Perché i ragazzi del Sud oggi non vogliono tornare

Io non volevo partire

24 settembre 2026 13:24
Perché i ragazzi del Sud oggi non vogliono tornare -
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Lo spopolamento di oggi non è più il Treno del Sole del 1974, ma il meccanismo sotto è lo stesso. Allora si partiva perché non c'era lavoro. Oggi si fa fatica a tornare perché il lavoro che c'è non basta a far tornare. I numeri lo dicono senza retorica. Il report Istat di giugno 2025 sulle migrazioni interne fotografa che nel biennio 2023-24 ci sono stati 241 mila trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord e 125 mila sulla rotta inversa, con una perdita secca di 116 mila residenti per il Sud. E non è solo chi parte per la prima volta, è chi non rientra più.

1. Il lavoro c'è, ma è povero e precario

Paradossalmente il Sud oggi lavora di più di ieri. Il tasso di occupazione ha toccato il 51,1%, il massimo storico dall'inizio delle rilevazioni. Tra il 2021 e il 2024 sono stati creati quasi mezzo milione di posti nel Mezzogiorno spinti da PNRR e investimenti. Eppure negli stessi anni 175 mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. Perché? Perché l'occupazione cresce ma resta più bassa di 20 punti rispetto al Nord, con salari medi più bassi del 15-20%, contratti a termine, part-time involontario, stagionalità legata al turismo e all'agricoltura. Per una giovane laureata di Regalbuto o di Centuripe, la differenza non è tra lavoro e non lavoro, è tra un tempo indeterminato a 1.400 euro a Torino o Milano e un co.co.co. a 800 euro a Enna, senza prospettiva di crescita. Nel 1974 si  accettava perché era a tempo indeterminato. Oggi è proprio quello che manca.

Torino da sola registra 16.840 iscrizioni dal Sud, circa il 15,7% degli universitari presenti. E una quota crescente non si ferma al Nord: nel 2024 circa 13.000 laureati meridionali hanno lasciato direttamente l'Italia. Perché? Perché percepiscono, a torto o a ragione, più meritocrazia, più possibilità di fare carriera senza raccomandazione, più aziende strutturate dove la robotica che studiano a Regalbuto o l'alberghiero che studiano a Centuripe diventa davvero un mestiere con livelli, scatti, formazione continua.

3. I servizi che decidono se resti o resisti

Quando avevi 20 anni bastava un lavoro. Oggi per restare a 30 anni serve un ecosistema. Sanità e mobilità. Treni che arrivano in orario, un ospedale dove non devi andare a Catania per un esame, una strada che non si chiude per una frana. Un aeroporto che non si ferma per la cenere del vulcano , le strade provinciali e statali percorribili .  Welfare. Asili nido: al Sud la copertura è intorno al 15% contro oltre il 30% al Centro-Nord. Se sei una giovane coppia, tornare significa spesso scegliere tra un figlio e il lavoro. Reti. Al Nord in tre anni ti sei fatto un giro di colleghi, fornitori, amici. Al Sud dovresti ricominciare da zero, spesso in un paese dove tutti si conoscono ma le opportunità girano poco. E la concorrenza - capita anche questa - spesse volte è sleale.

4. La vita nel frattempo è andata avanti

Questo è il punto più umano e meno detto nei rapporti. Chi è partito a 19 anni oggi ne ha 32. Ha un compagno o una compagna conosciuta a Bologna, un mutuo a Modena, un figlio che va all'asilo a Susa. Non è che non vuole tornare in Sicilia. È che tornare significherebbe sradicare di nuovo, come hnno  fatto dal sud al nord , ma al contrario. E allora si crea quel circolo vizioso che i demografi descrivono da anni: meno giovani restano, meno servizi tengono aperto, meno servizi ci sono, meno giovani tornano.

5. Cosa li farebbe tornare davvero?

Il lavoro si programma.

