Ci stiamo abituando alla guerra
Ci stiamo abituando alla guerra. Non perché l'abbiamo scelta, ma perché ha imparato a entrare in casa nostra senza bussare
Arriva ad ogni TG mentre scaldiamo la pasta, tra una notifica di calcio e un reel di cucina. Un titolo: "raid", "civili", "bambini". Scorriamo. Dopo la notizia c'è già un altro video. Il cervello, per non spegnersi, abbassa il volume. Ecco il meccanismo vero dell'indifferenza: non è cattiveria. È assuefazione. I neuroscienziati la chiamano habituation, i nostri nonni la chiamavano "farci il callo". Se il dolore è continuo e lontano, smette di essere un grido e diventa rumore di fondo. La prima volta contiamo i morti uno per uno. La centesima volta contiamo solo se il numero è abbastanza grande da bucare lo schermo. Il problema è che la guerra lo sa. Sa che un civile morto non fa più notizia, ne servono dieci. Poi cinquanta. Poi deve esserci un ospedale, una scuola, un'immagine che non si può guardare. E noi, per difenderci, iniziamo a negoziare con la nostra coscienza: "è complicato", "ci sono ragioni da entrambe le parti", "non possiamo sapere tutto". Che è vero, ma spesso è anche il modo elegante per dire: non voglio sentire.
E intanto il calpestio dei diritti non fa rumore. Non è solo la bomba. È il diritto a curarsi che diventa un privilegio quando un ospedale viene centrato. È il diritto a parlare che diventa un rischio quando un giornalista viene arrestato. È il diritto a restare bambini che evapora quando una classe diventa un rifugio. Non sono astrazioni da trattato. Sono cose piccole, quotidiane, come poter andare a prendere il pane in qualsiasi città o paese , senza guardare il cielo. Quando le togliamo agli altri, piano piano insegniamo a noi stessi che sono negoziabili anche per noi.
L'indifferenza ci travolge proprio così: non con un colpo solo, ma togliendoci la capacità di stupirci. Ieri ci indignavamo per un palazzo sventrato a Kyiv. Oggi scorriamo un mercato bombardato a Gaza. Domani leggeremo del Sudan e penseremo "ancora". La parola "ancora" è la più pericolosa, perché trasforma la tragedia in routine. Allora forse la riflessione non è "come fermare tutte le guerre stasera", che sarebbe una bugia consolatoria. È più piccola, più scomoda: come non abituarci.
Io provo a fare tre cose, non per eroismo, per igiene mentale.
Ridare un nome ai numeri. Quando leggo "37 civili", bisognerebbe almeno conoscere un solo nome : come si chiamava, che lavoro faceva, che musica ascoltava. Un nome solo rompe l'anestesia meglio di mille statistiche.
Tenere un minuto di silenzio attivo. Non quello rituale. Un minuto in cui non scorro, non commento, non cerco di avere ragione. Guardo la notizia fino in fondo. Lascio che faccia male. Il dolore non risolve, ma impedisce all'indifferenza di diventare definitiva.
Scegliere un diritto e difenderlo vicino. Se mi indigna che altrove non si possa studiare, qui sostengo una biblioteca. Se mi ferisce la censura, qui pago un giornale locale. Se mi pesa la fame di guerra, qui non spreco cibo. Non è carità a distanza, è coerenza. I diritti non si difendono solo dove vengono calpestati, ma dove ancora respirano.
Ci stiamo abituando, sì. Ma abituarsi non è destino, è allenamento. E come ogni allenamento si può disimparare. Stasera fa caldo, le finestre sono aperte e si sentono i motorini. A qualche migliaio di chilometri qualcuno conta i morti invece delle stelle. Tra noi e loro non c'è un abisso morale, c'è solo una soglia di attenzione. Se non la teniamo aperta noi, nessun algoritmo lo farà per noi.
Non ti chiedo di portare il peso del mondo. Ti chiedo solo, la prossima volta che scorri, di fermarti un secondo in più. Non per cambiare la guerra. Per non lasciare che la guerra cambi te.
AgoVit
21.4°