venerdì , Maggio 7 2021

Elio Romano

Vola il pensiero nei miei ricordi di gioventù, quando andavo a curiosare sul come dipingeva Elio Romano; Lui si fermava con una Renault 4, io andavo in giro con una piccola bicicletta che papà mi aveva portato dalla Francia, apriva il portellone posteriore e si sedeva con accanto i colori, pennelli e tavolozza.
Usava il tettuccio del portellone per farsi ombra e cominciava a contemplare il paesaggio.
Era un poco infastidito dalla mia presenza ma con discrezione mi faceva notare i dettagli.
Io frequentavo l’Istituto d’arte di Enna e il Maestro Romano pazientemente sopportava la mia ignoranza di apprendista.
Elio Romano nato a Trapani nel 1909 era figlio di un giudice, e fu così che anche lui era il Giudice Romano, ma si era formato, prima da Saro Spina, pittore di Acireale, poi frequenta la scuola di scultura a Roma nel 28, conosce Ettore Ximenes, nel 29 e seguenti vive e Studia presso L’accademia di Firenza, va a Parigi e frequenta Pierre Bonnard e Paul Cezanne, e infine si trasferisce e insegna Pittura all’Accademia di Catania.
Quando si ritira ad Assoro, in contrada Morra, riceve anche incarichi di Amministratore locale, sindacalista socialista, disegnò anche tabelloni di critica contro il contrabbando di baccalà, di zucchero e sale, perpetrato da correnti avverse ai danni delle cooperative di consumo.
Scrive il Libro “Fanuzza” narra della Sua storia d’amore con quella ragazza.
Citato dalle Enciclopedie d’Arte Elio Romano era un uomo mite e forte, schivo solo con gli ignoranti.
Saliva in paese, ad Assoro o andava nella limitrofa Nissoria e comprava i suoi materiali, chiodini, vernici, tavole, ma si costruiva tutto da solo.
Ha dipinto su ogni materiale, sacchi di iuta, vecchie lenzuola; nel suo atelier di C.da Morra di Assoro c’era un banco da falegname incrostato a tal punto di colori, di colla, di coperchi appiccicati, di tubetti e di vecchi pennelli, che gli oggetti che vi si posavano no si reggevano in piedi.
Negli anni sessanta perse una figlia, ma gli rimase il conforto della moglie Raffaella, donna dolcissima e serena che lo allietava leggendogli romanzi d’amore e mai gelosa delle bellissime donne e modelle che si spogliavano per farsi ritrarre.
Quando dipingeva e gli mancava qualche colore particolare non era raro vederlo raccogliere fiori, generalmente il rosso dei papaveri e il giallo delle ginestre, li schiacciava tra le dita e li usava per arrossire le guance e abbellire le rotondità, in piccolissimi dettagli in mezzo alle grasse pennellate di biacca, spesso ombreggiava inzuppando il pennello nella terra, la mischiava al colore di base e riusciva ad ottenere le tinte vere del paesaggio e creavano il misticismo delle Sue figure.
Quando mi permisi di aprire bocca mi rispose così: “Tu si u figghiu di Miluzzu e niputi di Pippinu, talia e zittuti, a tia nun t’aia n’zignari nenti.” Grazie Maestro Elio Romano
Ai suoi funerali c’era poca gente, ……

Pino Calabretta

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