Maturità. Il viaggio con il bagaglio di libri

Dedicato a quanti stanno per concludere la tappa del proprio viaggio

24 giugno 2026 18:34
Maturità. Il viaggio con il bagaglio di libri -
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Il viaggio verso la maturità  non si chiude quando la porta dell'aula si richiude alle spalle. Si vede, per una volta, tutto insieme. La maturità è strana proprio per questo. Per mesi la chiami "esame", poi arrivi all'orale e capisci che è un rito di passaggio italiano che mette migliaia di ragazze e ragazzi, nello stesso giugno, davanti alle stesse domande non scritte: cosa ti porti dietro, cosa hai capito, dove vuoi andare.

Non inizia a giugno

Inizia molto prima, quando il bagaglio era uno zainetto troppo grande. Alle elementari ci mettevi dentro l'astuccio e la merenda. Alle medie hai iniziato ad aggiungere pesi invisibili: la prima insufficienza che ti ha fatto dubitare, il primo 8 che ti ha fatto credere di potercela fare, l'amicizia che è nata sul banco accanto. Al liceo, all'istituto tecnico, al professionale, quel bagaglio è diventato una biblioteca ambulante. Non solo libri di scuola. Ci sono finiti dentro:

  • Le mappe: non quelle di geografia, ma quelle che ti sei fatto per orientarti tra materie che non amavi e altre che ti hanno scelto.

  • Le voci: di professori che ti hanno annoiato e di uno o due che ti hanno acceso, e ancora li senti.

  • Le ore rubate: le interrogazioni preparate in corridoio, i compiti copiati e poi riscritti meglio, le assemblee, le gite dove hai imparato più che in classe.

È un percorso a tappe  e ogni tappa ha lasciato un segno. L'orale è l'unico momento in cui ti viene chiesto di tirare fuori tutto, non per elencarlo, ma per tenerlo insieme.

L'orale non è un interrogatorio

Lo chiamano "colloquio" e per una volta la parola è giusta. Non stai recitando. Stai raccontando cinque anni a persone che non c'erano quando hai iniziato. Porti una tesina, un'immagine, una frase, e da lì parti. Parli di Dante e finisci a parlare di intelligenza artificiale, parli di una reazione chimica e ti ritrovi a spiegare perché vuoi fare infermieristica. È disordinato, umano, ed è per questo che fa paura. La commissione non cerca la perfezione. Cerca il filo. Vuole capire se sai collegare, se quel bagaglio l'hai fatto tuo o l'hai solo trascinato. La maturità negli studi, che è nel nome stesso dell'esame, non è sapere tutto. È reggere il peso delle cose che sai e saperle usare quando ti chiedono "perché".

Il giudizio che non chiude

Arriverà un voto. Sarà giusto o ingiusto, alto o stretto, e per qualche settimana ti sembrerà che definisca tutto. Non è vero. Il giudizio vero arriva dopo, quando sei fuori da scuola da anni, magari in un pomeriggio caldo come questo a Regalbuto , e ripensi a quei giorni. Allora non ricorderai la formula di trigonometria, ma ricorderai che l'hai studiata alle due di notte con l'ansia e un amico in chiamata. Non ricorderai il voto di italiano, ma ricorderai l'insegnante che ti ha detto "scrivi come pensi, non come credi che io voglia leggere". La scuola ti dà strumenti, non destini. L'orale è solo il momento in cui, per la prima volta, ti viene chiesto di usarli in pubblico, senza rete.

Sarà affascinante e pieno di nostalgia. Non perché la scuola fosse perfetta, anzi. Ma perché coincide con gli anni in cui speranze, sogni e progetti hanno ancora quella forza grezza , quella che ti fa crescere invece di arrenderti.

È l'età in cui puoi ancora pensare di cambiare città, di aprire uno studio, di scrivere un libro, di non accettare il pessimismo che gli adulti ti vendono come realismo. Il bagaglio di libri pesa, ma ti tiene anche dritto. E quando, tra dieci anni, rivedrai una foto della classe o sentirai l'odore di gesso e di corridoi, non penserai all'ansia. Penserai al viaggio. Penserai a te stesso che camminavi con quello zaino troppo pieno, convinto che l'esame fosse la fine.

Invece era l'inizio del modo in cui avresti imparato a raccontarti.

Se oggi stai per entrare, o se hai un figlio, una sorella, un amico che entra, digli questo: non andare a difenderti. Vai a mostrare il viaggio. Porta i libri, sì, ma porta anche tutto quello che quei libri ti hanno fatto diventare. È quello che resta, ed è quello che nessuna commissione può davvero misurare, ma tutti riconoscono.

 AgoVit