30 Maggio 1924: Il giorno in cui Matteotti firmò la sua condanna a morte per difendere la democrazia

"Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me"

28 maggio 2026 09:47
30 Maggio 1924: Il giorno in cui Matteotti firmò la sua condanna a morte per difendere la democrazia -
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Il 30 maggio 1924 rappresenta uno dei momenti più drammatici, coraggiosi e spartiacque della storia politica italiana. Quel giorno, nell'aula della Camera dei Deputati, il segretario del Partito Socialista Unitario (PSU), Giacomo Matteotti, prese la parola per contestare la validità delle elezioni politiche del 6 aprile precedente, stravinte dal "Listone" fascista di Benito Mussolini grazie alla legge Acerbo e, soprattutto, a un clima diffuso di violenza e illegalità.

Il contesto e la denuncia delle violenze

Le elezioni del 1924 si erano svolte in un'atmosfera di aperta intimidazione. Matteotti, con un intervento durato oltre un'ora e mezza (continuamente interrotto da insulti, urla e minacce fisiche da parte dei banchi della maggioranza fascista), non si limitò a una protesta formale, ma portò in aula un elenco dettagliato e documentato di fatti: I brogli elettorali: Denunciò il controllo militare dei seggi e la falsificazione dei verbali. Le violenze fisiche: Elencò i candidati d'opposizione aggrediti, i comizi impediti e le sedi di partito distrutte dalle squadracce. L'annullamento della democrazia: Spiegò che il voto non era stato libero e che, di conseguenza, il Parlamento non era legittimo.

"Noi contestiamo in questo luogo e in questo momento la validità delle elezioni della maggioranza. [...] L’elezione secondo noi è essenzialmente invalida, e aggiungiamo che non è avvenuta liberamente." — Giacomo Matteotti, 30 maggio 1924

Lo scontro in aula

Il resoconto stenografico di quella seduta restituisce il clima da "tribuna d'esecuzione". Alle argomentazioni di Matteotti, i deputati fascisti (tra cui l'allora presidente della Camera Alfredo Rocco e futuri gerarchi) rispondevano gridando: "Provocatore!", "Taci!", "Traditore!". Matteotti, mantenendo una calma ferrea, ribatteva colpo su colpo, chiedendo che venisse rispettato il suo diritto di parola e invitando i segretari a verbalizzare non le sue parole, ma le ingiurie degli avversari.

Matteotti era perfettamente cosciente delle conseguenze del suo gesto. Aveva toccato i nervi scoperti del regime nascente, che cercava una parvenza di legittimità istituzionale dopo la Marcia su Roma del 1922.

Appena terminato il discorso, mentre i compagni di partito lo circondavano per congratularsi e proteggerlo fisicamente, pronunciò la celebre e profetica frase:

"Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me"

Le conseguenze

Solo undici giorni dopo, il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti venne rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma da una squadra fascista (la cosiddetta Ceka del Viminale, guidata da Amerigo Dumini) e barbaramente ucciso a coltellate all'interno di un'auto. Il suo corpo venne ritrovato solo due mesi più tardi, il 16 agosto, nel bosco della Macchia della Quartarella, vicino a Roma. L'omicidio causò una crisi profondissima per il governo Mussolini (la "crisi Matteotti") con la conseguente protesta dell'Aventino da parte delle opposizioni. Tuttavia, la crisi si risolse il 3 gennaio 1925, quando Mussolini, con un discorso alla Camera, si assunse la "responsabilità politica, morale e storica" dell'accaduto, dando formalmente inizio alla dittatura a viso aperto e alla soppressione delle ultime libertà democratiche.

AgoVit