venerdì , Maggio 7 2021

L’insediamento di Agira in età medievale dai dati storici e archeologici – Tesi Laurea by Ausilia Cardaci

Università degli Studi di Enna “Kore”

Facoltà di Studi Classici, Linguistici e della Formazione

Corso di Laurea in Studi Letterari e Beni Culturali

  ELABORATO FINALE DI LAUREA

  L’insediamento di Agira in età medievale dai dati storici e archeologici

 Allievo:

Ausilia Cardaci 

Relatore:

Ch.ma Prof.ssa Daniela Patti

ANNO ACCADEMICO 2017 – 2018

 

INDICE                                                                                                               

 ABSTRACT ITALIANO  pag. 4                                             

ABSTRACT INGLESE pag. 5                                             

 INTRODUZIONE pag. 6                                             

 CAPITOLO I

I.1 Geografia del territorio  pag. 7

I.2 Habitat Rupestre pag. 10

I.3 Cenni Storici pag. 13

I.4 Viabilità  pag. 24

I.5 La necropoli tardo antica: La grotta di San Filippo pag. 27

 CONCLUSIONI  pag. 28

BIBLIOGRAFIA pag. 29

 

TAVOLE

I.1MonteTeja. Panoramica del centro urbano odierno di Agira.

I.2 Valli sovrastate dal monte Teja: valli del Simeto, del Salso, del Dittaino  e del Gornalunga.

II.1Veduta della rocca del castello. Foto aerea lato sud monte Teja.

II.2Castello medievale di Agira.

III.1Grotta di San Filippo. Planimetria con indicazione delle tombe.

IV.1Grottadi San Filippo. Ingresso

IV.2 Grotta di San Filippo. Particolare dell’ambiente a sinistra.

V.1 Grotta di San Filippo. Particolare dell’interno.

V.2 Grotta di San Filippo. Particolare della tomba ad arcosolio.

VI.1 Grotta di San Filippo. Tombe parete sinistra.

VI.2 Grotta di San Filippo. Particolare delle tombe sulla parete destra.

VII.1Abbaziadi San Filippo. Vista dall’alto.

VII.2 Chiesa Reale Abbazia di San Filippo. Interno.

VIII.1-Il territorio comunale: viabilità e trazzere demaniali.

Base cartografica: Tavolette IGM 1:25000.

 

ALLEGATI                                                                                                                Carta Archeologica di Agira.

 ABSTRACT ITALIANO

Questo lavoro di ricerca riguarda Agira, ubicata al centro della provincia di Enna; uno degli abitati siciliani più antichi, frequentato sin dal Paleolitico superiore. Lo studio si concentra in particolare sulle dinamiche insediative di cui è stata protagonista nel corso dei secoli. Particolare attenzione è stata rivolta alle trasformazioni dell’abitato di epoca medievale. Dal VII secolo d.C., con l’arrivo di Filippo, monaco di provenienza orientale, la città diventa cristiana. Tra il IX e il X secolo il monastero a lui dedicato diventerà il centro più importante della vita monastica di Sicilia sostituendosi all’Abbazia di Santa Maria Latina a Gerusalemme, la più antica fondazione di rito orientale. Lo studio è strutturato in due parti: nella prima sono stati esaminati gli aspetti geografici e paesaggistici; è stata fatta inoltre una piccola ricognizione delle unità rupestri di incerta tipologia e cronologia che insistono su tutto il costone Nord del castello e su altre zone periferiche di Agira mai studiate e documentate. Nella seconda parte si analizza in sintesi la storia di Agira attraverso le numerose dominazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza con particolare attenzione al periodo medievale; particolarmente visibile la dominazione islamica nell’architettura e nell’urbanistica ancora visibile all’interno del quartiere di origine islamica tutt’oggi abitato. In età normanno-sveva è testimoniata una grande fase edilizia religiosa e civile, vengono erette le chiese più importanti e prestigiose. Al contempo è stata analizzata la viabilità antica, ambito fondamentale per lo studio delle dinamiche insediative che testimonia l’importanza di Agira come importante nodo viario della Sicilia centrale, interessato da una continuità di vita mai interrotta, sempre sullo stesso monte.

ABSTRACT INGLESE

The purpose of this research is to analyze the historical and archaeological development of Agira, located in the middle of Enna’s district. Agira is one of the most ancient center of the Sicily, populated by the Upper Paleolithic. This study is focused, in particular, on the analysis of the settlement dynamics of the settlement over the centuries. Particular attention has been paid to the transformations of the medieval town. From the seventh century AD, with the arrival of Philip, a monk of Eastern origin, the city of Agira became Christian. Between the ninth and tenth centuries the monastery dedicated to S. Philip became the most important center of the monastic life of Sicily, replacing the Abbey of Santa Maria Latina in Jerusalem, the oldest foundation of the Eastern rite. The present study is divided in two parts: in the first one were examined the geographic and landscape aspects; there was also a small survey of the rock units that insist on the whole northern ridge of the castle and on other outlying areas of Agira, that have never been studied and documented before. In the second part we analyze the history of Agira through the numerous dominations that have characterized its life, with particular attention to the medieval period; the Islamic domination in urban development and architecture is still visible in the quarter of Islamic origin, inhabited until our days. In the Norman-Swabian period increased a phase of great religious and civil construction, and the most important and prestigious churches are erected. At the end, we analyze the viability, a primary aspect for the study of settlement dynamics that testifies the importance of Agira as an important road issue of central Sicily, affected by a continuity of life never interrupted.

INTRODUZIONE

Per la stesura della relazione ho consultato tutte le fonti storiche disponibili che riguardano Agira e il suo territorio. La ricerca che ha caratterizzato questo studio è sostenuta, quindi, da una consistente serie di documenti e fonti storiche che però contrastano con la scarsità delle conoscenze archeologiche, dovuta anche all’azione costante degli scavatori clandestini che nel corso degli anni hanno spesso cancellato la possibilità di nuove importanti scoperte. Dalla lettura delle numerose fonti si evince la grande importanza storica di Agira, uno dei centri siciliani più antichi e prestigiosi. Il lavoro si concentra sulla varietà delle dinamiche insediative di cui è stata protagonista nel corso dei secoli.  Particolare attenzione si è data all’abitato in epoca medievale. È in periodo normanno- svevo che è documentabile una importante fase edilizia religiosa e civile durante la quale vengono costruite le chiese più importanti e prestigiose.

Oltre ad una approfondita analisi storica sono stati esaminati gli aspetti geografici/paesaggistici. Grazie alla sua elevata posizione Agira in passato ha esercitato il controllo su tutto il territorio circostante.

E’ stata fatta, inoltre, una piccola ricognizione delle unità rupestri di incerta tipologia e cronologia che insistono su tutto il costone Nord del castello e su altre zone periferiche di Agira mai studiate e documentate. Al contempo si è analizzata la viabilità del territorio, ambito fondamentale per lo studio delle dinamiche insediative che testimonia l’importanza di Agira come importante  nodo viario della Sicilia centrale.

La ricerca ha permesso di ribadire la continuità storica dell’abitato mai interrotta, sempre sullo stesso monte. Molte delle sue antiche necropoli e dei suoi insediamenti preistorici insistono nella stessa area dell’abitato odierno. Tutti i principali siti di interesse archeologico e monumentale dell’abitato, dall’età preistorica all’età medievale, sono stati posizionati all’interno di una mappa catastale del centro urbano in scala 1:4000, realizzando così una prima carta archeologica di Agira, utile per capire l’importanza della sua funzione di sito strategico inespugnabile che ha avuto nel corso dei secoli.

 

 CAPITOLO I

L’insediamento di Agira in età medievale dai dati storici e archeologici

 

I.1 Geografia  del territorio

“E’ posta nel più ragguardevole sito che si possa immaginare, nel più elevato, più  ferace, più profittevole”.

Così viene descritta Agira dal geografo arabo Al Idrisi, nel Libro di Ruggero.

Agira antica, “Argyrion” o “Agyrion”, sorge sul versante est del monte Teja;  si colloca nel medio-alto bacino del Simeto, nell’area collinare ennese, dove sovrasta  le valli del Simeto, del Salso, del Dittaino e del Gornalunga  (Tav. I fig.1-2).

Il centro abitato moderno di Agira si distribuisce sul versante occidentale del monte Teja, meno impervio e più facilmente edificabile. Quest’ultimo, insieme al Monte Stella, sul quale sorge la vicina città di Assoro, rappresenta una continuità della catena montuosa degli Erei, ovvero l’insieme delle principali alture del centro-Sicilia. Entrambi i monti, tuttavia, non sono direttamente comunicanti con il resto della catena montuosa, in quanto attorno ad essi vi sono le valli sopracitate, attraversate da bacini fluviali di discreta portata che un tempo furono  navigabili.

Grazie alla sua posizione isolata, distante dalle altre catene montuose, Agira, gode di estesi spazi aperti che in passato gli hanno permesso di avere controllo sulle colline ennesi, oltre ad offrire la possibilità di poter godere di un suggestivo panorama.

Dal castello di Agira, costruito sulla parte più alta del monte Teja, dove l’intero territorio agirino raggiunge la sua altitudine massima di m. 824 s.l.m, si scorge verso Est la costa a Sud di Catania. A Nord, invece, si possono ammirare i tre principali gruppi montuosi della Sicilia: Etna, Nebrodi, Madonie. Questi, in sequenza, costituiscono una possente barriera che da Nord-Est a Nord-Ovest definiscono l’orizzonte settentrionale pertinente ad Agira.

Ad Ovest emergono le vette dei monti Erei, le più vicine al territorio di Agira, ovvero il monte Stella ed il Monte Altesina che si trovano entrambi quasi sullo stesso asse del monte Teja.

