Dialetto galloitalico - Aidone, Nicosia, Piazza Armerina, Sperlinga
Tra i dialetti siciliani, che in genere hanno una matrice comune tra loro pur con le dovute differenze, si distinguono alcuni dialetti che da sempre sono stati considerati in un certo senso estranei a...
Tra i dialetti siciliani, che in genere hanno una matrice comune tra loro pur con le dovute differenze, si distinguono alcuni dialetti che da sempre sono stati considerati in un certo senso estranei al siciliano stesso, al punto che si è parlato di isole alloglotte (comunitĂ , cioè, che parlano una varietĂ linguistica diversa da quella parlata dalla maggioranza della popolazione). Sotto tale denominazione in Sicilia rientrano due gruppi dialettali: quelli greco-albanesi situati nellâentroterra palermitano e quelli galloitalici o, come qualcuno si ostina ancora a chiamarli, galloromanzi o lombardosiculi, galloitaliani, e che si concentrano tra le province di Enna e Messina e, nella forma meno accentuata, anche di Siracusa e Catania.
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Che cosâè il galloitalico? e il galloitalico di Sicilia? Con il termine galloitalico i linguisti definiscono i dialetti settentrionali, parlati in quella regione a sud delle Alpi che i Romani chiamarono Gallia e il cui sostrato è costituito dalle lingue celtiche. In tempi piĂš antichi era stato usato lâaggettivo piĂš generico di lombardo, che individuava geograficamente i confini della regione conquistata dai Longobardi. Con il temine galloitalici di Sicilia intendiamo lâinsieme di quei dialetti siciliani che presentano, soprattutto a livello fonetico, notevoli tracce riconducibili a vari dialetti settentrionali, soprattutto liguri, pemontesi, lombardi ed emiliani, e che si possono far risalire ad un preciso momento storico, quello della conquista normanna della Sicilia (tra la fine del XI sec. a tutto il XIII). I paesi che piĂš a lungo hanno mantenuto le caratteristiche del galloitalico, soprattutto nella fonetica, sono: Aidone, Piazza Armerina, Sperlinga (nella foto particolare del Castello) e Nicosia, in provincia di Enna, e San Fratello, Novara di Sicilia, insieme ad alcune frazioni, in provincia di Messina.
LE ORIGINI Le ragioni dellâorigine dei dialetti galloitalici di Sicilia, denominati al momento della loro scoperta lombardo-siculi, vanno cercate nellâinsediamento di coloni provenienti dalla medievale Lombardia (lâItalia settentrionale occupata dai Longobardi) al seguito dei Normanni, i conquistatori della Sicilia. Il temine galloitalico ha soprattutto una connotazione linguistica per indicare il bacino di origine, lâItalia settentrionale, dove appunto si parlavano e si parlano dialetti il cui sostrato principale appartiene alle lingue celtiche, parlate da quei popoli che i romani chiamarono galli. Ripercorriamo per sommi capi il contesto storico La conquista normanna dellâIsola, compiuta da Ruggero dâAltavilla, dura circa trentâanni; inizia nel 1060, con la penetrazione nella parte nord-orientale e la presa di Messina, e si conclude nel 1091, con la resa di Castrogiovanni (1088) e la caduta di Noto (1091), le ultime roccaforti musulmane rispettivamente allâinterno e sulla costa meridionale. La conquista militare è compiuta ma restano ancora molte ragioni di crisi: gli arabi sono ancora numerosi e covano disegni di riconquista; la popolazione è stata decimata dalle guerre; lâIsola si presenta come un mosaico di culture in cui però lâelemento latino, a fronte di quello arabo e greco, è in netta minoranza. Ruggero per dare risposta a tutti questi problemi rinforza lâelemento latino sia a livello culturale che demografico, pur rispettando la cultura e le competenze di arabi e greci. CosĂŹ affida compiti di responsabilitĂ ai suoi amici normanni e francesi e poi, in misura sempre maggiore, ai âlombardiâ del continente che avevano contribuito alle guerre di conquista degli Altavilla, in Italia Meridionale prima e in Sicilia poi. Lâoperazione fu favorita dal matrimonio dello stesso Ruggero con Adelaide, marchesa del Monferrato, della famiglia degli Aleramici, che portò al seguito i suoi fratelli e molti suoi conterranei; Ruggero e i suoi successori incoraggiarono, non solo lâarrivo sporadico di popolazioni provenienti dal nord, ma addirittura la conduzione di vere e proprie colonie, collocate in maniera strategica dalla costa settentrionale a quella sud-orientale passando per il centro, quasi a creare una zona cuscinetto, che impedisse agli arabi di oriente e occidente di riunire le proprie forze. Le comunitĂ cosĂŹ costituite contribuirono anche a velocizzare il fenomeno di nuova latinizzazione della Sicilia e in compenso ottennero notevoli privilegi.
