Felicissima Sicilia
Raderla al suolo si dovrebbe, la Sicilia di Buttafuoco. Raderla al suolo. La meretrice impenitente che immola il neo Salvatore, fu Totò: peccatore egli stesso, corrotto e corruttore che per la sua e l...
Raderla al suolo si dovrebbe, la Sicilia di Buttafuoco. Raderla al suolo. La meretrice impenitente che immola il neo Salvatore, fu Totò: peccatore egli stesso, corrotto e corruttore che per la sua e l’altrui redenzione patisce le patrie galere, come i meschineddi che un tempo con disonesta umanità governò. Buttanissima la definisce il nostalgico scrittore, che le purghe e i commissari cattivissimi invoca per la bella Trinacria eppure un tempo al mastro, che in quel di Leonforte l’eleganza della parola vendeva, certe parole non sarebbero affiorate sulla dotta bocca, che fu professore? Tanto l’offende il gelese minacciator? Dileggi, insulti, denunce e invettive per la classe dirigente più di oggi che di ieri, che con Pappagone ha raggiunto l’apice di quella cloaca che l’isola appare all’intellettuale, naturalizzato romano. Buttanissima la dice il professore che aggredisce e impreca e forse dimentica una cosa: una volta ai professori era dato l’arduo compito di educare. Ha educato le giovani menti alla possibilità dell’onestà e del rispetto lei, esimio professore? L’intellighenzia isolana forse è corrotta come la terra che la nutre e per tanto non può ergersi alla speranza del riscatto? Meglio un credo qua absurdum che un cattivo infinito, privo di ogni possibilità dunque?! Tra i sapienti quanti perfetti e inutili buffoni o erano i governanti? Una volta eravamo figli delle stelle seppur pronipoti di sua maestà il denaro ora siamo, a dir del nostro, solo figli di una sgualdrina ridotta a cortiletto ingovernabile, senza re e senza regno. Solo la possibilità dell’emigrazione si può coltivare in questa zolla arsa dal sole cocente, che abbaglia pure il sapiente gloriosus? La Sicilia è una madre ingiuriata dai suoi stessi abitanti, felici di crogiolarsi nel disprezzo di se stessi, disprezzo che ci fa pensare malandrini e ottusi così come ci vogliono, ma è così che siamo? Privi di autocoscienza e dignità? Incapaci di indignarci e di urlare: “TACI” al denigrator allitterato? Tante sono le Sicilie scriveva Bufalino, che non credo si sia offeso per non aver dato il nome all’aeroporto di Comiso al posto di Pio La Torre: vi è quella sperta e quella babba, quella pigra e quella frenetica, quella che recita la vita come un copione di carnevale e quella delirante. Tante e non una sola sono le Sicilie, tante e non tutte buttanissime. Dire le parolacce una volta non era indizio di volgarità? Certo però che se a dirle è il professore allora anche l’allievo ha da zittirsi. L’allusione all’uso fa del turpiloquio una inventio incomprensibile ai più, ma i più non interessano l’esimio. Lui forse preferirebbe scremare e lasciare i soli degni in questo diuturno servaggio, fatto per l’uomo solo che si è pasciuto dell’immonda plebe e che ora la rigetta schifato. La contemplazione dell’imbecillità è un vizio che assai spesso affascina, al punto da travolgere chi la pratica e a forza di sforzarsi di capire, si finisce con l’assolversi per la menzogna che è l’alibi della propria incapacità. Il latinorum, le parole inespugnabili, sono rimaste a salvacondotto di un fallimento imperdonabile.
Gabriella Grasso
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