A Sud Ovest si innalzano due altopiani su cui sorgono le città di Enna e Calascibetta (Tav. II figg. 1-2).

Il territorio di Agira si trova, quindi, al centro della Sicilia e ha rappresentato un importantissimo nodo viario dalla Preistoria fino ai giorni nostri, attraversato dalle principali vie di comunicazioni, sia antiche che moderne. Il fatto di essere circondato da valli da sempre percorribili e da fiumi che in passato erano navigabili, permise a questo centro di trovarsi al centro di un mondo che fin dall’Antichità fu in continuo cambiamento, interessato dal succedersi di diverse dominazioni e dal passaggio di varie civiltà, ognuna delle quali lasciò la propria impronta culturale e politica nelle vicende della città.

Fin dall’Antichità le vie di comunicazione della zona orientale dell’isola attraversavano le valli che delimitano il territorio di Agira. A Sud il territorio è delimitato dal fiume Dittaino, l’antico Crysas, che confina con i comuni di Castel di Judica, Catenanuova, Ramacca; a Nord è lambito dal fiume Salso, antico Kyamosoros, che confina con il comune di Gagliano Castelferrato; confina, invece, ad Est con il territorio della città di Regalbuto; ad Ovest con il territorio di Nissoria e a Sud-Ovest con i territori di Assoro ed Enna. Il territorio agirino è uno dei più estesi della provincia di Enna: si estende, infatti, per ben 163,09 km quadrati e trova la sua altitudine minima  nella zona più bassa della val Dittaino, nei pressi di Catenanuova a m. 132 s.l.m. Il suo territorio ricade  nelle cinque tavolette I.G.M, indicate come segue:

  1. 269 IV N-O, denominata Agira;
  2. 269 IV S-O, denominata Libertinia;
  3. 269 IV S-E, denominata Catenanuova;
  4. 269 IV N-E, denominata Regalbuto;
  5. 261 III S-O, denominata Gagliano Castelferrato.

Un quadro d’unione in scala 1:30000 contiene i 120 fogli mappali che comprendono l’intera superficie territoriale. A Sud Ovest del monte Teja si trovano altre alture minori: tra queste, il monte Gianguzzo, il monte Frontè e il monte Sant’Agata (sant’à), tutti e tre facenti parte di un sistema di fortificazioni che faceva capo alla rocca di Agira, che consentiva di controllare la zona da cui si dipartivano importanti vie di comunicazione con la costa tirrenica, la costa meridionale (Agrigento-Gela) e la Piana di Catania. Di questo sistema faceva parte il “phrourion” di monte Sant’à, che si impone sulla sottostante pianura detta “Caramitìa”, luogo nel quale, in seguito ad una denunzia anonima alla Soprintendenza delle Antichità di Agrigento, nel maggio del 1974 durante un sopralluogo furono individuati, oltre al “phrourion” di età arcaica, resti di mura di fortificazioni. I materiali di superficie sono di età arcaica, ma sono presenti anche tracce evidenti di frequentazione dell’età del Bronzo e una piccola necropoli indigena ellenizzata  che purtroppo è stata oggetto di scavi dei tombaroli.

Un insediamento di età arcaica si ipotizza anche sui monti Gianguzzo e Frontè.

Oggi la zona di Frontè è abitata; i lavori di edificazione sono iniziati più di vent’anni fa e continuano ancora oggi, distruggendo così buona parte della zona boschiva che in antico ricopriva il colle.

Alle pendici del monte Sant’Agata si trova la riserva naturale orientata del “Vallone di Piano della Corte”, la cui tipica fauna e flora, proveniente da questa riserva, è stata riprodotta ed esposta nel museo sito nel centro storico, all’interno del palazzo Giunta, un esempio dello stile Liberty ad Agira.

Sul versante Nord del monte Teja si trova  la valle del fiume Salso che sfocia nel bacino artificiale più profondo d’Europa: il lago Pozzillo. Quest’ultimo si trova incastonato tra le lievi alture su cui sorgono i centri di Gagliano Castelferrato a Nord-Ovest del lago e di Regalbuto ad Est, sul cui territorio vi è appunto il bacino della diga Pozzillo, realizzata negli anni ’50 del secolo scorso. A dominare la valle del Salso è un monte ancora oggi chiamato Serra d’Anteo, denominazione che trae origine dal mito del gigante figlio di Gea, la Terra, dotato di immensa forza e che uccideva chiunque si avvicinasse nei suoi paraggi. Il fiume Salso, i dintorni del lago e il vulcano Etna costituiscono un paesaggio diversificato. Il territorio è interessato in larga parte dalla presenza di uliveti e boschi di eucalipto, quest’ultimo soprattutto sulle rive fluviali e tutt’intorno al lago. Il paesaggio in primavera è interamente verde, a differenza del giallo desertico dovuto al grano maturo in estate, o al marrone dell’appena seminato in autunno. Sui versanti Nord, Est ed Ovest, verso i quali il territorio di Agira si espande per non più di 4 km, il paesaggio è soprattutto boschivo, con predominanza di uliveti, vigneti e mandorleti, alternati a macchia mediterranea più o meno selvatica. A Sud il paesaggio cambia totalmente. Alle pendici Sud del monte Teja, vi è la piana di Caramitìa, dove,  oltre ai già citati uliveti e mandorleti, si trovano anche degli aranceti e le prime coltivazioni cerealicole. Oggi è una zona prettamente commerciale ed artigianale. Oltre la suddetta pianura, procedendo verso Sud, il paesaggio ritorna ad essere collinare, ma con altimetrie più lievi rispetto alle zone Nord, Est ed Ovest. Oltre la piana di Caramitìa, vi è la maggior parte del territorio del Comune di Agira, il quale termina nei pressi di Catenanuova, lungo la val Dittaino, sul monte Scalpello. Tutta questa porzione di territorio è interessata esclusivamente dalla produzione cerealicola, in particolare grano. Numerose sono le fonti d’acqua naturali in molte delle quali vi sorgono oggi fontane che danno il nome alle zone in cui vi si trovano: “Gebbie”, alle pendici Sud; “Urselluzzo”, alle pendici del colle Frontè; “Trefontane”, tra l’abitato e la valle del Salso, lungo la strada verso Nicosia; “Buccale”; “Lavandaio”; “Salice”; “Catena”; “Capodoro. Le ultime tra queste non sono più in uso.

In tutto il territorio sono presenti  grandi proprietà e fattorie per  ’allevamento del bestiame, che fin dall’Antichità è stata la prima fonte economica e di sostentamento per l’intera città di Agira. A causa dell’effetto, nel corso dei millenni, di abbassamento del Mar Mediterraneo, è possibile trovare depositi marini del Plio-Pleistocene  in tutto il territorio, addirittura anche sulla sommità del monte Teja, fossili risalenti fino a 100 milioni di anni fa.

 

I.2 HABITAT RUPESTRE

Il territorio della provincia di Enna, circondato quasi interamente dalla catena montuosa degli Erei, presenta diverse caratteristiche geomorfologiche e ambientali nelle due zone, meridionale e settentrionale, che la formano.

L’area centrosettentrionale e, più precisamente, l’area Nord del territorio, è contraddistinta dal cosiddetto “comprensorio rupestre”; questa zona della provincia di Enna, infatti, è caratterizzata da banconi di arenaria, facilmente scavabili, che hanno permesso di creare ambienti ipogei sfruttati dall’uomo fin dalla Preistoria.

Le tracce più considerevoli del comprensorio rupestre si rilevano nel centro urbano di Sperlinga, sito alla sinistra del torrente omonimo, dove si trovano gli ultimi monti meridionali dei Nebrodi; l’abitato si trova a ridosso di una parete rocciosa di arenarie mioceniche, dove la corrosione delle acque in precedenza e l’opera dell’uomo dopo, hanno comportato la formazione di grotte, utilizzate come stabile abitazione di nuclei di popolazione dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Fin dalla Preistoria, infatti, l’uomo ha impiegato la grotta come protezione dalle intemperie e dai rischi dell’ambiente per diversi usi: come abitazione, magazzino, stalla, luogo destinato ad attività produttive, ma anche come sepoltura e luogo di culto.

Per queste funzioni si impiegano all’inizio le incavature naturali di origine carsica; solo successivamente con l’evoluzione delle tecnologie e le trasformazioni degli stessi bisogni esistenziali, l’uomo adattò questi spazi a necessità sempre più peculiari, anche scavando ex novo degli ambienti ipogeici. Il popolamento rupestre è, quindi, un fenomeno duraturo che ha interessato tutte le civiltà e che l’uomo ha scelto nelle regioni dove le condizioni geomorfologiche permettevano la realizzazione di queste strutture in negativo. «Si tratta, quindi, di un fatto ambientale connesso alle caratteristiche geomorfologiche e climatiche della zona prescelta a sede di insediamento, e non un fenomeno legato rigorosamente agli ambienti monastici che lo avrebbero fatto conoscere e ne avrebbero introdotto la pratica. “La preferenza del vivere in grotta, quindi, oltre a rappresentare un luogo comune nella letteratura agiografica di VII secolo connessa alla “ideologia della grotta” ricorrente in ambiente monastico, rappresenta uno degli aspetti principali di stanziamento demico delle popolazioni».

