Impastato, Maniaci e il tramonto dell'”antimafia” come categoria
Parecchio tempo fa (credo siano passati ormai tre lustri), durante un lungo – ed estremamente lento – viaggio in macchina da Regalbuto a Palermo, Salvo Vitale, uno dei compagni più stretti di Peppino...
Parecchio tempo fa (credo siano passati ormai tre lustri), durante un lungo – ed estremamente lento – viaggio in macchina da Regalbuto a Palermo, Salvo Vitale, uno dei compagni più stretti di Peppino Impastato, mi raccontò un simpatico aneddoto. Negli anni dell'università, con Peppino avevano fatto un gioco consistente nel presentarsi ad un appello d'esame senza aprire un solo libro, per vedere chi dei due sarebbe riuscito ad essere promosso. Salvo non riuscì a superare la prova, mentre Peppino la passò a pieni voti.
In questi giorni di dibattito sulle intercettazioni di Pino Maniaci ho pensato molto a questo racconto, perché, ben oltre l'aspetto divertente, ci dice di un modo d'essere, di un atteggiamento nell'affrontare la vita, i temi e le difficoltà che si pongono innanzi, che si racchiude in sostanza nella curiosità, nello studio appassionato e non accademico, profondo e disinteressato, nella ricerca di una conoscenza ampia che si ritiene di dover acquisire per vivere e, dunque, per fare lotta politica e – nel caso specifico – per combattere la mafia.
È amaro rilevare come a trentotto anni dal barbaro omicidio di Impastato, poco o nulla sia rimasto nella “buona socìetas siciliana” di quella tensione intellettuale. L'opulente ignavia dell'antimafia social, infatti, ha nel tempo messo a punto una rappresentazione dell'impegno a proprio uso e consumo, più tesa a tutelare le false coscienze di massa che non ad elaborare un pensiero culturale forte, che analizzasse le contraddizioni della società contemporanea approntando almeno alcuni frammenti di possibili soluzioni alle prevaricazioni ed alle disuguaglianze.
Per questa ragione mi appare insopportabile la gemebonda delusione seguita alla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche fra Maniaci e la sua amante. Il Direttore di Tele Jato, infatti, non è una mela marcia, ma il prodotto più coerente di un pensiero a lungo prevalente, che ha ridotto la lotta alla mafia alla celebrazione dei suoi martiri ed all'apologia del volontariato e del no-profit, e, piuttosto che aggredire le ragioni del riflusso, ha preferito mettere in scena paladini di cartone da venerare come totem e da portare in giro come Madonne Pellegrine, e tanto meglio se completamente analfabeti, perché più corrispondenti all'humus generale. I nodi, però, prima o poi vengono al pettine, ed oggi sarebbe opportuno approfittare della progressiva uscita di scena di questi finti eroi per fare i conti con errori più che ventennali. Partendo da dove? Dallo studio rigoroso, dall'indagine approfondita, dalla conoscenza.
Sapere e sapersi porre obiettivi alti e perciò complessi: a lotta alla mafia nel corso della sua lunga e tragica storia è stata questo innanzitutto. In questo senso, Impastato non era una “anima bella”, ma un comunista che voleva trasformare il mondo, e che da quel particolare, tremendo angolo di visuale – la famiglia, il paese, la provincia, la Sicilia – aveva compreso che Cosa Nostra si era storicamente posta a guardia di interessi consolidati, che proprio quella trasformazione volevano impedire. La sue trasmissioni radiofoniche, le sue iniziative politiche e culturali, erano ariose, si confrontavano col mondo e con una vastità di questioni, erano attraversate – anche materialmente – dai fermenti di contestazione che in quegli anni si sviluppavano nel Paese. Per Impastato, insomma, l'”antimafia” non era una specializzazione, una categoria rispetto alla quale si stava dentro o si stava fuori, ma si configurava, piuttosto, come l'elemento principe di una battaglia più generale che si basava su due presupposti: la partecipazione ed il rifiuto della delega. Da questa acquisizione credo che si dovrà ripartire.
Carmelo Albanese
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