Le tracce di questa colonizzazione, ancora dopo quasi mille anni, si trovano nei dialetti; in alcuni paesi dellâentroterra come: Aidone, Piazza Armerina, Nicosia (nella foto il Duomo), San Fratello e Sperlinga, Novara di Sicilia , sono cosĂŹ evidenti che si parla ancora di colonie lombarde o per meglio dire galloitaliche. Tra gli insediamenti, infatti non tutti hanno mantenuto allo stesso modo gli elementi caratteristici, ciò è dovuto probabilmente alla quantitĂ di coloni rispetto allâelemento indigeno e alla condizione di isolamento in cui sono rimaste alcune colonie rispetto ad altre piĂš aperte allâinfluenza delle comunitĂ viciniori. Gli studiosi dei fenomeni linguistici per definire e differenziare la situazione linguistica di queste comunitĂ , rispetto al complesso panorama dei dialetti siciliani, parlano di isole alloglotte, perchĂŠ veramente straniera doveva risultare allâorecchio dei siciliani la parlata di queste popolazioni che definivano ora âfrancesiâ ora âlombardiâ.
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LA DIFFUSIONE IN SICILIA Le colonie sono collocate in maniera strategica dalla costa settentrionale a quella sud-orientale, passando per il centro, e costituiscono quasi una zona cuscinetto che permetteva ai Normanni di controllare sia gli arabi che i bizantini e di accelerare il processo di nuova latinizzazione e cristianizzazione della Sicilia. I centri dove il gallo-italico è parlato, o dove è possibile ancora identificarne le tracce nella fonetica e nel lessico, sono distribuite nellâentroterra delle province di Messina, Siracusa e Catania e soprattutto nella provincia interna per eccellenza, Enna.
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Possiamo distinguere i dialetti galloitalici in due gruppi. Al primo gruppo appartengono quelle parlate che hanno mantenuto a lungo le loro caratteristiche grazie anche allo sviluppo del bilinguismo, frutto dellâadattamento alle parlate siciliane circostanti da una parte e dellâesigenza, dallâaltra, di mantenere la propria identitĂ . Sono in provincia di Messina: San Fratello, Acquedolci, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina ed in provincia di Enna: Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone.
Rilevanti tracce galloitaliche si trovano anche nelle parlate che appartengono al secondo gruppo: in provincia di Messina: Montalbano Elicona, Roccella Valdemone, S. Domenica Vittoria, Francavilla; in provincia di Catania: Randazzo, Bronte e Maletto sul versante nordoccidentale dellâEtna; Caltagirone, Mirabella ImbĂ ccari e, in misura minore, S.Michele di Ganzaria,a sud; in provincia di Siracusa: Ferla, Buccheri, CĂ ssaro; in provincia di Enna: Valguarnera Caropepe.
Altre colonie galloitaliche si trovano anche in Basilicata dove il galloitalico è parlato in due distinte aree linguistiche, entrambe in provincia di Potenza: la prima comprende i comuni di Picerno, Tito; la seconda i centri di Trecchina, Rivello, Nèmoli e San Costantino.
