martedì , Settembre 21 2021

Villarosa itinerario archeologico

Villarosa: itinerario archeologico
Alla luce dei nuovi dati, raccolti attraverso lo studio del territorio comunale di Villarosa, il quadro delle conoscenze archeologiche si è notevolmente arricchito rispetto a quanto ‘era già conosciuto. Gli elementi positivi che resero possibile la nascita e lo sviluppo di questi insediamenti sono da individuarsi in modo certo nel facile utilizzo delle risorse naturali.

Il territorio
Il territorio di Villarosa è situato nell’area centrale della Sicilia, sui monti Erei, tra il fiume Salso ed il suo affluente Morello. In età Neolitica la presenza di risorse naturali di facile sfruttamento favorì il sorgere dei primi insediamenti umani in aree pianeggianti presso i fiumi. L’esempio più significativo di questo tipo di insediamento nel territorio è costituito dal villaggio capannicolo di Casa Bastione alle pendici del monte Gaspa. Le tracce della frequentazione umana nel territorio si spingono fino all’età del Bronzo finale a cui seguirà una fase di apparente abbandono che persisterà sino al VII secolo a. C., quando sorgeranno centri fortificati sulle alture. Di tale tipologia è l’insediamento greco-indigeno posto sulla sommità di monte Giulfo, che dominava la valle del Morello. In epoca romana, venute meno le esigenze difensive, gli insediamenti si spostarono nelle vallate, presso i corsi d’acqua, in aree già precedentemente urbanizzate. In età medievale, nacque sotto Federico III d’Aragona, il casale di Bombunetto, presso il fiume Morello, dall’arabo “bab-el-luna”, letteralmente “porta della tranquillità”. Le prime notizie riguardanti Bombunetto risalgono al 1250: dopo alterne vicende, durante le quali il casale cambia più volte proprietà, nel 1693 venne distrutto e si spopolò a causa del terremoto che colpì l’isola. Nel 1694 i Notarbartolo acquistano la baronia e il feudo di Bombunetto e, a seguito di una fortunata politica matrimoniale, diventano proprietari di un vasto territorio tra il Salso ed il Morello. Francesco Notarbartolo assume il titolo di primo duca di Villarosa avendo sposato nel 1716 Angela Zati Dente di Villarout, appartenente ad un’antica famiglia di origine ungherese trapiantata in Sicilia. Fin dal 1731 Francesco richiede la lìcentia populandi al fine di realizzare nei propri possedimenti la ricostruzione dell’antico casale distrutto dal terremoto. Soltanto nel 1761 Placido Notarbartolo, figlio di Francesco, riesce ad ottenere la licentia. Il nuovo casale, al momento della fondazione, assume il nome di S. Giacomo di Bombunetto, dopo l’annessione delle terre di S.Giacomo ai possedimenti della famiglia, poi S. Giacomo di Villarosa, e infine Villarosa. Dopo la concessione. Placido da inizio alla costruzione del paese: la chiesa, il palazzo ducale, i magazzini per le derrate, il carcere. Un’efficace politica agricola produsse un rapido incremento demografico. La scoperta dei giacimenti di zolfo favorì anche il nascere di numerose miniere: la necessità di manodopera portò all’immigrazione sia dai centri vicini che da quelli più lontani. Villarosa continuò a svilupparsi come centro minerario per tutto l’Ottocento. Il progetto dell’impianto urbano originario venne realizzato dalla pittrice Rosa Ciotti di Resultano: esso prevedeva due assi viari principali incrociati ad angolo retto, gli attuali corso Regina Margherita, in direzione nord-sud, e corso Garibaldi, in direzione est-ovest. L’incrocio dei due assi crea un’ampia piazza ortogonale, piazza Vittorio Emanuele, da cui si genera un impianto urbanistico di tipo ortogonale. Si distingue il quadrante nord-est, tagliato diagonalmente da una strada che funge da raccordo con la zona Calvario, il cui sviluppo irregolare, forse, è da attribuire alla preesistenza in questa zona del casale di Bombunetto.

Geomorfologia
L’area del Comune di Villarosa, cartograficamente rientra nella porzione Nord orientale della tavoletta Villarosa F 268 IV NE, in quella Nord occidentale della tavoletta Calascibetta F 268 I NW, in quella Nord occidentale della tavoletta Enna F 268 I SW, e infine nella porzione Nord orientale della tavoletta denominata Stazione di Imera F 268 IV SE, tutte edite dall’IGM ed in scala 1:25000. Con il rilevamento di campagna, è stato costatato che il territorio del Comune di Villarosa è costituito da terreni che vanno dal Miocene inferiore al Pliocene superiore. Più precisamente il centro abitato del Comune di Villarosa è costituito da terreni di origine sedimentaria di età Tortoniana (Miocene medio) quali sabbie, arenarie, argille marnose e marne argillose dalla colorazione grigio – azzurra. Spostandoci più a Nord si passa alla Serie Gessoso Solfifera (Miocene superiore), i termini costituenti tale successione dal basso verso l’alto sono i seguenti: Tripoli, calcare di Base e Gessi, con le relative intercalazioni di Argille Brecciate, in questo caso di tipo II intercalate tra il Tripoli ed il Calcare di Base e di tipo III intercalate tra il Calcare di Base ed i soprastanti Gessi, quest’ultimi in affioramento in grossi banchi assieme alle Argille Gessose che occupano una certa estensione. Al di sopra di tutto troviamo i terreni sedimentali di età Pliocenica, identificabili nei Trubi (Pliocene inferiore) nelle Argille ed Argille Marnose (Pliocene medio) e nelle Calcareniti e Sabbie (Pliocene superiore), quest’ultime in affioramento a Monte Giulfo e nei suoi dintorni. Naturalmente non mancano i depositi Quaternari, quali le alluvioni recenti, terrazzate e i depositi lacustri, con estensione e potenza variabile in relazione al grado di credibilità dei terreni attraversati; le stesse risultano depositate dai corsi d’acqua principali quali il fiume Salso e dai suoi principali affluenti, in questo caso il fiume Morello, nonché da tutti corsi d’acqua a carattere torrentizio e stagionale. Dal punto di vista tettonico l’area presenta delle strutture di particolare attenzione quali le anticlinali e sinclinali riscontrabili nei termini costituenti la serie gessoso-solfifera. Sotto l’aspetto idrogeologico, risulta di fondamentale importanza la conoscenza delle caratteristiche litologiche e pedologiche che, unitamente ai fattori morfologici, climatici ed antropici concorrono in modo basilare a determinare sia l’andamento dei deflussi superficiali, sia tutto il complesso di azioni erosive comprendenti disgregazione del terreno, convogliamento e deposito. Morfologicamente l’area risulta caratterizzata da paesaggi aspri determinati dagli affioramenti di materiali coerenti, quali Calcareniti, Gessi, Calcare di Base e sabbie da poco a molto cementate, alle zone collinari a pendenza più o meno blanda, costituite dai terreni pseudo coerenti e dunque prevalentemente argillosi. Si riscontrano varie forme in stretta correlazione con l’erodibilità dei litotipi affioranti, comuni risultano i dissesti per scalzamento al piede, causati dall’erosione selettiva dei livelli sabbioso – siltosi o siltoso – argillosi meno competenti. In questo tipo di franosità s’inseriscono altresì le condizioni di giacitura per l’alternanza di terreni argillosi meno competenti ed arenaci più competenti, che favoriscono il verificarsi di frequenti fenomeni di crollo. Dunque alla genesi di tale formazione morfologica concorrono principalmente tre gruppi di fattori: 1) strutturali, riconducibili alla litologia ed all’assetto tettonico dei litotipi; 2) climatici, identificabili con l’insieme delle condizioni atmosferiche caratterizzanti l’area in esame; 3) azonali, ascrivibili a leggi fisiche proprie quali l’azione delle acque di ruscellamento sia diffuso che concentrato. Infine, un importante aspetto morfogenetico che caratterizza il sito in esame, è dovuto ai fenomeni di “crioclastismo e termoclastismo”. Il processo crioclastico è provocato da variazioni di temperatura che comporta passaggi sopra e sotto il punto di congelamento dell’acqua contenuta nelle fratture. Il meccanismo è dato dalle pressioni che nella roccia esercita il ghiaccio che cristallizza con conseguente aumento di volume. Per quanto riguarda i processi termoclastici, invece, il tutto si risolve nella frantumazione della roccia per effetto delle variazioni di temperatura che provoca fenomeni di dilatazione e contrazione termica dei litotipi.

