Fra le strade di Gerico del nostro tempo ce n'è una che continua a rimanere quasi invisibile: il carcere", afferma.

Da volontario della Pastorale Penitenziaria dell'Arcidiocesi di Toledo, Redondo partecipa anche all'esperienza di Luz entre Muros, sviluppata con la Cofradía de la Santa Caridad e il Centro Penitenziario di Ocaña I.

Il progetto utilizza arte, musica, parola, memoria, visita e dialogo come strumenti attraverso i quali una persona possa tornare a guardarsi non soltanto a partire dal reato o dalla pena, ma anche dalla propria capacità di comprendere, scegliere, creare, assumere responsabilità e ricominciare.

La riflessione mantiene però con chiarezza il tema della giustizia e delle vittime.

"Una carità che ignorasse la verità non sarebbe carità. La responsabilità esiste, il male produce ferite, la giustizia è necessaria e il dolore delle vittime merita rispetto, ascolto, tutela e, quando possibile, riparazione".

Ma subito dopo arriva una delle affermazioni più forti del testo: "Il cristianesimo introduce una parola che nessuna colpa può abolire: persona".

"Un uomo non coincide definitivamente con il peggiore atto della sua vita. La pena può limitare la libertà, ma non può cancellare la dignità".

Una vera rete paneuropea di diaconia confraternale

Lo sguardo finale torna all'intero continente. "Forse questa potrebbe essere una delle grandi missioni delle confraternite d'Europa nei prossimi decenni: mettere in processione la carità, farla passare di città in città, di santuario in santuario e di confraternita in confraternita".

La proposta è condividere esperienze di volontariato, Pastorale Penitenziaria, accoglienza, accompagnamento degli anziani, sostegno alle famiglie, attenzione ai migranti, tutela dei vulnerabili e servizio ai poveri.

"Potrebbe nascere così una vera rete paneuropea di diaconia confraternale, non una nuova burocrazia, ma una corrente di fraternità capace di attraversare frontiere, lingue e tradizioni".

La Santa Caridad ha lasciato così a Enna una domanda aperta per ciascuna confraternita.

"Che ogni nostra confraternita si domandi quale periferia concreta il Signore le sta affidando, che nessuna consideri la carità come un settore secondario della propria vita, che ogni processione abbia una conseguenza, ogni Eucaristia un servizio, ogni devozione una fraternità concreta e ogni tradizione un futuro da consegnare".

E la conclusione dell'intervento concentra l'intera proposta in poche parole: "Una fraternità che non chieda anzitutto dove sono i poveri, ma abbia il coraggio di domandarsi perché noi non siamo ancora abbastanza vicini a loro".

Se le confraternite saranno capaci di percorrere questa strada, ha concluso Redondo, "non saranno soltanto custodi di una grande storia. Continueranno a essere, nel cuore del XXI secolo, Vangelo vivo nelle strade del mondo".

Antigua, Ilustre y Real Cofradía de la Santa Caridad

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