Il Cuore in Coppa d'Oro
Tancredi, prenze di Salerno, uccide l'amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d'oro; la quale, messa sopr'esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore
Sono nata nel meridione, durante la dominazione normanna, a Salerno. Mio padre, Tancredi, era il principe della mia città natale. Fin dai primi mesi di vita ho vissuto avendo tutto a mia disposizione, non mi è mai mancato nulla, soprattutto l'affetto e le coccole. Mio padre mi amava più di qualsiasi altra cosa al mondo, era quasi ossessionato dalla mia dolcezza. Crebbi quindi nell'ambiente migliore che una bambina di quel tempo potesse desiderare.
All'età di vent'anni mi sposai con il figlio del Duca di Capua, un nobiluomo dolce e carismatico. In breve tempo però tutto andò in frantumi. Un bel giorno d'inizio inverno, la morte, spietata com'è, decise di bussare alla nostra porta, portando via il mio amato marito con sé.Così, desolata e distrutta dal dolore, tornai a vivere nel castello di mio padre. Ma qualcosa in lui era cambiato. Non era più lo stesso, sembrava quasi sollevato nel vedermi sola e vedova.Pian piano iniziò a proibirmi di uscire dal castello, di incontrare persone a me sconosciute ma soprattutto andava in bestia all'idea che io potessi risposarmi. All'inizio credevo volesse solo proteggermi, ma il tempo mi svelò la cruda verità.
Avevo ventotto anni quando, dopo l'ennesima lite con mio padre, decisi che se lui non voleva trovarmi un marito, me lo sarei andata a prendere da sola.Un giorno, durante uno dei banchetti organizzati da mio padre, notai un giovane che serviva ai tavoli. Credevo di non averlo mai visto prima, anche perché, circondata dal lusso, non mi ero mai soffermata a guardare i camerieri. Lui ricambiò lo sguardo che tradiva il mio interesse.
Ci conoscemmo in breve tempo. Si chiamava Guiscardo, di origini umilissime, ma aveva il cuore d'oro. La sua bellezza mi attraeva, ma quando scrutai il suo animo me ne innamorai definitivamente.Subito pensai a cosa sarebbe successo se Tancredi avesse saputo ciò che stavo tramando, così escogitai un piano per tenere segreto il nostro amore. Nella mia stanza c'era un anfratto nascosto che portava a una grotta collegata all'esterno del castello, che nessuno aveva mai usato. Mandai una lettera a Guiscardo dove gli spiegavo come fare per arrivare alla grotta e gli fornii anche una corda, così che potesse arrampicarsi sul ripido muro esterno. Per un anno ci siamo incontrati tutte le notti: dalla grotta passavamo in camera, nel letto, a consumare i frutti del nostro amore.
Amavamo passare le notti insieme, con l'adrenalina che ci scorreva nel corpo, un po' per paura, un po' per gioia. Stavamo ore sdraiati nel letto, nascosti dalle cortine, a parlare. Furono le notti più belle della mia vita.
Un pomeriggio di maggio mio padre, per abitudine, venne a trovarmi in camera. Io non c'ero, ero in giardino con le domestiche, ma lui restò lì sperando che tornassi. Si sedette sulla poltrona nell'angolo e, colpito da un lancinante senso di stanchezza, si addormentò.Quel pomeriggio avevo dato appuntamento a Guiscardo. Quando venne l'ora risalii in stanza e aspettai il suo arrivo. La sera arrivò in fretta e la poca luce non mi permise di notare la figura addormentata nell'ombra sulla poltrona. Quando finalmente il mio amato arrivò dal passaggio nascosto, ci fiondammo subito nel letto e chiudemmo le cortine.
Dopo qualche ora Guiscardo andò via e, quando scomparve nelle tenebre del passaggio, uno strano rumore attirò la mia attenzione. Girai lentamente il capo, ignara di tutto, e vidi la figura nell'angolo alzarsi in piedi. Un brivido di terrore mi percorse la schiena. Tancredi era lì e aveva visto tutto. Un urlo squarciò il silenzio della notte. Non mi degnò neanche di uno sguardo e si diresse sbraitando verso le guardie, mentre io restavo paralizzata al centro della stanza, ora illuminata dalla luce delle candele del corridoio. Nel giro di cinque minuti le guardie avevano arrestato Guiscardo, accusandolo di voler rubare perché era in possesso di una corda, la stessa che gli avevo dato io.