Conoscenze archeologiche
Alla luce dei nuovi dati, raccolti attraverso lo studio del territorio comunale di Villarosa, il quadro delle conoscenze archeologiche si è notevolmente arricchito rispetto a quanto ‘era già conosciuto. Gli elementi positivi che resero possibile la nascita e lo sviluppo di questi insediamenti sono da individuarsi in modo certo nel facile utilizzo delle risorse naturali. La possibilità di accedere a grandi riserve d’acqua consentì l’autosufficienza nello sfruttamento agricolo e pastorale del territorio circostante. Terreni piuttosto fertili si trovano un pò ovunque, alternati ad altri meno facilmente lavorabili per la natura rocciosa o per le argille compatte, ma bene utilizzabili per il pascolo. Una notevole risorsa è rappresentata dalle ricchezze minerarie, in origine più facilmente individuabili perché più abbondanti in superficie: si tratta soprattutto dello zolfo, che come dimostrato di recente veniva lavorato e commercializzato fin dal lontano Neolitico. Un altro aspetto di fondamentale importanza per lo sviluppo degli insediamenti è quello geografico: infatti, l’area interessata, grazie alla presenza del Morello, si trovava in una posizione ideale per entrare in contatto con le diverse direttrici di comunicazione e commerciali che attraversavano l’interno dell’isola. Tracce riferibili alla frequentazione umana, in età preistorica, sono state individuate lungo la fascia che costeggia il corso del fiume Morello, soprattutto nel tratto che va da Villapriolo verso Villarosa. Nella maggior parte dei casi è stato possibile individuare oltre che le necropoli anche le aree occupate dalle strutture del villaggio adiacente; questo dato rappresenta la vera novità di questo studio preliminare. Infatti nel corso delle ricerche condotte nel passato, da autorevoli studiosi, non erano mai state individuate aree di abitato collegabili con le grandi necropoli conosciute nel territorio di Calascibetta. Il primo sito che si incontra, percorrendo il Morello da nord verso sud, all’altezza di Villapriolo, è quello della località Masseria Corvino sul versante di Calascibetta. I frammenti ceramici rinvenuti sul piano di campagna hanno permesso l’inquadramento cronologico tra l’Eneolitico Finale e l’antica età del Bronzo. Contrapposto all’insediamento di Masseria Corvino si trova, sul versante villarosano, la località Parcazzo, sede di un piccolo nucleo capannicolo con relativa necropoli di tombe a grotticella, ricavate nella parete rocciosa che sovrasta il sito archeologico; dai frammenti ceramici, la frequentazione si può inquadrare durante l’antica età del Bronzo. Di notevole importanza, per il periodo preistorico, è il rinvenimento in località Case Bastione di una vasta area di industria litica e di frammenti ceramici, che occupa il lieve pendio che si estende sotto la cresta rocciosa di Monte Gaspa. Nella parete rocciosa, molto frastagliata e interessata da crolli, si aprono una quindicina di tombe superstiti del tipo a grotticella artificiale. La necropoli, da assegnarsi all’antica età del Bronzo, non testimonia le fasi della frequentazione più antica, documentata da una forte presenza di ceramica e ossidiana proveniente da Lipari e appartenente all’orizzonte culturale di Diana (Neolitico Tardo – fine IV millennio), a cui segue una notevole frammentazione ceramica riferibile alla tarda età del Rame con ceramica della cultura di Malpasso, fino ad arrivare all’antica età del Bronzo (fine del III, inizio del II millennio a.C). Il rinvenimento sul piano di campagna di manufatti collegati con la sfera religiosa fa supporre la presenza di un’organizzazione sociale avanzata, inserita in un’area geografica densamente abitata. La rilevanza della scoperta del sito di Case Bastione risiede nella possibilità di poter avviare uno studio sistematico su un centro abitato per circa tremila anni, l’acquisizione di dati stratigrafici riferiti alle fasi di passaggio dal Neolitico all’età del Rame, e da questa all’età del Bronzo, potrebbe risultare fondamentale per la ricostruzione cronologica di gran parte del periodo preistorico nell’interno della Sicilia. Oltre ai rapporti commerciali con altre culture notevolmente distanti, un altro elemento individuato durante la ricognizione superficiale della zona è riferito al rinvenimento di alcune fuseruole da telaio di forma ovoidale (forma che sopravviverà fino in epoca greca); la produzione tessile, derivata dall’allevamento, doveva rappresentare per gli abitanti del luogo una delle fonti principali di ricchezza. La sommità di Monte Gaspa è interessata da alcuni interventi eseguiti nel passato dall’uomo; la lettura dei tagli presenti sulla sommità rocciosa sembra richiamare un utilizzo sacro dell’area da mettere in relazione probabilmente con gli insediamenti circostanti di Case Bastione e di Lago Stelo. Tracce di presenze di età castelluciana sono state rintracciate in contrada San Rocco su una collinetta di arenaria situata a sud della contrada. Sul versante meridionale della collina si aprono alcune grotte, adibite ad abitazione o stalla ed abitate fino a tempi recenti, che sembrano riutilizzare antiche tombe. Dopo l’età del Bronzo Finale vi è un’ apparente fase di abbandono che si prolunga sino all VIII sec. a.C.; in questo momento su Monte Giulfo si creano le condizioni per lo sviluppo di un impianto urbano, che dal momento della fondazione ricoprirà un ruolo guida per i piccoli insediamenti, per lo più a carattere agricolo, sparsi nelle campagne sottostanti. I dati raccolti sul processo di ellenizzazione che investì il centro Sicilia concordano nell’individuare intorno alla metà del VII sec. a.C. la presenza consistente di ceramica d’importazione, veicolata soprattutto dalla forte colonia di Gela che sfruttò il corso fluviale del Salso per giungere nelle impervie montagne dell’interno, intrattenendo rapporti basati sugli scambi di prodotti con le comunità locali. In questo quadro va inserito lo sviluppo della città sorta sulla piattaforma di arenaria di Monte Giulfo, che si pone a controllo di un vasto territorio su cui si affacciano: a Nord le città di Monte Alburchia e c.da Menta; a Nord-Est il centro di vascolari di età ellenistica documentate soprattutto in contesti italici e punici. Nella zona soprastante l’edificio di Rocca Danzese è stata rinvenuta, incisa su uno spuntone di roccia, una figura antropomorfa, resa con un semplice schema iconografico; il particolare del triangolo capovolto sul basso ventre rimanda ad una rappresentazione del concetto di fertilità utilizzata dall’uomo fin dalla preistoria, mentre la tipologia del personaggio cruciforme, per citare alcuni esempi, è presente nelle raffigurazioni ugaritiche, micenee e puniche. Un’altra area interessata dalla frequentazione di età greca è quella di c.da Sant’Anna, situata a sud-ovest di Villarosa, a cavallo tra il Fiume Morello e il Piume Salso. La zona era conosciuta per la presenza di un complesso rupestre costituito da due grotte dalla forma a tholos e dalle notevoli dimensioni, diffìcilmente databili perché frequentate fino a poco tempo fa. Nella perlustrazione dell’area circostante l’insediamento rupestre, si è registrata la presenza di ceramica sia preistorica che greca, mentre più a nord si sono individuate due aree di frammentazione ceramica di età sia greca che romana, riconducibili a due fattorie ellenistico-romane. Il bacino territoriale di Villarosa nel passato non ha suscitato l’interesse degli studiosi di storia e di archeologia, con la conseguenza che quasi nulla si conosce sia degli insediamenti che della loro relativa storia. Quest’aspetto è ancora più rilevante per quanto concerne la frequentazione durante il periodo romano della nostra area. La centralità acquisita dalla Sicilia romana, soprattutto per il periodo che va dal II al IV sec. d.C., dovuta alla pianificazione dello sfruttamento agricolo del territorio, può trovare nello studio degli insediamenti del centro dell’isola una chiave di lettura chiarifìcatrice delle problematiche legate a questo periodo storico. Il primo approccio ricognitivo ha consentito l’individuazione di alcune aree frequentate durante l’epoca romana, dislocate in un’ampia zona nei pressi di altri insediamenti abitati fin dalla preistoria. Precedentemente si è citata la frequentazione dell’area bassa del pianoro di Monte Giulfo, dove non sembra esserci interruzione della presenza dell’uomo fra il periodo ellenistico e quello romano: questo dato conferma il ruolo guida della città anche per il periodo romano. A nord-est, rispetto a contrada Sant’Anna, si è rinvenuta, dentro il bosco di contrada Gaspa, una necropoli costituita da un centinaio di tombe a fossa scavate nella roccia e databili fra il IV e il V sec. d.C., ampiamente depredata da scavi clandestini. La necropoli, che ha subito anche il danneggiamento per l’attività di una cava operante intorno agli anni ’60, si deve certamente riferire ad un grosso centro da porsi intorno alle rive del fiume Morello.