Non basta dire "tornate". Serve creare le condizioni prima, per i Comuni. Programmazione, non bandi. Un piano industriale di paese: che imprese voglio tra cinque anni a Regalbuto? Che filiera lego tra scuola di robotica, aziende agricole, manutenzione? Stabilità prima di tutto. Un tempo indeterminato, anche con stipendio iniziale più basso, pesa più di tre bonus. È quello che ha fatto tornare chi poteva mantenere lo stesso stipendio e tenore di vita . Rete di ritorno. Sportelli veri per chi vuole rientrare, case a canone calmierato per i primi due anni, asili, coworking, collegamenti. Non incentivi una tantum. I ragazzi del Sud non sono scappati per mancanza di amore per la propria terra. Sono andati via perché altrove l'amore per la terra si poteva trasformare in una vita. Quella vita l'hanno vista e vissuta altrove , i figli sono cresciuti , già escono con gli amici , ti muovi in strade percorribili, con i treni da un luogo all'altro , tra una regione all'altra , arrivi da Milano a Roma in tre ore e mezzo, torni per le vacanze in aereo per salutare gli amici , i parenti e , se sono ancora vivi , i genitori. La loro vita è lì ! Tornare significherebbe ricominciare. Il divario tra Nord e Sud c'è ancora.

Io non volevo partire

Questa è la frase che mi è rimasta più vera di tutte. Perché a Regalbuto, da giovane, io stavo bene. Avevo finito i due anni di militare a Taranto, in Marina. Macchinista, sottufficiale. Mi ero congedato da Sergente Maggiore con 175 mila lire di stipendio, quando un impiegato ne prendeva 80. Non era poco. Era dignità, era un futuro che si poteva già toccare. Eppure ebbi il coraggio sfacciato di rinunciare. E poi quella domanda per insegnare Educazione Tecnica a Torino, spedita nel 1973. Non ricordavo nemmeno di averla mandata. L'avevo fatta convinto che fosse inutile, una di quelle cose che si fanno perché te lo dicono, ma tanto non chiamano mai. E invece chiamarono.

Mi telefonò la Preside di Susa. Voce secca, del nord. " Accetta  l'incarico a tempo indeterminato? " La mia risposta fu " Preside significa per tutta la vita ? " Lei sorrise e sapete già quale fu la sua risposta . Ho detto sì. Così, senza grandi calcoli. Ho detto sì e ho lasciato Regalbuto il 4 gennaio 1974.

Il Treno del Sole

Ho preso il famosa Treno del Sole , con la cuccetta. Catania Torino. Non ero un caso isolato, ero uno di migliaia. Quel treno era l'Italia intera che si spostava. Le valigie chiuse con gli spaghi e i lacci fatti passare fuori dai finestrini per non perderle, la folla sul marciapiede, le lacrime ai saluti che non volevano finire. Il fischio lungo, poi il buio dei finestrini e il viaggio infinito. Ricordo il saluto alla Madonna sullo stretto di Messina , ricordo l'indicazione " NORD " che mi fece pensare cosa eravamo noi siciliani ?  Mi ricordo la neve. La vidi per la prima volta ad Alessandria. Bianca, sporca ai bordi della ferrovia. Io che venivo dalla pietra calda di Regalbuto e mi ritrovavo a guardare quella distesa muta. Poi Torino, poi Susa. Un altro mondo, freddo fuori e caldo dentro le case degli altri.

Ero tra i fortunati

Me ne sono accorto subito. Quando mi chiamavano "professore" mi voltavo per capire chi stessero chiamando. Non ci credevo. Mi sembrava un vestito troppo grande. Altri non avevano questa fortuna. Tanti, tantissimi, andavano tutti alla Fiat. Vivevano in cinque o sei in una stanza sola, con un water fuori sul ballatoio, in baracche di lamiera che d'inverno gelavano. Lavoravano a catena, si spaccavano la schiena. Erano braccia, così li chiamavano. Braccia siciliane, calabresi, lucane.