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CARATTERI SPECIFICI Il fattore fondamentale di differenziazione dei dialetti galloitalici rispetto ai dialetti siciliani è costituito dalla fonetica; da essa traggo infatti gli esempi sotto riportati, che non vogliono essere esaurienti a tracciare un quadro della specificitĂ di questi dialetti, ma a darne unâidea complessiva.
La mutola Lâelemento che di primo acchito salta allâorecchio è la presenza della mutola, di questa vocale indistinta, quasi muta, ma della quale si percepisce lo spazio e lâintensitĂ . Fin dallâantichitĂ gli scrittori di cose in dialetto lâhanno resa con un apostrofo. La frequenza della mutola in fine di parola, che nellâaidonese diviene costanza, fa sembrare le parole tutte tronche; questa caratteristica ha influenzato lâetimologia popolare che da sempre ne ha attribuito lâorigine al francese. Si può dire che nellâaidonese che non esista parola che non presenti almeno almeno una mutola, alcune in numero tale da rendere la parola scritta quasi illeggibile, un esempio per tutti: zârâmĂŹnghâ, la cicatricola dellâuovo (lat. germinem). Unâ altra caratteristica è costituita dal troncamento dellâinfinito verbale che fa tanto âfranceseâ il galloitalico; la forma dellâ infinito dei verbi è sempre e comunque tronca, si va dalle varianti dellâaidonese che ha mangè / mangèrâ e poi partâr , vinnâr (partire, vendere) , al piazzese mangè e partâr e al nicosiano e sperlinghese: ddurdiè, iarmè, râspondĂś , fĂŤ (sporcare, apparecchiare, rispondere, fare)
Lâipercorrettismo Un fenomeno molto importante che ha interessato tutti i dialetti galloitalici, come conseguenza della contiguitĂ con il siciliano, in un perenne rapporto di amore odio, è quello dellâipercorrettismo che si manifesta in due maniere opposte: come esagerato adeguamento alla lingua dominante, ipersicilianismo, o come difesa ad oltranza, ipergallicismo. - come ipersicilianismo, cioè come esagerato cedimento alla varietĂ egemone, il siciliano; es.: la â -ll- â intervocalica diventa come nel siciliano â -dd- â, quel suono particolare che i linguisti chiamano cacuminale, ma il processo di adeguamento va oltre cacuminalizzando tutte le â l â, anche in posizione iniziale, siano scempie o doppie. Esempi: oltre a beddâ, bedduâŚabbiamo: ddittâ (letto),ddusgerdula (lucertola), ddumarâ (accendere), ad Aidone; ddettâ, ddâsgerdula, ddumari, a Piazza Armerina; ddiettu e ddumè a Nicosia e Sperlinga. - come ipergallicismo , cioè come esagerata accentuazione dei tratti propri: a) nei dialetti di Nicosia e Sperlinga i nessi -mb- ed -nd-, non solo vengono mantenuti nelle posizioni del latino-romanzo, dove il siciliano, ma anche lâaidonese ed il piazzese hanno -mm- ed -nn-, ma anche le doppie â -mm- ed -nn- â del siciliano, anche di origine diversa diventano â -mb- ed -nd- â. CosĂŹ abbiamo sia sambucu, andandu, râspondĂś (sambuco, andando, rispondere) ma anche stombicu e cambarera (stomaco e cameriera). b) allo stesso modo nel dialetto di San Fratello la â a â per palatalizzazione diventa â e â in tutte le posizioni toniche e non soltanto, come ci si aspetterebbe, in prossimitĂ di una consonante nasale.