Miniera di Gaspa
La miniera di Gaspa la Torre, sita nei pressi di Villarosa, è menzionata dalle fonti fin dalla seconda metà del 1700, anche se i manufatti oggi presenti sul territorio sono abbastanza recenti, ossia degli anni ’50. Il primo documento a noi pervenuto risale al 22 Febbraio 1768, giorno in cui il notaio Giuseppe Falcone di Calascibetta notifica tale atto al Magnifico D. Alberto Curti, Governatore della terra di San Giacomo noviter constructe, procuratore del Duca di Villarosa D. Placido Notarbartolo. Da questo primo documento è possibile evidenziare la modalità di pagamento della gabella, ossia l’affitto per il terreno dal quale sarebbe stato estratto lo zolfo. Il primo gabellota fu Blasius Dajno (Biagio Di Daino), al quale spettava il pagamento di 20 once l’anno per quattro anni a partire dal 1 Agosto 1768, e gli furono imposti dei limiti relativi non solo alla quantità di minerale estraibile durante l’anno, ma anche al periodo durante il quale tale zolfo poteva essere estratto. Dall’atto: “Dz Daino non possa estrarre più di dieci picconi, […] e non possa liquefare lo zolfo pure in ogni anno incominciando dalli Dieci d’Aprile, per tutto il tempo di mietere; […] essendogli pure lecito liquefarlo in altri tempi”. Un secondo documento, riguarda la nascita della società che doveva occuparsi della gestione della miniera, e risale al 10 Giugno 1768. Da tale documento si evince che essa era costituita da quattro soci ossia: il Barone G. Scammacca, Don G. Di Mauro, il Sacerdote F La Porta ed infine B. Di Daino di cui sopra. Nell’atto vengono definiti i termini relativi alla suddivisione dei proventi e dei debiti della produzione della miniera in questione: infatti le spese relative all’estrazione erano a carico del Barone Scammacca e del Di Mauro; e questi ultimi dovevano sopportare anche i costi per il trasporto del minerale estratto sino alla marina di Tusa o eventualmente ad altra marina. Gli accordi prevedevano anche la possibilità che i soci lavorassero nella miniera all’estrazione del minerale, ciò implicava però che oltre il normale compenso venisse pagata ogni giornata lavorativa con tre tari. La produzione della miniera continuò fin alla seconda metà del 1900, ma gli ultimi anni furono molto travagliati, poiché nel 1935 fu assegnata con decreto ministeriale a privati, e successivamente, nel 1965 passò all’EMS, ma venne definitivamente chiusa qualche anno dopo.