Restai sola tutta la notte a lottare con i miei pensieri e i miei rimpianti. Mi abbandonai a un pianto che mi sfigurò il viso, prima di crollare in un sonno profondo.L'indomani, quando il sole era sorto già da un pezzo, mio padre entrò nella stanza con le lacrime che gli grondavano dagli occhi. Si sedette davanti a me e con voce tremante mi disse quanto era deluso e amareggiato per ciò che avevo fatto. Stanca di vivere in quella gabbia, lo interruppi: << Padre, non ho intenzione né di chiedere perdono, né di negare ciò che avete visto. Voglio solo dirvi la verità, difendere il mio amore e agire di conseguenza, a costo di morire. È vero, l'ho fatto a vostra insaputa, non per mancanza di rispetto, ma per la paura che me lo portaste via>>.
Di colpo Tancredi, che fino a quel momento non aveva proferito parola, disse: << Da quanto tempo? >>. Fu l'unica frase, gelida e tagliente come cento coltelli.
Per un momento mi bloccai, poi iniziai a raccontare come tutto fosse iniziato, come ci fossimo conosciuti e del piano che avevo ideato per vederci in segreto. Poi proseguii: << Lo amo e lo amerò per sempre, finché il vento della vita scorrerà nelle mie vene. Ho scelto lui perché, anche se povero, è il più nobile di tutti. Perché la nobiltà non sta negli averi o nel sangue, ma nella virtù e nell'animo. Se siete così offeso e volete saziare la vostra sete di vendetta per difendere il vostro onore, uccidete me, non lui. Io ho la colpa di avervi disobbedito, lui ha solo amato >>.
Tancredi continuò a tacere. Rimase fermo con lo sguardo sanguinario fisso sul mio viso, poi si alzò e andò via senza proferir parola.
Quella notte, mentre cercavo di mettere a bada i demoni nella mia testa, quel mostro che fino a poco tempo prima chiamavo padre aveva dato l'ordine di strangolare Guiscardo in prigione. E mentre il mio corpo si abbandonava al sonno, il mio amore esalava l'ultimo respiro, con la sola colpa di avermi amata.Il giorno dopo mi svegliai con un bussare lento alla porta. Per un attimo, un solo attimo, non ricordai nulla della sera prima. Pensai fosse la colazione. Aprii lentamente la porta, non era la colazione.
Dietro la soglia della grande porta c'era una cameriera dal viso pallido e con gli occhi bassi. Tra le mani reggeva una coppa. Era d'oro, grande, pesante, una di quelle che mio padre usava per i suoi banchetti. Dentro c'era qualcosa di rosso, di lucido, che ancora tremava.
Mi pietrificai, il sangue mi si addensò nelle vene e il fiato si fece sempre più corto quando capii cosa c'era dentro.
Mio padre, quella notte, oltre ad aver fatto strangolare Guiscardo, non soddisfatto gli aveva squarciato il petto e fatto strappare il cuore, dilaniando e offendendo il suo corpo, e me lo aveva fatto consegnare dentro quella coppa.
L'urlo di orrore non uscì mai dalla mia bocca. Silenziosa e immobile fui costretta a guardare. Presi la coppa in mano e iniziai a inondare quel cuore di lacrime finché non si mescolarono con il sangue. Per un anno intero quel cuore aveva battuto per me, di nascosto, al buio di quella grotta. Decisi infine di compiere l'ultimo gesto di ribellione e di libertà. Afferrai un bicchiere pieno d'acqua avvelenata che avevo preparato qualche giorno prima per paura di vivere quel momento, lo versai nella coppa con il cuore e bevvi tutto d'un sorso. Il sapore era amaro e metallico, di morte e di amore insieme. Sollevai il cuore dalla coppa, lo abbracciai mentre mi sdraiavo sul letto. Sentii il freddo salire dalle gambe mentre il cuore di Guiscardo era ancora caldo. Chiusi gli occhi aspettando che la morte venisse a bussare alla mia porta così da abbracciare e raggiungere il mio amato.
Si ringrazia il giovane FRANCESCO PAVIANO
23.3°