Esaminiamo ora alcuni esiti particolari nel consonantismo: cciovâr, ccioviri, cciou, contro il siciliano chjoviri lâ italiano piovere; cciò, ciovâ, contro chiovu e chiodo, etc. â z e zz â (suono sonoro di zero): zennârâ, zimmâ , frizzâr (genero, gobba, friggere) contro il siciliano: iènniru, immu, friiri ) â zz- â (suono sordo di piazza, zio) zzinnâra, zzippâ (cenere, ceppo) contro il siciliano cinnira, âŚ.) â sg â (suono piĂš o meno come nel francese jamais, je) : disgĂŹa, crusgâ, stasgĂŹa, brusgè (sic. diciva, cruci, staciva, bruciari); â ngh â cioè la velarizzazione della nasale in finale di parola singolare che termini per â-uno, -ino, ono, one, anoâŚâ. Il fenomeno, appena percepibile nei dialetti di Nicosia e Sperlinga, è presente nella forma piĂš arcaica nel piazzese: Mirringhâ (Merlino), radunghâ (raduno), e, in modo notevole, nellâaidonese arcaico : bardunghâ (basto), patrunghâ (padrone) zârâminghâ (cicatricola), purringhâ (verruca). Importante! Lâabbandono di questi esiti per quelli tipici del siciliano sono la caratteristica che piĂš differenzia le parlate arcaiche o vernacolari da quelle sicilianizzate. (es.quasi tutti i termini dellâaidonese usati come esempio del consonantismo galloitlico nellâaidonese sicilianizzato suonano cosĂŹ: chiovâr, chjovâ, jiennâr, jimmâ, frâjirâ, cinnâra, dâciva, crucâ, staciva, bardunâ, patrunâ, zârâminâ, purrinââŚ.) I galloitalici hanno un modo proprio di parlare lâitaliano che li distingue dal resto dei siciliani e che li fa assomigliare per certi versi piĂš ai sardi: Caratteristiche dellâitaliano dei galloitalici ⢠Pronuncia sonora di s- ⢠IncapacitĂ a pronunciare bene le doppie ⢠Mancanza del rafforzamento fonosintattico : âlâho vistoâ contro il sic. âlâho-vvistoâ.
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CONSERVAZIONE, RECUPERO, TUTELAÂ
Tra le popolazioni galloitaliche è stata sempre viva la coscienza che il dialetto costituisse la principale marca della propria identitĂ . Oggi ci si dibatte tra due contrapposti sentimenti e comportamenti: il timore per la sua perdita che le porta a conservare e ad auspicare una qualche forma istituzionale di tutela e, dallâaltra parte, la diluizione delle sue caratteristiche in una forma sicilianizzata che rispondeva e risponde alla necessitĂ di comunicare ed interagire con il resto dei siciliani. Lâesigenza di un essere riconosciute come minoranza linguistica è sfociata in un documento sottoscritto il 29 gennaio 2000 dalle Amministrazioni Comunali dei centri galloitalici di Sicilia, dâintesa con lâUniversitĂ di Catania, la SocietĂ Italiana di Glottologia e il Centro Internazionale sul Plurilinguismo. I convenuti vi esprimono la propria protesta contro la mancata inclusione delle parlate galloitaliche della Sicilia nella legge N. 482/99 (contenente norme in materia di tutela della minoranze linguistiche storiche). Esaminiamo qui il modo diverso in cui i parlanti dei vari centri si sono posti e si pongono nei confronti del galloitalico: Ad Aidone e a Piazza Armerina giĂ alla fine dellâOttocento se ne registrava la sua marginalizzazione allâuso in ambienti familiari e rurali; aidonesi e piazzesi percepivano il loro linguaggio come arcaico e incomprensibile agli estranei, a quei forestieri dai quali venivano definiti sprezzantemente âi francisiâ. La forma vernacolare, conservata nei documenti scritti (soprattutto composizioni poetiche dellâinizio del Novecento) e nellâuso attuale di pochi parlanti, aveva giĂ subĂŹto lâimpoverimento morfologico e lessicale, a favore del siciliano, e mantenuto piĂš a lungo gli esiti fonetici. Allâinizio del secolo, nel 1902, Antonino Ranfaldi, un intellettuale aidonese, scriveva in un sonetto: âA ddinga châogn giurn us a vârsĂšra / Nan eia com a cudda câtatĂŹna â (la lingua che ogni giorno uso in campagna, non è