Enna. Una città, un castello, le torri
Lascio la pianura, i campi di frumento, l'autostrada dritta, grigia, uguale che li attraversa e salgo, salgo. Raggiungo la città, un castello, due torri. Quella del castello di Lombardia, strategico...
Lascio la pianura, i campi di frumento, l'autostrada dritta, grigia, uguale che li attraversa e salgo, salgo. Raggiungo la città, un castello, due torri. Quella del castello di Lombardia, strategico nido principesco, centenario custode di aneddoti, è oggi un'alta terrazza panoramica dalla quale ammirare e spiare i campi coltivati, le colline e le valli sottostanti. Le pietre, i particolari architettonici, i frammenti rimasti affollano il pianoro, un millenario e nobile sacrario ai tempi popolato da statue votive erette in onore delle divinità greche e romane. Stratificazioni, sedimentazioni, ricostruzioni. Il succedersi prestabilito degli eventi avvenuti, oggi è leggibile in questo scorcio di territorio siciliano. Enna è un campione archeologico, un museo di testimonianze storiche destinato a evolversi e a cambiare identità nel corso del tempo. La Torre di Federico, medievale struttura ottagonale, costruita su di un antichissimo laboratorio geodetico, è oggi circondata e in parte celata da un magnifico giardino e da un semitrasparente tendale verde che l'avvolge e la protegge durante gli attenti e sapienti lavori di restauro. Sfugge agli occhi, alle curiosità, agli obiettivi, rifugiandosi nel suo temporaneo dolore. Percorro l'ultimo tratto del grande viale e dopo pochi metri raggiungo in cima l'eccentrico ombelico isolano, un romantico osservatorio panoramico. Nel suo centro un'asta bianca augura la pace a tutto il mondo. La porta di Janniscuru e tutto attorno strade strette, case basse, grotte preistoriche. Un intimo e antico luogo di culto e di semplice umana gestualità. Nei dintorni i ragazzi rincorrono una palla, altri un cucciolo, gli adulti al sole svolgono le loro mansioni quotidiane. Buoni odori tingono la fresca aria di montagna. Passeggio leggendo a tratti un vecchio testo che mi racconta delle remote origini della città. Leggo del Duomo e del suo Tesoro. Lo visito. I mostri lignei del soffitto, bestiari alati animati magicamente dalla luce soffusa, osservano e vigilano sui visitatori e sulle piccole donne in preghiera. Custodiscono da secoli i gioielli marmorei scolpiti nelle tre navate. Un prete mi narra, cantilenando, la nascita degli Angeli, dei Santi, delle Madonne che albergano questo luogo sacro. Mi conduce nella sacrestia. Fiero di quel "casciarizzo" in noce, mi svela e mi illustra gli episodi biblici in esso intagliati. Immagino le vetuste figure di antichi sacerdoti predicare e passeggiare per i luoghi di culto della città; gli antichi popoli conquistarla o fuggire da essa; la dea Cerere perdere la sua giocondità a causa del rapimento della figlia e gioire ogni primavera quando, avvertita dai profumi dei fiori nascenti, Proserpina ritorna sulla Terra. Belle ragazze, vivacemente abbigliate, noncuranti, coi loro lunghi capelli controvento, nell'alta piazza. Persone silenziose sono sedute nelle eleganti panchine del Belvedere. Bei paesaggi rallegrano gli animi dei passanti. Su di noi, difeso da un cane, un bronzeo Plutone barocco rapisce in eterno la sua giovane sposa.
Joseph Hornet
4.6°