Le fonti storiche non ci hanno però lasciato molte testimonianze relative al fenomeno rupestre; solo a partire dall’età normanna ci offrono informazioni utili sulla sua diffusione nella zona ennese. Tra queste va citato un diploma del 1195 riguardante la vendita del casale di Murra posto nel territorio di S. Filippo di Agira, per il quale viene descritto un habitat caratterizzato da grotte « casalino petroso, gructam que est supra viam Assurini; gructam de Rahalmingeri, petra in qua est una camera». La grotta artificiale destinata ad abitazione o comunque ad un altro uso fino al XVI secolo rappresenta un immobile pregevole, oggetto di compravendita, che va regolarmente annotato negli atti notarili. Tra i possedimenti  della chiesa Collegiata di S. Filippo di Agira vi è un censo “super domo cum crypta”. Tutti questi atti notarili testimoniano la continuità d’uso di piccoli poderi con chiusa arborata, recinto per il bestiame domestico e “crypta” nella compagine fondiaria. Il termine “crypta”, nel latino notarile, viene usato per indicare la grotta scavata dall’uomo per gli usi più svariati già citati in precedenza, anche se bisogna registrare l’uso improprio per indicare anche la chiesa rupestre. Attualmente, tranne che per alcuni siti, risulta difficoltoso una precisa datazione dell’insediamento rupestre generale del territorio ennese così come lo è nel resto della Sicilia che, secondo lo studioso Messina, sarebbe connesso all’islamizzazione dell’isola anziché al popolamento bizantino. Paolo Orsi contrariamente affermava che il “vivere in grotta” in Sicilia era collegato a una fase preislamica.

Il contatto dell’uomo nell’area settentrionale ennese con l’ambiente rupestre si è mantenuto nell’arco dei secoli e questo lo dimostrano anche le chiese rupestri decorate o ridecorate nel tardo Medioevo; ma soprattutto l’utilizzo persistente degli ambienti rupestri ancora oggi usati come cantine o come impianti di frantoi e palmenti. Per l’età tardoantica grazie alle ricognizioni di superficie condotte nell’area Nord  dalla prof.ssa Daniela Patti a partire dagli anni 2002-2003 e poi riprese nel 2006 fino al 2009, sono state identificate numerose strutture rupestri e sono state censite ben 151 unità rupestri. In particolare la tipologia delle tombe ad arcosolio e la comparazione tipologica hanno permesso di definire una cronologia più precisa riconsegnandoci un profilo insediativo per l’età tardo antica nell’area Nord della provincia di Enna, specificatamente nei territori di Nicosia e Sperlinga.

Nel territorio ennese si identificano sia grandi complessi caratterizzati da moltissimi ambienti, come quelli di Canalotto a Calascibetta e quelli di Sperlinga, sia i piccoli complessi rupestri o ipogei formati da uno o due ambienti come quelli di Nicosia, Assoro, Enna, Regalbuto e Agira. Quest’ultima presenta evidenze minori poiché la maggior parte delle grotte cantina sono inglobate all’interno delle case, molte delle quali utilizzate come garage o locale di deposito, e molte obliterate dalle costruzioni. Di questa situazione è un vivo esempio il quartiere della vie Grotte, dove si trova la Grotta di San Filippo, nella quale si riconosce la dimora terrena e la tomba del Santo, oggi piccola chiesa rupestre e precedente ipogeo funerario tardoromano con tombe ad arcosolio, più volte nell’arco dei secoli riutilizzato come stalla dalle case soprastanti (Tav. III-IV-V-VI).

Il complesso rupestre più antico della provincia di Enna è il riparo “Longo”, sito proprio ad Agira e precisamente nel vallone Densa o Ardensia, risalente all’Epigravettiano finale, indagato con una serie di campagne di scavo eseguite negli anni Settanta dalla prof.ssa  Mara Guerri dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze  E’ stato messo in luce un giacimento del Paleolitico superiore con numerosi resti, sia di industria su quarzite, nettamente prevalente sulla selce, di tipo tardo-gravettiano, che faunistici (resti di cervo di grandi dimensioni), in una zona che comprendeva ripari artificiali all’interno di grotte.

La presenza di grotte nell’area circostante il riparo Longo e nell’area sottostante il castello di Agira è testimoniata anche dagli scritti di Giuseppe Giusti Sinopoli. Nonostante il racconto leggendario relativo ai Ciclopi e Pelasgi che verso l’anno 1542 a.C. cacciati da Deucalione e costretti a ritirarsi nell’Epiro, cominciarono ad emigrare in più colonie. Secondo il racconto alcuni di essi approdarono in Sicilia e arrivarono fino ad Agira, dove si insediarono alle falde del monte Agira, presso il monte Capo d’Oro, dove oggi sorge l’edificio dell’ex centrale elettrica, e nei pressi  del castello dal lato boreale, dove si vedono ancora oggi molte grotte di varia grandezza, scavate nella roccia, con scompartimenti, alcune con loculi, giacigli e la conca che serviva da focolare. Secondo l’autore alcune grotte che ancora oggi sono visibili nella fascia mediana del monte Frontè, furono utilizzate come abitazioni da parte di quei nomadi pastori.

Altre grotte sono individuabili lungo le pendici Nord del monte Teja, monte sul quale sorge la città di Agira, al di sopra dell’attuale via Palazzo che collega la zona della circonvallazione con il castello medievale. Queste grotte sono state individuate durante gli scavi eseguiti nel 2009 dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Enna con la collaborazione dell’associazione SiciliAntica. La zona è stata oggetto di scavi clandestini negli ultimi due secoli e negli anni Settanta furono rinvenute dalla Soprintendenza di Agrigento alcune tombe ellenistiche. Alcuni lavori compiuti nella zona nel 2008 hanno confermato che la necropoli occupava tutto il costone Nord e, inoltre, si sono trovati segni che testimoniano lo sfruttamento del costone come area funeraria. Nella parte più alta, infatti, sono state individuate quattro grotticelle scavate nella roccia, riferibili alla fase arcaica della necropoli, alcune delle quali furono riutilizzate come riparo per greggi. Nella parte bassa, in corrispondenza di Via Palazzo, sono stati individuati tagli regolari realizzati nella parete rocciosa, da riferire a sepolture violate.

 

I.3 Cenni storici

I dati archeologici più antichi, risalenti al Paleolitico superiore, attestano la prima sicura frequentazione umana ad Agira risalente a circa 15.000 anni fa, ad opera di piccoli gruppi stanziati alle pendici del monte Teja, sul quale sorge da sempre l’abitato attuale, facendo della città di Agira uno dei più antichi siti di stabilimento umano in Sicilia ancora abitato.  Le fonti storiche più antiche riguardanti Agira risalgono al I sec. a.C, epoca in cui lo storico agirino Diodoro Siculo, che nella città nacque e visse, scrisse la monumentale Bibliotheca Historica, la prima storia universale riguardante gran parte delle vicende del mondo allora conosciuto.

Nella sua opera fornisce molte informazioni verosimili sulla toponomastica, la topografia ed i monumenti della città esistente secondo lo storico addirittura prima della distruzione di Troia. Dalla lettura della sua opera si deduce che ai suoi tempi ad Agira era molto radicato il culto di Eracle, collegato a quello di Iolao e di Gerione. Il passaggio di Eracle viene fissato precisamente al 1299 a.C. In quell’epoca Agira era popolata da una società, si pensa, di tipo teocratico matriarcale. Vi abitavano con molta probabilità i Siculi, i quali si stanziarono in quegli anni progressivamente verso il centro dell’isola, a discapito dei Sicani, più antichi e forse autoctoni dell’isola. Quando l’eroe giunse  ad Agira fu accolto come un innovatore ed ebbe onori divini in relazione alla grandezza delle sue gesta ed alle innovazioni che portò al centro abitato. Lo storico narra che le mandrie di Gerione lasciarono le proprie orme sul suolo roccioso nei pressi di Agira, strada che l’eroe stesso chiamò “Ercolana”. Quest’ultima giungeva ad una delle porte della cinta muraria dell’antica acropoli, che venne da quel momento chiamata “Porta Ercolana”, più o meno nella parte superiore dell’odierna via Lunga. Per ricambiare gli onori e i sacrifici divini che gli vennero offerti dagli agirini, Eracle scavò dinnanzi alla città un lago del circuito di quattro stadi, circa 800 m. e costruì due templi, dedicati uno a Gerione e l’altro a Iolao, localizzati per tradizione nell’attuale piazza Europa, in quel tempo extra-moenia.

La leggenda di Eracle e il ciclo delle dodici fatiche sarebbero sorti in età micenea e mostra dei contatti tra micenei e popolazioni indigene.

Agira quindi sembrerebbe connessa anche con le leggende che riguardano la penetrazione micenea in Sicilia.

Tra la fine del V e l’inizio del IV sec a.C., durante l’età di Dionisio, Agira è governata dal tiranno Agyris, da cui deriverebbe il nome della città secondo Diodoro, il più potente dopo Dionisio tra tutti i tiranni che dominavano a quel tempo la Sicilia. Agyris rese difficile la vita ai 20.000 abitanti che si registravano in quel periodo, talvolta facendo anche sgozzare i cittadini più eminenti per sottrarre loro i tesori ed i possedimenti. Nel 392 a.C. Agyris si allea con Dionisio e in cambio di future concessioni territoriali, riesce a dare un valoroso aiuto nella lotta contro i Cartaginesi di Magone. Già nel V a.C. secolo era attiva una zecca; Agira conia monete di bronzo fino all’età di Timoleonte, ma continuerà tale attività fino ad età romana. La zecca istituita dai tiranni siculi è legata alla voglia di ornarsi di tutti i simboli greci, anche se la città era autonoma dal punto di vista politico. La zecca costituiva, quindi, un prestigio per Agira e rappresentava il simbolo del potere politico, oltre a quello economico e culturale. Nel 339 a.C. la città viene conquistata da Timoleonte che scaccia l’ultimo tiranno, libera la città che dal suo arrivo inizia una fase positiva, costruisce il più bello e il più grande teatro della Sicilia, secondo solo a quello di Siracusa, vari templi, il bouleuterion, l’agorà, una possente cinta muraria, torri e vari monumenti funerari; inoltre dona agli abitanti la cittadinanza siracusana e stanzia 10.000 coloni greci a cui  dona una parte del territorio agirino, probabilmente da identificare con l’attuale contrada Caramitìa che ancora oggi si conserva in piccoli lotti. È chiaro che vi sia stata una rifondazione della città, in questo periodo Agira vive un periodo di profondo benessere. Dopo la morte di Timoleonte si riaccende per Agira il periodo di lotte intestine.