come quella cittadina), testimoniando di fatto una situazione di bilinguismo che ancora perdura: il vernacolo parlato in ambienti familiari e rurali e il âsicilianoâ riservato alla piazza e ai forestieri. Oggi naturalmente la situazione si è sempre piĂš deteriorata, i parlanti spontanei sono ormai rarissimi, buona parte della popolazione ne ha una competenza passiva; è sempre piĂš difficile trovare interlocutori validi per una ricerca sistematica, in ogni caso quello che viene fatto è un lavoro di scavo linguistico con tutti i rischi di manipolazione da parte di chi consapevolmente testimonia su qualcosa di estinto e sepolto da decenni. Eppure lâaidonese, forse piĂš degli altri è stato fatto oggetto di studio, dalle testi di Laurea delle dottoresse Carmela Davide, Lucia Todaro, Francesca Ciantia, Sandra Raccuglia, al dizionario curato dalla stessa Raccuglia e pubblicato dallâUniversitĂ , alla pubblicazione delle poesie di Vincenzo Cordova a cura del dott. Angelo Trovato per giungere infine ai proverbi e testi vari in aidonese pubblicati dal dott. Gaetano Mililli. (v. bibliografia) A Piazza Armerina, dove il vernacolo ormai non è piĂš parlato comunemente, in compenso, si registra lâattivitĂ ininterrotta di un numero notevole di scrittori in galloitalico che, attraverso poesie, satire, cannovacci teatrali, tengono desta lâattenzione sul dialetto che considerano parte importante del loro patrimonio culturale e come tale degno di essere conosciuto da tutti ma in modo particolare dalle nuove generazioni; per fare solo alcuni nomi tra i contemporanei: Pino Testa, Aldo Libertino, Lucia Todaro, Tanino Platania, che intercalano la pubblicazione di testi con pubbliche letture e piece teatrali. Diversa la situazione a Nicosia, Sperlinga, San Fratello e Novara di Sicilia e nelle varie frazioni, dove, seppur con diversa sfumature, il galloitalico è sentito come elemento di identitĂ cittadina, parlato in tutti gli strati sociali. Certamente su questo atteggiamento estremamente positivo ha giocato molto la relativa vicinanza tra di loro di questi centri che ne ha fatto quasi un enclave in cui ciascuno riconosceva nel vicino un proprio simile rispetto al resto dei siciliani; è nata dunque la consapevolezza della lingua come elemento di coesione ed identitĂ da una parte e di distanza e diversitĂ dallâaltra, che li ha spinti a proteggere e conservare piuttosto che ad aprirsi e a cedere. Il bilinguismo è presente anche in questi paesi, oggi, piĂš che con il siciliano, con lâitaliano, ma la âseconda linguaâ è riservata ai forestieri, mentre tra paesani veri e propri e paesani galloitalici si predilige la âlingua madreâ.
Certo negli ultimi decenni anche qui câè stato una inevitabile perdita di esiti lessicali per adattare la lingua alle esigenze della vita quotidiana che ha ha visto la sparizione di molti mestieri e ambientazioni. Ma anche qui a gelosi custodi dellâidioma amato si ergono poeti e scrittori in galloitalico. Solo qualche nome. A Nicosia il facondo Sigismondo Castrogiovanni e poi Francesca Fascetta, Grazia Gangitano, Enza Giangrasso, Santina MonsĂš; a Sperlinga: Antonino Lo Bianco, Giovanna Lo Bianco, Salvatore Lo Pinzino, Salvatore Lo Sauro, Maria Seminara; a San Fratello: Calogero CassarĂ , Bettina Di Bartolo, Carmelo Lanfranco, Filadelfo Lo Paro, Serafina Miraglia, Grazia Regalbuto, Carmela Ricciardi, Rosalia Ricciardi e Benedetto di Pietro che, pur non abitando in Sicilia, continua a tenere desta la sua appartenenza con raccolte poetiche, favole e saggi. Di vitale Importanza lâopera svolta da molti decenni dallâUniversitĂ di Catania con il professore Giorgio Piccito che ne è stato lâiniziatore, il prof. Giovanni Tropea che tanto ha contribuito a gli studi e alla divulgazione e oggi il prof. Salvatore C. Trovato, il prof. Salvatore Riolo.