Contrada Sant’Anna
A tre chilometri a sud di Villarosa, su un paesaggio collinare segnato da corsi di torrenti stagionali, scosceso sui fianchi e con affioramenti di roccia calcarea ed arenaria, sorge la contrada di S. Anna. È nota da tempo in questo luogo l’esistenza di due grotte dette “delle Stanzie” e comunemente ritenute di età preistorica: sorgono in prossimità del palazzo e della chiesa delle “Stanzie”, costruiti per volontà della moglie del Duca Francesco Notarbartolo, Angela Zati Dente, nel 1716. La gente del luogo ricorda che la popolazione vi trovò rifugio durante la seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti dell’aviazione americana. Le grotte presentano una pianta circolare e sono ricavate sullo stesso costone roccioso: di fronte ad esso un terzo antro rivela, all’interno, la presenza di una sorgente d’acqua. Altre strutture alpestri sono state rintracciate più a nord, in particolare due ambienti comunicanti a pianta rettangolare e con bassa copertura a calotta, e una tomba a camera di difficile inquadramento cronologico. Su queste balze la prospezione di superficie ha restituito tracce di periodo preistorico e frammenti di ceramica d’età greca e romana. Le due grotte sono raggiungibili, dalla base della collina, tramite un piccolo sentiero che conserva delle fievoli tracce di un lastricato di ciottoli e pietre appiattite; sfuggite all’attenzione degli studiosi, sono contigue tra loro e accomunate, oltre che dalle vaste dimensioni, da una pianta circolare e da un alzato conico: al culmine un foro, anch’esso circolare, lascia penetrare la luce dall’alto. È difficile resistere al fascino di identificare i due ambienti come ipogei funerari, del tipo di quelli ritrovati in altre località della Sicilia e che trovano la loro matrice tipologica nelle tholoi micenee. Tombe a camera tholoide sono state individuate nella zona sud-orientale dell’isola e in quella centrale, lungo il corso del fiume Platani, e sono tra le più importanti attestazioni dei rapporti tra la cultura micenea e le comunità isolane nel periodo precedente alla colonizzazione greca. Le due grotte in questione presentano molte caratteristiche in comune con quel modello: non solo hanno una cella circolare in pianta e un alzato conico del tipo delle tholoi, ma presentano anche alcuni di quei segni che P. Orsi, nel suo studio sull’architettura funeraria del II periodo siculo (media e tarda età del Bronzo), aveva identificato come limitati alla Sicilia e dunque risultato di una interpretazione indigena. Tra queste prove sono sembrati caratterizzanti il notevole sviluppo delle dimensioni della pianta e dell’alzato e la copertura che, da bassa calotta, acquista anche qui l’aspetto di una cupola. Altri elementi tuttavia, non meno importanti, scoraggiano l’interpretazione appena proposta: per quanto in Sicilia sia attestato un sovradimensionamento del modello originario miceneo, nessuna delle tholoi isolane presenta un diametro e un alzato paragonabile per dimensioni alle due grotte. Mancano inoltre alcune delle caratteristiche fondamentali, come l’ingresso monumentalizzato e il corridoio d’accesso; non si riscontra qui la presenza di gradini interni, ne di banchine che possano far pensare ad un uso funerario, ma soprattutto all’apice del cono non è qui testimoniato il consueto incavo cilindrico detto anche scodellino. Al contrario una larga apertura circolare immette luce dall’alto e sembra escludere la possibilità che gli ambienti siano mai stati usati per scopi minerari. Proprio lo studio e l’interpretazione di queste imboccature aperte all’apice potrebbero fornire la chiave della soluzione. Il foro poteva servire per lo scarico dall’alto di grandi quantità di materiale (grano per esempio) per poi essere recuperato, in razioni minori, dall’apertura sulla fronte. Questo ci indurrebbe a ipotizzare che l’utilizzo dei due ambienti fosse legato alle attività agricole e che si trattasse di silos per granaglie. Un’ulteriore ipotesi potrebbe scaturire dal confronto con il complesso rupestre della Gulfa presso Alia (Palermo), recentemente interpretato come impianto di produzione e commercializzazione della calce: in questo caso le grotte sarebbero delle monumentali fornaci e l’incavo all’apice un camino per il tiraggio. Questo indurrebbe a spostare più in alto la cronologia dei due ambienti: gli impianti per la produzione della calce in Sicilia (le c.d. calcare) sono menzionati per la prima volta nelle carte normanne e sono testimonianza del grande fervore edilizio di questa fase storica in Sicilia.

Contrada San Rocco
Contrada San Rocco è posta a circa 1,5 km ad est del centro urbano di Villarosa. La parte meridionale di quest’area è caratterizzata dalla presenza di una altura di forma trapezoidale, composta da rocce arenarie, che presenta il lato sud ripido e scosceso, mentre quello settentrionale degradante verso nord. Ai piedi di questa collina scorre un piccolo torrente, affluente del Morello. La ricognizione effettuata in questa zona ha permesso di individuare, sulla sommità della collina e sui suoi fianchi meridionali, una serie di ambienti rupestri, probabilmente di epoca recente. Sempre sulla sommità della collina, verso Villarosa, sono stati individuati resti murari, anche questi probabilmente di epoca recente. Alla base della collina sono stati invece individuati alcuni frammenti ceramici attribuibili alla facies di Castelluccio, databile tra la fine del III millennio e l’inizio del II millennio a.C. Il rinvenimento di questi frammenti, decorati con il tipico stile geometrico dipinto, sembra confermare l’occupazione delle colline prospicienti la valle del fiume Morello durante l’antica età del Bronzo, così come testimoniato anche nel sito di Parcazzo. Inoltre, la presenza di tale materiale antropico permette di ipotizzare un riutilizzo in epoca recente delle strutture rupestri sommitali, probabilmente scavate originariamente a scopo funerario, così come ampliamento testimoniato in tutta la Sicilia.