Tra la prima età imperiale e il V sec d.C.  fu città romana. Cicerone parla di   Argyrium, così chiamata in periodo romana, come di una città laboriosa ricca di agricoltori e vittima delle rapine di Verre, che causò il declino della città.

Resti di mosaici pavimentali di età romana sono stati ritrovati nel 1968 durante scavi di fondazione nell’area in cui studiosi locali ipotizzavano la presenza di terme. Uno storico locale afferma di aver visto questo pavimento con mosaico a tessere colorate, recanti pesci e figure mitologiche. In quell’occasione la Soprintendenza di Palermo fece alcuni saggi e vennero alla luce tubature in argilla, archi e pavimenti con gradini e colonne. Il Fazello nella sua opera, asserisce di aver visto nel 1541 in quella stessa zona grandiose pietre quadrate. Anche la tradizione popolare colloca in quel punto i bagni pubblici.

Nel marzo del 2008 nel corso di uno scavo di urgenza nei pressi di un’area di un cantiere urbano, in parte rovinata dall’azione di scavatori clandestini, è stato possibile esplorare in Via Vittorio Emanuele II, n. 127, (area già nota agli studiosi e occupata dalla necropoli ellenistica dell’antica Agyrion) un tratto di una estesa necropoli collocata nel sottosuolo dell’attuale centro urbano di Agira a circa 1 Km dalla necropoli di c.da Vuccirie e di Via Palazzo.

In c.da Vuccirie, nella necropoli databile tra la fine del IV e il III secolo a.C., i

corredi sono molto modesti, così come le sepolture, scavate negli anni ’70 da Giacomo Scibona.

Gli scavi presso le pendici Nord di Agira, al di sopra della già citata viaPalazzo, sono stati realizzati nell’estate del 2009 dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Enna, in collaborazione con i volontari dell’associazione SiciliAntica. La via Palazzo collega la zona della circonvallazione con il castello. La zona è stata oggetto di scavi clandestini negli ultimi due secoli e negli anni ’70 furono rinvenute, dalla Soprintendenza di Agrigento, alcune tombe ellenistiche. Alcuni lavori compiuti nella zona nel 2008 hanno confermato che la necropoli occupava tutto il costone Nord e, inoltre, si sono trovati segni che testimoniano lo sfruttamento del costone come area funeraria.

In periodo tardo antico la città subisce un radicale spopolamento, ed è probabile il trasferimento verso le campagne; l’Agira tardo-antica si ridusse a poco più che una fortezza.

In periodo bizantino la città riacquista nuovamente la sua importanza, diventa una città cristiana con l’arrivo di Filippo, monaco di provenienza orientale, probabilmente proveniente dalla Siria; vissuto nel VII secolo, evangelizzò la città ancora pagana, in un epoca in cui la Sicilia aveva già assunto un aspetto greco-bizantino, e questo farà di Filippo un Santo italogreco. Tra il IX e il X secolo il monastero a lui dedicato, sorto secondo la tradizione sui ruderi del tempio dedicato a Gerione, diventerà il centro più importante della vita monastica di Sicilia.

I documenti più antichi che testimoniano l’esistenza di questo monastero sono le Vite agiografiche di alcuni santi siculo-greci, che vissero le loro prime esperienze monastiche all’interno del monastero di S. Filippo di Agira, che pur in un periodo di devastazioni, assedi, carestie e violenze di ogni genere, fu un porto sicuro per tutti i monaci che vi entravano. Nel corso del X secolo, infatti, divenne l’approdo e il polo di convergenza del monachesimo siciliano, culla spirituale per i novizi e secondo la testimonianza della Vita di Leone Luca da Corleone, monaco che si formò all’interno di questo monastero, viene definito il più famoso del tempo.

Alla fine dell’XI secolo il monastero greco venne abbandonato inspiegabilmente; solo nell’ultimo decennio del secolo venne ripopolato da monaci benedettini. Il cenobio di Agira venne unito all’abbazia di Santa Maria Latina a Gerusalemme, la più antica fondazione di rito orientale. Il primo documento che attesta la connessione tra i due monasteri risale al 1126, periodo in cui fu centro amministrativo di tutte le “obbedienze” siciliane dell’abbazia palestinese. 

Grazie al trasferimento ad Agira dell’Abate da Gerusalemme, in seguito alla caduta della Città Santa avvenuta nel 1187, il monastero di S. Filippo divenne la sede permanente dell’Abate sostituendosi alla chiesa madre di Gerusalemme. Questo trasferimento fu approvato e ratificato da Papa Pasquale II (1099-1118) che con una bolla ordinava e stabiliva che tutti i monasteri, le chiese  gli ospizi e le case che derivavano da istituti italici, latini o longobardi appartenuti alla chiesa di Santa Maria Latina di Gerusalemme, fossero da allora in poi, dipendenti dalla Badia di Santa Maria Latina di San Filippo di Agira che, a sua volta, era dipendente dalla sede Apostolica, sotto la regola benedettina cassinese, salvi i diritti del patriarca di Gerusalemme; da  quel momento, quindi, il monastero muta nome in Santa Maria Latina di Gerusalemme. Quest’Abbazia sorgeva fuori dall’abitato a quel tempo extra-moenia proprio ai piedi del monte Teja (Tav. VII, figg. 1-2 ). Il luogo, secondo la tradizione, era stato scelto da Filippo stesso, quando quaranta giorni prima della sua morte, apparve in sogno a Belisario un notabile del luogo; il quale turbato dal sogno, si reca insieme alla famiglia ad Agira. Nella notte il sogno si ripete e Filippo indica il luogo e la forma della chiesa che a lui dovrà essere dedicata e che sarà il luogo della sua sepoltura e del compagno Eusebio.

Belisario accoglie la richiesta di Filippo; così costruisce due arche: una per il monaco Eusebio, fedele compagno e agiografo di Filippo, l’altra per accogliere le venerande spoglie di Filippo, quindi la chiesa  a lui dedicata.

Alcuni documenti del XIV secolo dell’Archivio abbaziale testimoniano che la basilica di S. Filippo venne rinnovata stimolando un forte risveglio del culto del Santo; tale rinnovato culto ebbe il sostegno del Papato tramite la concessione dell’Indulgenza nel 1303 accordata a chi visitava la chiesa durante le festività del Santo, a cui si aggiunse l’Indulgenza Vescovile del 1329 per coloro che contribuivano ai restauri della Chiesa .

Il monastero andò in rovina nel 1635, quando i frati benedettini lo abbandonarono per trasferirsi nel monastero di S. Nicolò di Catania. Solo nel 1700 l’antica Abbazia tornò a splendere. La chiesa dell’abbazia di San Filippo, così come si presenta oggi a noi, sorge sui resti di quella del monastero medievale; i resti della parte esterna del vecchio monastero furono utilizzati come materiale da costruzione per il rifacimento della chiesa nelle sue forme attuali durante l’amministrazione di Monsignore G. Gravina dei Principi di Ramacca (1763-1812), momento in cui l’Abbazia rivisse un periodo di splendore grazie anche al rifacimento della chiesa promossa dallo stesso Monsignore a sue spese e usufruendo delle vecchie rendite abbaziali.

L’interno dell’edificio di culto ancora oggi è quello risalente alla riedificazione del 1700; diviso in tre navate da colonne di pietra proveniente in parte dal monte Frontè di Agira e in parte da Siracusa, rivestite di marmo rosso, che secondo qualche studioso locale sarebbero da collegare alle colonne greche menzionate da Diodoro Siculo per il tempio dedicato a Gerione che un tempo doveva sorgere sulla stessa area.  Nel presbiterio è il coro in noce intagliato di forma semicircolare realizzato da Nicolò Bagnasco tra il 1818 e il 1822, composto da 25 stalli che rappresentano i momenti più importanti della vita di san Filippo.

Dalla navata sinistra una scala porta ad una “Crypta”, dove è il sepolcro di san Filippo. In quel punto nel 1596, secondo la testimonianza  di fra Benedetto Fedele del 1647, furono ritrovate le spoglie di Filippo insieme a quelle di sant’ Eusebio, san Filippo diacono e san Luca Casali.Una raffinata scultura in marmo risalente al XVI secolo e attribuita all’officina di Gagini rappresenta S. Filippo giacente, sovrastata da una nicchia sepolcrale ad arcosolio, con un rilievo che raffigura il Santo benedicente.

Il prospetto attuale della chiesa fu realizzato nel primo ventennio del 1900 su progetto di Greco; è decorato da nicchie che contengono statue di santi. In alto al centro è la grande nicchia con il gruppo di S. Filippo patrono e protettore della città che sconfigge il demonio; le sei nicchie sottostanti contengono le statue dei protettori delle altre sei parrocchie di Agira. Sul medaglione soprastante la porta centrale è raffigurata S. Maria Latina; sopra le altre due porte laterali sono raffigurati S. Filippo diacono e S. Eusebio.

L’Abbazia conserva, inoltre, 429 pergamene di elevato valore storico collocabili cronologicamente tra l’XI ed il XVI secolo che costituiscono  il Tabulario di Santa Maria Latina di Gerusalemme di Agira.