Ecco cos'era lo spopolamento. Non una parola da convegno. Era un paese che si svuotava perché non c'era lavoro stabile. Il Sud non è stato abbandonato, si è spopolato da solo per necessità. Interi paesi sono diventati una riserva di manodopera per il nord. Le case chiuse, le strade più vuote, le feste patronali con sempre meno giovani a portare il Santo. Le campagne di grano abbandonate o per necessità vendute.

Lo spopolamento non è una parola nuova

Oggi quando sento parlare di spopolamento in televisione, nei dibattiti, sembra che abbiano inventato un termine nuovo. Ne parlano come di un'emergenza di oggi. Ma di cosa parliamo? Il Sud si è spopolato da molto tempo immemore con i primi viaggi in nave verso le Americhe  . Il Sud si è spopolato dal 1954 quando iniziò a camminare sulle rotaie il Treno Del Sole , divenedando esso stesso simbolo dello spopolamento e del legame tra il Sud povero e il Nord che aveva bisogno delle nostre braccia per sviluppare le proprie industrie.  Allora partivamo con una valigia di cartone. Oggi i ragazzi partono con un trolley e una laurea in tasca, con un Erasmus fatto e l'inglese parlato bene. Cambia la forma, non la sostanza. Partono lo stesso. E la domanda è sempre la stessa: cosa offriamo a una giovane laureata, a un ragazzo che ha fatto l'alberghiero, a un operaio specializzato, se non un contratto di tre mesi, sottopagato, a chiamata, senza contributi decenti? Vogliono restare, i giovani. Nessuno vuole davvero andare via dalla propria terra se può restare con dignità. Ma restare per fare cosa?

Oggi il lavoro c'è, ma non trattiene

Tocca dirlo con chiarezza. Oggi il lavoro, in qualche forma, c'è. A Centuripe c'è l'alberghiero che forma ragazzi bravissimi, a Regalbuto c'è la robotica, una scuola che guarda al futuro, ci sono progetti, c'è l'Erasmus che apre la testa. Le scuole preparano, e anche bene. Poi però li perdiamo. Li formiamo qui e li facciamo lavorare altrove, perché qui l'offerta è precaria o non c'è affatto. È come riempire una cisterna bucata. Il lavoro si programma. Non nasce per caso, non arriva per miracolo. Creare le condizioni per lavorare vuol dire che un Comune, una Regione, ci ha già lavorato prima. Ha pensato alle infrastrutture, alle zone artigianali che non siano solo cartelli, alla banda larga che funzioni davvero, ai trasporti, a un dialogo vero con le imprese, a sgravi che non siano elemosina ma investimento. Vuol dire che un sindaco sa già, a gennaio, cosa vuole che succeda a settembre. Cosa è stato fatto fino ad ora? Poco, a tratti. Tanto annuncio, tante inaugurazioni, poca continuità. Si è vissuto di assistenza e di attese, non di programmazione. Io non volevo partire nel 1974. Sono partito perché c'era un posto fisso che qui non c'era. Oggi un ragazzo di Regalbuto non vuole partire nel 2026 per lo stesso identico motivo. È cambiato il treno, non è cambiata la ragione. Se vogliamo che restino, dobbiamo smettere di raccontare lo spopolamento come una fatalità. È una scelta politica mancata. Restare deve convenire, non deve essere un atto di eroismo. Deve significare uno stipendio dignitoso, una casa che puoi permetterti, la possibilità di farti una famiglia dove sei nato. I ragazzi del Sud non sono scappati per mancanza di amore per la propria terra. Sono andati via perché altrove l'amore per la terra si poteva trasformare in una vita. E per tornare non chiedono retorica sullo spopolamento, chiedono quello che chiedevo nel 1974: un lavoro stabile dove poter restare senza sentirsi fortunati per caso.

Quel Treno del Sole  non è mai stato solo un treno. È stato la nostra storia. E finché non avremo il coraggio di programmare il lavoro invece di subirne la mancanza, continuerà a partire, ogni giorno, anche senza fischiare.

Agostino Vitale