La doppia morale del PD: niente simbolo per Crisafulli, ma guai a perdere i suoi voti
Nel PD capolavoro del cerchiobottismo politico
Da un lato c’è il Nazareno, la segreteria nazionale del Partito Democratico, che si erge a paladina del rinnovamento e dell'intransigenza. Dall'altro c'è il territorio, quello vero, polveroso e complesso di Enna, dove i voti non si pesano sui social network ma si contano porta a porta, strada per strada. E in questo scenario, Crisafulli non è un semplice candidato: è un collettore di consensi, un "ras" che conosce la macchina amministrativa e l'elettorato locale come le sue tasche.
L’atteggiamento di Roma, tuttavia, rasenta il capolavoro del cerchiobottismo politico. La dirigenza nazionale ha detto un "no" categorico all'utilizzo del simbolo del PD per la candidatura di Crisafulli. Un diniego che, a favore di telecamere, serve a blindare l'immagine di un partito che vuole smarcarsi dai vecchi notabili del Sud e dalle figure considerate, a torto o a ragione, troppo "ingombranti" per la nuova narrativa progressista. Eppure, dietro le quinte, la musica cambia. La realpolitik prende il sopravvento e l'ipocrisia si fa strategia. Nessuno, a Roma, vuole davvero rinunciare al bacino elettorale che Crisafulli è in grado di mobilitare. La sconfitta sul territorio ennese sarebbe un duro colpo per un partito che in Sicilia arranca da tempo. Ecco allora farsi strada la soluzione perfetta, il classico compromesso all'italiana: la lista civica.
Negando il simbolo, il PD nazionale si lava la coscienza e si mette al riparo dalle critiche degli opinionisti romani. Sperando (e spingendo) per la formazione di una lista civica forte attorno a Crisafulli, però, il partito si assicura che quei voti non vadano dispersi o, peggio, finiscano nel calderone del centrodestra. La lista civica diventa così la foglia di fico di una dirigenza che vuole il fine elettorale, ma si vergogna dei mezzi necessari per raggiungerlo.
È l'eterno paradosso di un partito diviso tra salotto e strada, tra l'estetica della forma e la brutalità del pragmatismo politico. In questo scontro, Mirello Crisafulli diventa il capro espiatorio perfetto e, al tempo stesso, l'àncora di salvezza inespressa.
Mentre da Roma arrivano i diktat, in Sicilia si continua a fare politica alla vecchia maniera. Il laboratorio siciliano insegna ancora una volta che le direttive calate dall'alto si infrangono spesso contro il muro della realtà locale. E se alla fine, senza simbolo ma con i voti della sua lista civica, Crisafulli dovesse davvero spuntarla, ci sarà da scommettere che in molti, nel segreto del Nazareno, tireranno un sospiro di sollievo. Senza mai ammetterlo ad alta voce, ovviamente.
Agostino Vitale
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