L’influenza greco-bizantina ad Agira durerà sino al 1060, nonostante gli Arabi  avessero già iniziato da tempo la loro occupazione non sconvolgendo però l’ordine sociale e religioso della città, promuovendo, anzi, lo sviluppo dell’artigianato e dell’agricoltura e rafforzando militarmente la città . Ancora oggi è abitato il quartiere “Rocche”, compreso tra l’attuale via Diodorea e la via Raddusa, caratterizzato da una struttura urbanistica di tipo islamico, con la tipica articolazione delle strade nei modelli originali come lo “shari” ovvero la strada pubblica principale, il “durub” cioè la strada secondaria semipubblica, senza uscita ma ben collegata; gli “adarves” ispano musulmani, ovvero corridoi stretti situati sui muri, protetti all’esterno da un parapetto dentellato; “l’azikka”, ovvero il vicolo cieco privato che permette l’accesso alle abitazioni. Sarebbero stati riconosciuti i resti di un colonnato a volta pertinenti ad una moschea in quello che oggi è un garage privato.

La cronologia del quartiere si colloca intorno al XII secolo, epoca in cui doveva essere il più densamente abitato. Il decentramento di questo quartiere islamico rispetto al resto della città lo ha protetto dagli interventi di ristrutturazione urbanistica degli ultimi anni. È rimasto, infatti, un contesto urbano caratterizzato da numerose strade, vicoli ciechi, improvvise curve a gomito, cortiletti e scalinate; tutto un contesto urbano che riporta ad un modo di vivere diverso da quello attuale, ma che appartiene ancora al retaggio culturale della città.

I ruderi del possente castello che sovrastano la cima del monte Teja rendono evidente l’importanza strategica e spiegano i rapporti con il paese sottostante durante il Medioevo. La cima del monte dovette essere fortificata già dai primissimi anni del IV secolo a.C. Diodoro ci parla di acropoli fortificata: questa notizia trova conferma nel 2008 a seguito della prima campagna di scavo effettuata nell’area sottostante il castello, precisamente sul versante Ovest della vetta del monte Teja, organizzata dall’associazione SiciliAntica sotto la direzione scientifica della dottoressa Beatrice Basile della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Enna.

Durante la campagna di scavo sono stati ritrovati i resti dell’Acropoli della città greca di Agyrion, ambienti di epoca greca, collocabili tra VI e V secolo a.C., con tracce di intonaco policromo che hanno fatto pensare all’esistenza di un edificio di culto con decorazione di tipo greco. Furono, inoltre, rinvenute, resti di mura riferibili alla zecca nel periodo timoleonteo, collocabile nella seconda metà del IV secolo a.C., tondelli non battuti e scarti di fusione

Nel 2010 durante la seconda campagna di scavo si constatò il riuso della zona in epoca bizantina ed arabo-normanna, come attestano ceramiche dell’XI e XII secolo . Sulla base dei reperti numismatici ed delle ceramiche rinvenute è stato possibile datare gli ambienti murari del saggio A all’epoca ellenistica e precisamente al III secolo a.C., e gli ambienti del saggio B al primo ventennio del IV secolo, epoca dell’ascesa del tiranno siculo Agyris.

I resti più importanti esistenti oggi sulla vetta del monte appartengono ad una costruzione sveva, anche se la tradizione locale parla di “castello saraceno” costruito nel X secolo; anche se tale tradizione appare in contrasto con gli elementi che si possono ricavare dai resti architettonici.

La prima menzione del castello è documentata con certezza a partire dal XIII secolo, precisamente nel 127, quando viene menzionato fra i castra demaniali dello statuto angioino; ma il castello doveva già esistere poiché è un opera molto grandiosa per poter essere stata realizzata nel breve periodo di Carlo I.

Nel 1278 figura nelle disposizioni di approvvigionamento a favore dei castelli siciliani; al castello di Agira, infatti, vengono assegnate cento salme di miglio, una delle più grosse assegnazioni che testimonia come in questo periodo fosse in piena efficienza tanto da ricoprire un ruolo importante durante le lotte tra Angioini ed Aragonesi prima e tra Aragonesi e Chiaramontani poi. Nel 1354 fu ospite per qualche giorno, all’interno del castello, Ludovico d’Aragona.

Alla fine del XIV secolo il castello non è menzionato nelle disposizioni di Martino in favore dei castelli, ma non è credibile che fosse caduto in rovina in così poco tempo. Nei secoli XVI e XVII perse la sua importanza militare; nel 1700, infatti, varie fonti ne attestano la rovina.

Il castello possedeva due cinte murarie: la prima si conformava all’andamento della montagna e la seconda si trovava a 20 metri più sotto, in direzione dell’attuale zona di “San Nicola”, di cui l’unica parte rimanente è una torre con funzione di vedetta sul lato Nord-Est. Sulla stessa dorsale dello sperone, su cui è piantata la torre, sorge isolata l’abside di una piccola chiesa bizantina, dedicata a S. Nicola di Mira.

Tale cinta muraria doveva congiungere la suddetta torre a quelle di S. Antonio Abate, dove oggi sorge la chiesa di età aragonese, la torre di santa Maria Maggiore, su cui oggi sorge l’omonima chiesa di origine medievale, e la torre del SS. Salvatore dove oggi sorge la chiesa omonima di età aragonese.

La tecnica difensiva attestata sembrerebbe di età federiciana e trova confronti con quella usata per la fortezza di Enna. I lati in cui il monte appare più impervio sono stati integrati alle difese naturali mediante muri che permettevano di aumentare l’altezza della rupe. Sul lato  Ovest che appariva  molto più vulnerabile sono state costruite le difese più importanti: quattro grandi torri collegate da un possente muro.

Delle quattro torri, solo due appaiono ancora abbastanza conservate: la prima a pianta trapezoidale e la terza a pianta quasi quadrata; mentre appaiono in rovina la seconda a pianta ottagonale e rimangono scarsi resti più a Nord della quarta torre a pianta quadrangolare.

La zona centrale del castello si innalza di una decina di metri rispetto all’area circostante, ma anche se rimane oggi ben poco, rappresenta il vero mastio della fortezza. La sommità del monte è dominata da una piccola chiesa di recente costruzione, sorta al posto di un’altra più antica che, secondo la tradizione, venne costruita  da S. Filippo e dedicata a S. Pietro in Vincoli.Inoltre, sempre nella zona centrale, si trova un ambiente sotterraneo, il più conservato, a pianta rettangolare, coperto da volta ad ogiva, la cui costruzione è simile a quelle delle torri comprese nella prima cinta muraria.. La tradizione parla di un passaggio che conduceva dal castello a valle. Sinopoli parla di un carcere sotteraneo. Si potrebbe  trattare invece di una cisterna a botte: questa ipotesi è sostenuta dalla presenza di fori e di conci che presentano le classiche incisioni causate dallo sfregamento di corde o catene. Da una notizia di Giuseppe di Franco, storico e scrittore locale, sappiamo che dentro questo ambiente sotterraneo circa un secolo e mezzo fa venne ritrovato un prezioso sarcofago in marmo. Subito dopo il suo ritrovamento venne reimpiegato come altare maggiore nella sottostante chiesa di S. Antonio Abate e dopo qualche anno venduto al museo Paolo Orsi di Siracusa per 2.000 lire.

Nel periodo normanno vengono edificate due delle chiese più importanti e prestigiose di Agira, quelle di S. Maria Maggiore e del SS .Salvatore.

Della chiesa di S. Maria Maggiore, costruita secondo la tradizione sui ruderi di un preesistente edificio di culto pagano, si parla in due documenti del XII secolo che ne dimostrano l’antichità; è stata, infatti, la prima chiesa a ricevere i diritti parrocchiali e ad essere insignita di un collegio di canonici. La pianta è a due navate, divise da quattro archi sostenuti da altrettante colonne di pietra con basi e capitelli romanici. Nell’unica cappella a sinistra è collocata una croce di legno del XV secolo dipinta su entrambe le facce: su quella principale è Cristo in croce; sul retro è  Cristo Risorto in tutta la sua gloria  mentre nei capocroce sono i simboli dei quattro evangelisti (Leone, Vitello, Aquila, Animale dal volto umano).

Degno di particolare menzione è l’altare normanno  sito in fondo alla navata di destra, dedicato un tempo alla Madonna della Neve, oggi dedicato alla Madonna della Catena. L’altare sorge tra due colonne sorrette da due leoni di alabastro che terminano con capitelli gotici. Su di esse si regge l’arco sui cui si poggia il frontespizio, adornato con un bassorilievo di foglie e grappoli di uva. E’ posta sulla fascia sottostante alla cimasa dell’intera edicola un’ iscrizione in lettere latine che indica la data  (1513) ed il nome del maestro:“BARTHOLOMEUS DE MANISCALCO”:«M.V.XIII INCARNATIONIS DN – AN–P INDS – HOC OPUS EFECIT MAGISTER BARTHOLOMEUS DE MANISCALCO DECI –SALERNI». Sembra che l’artista si sia servito di elementi più antichi, in quanto i leoni e le colonne fanno parte di un’opera del XII secolo. Al centro della nicchia è la maestosa statua della Madonna col Bambino (XVI secolo) in alabastro colorato. Nella navata di destra è custodita una statua di legno policroma di S. Bartolomeo. Si parla della statua per la prima volta in un inventario del 1685, ma si sa per certo che il culto di S. Bartolomeo era praticato all’interno della parrocchia  già nel 1589. 