Studio sul Galloitalico a cura di Franca Ciantia
Testi nei dialetti galloitalici
Traduzione della favola Il lupo e lâagnello di Fedro nei cinque principali dialetti galloitalici Per avere unâidea di questi dialetti ed anche delle differenze che presentano fra loro, si propone la lettura della notissima favola di Fedro âIl lupo e lâagnelloâ, tradotta nei dialetti galloitalici principali. La grafia usata non è quella della scrittura fonetica, ma quella comune dellâitaliano adattata con le seguenti aggiunte: lâapostrofo ['] per la vocale centrale intermedia, la mutola; le vocali [Ăś] ed [ĂŤ] per rendere le corrispondenti vocali chiuse che tendono molto verso [u] ed [i] [ngh] per rendere la nasale velare in finale di parola [dd][É] per rendere la dentale retroflessa, propria del siciliano il trattino [-] sostituisce lâapostrofo per non creare confusione con la mutola [sg(i)] [Ę], per rendere la fricativa postalveolare sonora Testo di partenza in italiano âUn lupo ed un agnello, spinti dalla sete, erano giunti allo stesso ruscello. PiĂš in alto si fermò il lupo, molto piĂš in basso si mise lâagnello. Allora quel furfante, spinto dalla sua sfrenata golositĂ , cercò un pretesto di litigio. â âPerchĂŠ â disse â intorbidi lâacqua che sto bevendo?â Pieno di timore, lâagnello rispose: - Scusa, come posso fare ciò che tu mi rimproveri? Io bevo lâacqua che passa prima da te.â E quello, sconfitto dallâevidenza del fatto, disse: - Sei mesi fa hai parlato male di me. E lâagnello ribattĂŠ: - Ma se ancora non ero nato! - Per Ercole, fu tuo padre, a parlar male di me â disse il lupo. E subito gli saltò addosso e lo sbranò fino ad ucciderlo ingiustamente. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.
Piazza Armerina âN lupu e ân agnèu, morti dâ sè, sâ giungĂŹnu a bèv Ăś stiss sciĂšm. N-Ăśn cappâ gghj-âera u lupu, ciĂš sĂśtta gghj-era lâagnèu. AllĂśra ddâ fâtĂśs du lupu, ch-avèa a panza vacanta, cumânzĂ a ânguiatèlu pâ sciarrèrâs cu jèu -Oh dâsgraziĂ , tâ ddèvi dâ dĂścch châ mâ stè ddurdiĂ nn tutta l-egua? E l-aggnèu: - Nan tâ ânsâddiè, l-egua passa prima dâ nâ tĂŹ, tu ma ste ddurdiĂ nn a mĂŹ! U lupu, truvĂ nnâs no tĂśrt, gghâ diss: - Oia sântĂšt châ tu, sèi mesgi com a Ăśra, sparrĂ vi dâ mĂŹ cu l-amisgi. E jèu: â Ma chi stè âncucchiĂ nnâ? Jè, sei mesgi fĂ , manch avea nasciĂšit! - ButĂ na di guai! AllĂśra fu ddâ bècch dâ to pĂ a sparrèr dâ mi. E senza savèr nè ddèzz e nè scriv, cu âna granfaggnĂ da su spurpĂ dâ bedda e bedda. Sti parĂśddi l-ana sènt ddi gentâ châ cunnĂ ânnânu i ânucènti ângiustamènt.
faĂŤzĂŤ, ngannĂŤ e mbruoggujĂŤ s-approffĂŹtânĂś de nĂścenti.
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