Monte Giulfo
Il monte Giulfo, posto ad un’altezza di circa 761 m s.l.m., controlla un’ampia zona della Sicilia centrale e domina dall’alto il centro abitato di Villarosa. Dal punto di vista morfologico si tratta di una piattaforma di arenaria orientata a N-E caratterizzata da una pendice scoscesa nella parte meridionale e da pendii meno accentuati negli altri versanti dove si trova la principale via di accesso al pianoro. La conformazione geografica risulta simile a quella di numerose alture della Sicilia centrale, sedi di antichi insediamenti tra cui Capodarso, Sabucina, Gibil Gabib, Terravecchia di Cuti, Montagna di Marzo. Sono tutti insediamenti indigeni che, intorno al VII-VI sec. a.C., furono raggiunti dal moto espansionistico di due delle principali città greche dell’isola. Gela ed Agrigento, e soggetti al processo di ellenizzazione; un processo che, iniziato da Gela subito dopo la sua fondazione, si sviluppò lungo le valli dei fiumi Gela, Platani e Imera meridionale per giungere sino all’interno dell’isola e concludersi nella seconda metà del V sec. a.C. con la completa ellenizzazione di tutti i centri del retroterra e dell’interno, anche i più lontani. Pochi sono i dati a nostra disposizione per sostenere che l’abitato di Monte Giulfo possa rientrare in questo gruppo tuttavia la vicinanza geografica, nonché i pochi elementi affioranti, indicano una certa affinità con questi centri limitrofi. Tale collocazione geografica, la presenza del fiume Morello, un tempo navigabile, nella vallata sottostante, nonché il probabile passaggio nella zona dell’importante arteria che anticamente collegava Catania a Termini Imerese, che era utilizzata dai numerosi centri abitati della zona, conferiscono inoltre a Monte Giulfo una posizione strategica. Tutti questi elementi aggiunti ai pochi dati affioranti sul terreno consentono, quindi, di individuare sul Monte Giulfo un antico centro abitato collocabile cronologicamente in epoca greca e romana, in un periodo compreso tra il sec. VIII a.C. e il II d.C. L’elemento più importante, allo stato attuale, per una ricostruzione storica dell’insediamento è senz’altro il materiale archeologico rinvenuto sulla superficie dell’area, essenzialmente frammenti ceramici la cui distribuzione risulta abbastanza omogenea. Sulla sommità del pianoro è stata individuata ceramica di produzione attica e corinzia, riferibile probabilmente alla prima fase dell’impianto urbano della città. Una seconda area di frammentazione ceramica è stata riscontrata nella parte più bassa del monte, sul versante posto lungo il fiume Morello, dove è stata rinvenuta quasi esclusivamente ceramica sigillata di produzione africana. Oltre ai rinvenimenti ceramici, di gran lunga i più numerosi, poche sono le tracce di strutture rimaste sul terreno. Sul pianoro si trovano i resti di una fortificazione ad aggere, la cui collocazione cronologica deve ancora essere chiarita. D’altra parte questo tipo di fortificazione non è compresa entro definiti limiti cronologici e in Sicilia riguarda numerosi abitati, dall’età del bronzo antico fino a tutto il IV sec. a.C.. Particolarmente diffusa è nei centri indigeni della Sicilia centro meridionale come Terravecchia di Cuti, Monte Navone, Capodarso, Sabucina. Non risulta altrettanto chiaro, inoltre, se la fortificazione ad aggere possa rappresentare un punto chiave per datare l’insediamento dal momento che veniva indifferentemente usata sia nei centri indigeni poi ellenizzati che nelle fondazioni greche; la realizzazione di accurati saggi di scavo risulterebbe, in questo caso, importante per una più approfondita conoscenza della storia del sito e una sua più precisa collocazione cronologica. Lungo il perimetro esterno della città, sulle pendici orientali del monte, è stata individuata una necropoli con camere sepolcrali ipogeiche. Mentre una necropoli con tombe a fosse interessa le pendici meridionali. Queste considerazioni consentono di affermare che il luogo fu abitato in almeno due periodi fondamentali, con fasi di probabile abbandono. Si può supporre che il pianoro, probabilmente in origine sede di un centro indigeno, sia diventato successivamente l’acropoli della città ormai ellenizzata. L’esigenza, infatti, di un maggiore controllo della zona circostante e di una migliore difesa dagli attacchi esterni, sia durante le fasi della colonizzazione che nel periodo successivo, necessitava una posizione strategica e difensiva che da un lato era offerta dalla conformazione naturale del pianoro, dall’altro veniva assicurata dalla presenza di un’adeguata fortificazione. Attualmente, per quanto riguarda la fase ellenistica dell’abitato, l’unico elemento riferibile a tale periodo storico è dato dal materiale ceramico del IV-III sec a.C., individuato a Rocca Danzese, una propaggine orientale del Monte Giulfo. I dati riscontrati consentono, dunque, di affermare che l’abitato collocato in epoca indigena e greca sul pianoro, nel periodo romano, si è spostato a valle lungo il fiume Morello; una situazione frequente in molti centri abitati della Sicilia antica come Montagna di Marzo e Sabucina che, in seguito al mutare delle condizioni politiche e alle esigenze di difesa e di controllo del territorio, spostavano la loro sede in posizioni meno difese naturalmente ma più vicine alle vie commerciali.