Anche al XII secolo è attestata la costruzione della chiesa del SS. Salvatore nell’attuale piazza Roma; Bonaventura Attardi scrive nella sua opera che venne eretta «ove nei tempi antichi situata fu la nostra patria», cioè nel nucleo dell’originario insediamento della città di Agira, dove un tempo, come testimonia Diodoro Siculo, sorgeva il foro romano e una basilica, anche se non ci sono realmente dei documenti che ne attestano l’esistenza. La chiesa è ubicata in uno dei quartieri più antichi, proprio sotto la rocca del castello, accanto ai resti della seconda cinta muraria. Il toponimo che si è conservato ancora oggi di “Piazza Roma” e la forma dell’attuale chiesa che presenta simili caratteristiche a quelle delle antiche basiliche romane potrebbero confermare ciò che dice Diodoro. Nel XVII secolo l’edificio ha subìto vari interventi di ristrutturazione; è stata ricostruita la maestosa facciata in stile tardo rinascimentale con elementi barocchi, come testimonia l’iscrizione che riporta la data ancora visibile sul portale, le cui colonne con il timpano troncato rimandano ad un possibile preesistente protiro. Anche il campanile è stato ristrutturato in quel periodo. Oggi sono visibili gli elementi architettonici delle varie fasi costruttive della chiesa: nella parte bassa, infatti, sono elementi di fattura normanna, mentre la sommità mostra elementi secenteschi.

L’interno a pianta quasi quadrata appartiene all’impianto originario del XII secolo; è divisa in tre navate da archi a sesto ribassato su colonne cilindriche che hanno basi e capitelli diversi l’uno dall’altro. Il tetto è in legno a capriate. Degno di particolare menzione è il portale dell’altare di S. Filippo Diacono, con ricchi bassorilievi del XVII secolo, posto nella cappella sinistra. Un cancello in ferro battuto della stessa epoca protegge un’arca contenente le reliquie di San Filippo Diacono e di alcuni santi vissuti nel monastero di San Filippo  di Agira oltre a varie reliquie come le gocce di latte attribuite dalla tradizione popolare a quelle della beatissima vergine Maria custodite all’interno di una boccettina di cristallo e alcuni cimeli anticamente molto venerati, che la fede popolare riteneva direttamente collegati alla Passione di Gesù, come una pietra del Santo Sepolcro, un po’ di terra dell’orto di Getsèmani e un pezzo di legno della Santa Croce, che i monaci di Santa Maria Latina, al momento della fuga da Gerusalemme, riconquistata dal Saladino, avrebbero portato alla fine del XII secolo nel monastero di San Filippo e depositarono all’interno dell’arca santa.

Alla fine del XVI secolo la chiesa del SS. Salvatore  diventa depositaria dell’arca, le cui chiavi erano tenute dal priore per conto dell’abate della badia di San Filippo. Sinopoli nel suo dattiloscritto scrive che, sia la cappella, che l’intera navata sinistra della Chiesa del SS. Salvatore furono di patronato della Badia di Santa Maria Latina di Agira sino alla metà dell’Ottocento e che questo diritto scaturì dal fatto che la Badia diede un contributo economico per la costruzione della chiesa del SS. Salvatore. Per questo motivo gli Abati conservarono i loro diritti esercitandovi tutti quegli atti di giurisdizione consentite dalle leggi canoniche. Il 27 febbraio 1330 il Vescovo di Catania  Simeone  emise una sentenza con la quale dichiarava i diritti del Monastero di Santa Maria Latina di Agira sulla cappella e sull’intera navata sinistra della chiesa del SS. Salvatore concessi dai suoi predecessori Angerio e Roberto e li confermava nuovamente.

Questa chiesa ha il privilegio di conservare, oltre all’Arca Santa, due preziosi arredi sacri d’arte di età medievale, una mitra e un pastorale. Queste erano le  insegne pontificali dell’Abate dell’Abbazia di Santa Maria Latina di Agira, appartenuti all’abate Rainerio di Messina che li avrebbe donati all’Abbazia nel 1308. La mitra risale alla fine del XIII secolo, è rivestita di seta rossa, con le bande di seta bianca e la fodera interna di seta azzurra, è fittamente decorata di sfarzosi ricami a motivi floreali in fili d’oro, perle orientali e coralli d’ambra circondano una serie di placche circolari di argento miniati a smalto; quattro di queste placche più piccole raffigurano i simboli degli evangelisti; le altre ventiquattro, più grandi rispetto alle altre, ritraggono Cristo benedicente, la Madonna, una scena simbolica riguardante la Crocifissione, l’Etimasia, gli Apostoli, San Filippo di Agira, San Nicola e gli angeli. La distribuzione risulta incoerente poiché si nota che tutti gli inserti a smalto sono stati riadattati da una composizione precedente perché quella originaria comprendeva altri smalti; la mitra che vediamo oggi è il risultato di molti restauri nel tempo. Anche il pastorale risale al XIII secolo, è singolare la lavorazione di cesello e di smalto nella parte che forma la ferula. Il bastone sottostante è in mogano ma originariamente era in osso. Sul nodo che collega il bastone alla ferula, sono sei caselle smaltate di forma esagonale sui quali sono raffigurati figure di Angeli e sulla casella centrale, la croce patente con la base allungata a forma di “L” di Latina. Il riccio del pastorale è contornato da foglie di vite e contiene un quadrilobo su cui è rappresentata la Madonna col bambino.

La chiesa, inoltre, conserva un prezioso pannello di polittico della seconda metà del XV secolo, in cui è raffigurato S. Filippo di Agira in abiti abbadiali mentre calpesta il drago incatenato, presumibilmente da attribuire ad ignoto pittore spagnolo. Nel 1689 questa chiesa venne elevata al rango di Collegiata dal vescovo di Catania  Monsignor Garaffa. Di particolare rilievo è sicuramente l’Aron ebraico, ovvero l’armadio sacro dove venivano conservati i rotoli della Torah, oggi incastonato nella parete sinistra della chiesa del SS. Salvatore ma proveniente originariamente dalla sinagoga di Agira, orientata verso Gerusalemme, che si trova a cento metri dalla Collegiata, trasformata in oratorio cristiano subito dopo l’editto di Granada del 31 marzo 1492, emesso da Ferdinando il Cattolico con il quale espulse gli Ebrei da tutti i territori che ricadevano sotto la giurisdizione spagnola, compresa la comunità giudaica di Agira. Il prezioso Aron in pietra di Agira d’epoca aragonese, in stile gotico catalano, è tra i più antichi d’Europa e l’unico in pietra poiché solitamente in legno. Il Sinopoli lo descrive in questo modo: «È un portale con ricche decorazioni, sostenuto da quattro pilastrini rotondi con capitelli e foglie d’acanto sul quale ricorre un arco ogivale con cornici delicatamente pregiate, e nel centro lo stemma di casa Aragona. La fascia che si stende sull’arco ha un’inscrizione in caratteri ebraici». Grazie alla traduzione di questa iscrizione si riuscì a capire l’anno di costruzione dell’Aron che venne indicato con il 5214 dalla creazione del mondo, corrispondente all’anno 1454 del calendario Gregoriano; l’iscrizione riporta un versetto biblico da Isaia 2,5 “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”

Durante il periodo svevo Agira fu legata alla Casa degli Hohenstaufen, fu infatti proprio sotto il governo degli Svevi che venne eretta ad Agira nel 1215 la maestosissima chiesa di Santa Margherita V.M., anno in cui Federico II era nel pieno sviluppo della sua attività politica in Sicilia.

Questa maestosa chiesa fu costruita sui ruderi di un’antica chiesa bizantina dedicata a Santa Sofia con una cappella dedicata a San Sebastiano e a sua volta, secondo la tradizione, la chiesa bizantina fu costruita sullo stesso punto dove un tempo doveva sorgere un tempio dedicato ad Ercole. Sul muro esterno del lato Sud dell’attuale chiesa sono tutt’ora visibili resti  delle antiche mura greche.

Durante il regno di Martino II venne ampliata, restaurata e intitolata a Santa Margherita in segno di gratitudine verso la regina Margherita, moglie di Martino II, che concesse un’ingente somma di denaro per il restauro e l’ampliamento. Nel corso degli anni è stata ampliata sino ad assumere la forma a croce latina con 14 colonne con capitelli corinzi che la dividono in tre navate. La navata centrale è lunga 73 m, mentre le navate minori raggiungono i 30 m. La navata centrale raggiunge l’altezza di 29 m, mentre la cupola si eleva sino a 45 m di altezza. L’imponente prospetto neoclassico fu realizzato alla fine del XIX secolo. Durante il terremoto del 1693 subì dei gravi danni: crollò il tetto a cassettoni scolpito in noce e cipresso e insieme ad esso andò distrutto anche il campanile. Nel 1697 fu rifatta la copertura attuale a volta al posto di quella a cassettoni in legno andata distrutta. La ricostruzione iniziò subito e vi parteciparono i migliori architetti attivi in Sicilia nel 1700. È la chiesa più grande della diocesi di Nicosia e conserva opere di elevato valore artistico.

Prezioso è l’altare maggiore del XVII secolo rivestito da pitture miniate in oro su vetro. L’altare del SS. Sacramento posto in fondo alla navata sinistra è in granito d’Egitto; su questo altare si eleva un piccolo tempietto con cupola sorretto da sei colonnine in marmo di Sicilia. Di particolare rilievo è l’altare dell’Immacolata Concezione posto in fondo alla navata destra, sormontato da un’edicola che conserva la scultura in legno dell’Immacolata Concezione, di pregevole fattura realizzata tra il 1784 e il 1789 dall’artista napoletano Giuseppe Picano. La statua arrivò ad Agira dopo quattro anni dalla fine della sua realizzazione grazie all’intervento del re Ferdinando I poiché la Commissione Reale per le Belle Arti di Napoli ne aveva bloccato la spedizione ritenendo la statua un capolavoro. Ferdinando I riuscì ad ottenere l’autorizzazione per la spedizione della statua elargendo una cospicua somma ulteriore allo scultore: di fatto questa statua è l’ opera più notevole e pregiata di tutta la chiesa. Interessanti il Coro ligneo in stile rinascimentale e il pulpito in legno intagliato con le statue dei protettori delle altre parrocchie di Agira e sul pannello centrale quella di S. Filippo realizzato alla fine del secolo scorso.

