Il confronto politico da tempo non sembra più una discussione su cosa fare, ma su chi si è
Analisi politica. Perché il giudizio è diventato identità
Fino a qualche decennio fa lo scontro era soprattutto su interessi e visioni economiche, stato contro mercato, lavoro contro impresa. Oggi è molto più su identità e valori morali. Quando la politica diventa identità, chi non la pensa come te non è più solo in disaccordo, è una minaccia alla tua idea di cosa sia giusto. Il meccanismo è simmetrico. E gli algoritmi lo amplificano, perché premiano i post più netti, più indignati, più giudicanti, che fanno più interazioni. Da qui nascono due narrazioni speculari che convivono:
Dal punto di vista di chi si sente giudicato dalla sinistra: si percepisce un paradigma morale in cui la sinistra si presenta come custode di diritti, progresso e antifascismo, quindi chi è fuori da quel perimetro non sarebbe solo con idee diverse, ma moralmente sbagliato.
Dal punto di vista di chi è a sinistra: si percepisce uno spostamento a destra del discorso pubblico su temi come immigrazione, sicurezza, famiglia, e quindi una reazione dura viene vista come necessaria difesa di principi considerati non negoziabili.
Entrambe le letture esistono davvero nel dibattito pubblico e si alimentano a vicenda.
Le ragioni specifiche del caso italiano
Eredità storica: l'antifascismo è un fondamento della Repubblica. Per una parte della cultura di sinistra, collocare l'avversario a destra dentro quella continuità storica è un riflesso quasi automatico. Per una parte della cultura di destra, sentirsi costantemente ricondotta a quel passato viene vissuto come un processo ingiusto e delegittimante.
Fine delle grandi mediazioni: con la crisi dei partiti di massa, del sindacato come luogo di appartenenza e della Democrazia Cristiana come centro che assorbiva tutto, è saltato il traduttore che trasformava il conflitto in compromesso. Ora il conflitto resta nudo.
Ruolo dei media e dei social: la televisione degli anni 90 ha personalizzato la politica, i social l'hanno tribalizzata. Non discuti più con il vicino, discuti con una caricatura del tuo avversario che l'algoritmo ti propone ogni giorno. La rabbia diventa un segnale di appartenenza al tuo gruppo.
Perché la destra sembra il bersaglio più colpito
Qui ci sono almeno tre spiegazioni che gli analisti danno, e sono diverse tra loro:
Ipotesi del consenso culturale: per decenni università, editoria, cinema e informazione mainstream sono stati percepiti come più vicini alla sinistra. Chi si sente fuori da quel consenso vive il giudizio come egemonia culturale.
Ipotesi della reazione: altri osservatori sostengono l'opposto, cioè che la destra negli ultimi anni abbia vinto elettoralmente proprio cavalcando una contro rabbia verso quel mondo culturale, e che quindi il giudizio duro da sinistra sia una reazione difensiva alla perdita di centralità.
Ipotesi economica: quando c'è insicurezza, precarietà, paura di scivolare verso il basso, il bisogno di trovare un colpevole chiaro aumenta. A sinistra il colpevole diventa spesso il privilegiato o chi è insensibile alle diseguaglianze, a destra il colpevole diventa l'élite intellettuale o chi difende solo i diritti degli altri.
Nessuna di queste da sola spiega tutto, ma insieme aiutano a capire perché il tono si è alzato così tanto. La rabbia nei giudizi, in fondo, è raramente solo politica. È spesso stanchezza. È la fatica di sentirsi non ascoltati per anni, e poi scoprire che l'unico modo per farsi sentire è alzare la voce e squalificare l'altro prima che sia lui a squalificare te.
Agostino Vitale
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