La necropoli
Che il pianoro di Monte Giulfo fosse in antico sede di un centro indigeno verosimilmente frequentato tra l’età del Bronzo finale e quella tardo classica possono confermarlo, oltre agli abbondanti resti ceramici sparsi in superficie sulla sommità del rilievo, anche una serie di sepolture individuabili lungo i versanti est e sud dell’altopiano. Sporadici riferimenti alla presenza di tombe venute alla luce sulle scoscese pendici di Monte Giulfo si leggono presso fonti scritte locali risalenti alla seconda metà del XIX secolo. I dati ricavabili da questi testi risultano, invero, non del tutto attendibili, facendosi riferimento a numerose sepolture monumentali dai ricchissimi corredi, di cui oggi non rimane alcuna traccia. In particolare, è il testo di Giuseppe Falzone, un medico del paese di Villarosa, a fornire notizie dettagliate e minuziose descrizioni sulle emergenze antiche di Monte Giulfo. Costui fa esplicita menzione di “cellette sepolcrali” e “catacombe cavate sul tufo duro”, queste ultime poste “verso occidente e tramontana”, menzionando inoltre il rinvenimento di sarcofagi litici e, in un caso, anche in metallo. Al di là delle evidenti esagerazioni riferite dal Falzone, risulta innegabile l’esistenza, lungo le pendici del monte, di più aree a destinazione funeraria, molto probabilmente pertinenti all’abitato che aveva sede sul pianoro. Dal momento che il sito non è stato ancora oggetto di scavi, nella non disponibilità di dati ufficiali, ci si può limitare a riferire le attuali emergenze. Alla necropoli che occupava il versante orientale del rilievo appartiene un’ampia tomba a camera scavata nella roccia, quasi a ridosso dell’attuale via d’accesso al pianoro. Dotata di un breve corridoio d’ingresso (il cosidetto dromos), la tomba presenta una pianta quadrangolare ed è dotata di tetto a doppio spiovente6. All’interno della camera, immediatamente oltre l’ingresso, si intravedono – a livello del piano di calpestio – tracce di una fossa circolare di incerta interpretazione. Risultano invece assenti le tipiche banchine per la deposizione del defunto (le cosiddette klinai), generalmente realizzate a ridosso delle pareti laterali della camera. Il materiale ceramico presente in superficie in prossimità della tomba consente di ipotizzare un utilizzo della stessa (e, in generale, della necropoli) tra l’età proto-arcaica e quella tardo classica; tale indicazione cronologica non sembra peraltro discordare con quella riferibile al materiale emerso sulla sommità del pianoro, fornendo a questo punto un ulteriore indizio utile alla datazione della frequentazione del sito. Ad un livello inferiore rispetto a quello della suddetta sepoltura, ma ancora sul pendio orientale, si trovano altri ambienti scavati nella roccia, anch’essi dalla probabile destinazione funeraria. Una seconda necropoli va localizzata sul versante meridionale di Monte Giulfo, quello rivolto verso il paese di Villarosa. Non si tratta in questo caso di sepolture monumentali come quella sopra menzionata, bensì di una serie di più modeste tombe a fossa, su cui non si è tuttavia in grado di fornire più precise informazioni. Altre tombe si intravedono in località Parcazzo, non distante da Monte Giulfo; è ipotizzabile che anche queste siano state utilizzate dalla comunità che risiedeva sul pianoro.

Rocca Danzese
L’estremità orientale di Monte Giulfo degrada fin sopra il fiume Morello, finendo la sua estensione con due spuntoni rocciosi che ispirano il nome della Contrada di Rocca Danzese.Nei pressi della prima emergenza rocciosa, addossata ai suoi piedi, durante il periodo greco fu costruito un edificio isolato dal perimetro della città greco-indigena di Monte Giulfo. La struttura, costruita con grossi blocchi di pietra perfettamente isodomi dalle dimensioni di circa cm 0,75 x 0,35, ha subito un grave danneggiamento da parte di scavatori clandestini, che si sono serviti anche di mezzi meccanici causando la manomissione ed in parte la distruzione dell’edificio. Due sono le ipotesi sulla funzione svolta da questo edificio: la prima che si possa trattare di una struttura militare posta su un punto strategico per il controllo della via fluviale e degli insediamenti circostanti; la seconda ipotesi, più concreta, interessa la consuetudine degli antichi di costruire santuari fuori le mura del perimetro urbano affinché proteggessero la città, come testimoniato dai santuari di Montagna di Marzo, Sabucina, Gela, Agrigento. I frammenti ceramici, osservati nella sezione stratigrafica risparmiata, permettono di inquadrare il periodo d’utilizzo della struttura intorno al VII – III sec. a.C. La ricognizione sommaria sui materiali ceramici ha fatto registrare, oltre al dato sulla presenza di ceramica greco – arcaica (VII – VI sec. a.C.), anche quello riferito a dei frammenti acromi, caratterizzati da un’argilla di colore rosso, riconducibili alla classe tipologica della ceramica comune, rinvenuta in contesti italici, punico-sicelioti6, datati intorno al IV – III sec. a.C. Nell’area intorno al sito si trovano anche le rovine delle strutture sommatali della miniera di Gaspa. Sulla sommità di Rocca Danzese è stata individuata una figura antropomorfa incisa nella roccia. Questa figura pone interessanti quesiti riguardanti l’origine, il significato ed i motivi della sua presenza nel contesto della città antica di Monte Giulfo; anche se in questa fase iniziale dello studio appare prematuro formulare ipotesi non sostenute dall’indagine diretta sul terreno. Pur tuttavia lo schema iconografico della figura “cruciforme” trova riferimenti specifici, fin dall’età preistorica, inizialmente in ambito orientale, per poi in seguito diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo occidentale. Il motivo è documentato nelle civiltà ugaritica, micenea e punica, mentre, l’immagine di Rocca Danzese è la prima rappresentazione di questo tipo ad essere testimoniata nel centro Sicilia. La presenza, nei pressi dell’incisione, dell’edificio frequentato dal VII al III sec. a.C. suggerisce, sempre con le dovute cautele, una datazione compresa nei secoli finali di questo periodo, come farebbe supporre la similitudine con la stele di Monte Sirai del II sec. a. C.. In questo periodo la zona del centro Sicilia vede la presenza di diversi gruppi etnici; siculi, greci, punici ed italici sono documentati, soprattutto nel periodo ellenistico, oltre che dalle fonti storiche10 anche dalla ricerca archeologica”. Inoltre, diverse comunità di mercenari si insediarono, nel corso del IV sec. a.C., in diversi ed importanti città della Sicilia interna costituendo delle vere e proprie città stato. E questo il contesto storico dove probabilmente va collocata la figura antropomorfa di Rocca Danzese. Se la ricerca futura confermerà questa ipotesi, ci troveremo per la prima volta di fronte alla presenza di una rappresentazione iconografica che non rientra negli schemi descrittivi di matrice ed influenza ellenistica, in un area da sempre considerata di cultura greca.