Tra il XV e XVII secolo l’abitato di Agira inizia ad espandersi a valle;  vennero costruite altre chiese e conventi. In questo periodo vive un’importante fase edilizia sia civile che religiosa, si istituirono diversi ordini religiosi e molte confraternite. Nel 1537 riceve il titolo di città e grazie ad un donativo di 15.000 fiorini, Carlo V  concede alla città una serie di privilegi tra cui il diritto di mero e misto imperio con piena giurisdizione sia civile che penale su tutti i cittadini e su tutte le persone di passaggio nel territorio di Agira; alla città viene ulteriormente concesso il diritto di possesso del gonfalone, che è rosso con un’aquila a due facce con al centro su fondo azzurro la figura di S. Filippo in paramenti sacerdotali.

Nel 1625 tutti quei privilegi concessi da Carlo V andarono perduti quando Filippo IV per saldare dei debiti del regno vende Agira a mercanti genovesi; ma i cittadini di Agira per liberarsi da questa umiliante situazione riuscirono a racimolare i 38.000 scudi d’oro che servivano al riscatto. Dopo questo avvenimento Filippo IV promise che mai più la città sarebbe stata ceduta dal Regio Demanio e in seguito ad un altro pagamento di 1500 scudi la città ottenne nuovi privilegi e riacquistò tutti quelli che possedeva in precedenza: questo episodio testimonia la ricchezza dei cittadini di quel periodo.

Nel 1700 Agira fu meta di molti viaggiatori e studiosi francesi, tra questi ricordiamo Jean Houel che individuò resti di mura greche sul lato Sud delle mura della chiesa di Santa Margherita, nel perimetro  dove correvano i muri della terza cinta muraria dell’antica città. L’equipe guidata da Dominique Vivant De Non durante la permanenza ad Agira cercò i mitici resti del Tempio e del laghetto di Ercole, quest’ultimo formato da un fiume, il Palankaios, divinizzato dagli Agiri che probabilmente scorreva all’interno dell’abitato, sperando di trovare i resti dei boschi sacri dedicati a Diana ed a Gerione citati da Diodoro Siculo nella sua Storia universale. In realtà i presunti resti “antichi” che trovarono nell’aerea in cui dovevano sorgere il tempio di Eracle e Gerione ovvero nell’attuale piazza Europa (la piazza antistante la Chiesa  dell’Abbazia) erano di età medievale e appartenevano all’antica Abbazia medievale. Dell’Equipe di Vivant de Non faceva parte Claude-Louis Châtelet, pittore paesaggista di grande fama, uno dei più grandi illustratori delle spedizioni scientifiche del 1700, che realizzò un autentico ritratto dell’intero abitato con scene di vita agreste. I viaggiatori furono accolti e guidati da Pietro Mineo, studioso agirino che possedeva una ricca biblioteca.

Durante il periodo risorgimentale la vita politica e culturale di Agira fu amministrata da famiglie di nobili; tra esse particolare importanza ebbe la famiglia dei baroni Zuccaro Cuticchi, aperta alle innovazioni risorgimentali e interessata alle lotte dell’unificazione d’Italia. Il maestoso palazzo che si trova appunto sull’attuale piazza Garibaldi fu sede di riunioni di Carbonari, attualmente è uno dei palazzi baronali più in vista della città. Il 1900 è il periodo in cui la città subisce un numeroso spopolamento a causa dell’emigrazione; ci fu un progressivo abbandono delle campagne e si assiste alla disattivazione delle miniere di zolfo che portò alla scomparsa della vasta classe di minatori; inoltre scomparve la classe artigiana soprattutto quella della impegnata nella lavorazione dell’argilla, la cui tradizione si è quasi persa del tutto.

 

I.4  LA VIABILITA’

La rete viaria in Sicilia  si amplia e si arricchisce in periodo romano grazie allo sfruttamento dei già esistenti tracciati greci. Gli studi sulla viabilità della Sicilia negli anni precedenti si sono basati sulla rete viaria greca e romana incentrandosi particolarmente sul dato itinerario sulla quantificazione delle distanze, piuttosto che sulla ricognizione effettiva del territorio.

L’avanzamento verso il centro dell’isola ha consentito la creazione di ulteriori strade che servivano principalmente per gli spostamenti di eserciti; tra queste erano “l’Aurelia” e la “Valeria” che fu costruita nel 210 a.C. La prima collegava Palermo a Messina,e la seconda collegava Messina a Lilibeo. Una delle diramazioni interne della via Valeria passava per Assoro e proseguiva per Enna.

L’Itinerarium Antonini ci indica approssimativamente il percorso della via Valeria tra Enna ed Agira, invece la Tabula Peutingeriana precisa la distanza in miglia romane tra le varie stationes e ci indica che tra Enna e Augurion (Agira)  correvano 18 miglia; mentre 12 ne correvano tra Agira e Centuripe. Queste dettagliate informazioni ci indicano quanto Agira sia stato un importante nodo viario in età romana imperiale.

Cicerone scrive di una strada che attraversava la Sicilia da Nord a Sud, da Alesa (Castel di Tusa) per Enna fino a Finzia (Licata); proprio questa strada intercettava la strada centrale Est-Ovest, la Catania –Termini Imerese proprio sotto Agira, l’antica via del Grano. Per l’appena citata strada, Uggeri consiglia di fare una netta distinzione tra la mulattiera citata da Cicerone, che veniva percorsa solo per  trasportare rapidamente il grano da Enna ad Alesa, e la strada che originariamente deve essere stata servita da un “cursus publicus”, visto che fu trascritta dall’anonimo Ravennate che si basava su una tabula itineraria e che successivamente venne ripresa da Guidone. Quindi la Sicilia in età romana era interessata da due collegamenti principali, la Catania- Termini che attraversava Centuripe, Agira, ed Enna e la Catania Agrigento che attraversa il territorio di Piazza Armerina. Solo in età bizantina in Sicilia si aggiunge un nuovo itinerario che parte dai Nebrodi, menzionato per la prima volta da Idrisi, che attraversa Cesarò, Troina, Cerami, Nicosia, Ganci, collegando attraverso le montagne Palermo a Messina.

Il nuovo asse viario indica l’importanza del distretto rupestre nel  corso dell’Alto Medioevo. In questo periodo presumibilmente risale una delle più importanti modifiche della viabilità ereditata dai romani con l’affermazione del tracciato definito, in seguito via Messina per le montagne, che collegava Messina a Palermo sostituendosi alla funzione principale che aveva svolto da tanto tempo il tracciato romano della via Catania-Termini nella funzione di collegamento principale dell’isola.

Con l’arrivo dei Musulmani si indebolisce il sistema viario siciliano, tutte le rotabili furono rese inagibili; nell’alto Medioevo i Franchi concedevano “tractorie” ovvero un’offerta di trasporto e cavalli dello Stato, pane, vino, in particolare ai pellegrini che si recavano in visita.   

Con il diminuire di uno stabile controllo durante il periodo altomedievale, le opere di manutenzione furono trascurate; le strade subirono in poco tempo, infatti,  dei danni evidenti, i ponti e viadotti non vennero più messi in sicurezza, soprattutto nelle zone argillose, dove non si potè più circolare con i carri. Quando non si fu più in grado di ricostruire i ponti si iniziarono a cercare guadi per l’attraversamento dei fiumi. Contemporaneamente al danneggiamento del sistema viario romano, il graduale abbandono del carro comportò il prevalere dell’uso delle carovane da soma che permettevano il trasporto delle merci , in file da otto muli , guidato da un bordonaro.

Durante l’età normanna gli interventi di sistemazione avvengono in base alle scelte e all’interessamento dei sovrani che avevano un grande interesse per le strade intese come elemento di controllo sul territorio. Dall’età sveva si può fare ricorso ad un ufficio specifico che si occupa del rifacimento viario. Nel Medioevo comunque non si registra una completa rovina degli assi viari  di età romana il cui uso è largamente documentato dalle fonti, principalmente nel tratto centrale tra Agira e Centuripe.

In età moderna nel territorio di Agira sono state individuate sette regie trazzere di cui due di esse attraversano il centro urbano (Tav.VIII ). Le Regie trazzere demaniali  costituiscono un elemento molto significativo nella ricostruzione storica delle attività e della organizzazione del un territorio. Le particolarità di tale sistema viario, esteso quasi unicamente in Sicilia, tra cui l’andamento dei tracciati seguendo il principio della “linea retta” e la larghezza legale della striscia demaniale di metri 37,68, testimoniano il valore di queste antiche vie di comunicazione nella loro funzione di transito degli armenti.

La regia trazzera n. 17 Nicosia-Regalbuto, attraversa per un breve tratto il territorio di Agira nel  lato Nord-Est, oltrepassando il fiume Salso.

La regia trazzera n. 26 Agira-Troina parte dal centro urbano di Agira sotto il nome di Trazzera “San Giuliano” e attraversando per un breve tratto il territorio comunale oltrepassa il confine Nord.

La regia trazzera n. 358 Raddusa-Regalbuto, attraversa le contrade del territorio di Agira tra cui contrada Saraceni a sinistra e Santa Nicolella a destra. Il tracciato assolve ed ha assolto le funzioni di collegamento dei centri urbani e di arteria armentizia stagionale.

