Quando la banalità ci tradisce
Questi social, possono anche dare problemi....
Facebook ha fatto una cosa che nessun altro mezzo aveva fatto prima: ha dato un microfono a tutti, anche a chi fino a ieri parlava solo in cucina o al bar. E in quel gesto si è visto chiaro il bisogno più umano che esista, quello di dire io ci sono, ho un pensiero, ascoltatemi. Il problema non è il bisogno. Il bisogno è nobile. Il problema è cosa succede quando quel bisogno non incontra nessun filtro. Un tempo per replicare a qualcuno dovevi guardarlo. Dovevi reggere lo sguardo, la voce, il silenzio che segue una parola detta male. Ora basta un pollice. Si commenta un post senza conoscere nulla della persona che lo ha scritto, senza storia, senza contesto, senza nemmeno prendersi il tempo di capire cosa volesse dire davvero. Solo l'impulso. È così che nasce quella maleducazione rapida, quasi automatica, che è possibile a volte notare . Non è sempre cattiveria, spesso è superficialità che si traveste da opinione. E da lì, due estranei che vivono a centinaia di chilometri, che non si incontreranno mai, iniziano a farsi la guerra per una frase letta di fretta. È un litigio strano, quello di Facebook. Senza corpo, senza presenza, quindi senza freno. Lontani, ci sentiamo più coraggiosi e più impuniti.
La cosa che fa più riflettere, è che spesso tutto questo accade per delle banalità. Un piatto cucinato male, una canzone, una squadra, una frase politica buttata lì. Cose che lasciano il tempo che trovano. Eppure proprio lì si rivela la persona. Perché quando non c'è nulla di importante in gioco, quando non dobbiamo difendere davvero niente, il modo in cui scegliamo di parlare dice chi siamo. Se scegliamo l'ironia velenosa, il sarcasmo, l'insulto facile, l'arroganza di chi corregge tutti, non stiamo parlando dell'argomento. Stiamo parlando di noi. Facebook, in questo senso, è uno specchio spietato. Non inventa personalità, le espone. Amplifica ciò che già c'è: la gentilezza di chi prova a capire prima di rispondere, e la fretta di chi ha solo bisogno di scaricare qualcosa addosso a un altro.
Forse la domanda non è più come si comunica sui social, ma come si abita una piazza dove tutti parlano contemporaneamente e nessuno è davvero tenuto ad ascoltare. E se vale ancora la vecchia regola, che la libertà di dire la propria finisce dove inizia il rispetto per chi sta leggendo.
Agostino Vitale
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