Parcazzo
Il sito preistorico di Parcazzo è situato a Nord di Monte Giulfo, lungo la costa occidentale della valle del fiume Morello. In uno dei grandi costoni calcarei, che delimitano il complesso di colline argillose prospicienti il fiume, è stato individuato un gruppo di cinque tombe a forno scavate nella roccia. Queste tombe, violate già in antico e in parte danneggiate dai fenomeni meteorici, sono oggi in pericolo per la presenza nell’area di una cava. Le cinque tombe conservano il piano di deposizione circolare, con un diametro medio di circa 1,5 m, oltre ai resti più o meno consistenti della volta. A causa delle antiche manomissioni e del degrado naturale, mancano invece tracce dei portelli d’accesso, anche se in alcune delle tombe sono ancora riconoscibili nella roccia i segni dei brevi dromos di accesso alle camere sepolcrali. Per dimensione e tipologia questo complesso funerario è databile alla prima età del Bronzo (fine del III, inizio del II millennio a.C.), e trovano un diretto confronto con le tombe di Case Bastione, sul lato orientale della valle del Morello. D’altra parte, questa tipologia di tombe è nota anche nel resto della provincia Ennese e della Sicilia centro-orientale. A conferma di questa attribuzione cronologica, nei terreni immediatamente sottostanti il costone roccioso interessato dalla necropoli, sono stati individuati vari frammenti di ceramica attribuibili alla facies di sito preistorico di parcazzo Castelluccio che in Sicilia, appunto, caratterizza l’antica età del Bronzo. Come già evidenziato dalla recente ricerca archeologica, anche il sito di Parcazzo presenta la tipica disposizione del villaggio, probabilmente abitato da contadini e pastori, ai piedi dei costoni rocciosi dove sono scavate le tombe e, quindi, con una posizione dominante della “città dei morti”, degli antenati, rispetto al mondo dei vivi.

Lago Stelo
A circa 12 km a nord-est dal centro di Villarosa, sul versante orientale del fiume Morello, si estende un altopiano formatesi a seguito del prosciugamento di un lago naturale avvenuto negli anni ’30, grazie ai lavori di bonifica della zona umida voluti dall’allora regime fascista. Consistenti sono le tracce della frequentazione umana antica in tutta l’area circostante il bacino dell’ex lago. Nel settore nord si trovano le rovine del cosiddetto “Castellacelo” costruito con blocchi riutilizzati addossati alla parete rocciosa. I resti più recenti dell’edificio, circondato da strutture minerarie (forni, discenderie), risalgono al 700′-800′; alcuni tagli regolari nella roccia, all’interno di un vano, si possono riferire all’attività di molitura del grano. Per quanto concerne la presenza, sul pianoro, di strutture abitative di età antica, deboli tracce, testimoniate dalla frammentazione ceramica, sono state individuate sulle rive orientali del lago, mentre sono più evidenti alcune strutture che hanno utilizzato la sommità del costone roccioso, che cinge l’altopiano soprattutto nel settore meridionale. Le particolari caratteristiche geomorfologiche dell’area hanno permesso lo sviluppo di insediamenti soprattutto ai piedi del costone roccioso fin dal lontano neolitico; i villaggi di età preistorica di Case Bastione, di Masseria Corvino (Calascibetta) e la necropoli Tardo Antica di contrada Gaspa concorrono con i siti sommitali, alla creazione di un vero e proprio bacino archeologico dal quale si sviluppò probabilmente l’occupazione primaria del territorio circostante.

Monte Gaspa
Monte Gaspa costituisce il punto più elevato del complesso di colline che .delimita quella che, fino agli anni ’30, era l’area del lago Stelo, uno dei tanti bacini lacustri naturali che, come il lago di Pergusa, erano presenti nella provincia Ennese, e oggi quasi tutti scomparsi. Questa altura, posta a 675 m s.l.m., domina anche la sottostante valle del fiume Morello, ed è oggi circondata dai boschi di Eucalyptus e conlfere di recente piantumazione. Ai piedi dell’altura, sul pianoro di Contrada Lago Stelo, sono stati individuati frammenti di ceramica di età greca, che testimoniano una frequentazione dell’area durante questo periodo. Tuttavia, l’evidenza archeologica più significativa emersa durante l’esplorazione dell’area, è costituita da un grande blocco calcareo, posto sulla sommità di Monte Gaspa, con orientamento Nord-Sud, sulla cui superficie è stato scavato un complesso sistema di canaletto che vanno a confluire in un pozzetto, dal diametro di circa 40 cm, sul margine meridionale del grande blocco. Anche se in mancanza di ulteriori testimonianze materiali è difficile interpretare ed attribuire cronologicamente questo manufatto, confronti con evidenze simili rinvenute nell’area degli Iblei, suggeriscono una sua possibile datazione all’antica età del Bronzo (fine del III – inizio del II millennio a.C.), ed una sua interpretazione, del tutto provvisoria e da meglio definire con un necessario approfondimento della ricerca archeologica, come altare sacro, luogo cioè dove venivano praticate attività cultuali. D’altra parte, è vero che questo possibile “altare” è situato in un contesto territoriale caratterizzato dalla presenza sia di abitati, come Case Bastione e Masseria Corvino, che di necropoli rupestri, come Case Bastione e Parcazzo, databili a questo periodo. Se l’interpretazione data dell’evidenza di Monte Gaspa risultasse confermata dalla ricerca, è evidente quindi ci si trova di fronte ad un complesso di notevole importanza, composto da villaggi, necropoli e aree sacre. Una ulteriore conferma della valenza culturale del territorio di Villarosa durante l’età preistorica.

Contrada Gaspa
Contrada Gaspa è posta sui declivi delimitanti ad occidente l’altipiano una volta occupato dal Lago Stelo. Quest’area è oggi un area rimboschita con Eucalyptus e conifere, ed è tagliata dalla S.S. 290, come il vicino insediamento preistorico di Case Bastione. Nelle balze che dal costone roccioso di Lago Stelo degradano verso il Morello, è presente un imponente necropoli di età tardo-romana composta da oltre 100 tombe. Nella parte più alta della necropoli, verso il costone roccioso, si ritrovano i resti di tombe ‘sub-divo’ a fossa trapezoidale, o forma, orientale in modo differenziato, scavate nella roccia e gravemente danneggiate nella struttura. Ad un livello intermedio, si riscontra la presenza in antico di una serie di tombe ad arcosolio, scavate a quote diverse lungo le balze di calcare senza una regolare successione. Le tombe, che erano a uno o più loculi, seriamente compromesse dalla presenza forse di una cava o comunque dall’azione di una forte erosione meteorica, conservano ancora parte della volta di copertura delle fosse di deposizione. Anche in questo caso, l’orientamento delle sepolture segue lo sviluppo naturale del declivio roccioso. Nel livello più basso sono state rinvenute tombe a fossa trapezoidale che conservano resti della copertura con lastre di arenaria. Dai confronti con numerose altre necropoli della Sicilia centro-meridionale che utilizzarono costoni rocciosi emergenti dal piano di campagna, è possibile collocare cronologicamente il complesso funerario di Contrada Gaspa ad età tardo-antica, tra il IV ed il VI secolo d.C. Analogamente ai casi più noti, questa necropoli si doveva collegare ad un insediamento rurale coevo situato, probabilmente, a non più di 300-500 metri: presumibilmente tale ‘vicus’ o ‘pagus’ era rivolto verso la valle del fiume Morello, che in età antica dovette costituire una delle principali vie di comunicazione dalla Sicilia centrale alle coste.