La regia trazzera n. 361 Enna-Catenanuova collega i due centri. In territorio di Agira essa attraversa i Feudi Saraceni, Nicolella, Vaccarizzo, Buzzone. È stata utilizzata sia come via armentizia che come strada di collegamento tra i centri urbani.

La regia trazzera n. 363 Agira Caltagirone diramazione Bivio Mandre Rosse (Ramacca) Raddusa, parte dal centro urbano di Agira per arrivare al centro urbano di Caltagirone e presenta una diramazione per Raddusa. Le contrade che sono attraversate da questa trazzera sono a sinistra quelle di Piano Caramitia, Cute, Rocca d’Aquila, Bastione, Buffa, Perni;  a destra le  contrade Barbara, Scardilli, Ariazza, Salinella, Grado. Tra gli atti citati più antichi sono quelli del Monastero S.Basileo del 1722, che fanno menzione della strada.

La regia trazzera n. 519 Bivio Fontana Conti (Nissoria)- Agira- Bivio Buterno e diramazione bivio Giucchi per Nicosia. Tale trazzera attraversa i territori di Agira e Nissoria ma collega soltanto i due bivi ricadenti nei due comuni. Tra gli atti probatori per il tratto ricadente in territorio agirino i più antichi sono gli Atti del Monastero di S. Basileo del 1722 che citano la trazzera nelle concessioni tra i Monasteri di S. Maria di Licodia e S. Nicola di Arena.

La regia trazzera n. 527 –Nissoria-Bivio Saraceni e biforcazione bivio Morra (Assoro)- bivio Dittaino (Assoro). Anche questa trazzera svolgeva duplice funzione: utilizzata come via armentizia oltre per il  collegamento dei centri urbani, collegando il centro urbano di Nissoria, di fondazione settecentesca con il bivio “Saraceni”, in territorio di Agira e con il bivio Dittaino, in territorio di Assoro.

 

I.5 La Necropoli Tardo Antica: La Grotta di San Filippo

Nell’attuale quartiere periferico di Via Grotte ad Agira, in un’area poco distante dall’abitato, un tempo extra-moenia, sorge una grotta, considerata da sempre  la prima abitazione di Filippo, santo di provenienza orientale, persecutore di demoni e taumaturgo.

In realtà si tratta di un cimitero ipogeico tardo-romano i cui ambienti sono stati più volte riutilizzati come stalle delle case soprastanti ed è stato rifunzionalizzato e rimaneggiato più volte nel corso dei secoli; gli arcosoli sono stati utilizzati per secoli come mangiatoie. La grotta di San Filippo è l’unica sopravvissuta poiché faceva parte di un complesso costituito da più grotte oggi non più visibili perché inglobate dalle abitazioni. Oggi è una chiesa rupestre ed è uno dei luoghi di culto più popolari di Agira, in quanto vi si riconosce la tomba del Santo e del suo fedele compagno e agiografo Eusebio.

La grotta esternamente presenta una piccola facciata con un arco e finto loculo. All’interno è articolata in due parti: all’ingresso è fiancheggiata da sette tombe ad arcosolio; lungo il lato destro vi è forse un sedile; proprio su questa parete si intravedono tracce di un affresco del volto di S. Filippo che secondo la leggenda sarebbe l’impronta lasciata dal santo mentre sbatteva contro la parete durante la lotta con la quale cacciava i demoni che infestavano la grotta. In fondo alla grotta vi è un altare ligneo in asse con l’ingresso.

  1. Eusebio, agiografo di S. Filippo, lo ritrae seduto in una grotta mentre esercita la sua attività taumaturgica. Eusebio parla di una struttura  architettonica, denominata “tò trìstilon”. Messina ipotizza che forse questo termine potesse indicare un edificio basilicale con tre file di pilastri o colonne, ma è molto improbabile dal punto di vista architettonico. La descrizione della grotta di Eusebio non trova corrispondenza con questa grotta perché non vi compaiono né pilastri, né colonne; forse l’agiografo intende una struttura che divide i giacigli dal santuario, una sorta di “ iconostasi” ante litteram a doppio fornice. Eusebio è l’unica fonte scritta che parla della grotta come abitazione del santo e teatro di lotte con i demoni; nel suo testo agiografico Eusebio conclude con la progettazione della chiesa cruciforme destinata ad accogliere le tombe del santo che viene sempre raffigurato con in mano il “tòmos gegrammènos”.Purtroppo ad oggi la lettura del testo agiografico e le pesanti trasformazioni subite dalla grotta nel corso dei secoli, unite alla mancata ricerca archeologica ed all’assenza di altre fonti, non ci consentono di avere dati sicuri sull’uso della grotta ai tempi del Santo, sicuramente in origine un ipogeo funerario tardoromano e tardoantico compreso nella necropoli più vasta oggi obliterata dalle case soprastanti.

 

CONCLUSIONI

 Dai dati emersi dall’analisi bibliografica si evince la grande importanza storica dell’abitato di Agira, di cui troviamo testimonianze collocabili in diverse fasi e periodi storici che suscitano un grande interesse verso la sua storia, poiché si viene scaraventati in una sorta di viaggio cronologico che ha come punto di partenza la Preistoria e arriva sino ad oggi.

Agira, domina le valli del Salso e del Simeto; sorge sul versante Est del monte Teja, nella posizione più elevata, più fertile e più favorevole che l’ha resa inespugnabile. Proprio la sua eccezionale posizione di arroccamento, scoscesa e impenetrabile, le ha donato la fama di roccaforte ideale alla difesa e alla protezione, ma allo stesso tempo luogo privilegiato per gli scambi commerciali e l’incrocio di popoli e culture.

Ma al contempo occorre constatare la poca conoscenza archeologica del centro e del territorio che trova la sua prima causa non tanto nel fatto che l’abitato di età medievale e di età moderna insista per tutta l’ampiezza del monte Teja su quello antico, quanto legato ad un atteggiamento diffuso degli agirini verso il reperto archeologico, visto  solo come un oggetto di lucro pronto per essere venduto al mercato nero.

Gli ultimi risultati derivanti dalle recenti campagne di scavo e le conseguenti nuove scoperte sicuramente incrementeranno la produzione di dati, studi e ricerche in ambito storico e archeologico.

Questo breve contributo può essere inteso come punto di partenza per l’inizio di ulteriori ricerche sul territorio che vanno realizzate nel più breve tempo possibile in quanto, come ben sappiamo, le strutture si deteriorano nel tempo e molte delle evidenze archeologiche rischiano di scomparire.

La riscoperta e la riqualificazione della propria città, della propria identità culturale, la presa di coscienza di essere portatori di un patrimonio storico-culturale inestimabile, di valori civili e religiosi, sono gli strumenti principali che le autorità competenti devono utilizzare per sensibilizzare ed educare la comunità nel rispettare il proprio territorio e per promuovere iniziative volte alla promozione, alla tutela ed alla valorizzazione del patrimonio culturale.

Agira ha le potenzialità per tornare ad essere il centro dell’attenzione di studiosi e un punto di riferimento dell’arte, della cultura, dell’archeologia e dell’architettura del centro Sicilia. Questa è solo una piccola parte di ciò che racchiude la storia di Agira, esempio importante della storia della Sicilia e sempre presente in tutte le epoche.

La finalità di questa ricerca è stata quella innanzitutto di inquadrare dati dispersi nelle pubblicazioni, spesso di eruditi locali, in un contesto storico e territoriale al fine di suscitare l’attenzione verso questo territorio, troppo e ingiustamente dimenticato dalla ricerca archeologica anche con la finalità auspicabile di un rinnovato interesse per  intraprendere uno studio sistematico del centro e del suo territorio soprattutto in campo archeologico.

 

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SITOGRAFIA

www.Agira.org

Paola Ciancio Rossetto, Giuseppina Pisani Sartorio, Teatri antichi greci e romani (PDF)

  

TAVOLA I

Fig.1- Monte Teja. Panoramica del centro urbano odierno di Agira. (da :www.Agira.org)

Fig. 2 – Valli sovrastate dal monte Teja: valli del Simeto, del Salso, del Dittaino e del Gornalunga.
TAVOLA II

Fig.1- Veduta della rocca del castello. Foto aerea lato sud monte Teja. Ad Ovest il monte Stella ed il Monte Altesina; a Sud-Ovest i due altopiani su cui sorgono Enna e Calascibetta (da: www.Agira.org).

Fig. 2 – Castello medievale di Agira
TAVOLA III

Fig.1- Grotta di San Filippo. Planimetria con indicazione delle tombe. (da Messina 2000 p. 73)
TAVOLA IV

Fig.1- Grotta di San Filippo. Ingresso

Fig.2 – Grotta di San Filippo. Particolare dell’ambiente a sinistra.
TAVOLA V

Fig. 1 – Grotta di San Filippo. Particolare dell’interno

Fig. 2 – Grotta di San Filippo Particolare della tomba ad arcosolio sulla parete sinistra.
TAVOLA VI

Fig.1- Grotta di San Filippo. Tombe parete sinistra

Fig. 2 – Grotta di San Filippo. Particolare delle tombe sulla parete destra.
TAVOLA VII

Fig. 1- Abbazia di San Filippo.Vista dall’alto. (foto di Filippo Sanfilippo)

Fig.2 – Chiesa Reale Abbazia di San Filippo. Interno (Foto di Salvo Desimone)
TAVOLA VIII

Fig.1- Il territorio comunale: viabilità e trazzere demaniali. Base cartografica: Tavolette IGM 1:25000. (da Campione 2004 p. 329)
ALLEGATI
CARTA ARCHEOLOGICA DI AGIRA

LEGENDA

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