Case Bastione
Il sito di Case Bastione è situato lungo la S.S. 290, a metà strada circa tra Villarosa e Calascibetta, immediatamente sotto il piccolo altipiano di Contrada Lago Stelo. L’area, costituita, da terreni argillosi oggi coltivati principalmente a cereali, è posta in posizione dominante rispetto alla valle del fiume Morello. La ricognizione effettuata in tali terreni ha permesso di rinvenire dati relativi alla sua frequentazione in epoca preistorica particolarmente significativi. Infatti, la quantità e la qualità dei reperti ceramici e litici permette di inquadrare tale insediamento in un periodo compreso tra il IV ed l’inizio del II millennio a.C. Tra i materiali ceramici più antichi è stato possibile individuare vari frammenti di vasi attribuibili alla facies di Diana, databili al Neolitico tardo (fine IV mill. a.C.), caratterizzati dalla superficie esterna ingubbiata rossa e dalla presenza delle tipiche anse a “rocchetto”. Il rinvenimento di questi frammenti costituisce un elemento importante per la conoscenza delle fasi neolitiche della Sicilia centrale, periodo ancora quasi del tutto sconosciuto in questa parte dell’isola. Nell’area sono stati rinvenuti anche alcuni frammenti dipinti in nero su fondo rosso evanescente, assegnabili alla facies di Serraferlicchio, databili alla media età del Rame (prima metà del III mill. a.C.). Sicuramente le fasi meglio rappresentate a Case Bastione sono quelle di Malpasso e Castelluccio. La prima, così chiamata dal sito eponimo di Malpasso in territorio di Calascibetta, è databile alla metà del III mill. a.C. (recente età del Rame) ed è caratterizzata da vasi non decorati con la superficie di colore rosso lucidata e lisciata. I frammenti attribuibili olla facies di Castelluccio (antica età del Bronzo, fine del III ed inizio del II mill. a.C.) sono dipinti in nero su fondo rosso con motivi geometrici caratteristici dell’epoca. Al contrario delle fasi precedenti, queste due facies sono ben conosciute in tutta la Sicilia, compresa la zona centrale, anche se i motivi della grande diffusione demografica, testimoniata principalmente dalla grande abbondanza di insediamenti databili a questa fase, devono ancora essere compresi nelle loro dinamiche sociali, culturali ed economiche. L’industria litica è caratterizzata da lame, grattatoi, raschiatoi e schegge ritoccate in selce e quarzarenite. È presente anche una certa quantità di lame e schegge in ossidiana sicuramente proveniente da Lipari. Sono stati rinvenuti anche alcuni macinelli e pestelli, probabilmente utilizzati nella lavorazione dei cereali, e alcune asce in pietra. Lungo il costone roccioso che delimita il pianoro di Lago Stelo e che sovrasta il sito di Case Bastione, sono state individuate una quindicina di tombe a grotticella, alcune che conservano ancora l’ingresso sagomato per la sistemazione del portello di chiusura. Le tombe sono distribuite in due gruppi separati e distanti circa 70-80 metri l’uno dall’altro. Sia la Necropoli Ovest che quella Est sono oggi di difficile accesso, a causa dei crolli del costone di arenaria in cui sono state scavate. Queste tombe sono probabilmente da attribuire all’ultima fase di frequentazione dell’insediamento, dato che presentano caratteristiche morfologiche e tipologiche confrontabili con le altre numerose necropoli di età Castelluciana conosciute nella provincia di Enna e nel resto della Sicilia”. L’estensione del sito, la quantità e la qualità dei materiali rinvenuti, la presenza delle due necropoli, testimonia il fatto che questo insediamento abbia giocato un ruolo importante in questa parte del territorio ennese. La “lunga durata” che ne ha caratterizzato la storia, oltre duemila anni, costituisce inoltre un ulteriore importante aspetto, contribuendo ad aumentarne il valore nell’ambito della ricerca archeologica del territorio di Villarosa.

La pubblicazione, è stata possibile con il contributo del Comune di Villarosa, fa parte dell’archivio dell’Archeoclub d’Italia sede di Enna ed è protetta dalla normativa vigente sul diritto d’autore. – © 2002 Archeoclub Enna

Lago Morello
Località: CONTRADA FERRARA – VILLAROSA
Volume massimo di regolazione: 15,83 milioni di mc.
Volume massimo autorizzato: 14,80 milioni di mc.
Epoca di costruzione: 1969 -1973
Ente gestore: CONSORZIO DI BONIFICA N. 6 – ENNA Bacino idrografico sotteso: 102 Kmq
UTILIZZO DELLE ACQUE – Irriguo
STRADE DI ACCESSO
La viabilità principale è assicurata da una strada asfaltata che collega l’impianto alla S.S. 121. Attraverso una viabilità seconda-ria è possibile accedere alle varie insenature che caratterizzano la Diga.
CENNI STORICI
II progetto esecutivo risale al maggio 1968. Dopo le varianti del 1969 e del 1970. I lavori vengono ultimati nel 1973. Gli invasi sperimentali hanno inizio nel 1972 e il collaudo viene certificato nel gennaio del 1980.
CARATTERISTICHE TECNICHE DELLA DIGA
Lo sbarramento è realizzato in materiali sciolti con struttura di tenuta ad andamento planimetrico rettilineo. Il nucleo centrale è costituito da materiale limoso-sabbioso, il rinfianco di monte da materiale ghiaioso-sabbioso di origine alluvionale e proveniente dall’alveo del Torrente Morello. Il filtro nucleo-valle è stato realizzato in due strati di 80 cm. di cui il primo con sabbia vagliata, il secondo con ghiaia vagliata. Il paramento di monte è rivestito a “scogliera”.
OPERE AD ESSA COLLEGATE PRESENTI E IN PROGETTO
Condotta adduttrice ai laghetti di decantazione della Miniera di sali potassici di Pasquasia, in atto disattivata.

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